So this is the new year, and I don't feel any different

Questo sarebbe momento di bilanci o buoni propositi. Dipende dalla direzione dove si vuole guardare.
Vi lascio invece due video, che mi trasmettono allegria. Più o meno. Di sicuro una splendida rivelazione ed una immensa promessa mantenuta.
Sarebbe momento di bilanci, ma ora è troppo tardi. E fondamentalmente mi cacherei il cazzo di farlo.
Mi rimane sempre quell’attimo per fermarmi e pensare a quanto sono fortunato...








So, this is the new year...

p.s. Sì, sì, lo so che il video degli Arcade Fire è preso da
Pitchfork, ma che ci volete fare, qualcosa di buono l'avranno pure fatto anche loro quest'anno, no? L'altro è un home-movie di Jacob Golden. Le strade sono quelle di Sacramento.

Il barone rampante

Ma in tutta quella smania c’era un’insoddisfazione più profonda, una mancanza, in quel cercare gente che l’ascoltasse c’era una ricerca diversa. Cosimo non conosceva ancora l’amore, e ogni esperienza senza quello che è? Che vale aver rischiato una vita, quando ancora della vita non conosci il sapore?
[...]
Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché, pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così...

[Italo Calvino, Il barone rampante]

Naturalmente, come sempre, un romanzo è molto più di quello che sembra. Dietro l’umorismo e i toni da favola, c’è tutta una parabola di crescita umana.
L’isolarsi come ricerca interiore, come un ripensamento della propria esistenza e di quella del mondo. Critica che deve partire necessariamente dall’indipendenza ideologica nei confronti una realtà dogmatica, liberandosi da tutti i condizionamenti, soprattutto esterni, che ci limitano, in particolare nell’operare del nostro intelletto. Ripensare la società, partendo da se stessi. Qui siamo nell’epoca dei Lumi, ma l’insegnamento è universale.
Cosimo è il mio eroe romantico. Pieno di vita, a volte ingenuo o stupido. Insomma, vero.
E il libro di Calvino dovrebbero leggerlo tutti. A voce alta.
Eppure oggi leggere non sembra più essere un valore, ed i ragazzi si interessano solo di maghetti sfigati. Maledetti giovinastri, vi odio tutti.


Le ultime settimane sono state davvero strane. Ho capito che evitare i libri per ragazzi perché non si è più ragazzi è come sostenere che i thriller sono solo per i poliziotti o i criminali. Così ho scoperto una stanza sconosciuta in fondo alla libreria piena di capolavori di cui non avevo mai sentito parlare. L'equivalente per ragazzi del Falcone maltese e di Sconosciuti in treno. La cosa strana è che leggere libri per ragazzi è come tornare adolescenti: ma sarà buono questo Vonnegut? E Albert Camus? Mai sentito? Il mondo all'improvviso sembra molto più grande.
[Nick Hornby]

Duemilasette

2007, [cliccateci sopra per ingrandire]

Puntuale come ogni anno arriva di questi tempi quell’odioso finto buonismo imperante (cagatevi in mano e prendetevi a schiaffi, solo perché siete finti, non perché siete buoni), spuntano anche le immancabili classifiche musicali che riassumono l’anno che sta per terminare. Io di sicuro non riesco a farne a meno.

Ma come, in tutti questi mesi, non sei riuscito a trovare 20, dico 20, dischi che ti abbiano entusiasmato tanto da inserirli in una classifica di fine anno? No.
Anzi, vi dirò di più. Uno di questi sarebbe potuto essere, non tanto perché questo sia stato un anno deludente, Happy Hollow dei Cursive, che è un disco del 2006. Così come in quella del prossimo anno. E di quello dopo ancora. Perché l’album di Tim Kasher è un disco fondamentale ed epocale per il sottoscritto.
Eisenberg scriveva e io cito a memoria, quindi sicuramente sbaglio: “Ascoltare un disco è come assistere ad una seduta spiritica, dove ognuno evoca i propri fantasmi”.
Allora ecco le emozioni musicali (e non solo, non lo potrebbero mai essere) di un intero anno.

I Wilco hanno, come al solito, dato la merda a tutti. Con un disco stroncato da Pitchfork (perché probabilmente troppo classico e poco sperimentale nei suoni), sito che va molto in voga tra noi studenti-lavoratori giovani e ribelli... Una nota di merito, quindi.
Ha un tratto in comune con l’opera degli Okkervil River, trasmette la stessa sensazione. Solarità. Evento che, per due soggetti come Jeff Tweedy e Will Sheff, è un po’ una congiunzione astrale.
Del disco di Eddie Vedder ne ho già scritto; qui dico solo che c’è senza pregiudizi. Perché è un bellissimo disco folk. Perché la sua voce è come sempre per me accogliente, la voce di un amico che è sempre un piacere sentire. Sensazione di calore e sicurezza. Essere a casa.
Nonostante ciò che si millanta in giro, ovvero di una mia presunta passata infatuazione per O.C., Jacob Golden non l’ho scoperto grazie alla colonna sonora del telefilm. Mi si è presentato davanti come un pugno in faccia, cercando di Elliott Smith (che iddio lo abbia in gloria). Ascoltandolo capirete perché. Un vero gioiello, intimo e triste.
Non triste quanto i testi, i soliti da vero e alto narratore e da mandare giù a memoria, dei Bright Eyes; ma Conor Oberst lo conoscevo ed amavo già. Sapevo che non avrebbe potuto ripetersi nella perfezione di I’m wide awake..., ma è stato molto più di una semplice conferma.
I Two Gallants ho paura che faranno sempre lo stesso disco, ma quegli arpeggi nervosi sono stati compagni di lunghi momenti.
Così un po’ come avviene ormai per le composizioni del collettivo canadese dei Broken Social Scene, capitanato sempre più da Kevin Drew (questo dovrebbe essere considerato un po’ il suo disco solista), nel cui disco però ci sono alcune perle di cui pochi sembrano essersi accorti.
All’opposto c’è la nuova creatura di Damon Albarn, i The good, the Bad & the Queen, spiazzante e per nulla immediata. Nota ricchiona: vorrei essere bello come l’ex giovine sbarazzino di Leytonstone.
Insolito un po’ come il disco dei Menomena, che però è meno oscuro, quasi divertente. E Wet and rusting (mp3, tasto destro. da qui), con la sua batteria sincopata, mi ha fatto muovere il piedino a tempo innumerevoli volte.
Boxer dei The National contiene invece una canzone come Fake Empire, che ho ascoltato più di quanto previsto dalla Costituzione. Anche molto di più.
I Rogue Wave forse li ho semplicemente ascoltati molto. I Sigur Rós ci sono non solo per l’ep che ripropone alcuni brani in chiave acustica, altri li riarrangia, altri li presenta nuovi di zecca, ma soprattutto per il dvd che ripropone l’avventura del tour islandese, suonato in contesti meravigliosi ed evocativi, quanto la loro musica.
Bishop Allen è stato un raggio di sole, gli Spoon il perfetto gruppo pop.
E gli Arcade Fire? Stending ovèscion. L’epicità di alcuni passaggi, il rock come solo Springsteen sa fare, una cascata di suoni, piano ed archi nel finale della splendida Ocean of noise. Tensione alta e costante. Il disco dell’anno. Forse.

- Concerto dell’anno: Damien Rice, Roma
- Disco più rivalutato del 2006, ma-chi-me-l’avrebbe-detto-mai: sì ancora lui, 9, Damien Rice
- Canzone dell’anno che più mi ricorda del mio ammore: I’m a soldier, The Afghan Whigs. Più che altro un tormentone
- Canzone che mi ha più rappresentato: Either way, Wilco (leggetevi il testo)
- Disco che piace a tutti però che palle a me riesce ad annoiarmi: In rainbows, Radiohead
- Canzone più intensa ed emozionante dell'anno: All I need, Radiohead
- Quella che in macchina mi ha fatto cantare di più a squarciagola: Four winds (mp3, tasto destro. da qui), Bright Eyes


Ma come, non hai messo quello, hanno fatto un disco della madonna?! Eh, scrivetelo voi, ché non mi viene il nome...
Ma come, e i You broke my balls, con cui hai rotto le balle tutto quel tempo? Oh, lo sapete che sono instabile. Magari scorrendo la lista lo ritrovate pure.

In rigoroso ordine sparso e confuso (ma non troppo).


1_ Sky blue sky, Wilco / Neon bible, Arcade Fire

3_ Cassadaga, Bright eyes

4_ Into the wild (o.s.t.), Eddie Vedder

5_ Revenge songs, Jacob Golden

6_ The stage names, Okkervil River

7_ Boxer, The National

Spirit if..., Broken Social Scene presents Kevin Drew _ s/t, Two Gallants _ The broken string, Bishop Allen _ Asleeep at heaven’s gate, Rogue Wave _ s/t, The Good, the Bad & the Queen _ Ga ga ga ga ga, Spoon _ Friend and foe, Menomena _ Hvarf/Heim + Heima (dvd), Sigur Rós

Post di servizio

Ho aggiunto molte cose al post precedente.
Ma con chi sto parlando?

Christmas card from a hooker in Minneapolis


E tu, cosa hai ricevuto? Notizia che tutto il mondo sicuramente attendeva con trepidazione. Quindi, sigla del tiggì e tadaaaa:

- un portafogli. voi sapete bene quanto ne avessi bisogno... grazie.
- una sciarpa, dal genio assoluto del mio collega che, senza volerlo, l'ha messa in una busta con su scritto happy birthday.
- brufoli a non finire, grazie alla mia dieta composta esclusivamente da dolci, fritture e frutta secca
- una marionetta di Paperino, dal mio amico che si era sorbito i miei attacchi di nostalgia per i nostri vecchi giochi infantili e conseguente imitazione ossessiva del papero. Oh, ognuno ha gli amici che si merita.
- il singolo natalizio dei Peggèm, o meglio, per ora, gli emmepitre (grazie ai ragazzi di Red mosquito); sicuramente quello più inaspettato
- un libro ed un ciddì, dalla persona che, guarda un po', mi conosce meglio e mi vuole più bene
- l'ennesima conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, del fatto che il sottoscritto e i membri, di ogni ordine e grado, della mia famiglia viviamo su mondi lontanissimi
- at least, but not the last, il regalo che ho fatto a me stesso: non fumare da ben tre giorni, nemmeno una sigaretta

Illusioni

No, il titolo non è una di quelle sparate autocompiaciute sulla vacuità del natale consumista bla bla bla. È molto peggio, è un titolo a la Flickr. La luminaria in realtà è distante molti metri dalla chiesa, ma siccome fondamentalmente non avevo un cavolo da fare, ho pensato bene di perdere alcuni secondi a farla coincidere con i bordi del rosone.
Eh, lo so, probabilmente sarei dovuto rimanere a studiare, ma sono troppo stanco mentalmente ed ho bisogno di riposo.

E la mia capacità di essere sereno in questi giorni dipende dalle distanze. Troppo vicina la famiglia, troppo lontana lei.


[photo by dufresne_as usual, cliccateci sopra per ingrandire]

Fasten your seatbelts


Rallenty. Qualcosa di sospeso. È il senso di straniamento ed alienazione. È l’interiorizzazione di un dramma vissuto sulla pelle di un adolescente, che non trova schemi e strutture interiori ed acuito dal senso di solitudine e la mancanza di punti di riferimento adulti, si perde.
Un salto nel vuoto. Quello interiore ed emotivo. Non c’è redenzione o speranza, questa è l’amara considerazione e visione di Van Sant. L’analisi delle giovani generazioni è spietata, quanto purtroppo reale, e la perdita dei valori è il minore dei mali.
Certo, il film ti lascerà una sensazione di allegria come potrebbe lasciartela solo assistere ad un concerto dei Radiohead, leggere le pagine di Sartre o lo scoprire che nella busta paga quest’anno non ci sarà la tredicesima, ma questa è un’altra storia. Gus è un artista, è un pittore del cinema, questa è arte visiva e gioia per gli occhi. Lascia quasi sempre alle immagini il compito di raccontare questo distacco dalla realtà e disinteresse per quello che avviene ad un centimetro di distanza, seguito dal ripiombarci violento ed improvviso, non voluto. Come nell’ormai famosa scena-della-doccia, pochi minuti che saranno per sempre impressi nella mia memoria.
E quando sono partite le canzoni di Elliott Smith, sarà ché avevo la loro età, ma il cuore l’ho sentito bloccarsi ed il respiro andare in apnea... Nessuno è pronto, nessuno può esserlo.

Smetto quando voglio


Nell’attesa di vedere Paranoid Park e dell’immancabile classifica di fine anno, vi posto un link tanto inutile quanto dilettevole, facendovi notare che è circa un’ora, in preda ai deliri da torcicollo, che gioco con Win Butler.
Giusto per farvi capire che ragazzo problematico io sia...

Paint it black


Perché nessuno mi ha avvertito quando i Sigur Rós e Bansky sono passati da queste parti? Eh?

[pics by dufresne_clicccateci sopra]

Finalmente...

...Ra-ta-touiiiiiille.
Il ratto (vabbè, il topolino) che suona la saliera è già diventato un mio must.
Riproposto ad intervalli di circa due-tre minuti.



[Grazie Peter, anche per il film]

Mi troveresti questo disco? (cit.)

Per scoprire dei tesori ci vogliono passione, curiosità o fortuna. Oppure un amico pieno di passione e curiosità per la musica. Così, grazie al nostro mattacchione Pietro, siamo riusciti ad assistere ad un evento tanto particolare, quanto emozionante. Il concerto, per pochi intimi a dire il vero, di Ivana Gatti e Gianni Maroccolo. Vedere quest’ultimo schiacciare il piede sul pedale del compressore o lanciarsi in assoli pieni d’entusiasmo mi ha riportato in mente momenti amarcord che non vi dico, roba da occhi gonfi e lacrimoni. Ovvero il sottoscritto adolescente che provava con i suoi compagni d’avventura le cover dei Fugazi, un animo che aveva ancora molto da imparare dalla vita, ma soprattutto che non cadeva mai in piedi.
Il concerto si è mosso toccando le corde dell’elettronica e del rock, unendole insieme in una commistione di suoni che crea un equilibrio assoluto tra i due generi. L’uno non offusca mai l’altro, tenendo sempre alta la tensione e soprattutto, anche negli episodi in cui le atmosfere si dilatano di più e i tempi si allungano, senza mai annoiare per un solo istante. Difficile poi con quella voce così virtuosa e quel basso, un pezzo autentico di storia della musica indipendente italiana, che ti trascina nei suoi territori con una grinta ed un’energia che non mi aspettavo.
Come non mi aspettavo, quando siamo usciti, guardarci negli occhi e scoprire che le sensazioni sono state le stesse.



Grazie Peter, anche per il kebab; anche se, unito alla mia dieta recente, ha fatto sentire i suoi effetti sul mio viso e sul mio metabolismo, che credo ne risentirà fino alla primavera del duemiladodici.


Un minuto di silenzio.

È spirata la mia connessione, da giorni ormai. Naturalmente poi i tecnici di Lib*ro non si degnano di rispondere al telefono. Giorni festivi, prefestivi, lavorativi, poco importa; il risultato è, ovviamònt, sempre lo stesso. E io, mentre con immensa gioia sto pagando per un servizio di cui non usufruisco, mi rivolgo a voi, sfruttando altrui connessione, e scrivendo rigorosamente a gratis questo pensierino di Natale.
Mi sono sorbito politicanti vari sparlare tutto il giorno dai loro privilegiati salotti televisivi su un argomento ignorato per ben novecentoottanta morti bianche. Ora che se ne aggiungono quattro molto più spettacolari, si rivolgono agli italiani -popolo noto per guardare gare automobilistiche con la recondita speranza di vedere qualche incidente alla partenza-, riempiendo le loro bocche ed il loro ego di inutili buoni propositi e finte espressioni contrite. Gli stessi politicanti che la domenica vanno sempre in chiesa a battersi il petto. Ignorando probabilmente il fatto che, se Dio esistesse veramente, avrebbe già mandato all’inferno le loro inutili teste di cazzo.
Amen.

Chiamatemi tom tom

Voglio dire, se mi vedi uscire la mattina presto di casa, con l'espressione di quello che si sta domandando il proprio nome per vedere se è sveglio veramente, non puoi pretendere di essere aiutato chiedendomi indicazioni stradali per arrivare fino al Circo Massimo. Tanto più che il Circo Massimo si trova dall'altra parte della città. Probabilmente, ignaro ed incauto turista, non sai che io sono riuscito a rispondere qualche tempo fa -colto da inspiegabile ed improvvisa amnesia*-, a chi mi chiedeva dove fosse una certa via, Mmmh, I'm quite sure this street is somewhere around this place, but, sorry, you'd better ask someone else. Tanto erano spagnoli, mica si saranno accorti del mio inglese alla Rut*lli?! Peccato che in quella via ci sono stato per cinque anni, praticamente tutti i giorni. C'era il mio liceo.


* Voi che mi conoscete bene e che vorreste lasciare un commento veri sympa, scrivendo che è piuttosto una costante, non fatelo. Tanto lo sappiamo bene, ma rimanga tra noi, che è così.

E tu, cosa hai fatto negli ultimi dieci giorni?


[cliccate sulla foto per ingrandire]

What do you get if you add 2 to 40? Oh, sono pigro...


Può essere un sottofondo alle tue giornate, ai tuoi amori, ai tuoi umori. Puoi viverla anche molto più intensamente, facendola diventare la cosa più importante della tua vita. Poi cresci e le priorità in parte cambiano. L’amore vero, gli amici -quelli veri, che si contano sulle dita di una mano-, un lavoro (possibilmente appagante), una casa (possibilmente accogliente). Ma tutto quel terremoto interiore che ti ritrovi lo puoi soddisfare solo se c’è anche lei a farti compagnia. Sarà causa di lacrime, sorrisi, urla e balli sfrenati. Sarà che per noi non sarà mai un sottofondo alle nostre esistenze.
Dicono che la musica puoi capirla veramente solo se l’hai suonata almeno una volta nella vita. Non credo sia così, anche se io ho avuto questa fortuna. La musica è arte e nobile espressione, principalmente delle ansie e delle urgenze di ognuno di noi. Puoi ascoltarla, puoi suonarla, puoi scriverne.
Oppure puoi aprire un’etichetta discografica, indipendente.

Uno degli eroi che si è lanciato in questa splendida avventura –che poi è sempre stato il mio sogno, ma io non ho così tante palle e competenze-, è un ragazzo con cui ho semplicemente parlato un giorno, per una mezz’oretta, di grandi concerti, organisti animaleschi e riviste musicali.

E questa è la loro 42 records. Ascoltate la compilèscion con la quale si presentano al mondo, sostenete i loro artisti.
Già circolano le voci di una Colu**ia disperata che sta per licenziare Bob Dylan. I Radiohead che faranno uscire i loro prossimi dischi con loro, ma li consegneranno personalmente porta a porta, chiedendo solo la mancia. La E*i che preme sulle Spice Grrrls per farle sciogliere. Tremano i palazzi.
A quando le spillette?
Intanto applausi.
E un grazie a loro, ché vedere tutta questa passione ed amore per la musica è pura gioia.

p.s. Io ho già i miei preferiti: i København Store [in alto a destra, l'mp3; il disco, il quattordici febbraio] .

Guardarsi allo specchio

Giacomì, rassegnati. Non basterà il nuovo taglio di capelli ggiovane. Né basteranno le converse ai tuoi piedi o riempire il lettore con la discografia completa dei Cursive. Ché quando ti fai crescere un po’ di barba quel nonsoché di Chuck Norris ce l’avrai sempre. E non è bello.

Rome wasn't built in a day e altre frasi fatte

Anche se la mostra di vrattatatata-taa-gauguin non ha rispettato tutte le aspettative -ma la sua vita e gli aneddoti che la riguardano varrebbero da soli il prezzo del biglietto (frase fatta namber uàn)-, camminare per le strade della nostra città ha riservato confortevoli conferme, che a volte sono meglio delle sorprese (frase fatta namber tù).
Anche se da queste parti le stelle non sono poi tante, non serve alzare molto in alto gli occhi per rimanere incantati. Nella serata più gelida dell'anno neanche tutto il grasso ormai accumulato nel mio corpo, più precisamente nella zona tra pube e petto, è bastato a riscaldarmi; sembra serva solo a rendere la mia silhouette elegante come un salvadanaio a forma di culo e la-fessura-proprio-lì e il mio corpo agile come uno scoglio. Nella serata più gelida dell'anno muoversi tra una meraviglia che mi camminava accanto e le altre ferme lì intorno da secoli è bastato per riempirmi il cuore. Come sempre ad una sua risata od un suo sguardo.
[Aggiungete qui una delle tante foto che avrei dovuto fare quella sera].

Anestetico per l’anima

Dopo la guerra preventiva e gli spari preventivi, ecco a voi, siòre e siòri, la critica preventiva. Ho già deciso, quello degli Eels a marzo sarà il concerto più intenso del 2008. Domani comprerò il biglietto, prima di andare, finalmente, a vedere con i miei amici she don’t lie, she don’t lie, she don’t lie, Gauguin. Faccio scorta di buonumore; qui è arrivato l’inverno, senza l’unica cosa che potrebbe renderlo una stagione sopportabile: la neve. Certo che sperare di vedere la neve a Roma è come aspettarsi che un giorno il tuo capo al lavoro venga a dirti grazie per il culo che ti fai tutti i giorni. Ma noi, anche se disillusi, saremo sempre dei sognatori ed inguaribili romantici.

Good news for people who love bad news

He's back.
Tell a friend.

Bravi, bene, vi siete scelti proprio un bel leader del cazzo (cit.)

Mio cognato è un artista.
Giovanni, all'invidiabile età di ventiquattro anni, è già compositore, attore, fine paroliere, polistrumentista vocale e, ahinoi, prossimo a popolare una categoria già di per sé inutile, quella degli psicologi - sì, lo so che i laureati in Scienze Politiche sono ancora più un peso per la società, ma non c'entra ora -. Ma soprattutto è un ballerino dalle movenze invidiabili, roba da far invidia a lui.

Questa invece non è nient'altro che una petizione on-line, come ce ne sono tante in giro per la rete. Petizioni che, è cosa nota, sono palesemente inefficaci, come quelle per un Parlam**to "pulito" o per chiedere ad un qualsiasi gruppo musicale di venire in tour in Italia al più presto. Ce n'è anche una che richiede a Ben Gibbard di suonare in acustico nel salotto di casa mia.
Tutto questo per convincere il giovine a rendere pubblica la sua opera d'arte più grande, ovvero la ripresa del suo ballo scatenato sulle note di Stella Stai di Tozzi (canzone che è, parafrasando Peter, il più grande successo dopo Easy Lady - che si potrebbe tradurre con sciacquetta - di Ivana Spagna).
Amica telespettatrice, cosa sta aspettando? Rispondete numerosi al mio appello!
Tipo che voi due-tre lettori potreste firmare nei commenti, usando nomi falsi, anche quattrocentocinquanta volte, stile primarie del PD. Ma non ve l'ho suggerito io, eh.

Giovanni, all'invidiabile età di ventiquattro anni, è già compositore, attore, fine paroliere, polistrumentista vocale e, ahinoi, prossimo a diventare psicologo. Ma soprattutto è un ballerino dalle movenze invidiabili.
Giovanni, in tutto questo, è un leader.

Mi sarei anche potuto fermare un attimo...

Per dirti che considerazione ho di te, ma non l'ho fatto.
Tanto non mi avresti capito. Però un bel ma vafangulo qui te lo scrivo volentieri.

- a te vecchia signora, che con il plauso compiaciuto dei presenti - e lo sdegno del solo sottoscritto - ti sei lasciata andare ad un bel mandateli tutti a casa 'sti ladri, alla vista di due Carab****ri che hanno chiesto i documenti ad un ragazzo che camminava per i cazzi suoi e ignorando, insieme a molte altre cose, il fatto che il suo aspetto da cittadino dell'est europeo non fa necessariamente di lui un delinquente.

- a voi che, in aula durante la lezione di Sociologia, vi mettete a fare domande inutili, solo perché lui è molto fotogenico (testuale: fotogenico), quindi conviene mettersi in mostra ché poi all'orale si ricorderà sicuramente di te.

- a te che in un luogo di lavoro ti metti a fare (con tutta la cattiveria che facilmente riesci a trovare) i dispetti, nonostante la tua età fanciullesca sia passata sicuramente da almeno una novantina d'anni, rendendo così l'ambiente sempre più deprimente.

- a voi che le permettete di farlo.


Oh, sò soddisfazioni pure queste


Mentre ieri guidavo in giro per Roma, una volta tanto mezza vuota, mi sono fermato al semaforo mentre lo stereo vibrava alle note di How we operate, una canzone di cinque ragazzoni d'Albione. Musica che arrivava alle orecchie di due adolescenti, una delle quali ha richiamato l'attenzione dell'altra, esclamando Oh, i Gomez!, con tanto di sorrisone ammiccante.
Generando così in me una piacevole sensazione, del tipo ma allora nelle nuove generazioni c'è qualche speranza, fino a quando ho scoperto che quella canzone fa parte della colonna sonora di una di quelle tante serie televisive popolate da medici, che vanno molto di moda e che mi appassionano ed emozionano come un comizio di Rom**o Pr**i. In breve tempo quella sensazione di immotivata allegria (fortuna che ho ben altro a farmi felice) ha lasciato il posto ad una spiacevole convinzione: molto probabilmente li hanno conosciuti così.
Altro che soddisfazioni.
.
p.s. i ragazzi di Via Chicago hanno rippato il webstream video del concerto dei Wilco al Voodoo Festival di New Orleans del 28 ottobre. Qualità ottima e, come al solito, grande interpretazione.
Misunderstood, War on War, You Are My Face, Side With The Seeds, I am Trying to Break Your Heart, Handshake Drugs, Shot in the Arm, Impossible Germany, Too Far Apart, Heavy Metal Drummer, Jesus, Etc, Walken, I’m the Man Who Loves You, Hummingbird, I Hate it Here, Red Eyed and Blue, I Got You, Casino Queen, Outtamind (Outtasite), Encore: Hoodoo Voodoo

We might die from medication, but we sure killed all the pain

Il titolo di cui sopra che cita Conor Orbest è solo per sviare l’attenzione e la curiosità, perché, ebbene sì, mi ritrovo per l’ennesima volta (già immagino i vostri commenti, è come se li sentissi sussurrare ora nelle mie orecchie, cose del tipo: eccheppalle!) a scrivere di “Into the wild”. Questa volta del film.
Sean Penn -stending ovèscion- è uno di quelli che camminano tappeto rosso della passerella come fosse la cosa più naturale al mondo, senza risultare né snob o arrogante, né tantomeno indifferente. E prima di entrare in sala si spegne pure la sigaretta sotto la suola della scarpa per non gettarla sul tappeto, un signore. Mentre qualche stelletta stava ancora probabilmente a farsi fotografare regalando falsi sorrisi e pose di profilo per risultare più magre negli scatti. Ecco, ora che mi sono giocato la carta del commento sagace così all’inizio (maledetta fretta), alla fine avrei poco da dire. In fondo i commenti sul film si potrebbero riassumere in poche semplici parole: Emile Hirsh è bravissimo, Sean Penn un genio e le canzoni di Eddie Vedder sono molto più di una colonna sonora, aiutano anche loro a raccontare questa meravigliosa storia di un giovanissimo e brillante studente della provincia Americana. Quella di Chris McCandless, più che una fuga, è una ricerca. La ricerca di un suo posto nella società che non vuole accettare e condividere e più propriamente la ricerca della felicità in senso assoluto: quella della verità che è sempre mancata nella sua vita.

Nel suo cammino riesce a commuovermi, mischiando i miei sentimenti al dolore, ammirazione, rabbia, senso di quiete. Per poi pietrificarmi dal disagio di fronte al suo sorriso sereno quando appare sullo schermo un suo autoscatto che lo ritrae quando ormai si trovava nel posto che non avrebbe, senza volerlo, abbandonato mai più. Disagio per la sua espressione di felicità, in una condizione che probabilmente mi avrebbe schiacciato con il peso di una decisione di estrema solitudine e nella consapevolezza di una sfida così grande. Nella rinascita che intraprende e nel percorso di crescita interiore, proposti come metafore anche grazie ai compagni di avventura che conoscerà, arriva, scontrandosi con le difficoltà della vita e le sue ingenuità, a capire molti aspetti dell'esistenza. E a farmi passare metà del tempo ad asciugarmi le lacrime.
Happiness is only real when shared.
The cash machine, is blue and green
For a hundred in twenties and a small service fee
I can spend 3 dollars and 63 cents
On diet Coca Cola and unlit cigarettes
I wonder why we listen to poets and nobody gives a fuck
How hot and sorrowful this machine begs for luck
[Ashes of American Flags, Wilco]

Si-ur rose

Mi sono messo nel letto ascoltando con il lettore emmepìtre i Sigur Rós. Nonostante il sonno, o forse è proprio quello che mi toglie lucidità, penso bene di alzarmi per farvi partecipi di un pensiero ricorrente nella mia testa in questo momento: che la mia canzone del giorno è sicuramente Glósóli, con il suo crescendo finale che è un pugno nello stomaco ed una carezza sul tuo viso.
Un muro di chitarre che sa essere anche dolce. Un muro di suono pieno di melodia.
È tutto quello che vorrei essere.

Per chiudere in bellezza, una foto solare dei miei eroi.

Not yed rusted

Quei geni di La Blogothèque, con i loro take-away shows, dopo il video più bello degli ultimi anni, ovvero gli Aracde Fire che suonano in un montacarichi Neon bible (con tanto dell’altissimo Richard Parry che tiene il tempo strappando le pagine da una rivista) e Wake up direttamente in mezzo al pubblico del concerto, ci regalano quest'altra perla: i Menomena che improvvisano Wet and rusting (eh, le batterie sincopate... sospirone) in un cortile. Con due ballerini minuscoli che spuntano a metà video; non perdeteveli, sono dolcissimi.

[cliccate sul video per farlo partire, o andate qui]

Visto che noi la sappiamo lunga...

...non poteva certo sfuggirci la notizia più entusiasmante di questo autunno del cazzo, ovvero l'uscita della nuova nefandezza di Gigi D'Ale**io, sotto forma di singolo dal titolo "Non mettermi in croce".

- Se, vabbuò: "Nun m' levà 'a salute"...

- Sì sì, e poi uscirà: "Nun me rompe li cojoni"!
Ah, ho notato che, con il Mac, il blog oltre ad essere impaginato malissimo, ha il carattere del testo di una dimensione esagerata e, dato che non mi faccio mai mancare niente, non vengono neanche visualizzati i link all'interno del post. Chiedo venia ai miei millemila lettori. Ehm, scusa Piè...

Our life is not a movie, or maybe

Periodo con mancanza di entusiasmo. Stanno passando treni arrugginiti su cui salgo con equilibrio precario. Per una telefonata che non arriva, decisioni pesanti sul mio futuro lavorativo ed un traguardo che sembra ancora troppo lontano. Allora, visto che in questo periodo ho bisogno di certezze, ho deciso di circondarmi di tutto quello che può servire allo scopo. Mi sono così immerso, insieme a lei (come potrebbe mancare, lei, negli eventi più importanti della mia vita?), nella visione del dvd dei miei fratelli, per poi scoprire che un film di redenzione riesce puntualmente a commuovermi e a farmi riflettere, anche se l’avrò visto un milione di volte. Colori vivaci e accesi, mancava solo la favola del pesciolone, sempre capace di emozionarmi. Tutto questo, una scossa e sentirmi vivo. Il cuore non è solo un muscolo. Ora accendete le luci, la vita non è solo un film.

Rivelazioni

Ti guardi allo specchio, ti vedi stanco e mediamente scazzato. Poi un’occhiata alla televisione e, tadaaaaaaaaa, c’è Maurittio Cottanto, o meglio tutto quello che gli gira intorno. E ti accorgi che in fondo sei migliore di quello che pensi. Ti basta un secondo, non c’è nemmeno bisogno di aspettare il trenino.

Into the wild again


Lo ascolto ogni giorno, trentatrè minuti in apnea. Abbastanza per arrivare alle seguenti conclusioni: è un disco di splendide canzoni, piccoli gioielli folk, che a volte sembrano solo abbozzate, presentandosi come meravigliose opere incompiute, semplicemente perché sono legate a doppio filo alla vicenda narrata nel film. È una colonna sonora, che sembra quasi voler essere imprescindibile dalla pellicola; se ne respira l'aria, il senso di precarietà e di introspezione. Queste canzoni sono un viaggio nell'anima, come lo è stata l'avventura di Chris McCandless Ed io me ne sono perdutamente innamorato.

Radio Free Europe


Ogni blog del pianeta ne ha parlato, dal cocktail-blog, all'indie-blog. Potevo esimermi io dall'ultimo trend blogghesco? Ho usato la parola blog quattro volte, ora cinque, in due righe; voglio un applauso. I Radiohead se ne escono con un disco nuovo, dando l'annuncio in punta dei piedi, sul loro blog (e sei...), senza promozione, senza etichetta. Decisione sicuramente coraggiosa quella di non vincolarsi a nessuna casa discografica. Ma di rivoluzionario credo ci sia poco, perché le regole del mercato non cambiano così facilmente, anche se un bel calcio l'hanno ricevuto. Perché mettono gli mp3 sul sito, tanto lo sanno bene che sarebbero circolati in rete; anzi, potrebbero anche guadagnarci qualcosa con l'offerta libera. Ed i concerti costeranno sempre tanto. Poi il cd uscirà nei negozi, altrimenti farebbero un danno a tutti gli appassionati di musica, visto che gli mp3 sono di scarsa qualità, soprattutto per la loro musica. E perché conviene loro, altrimenti dovrebbero cercarsi un lavoro.
Cosa c'è di tanto clamoroso? Beh, ho avuto sempre grande ammirazione per le loro scelte artistiche, così anche per questa iniziativa. Nonostante l'aria da intellettualoidi che si sono dati ultimamente. Ah, scusate, avrei dovuto dire cosa ci fosse per me di clamoroso: il coraggio. Scusate se è poco.

Il terzo stato

Disoccupati, d'autunno si sta, come le foglie per terra a marcire.
Questa è la condizione che probabilmente segnerà il mio prossimo futuro. Possono togliermi tutti i diritti (grazie sinistra riformista che non-si-può-solo-dire-no-ancor-meglio-facciamo-i-buonisti-free-i-monaci-buddisti-però-anche-i-co.co.pro., mi ricorderò di te), ma ci sarà sempre qualcosa sulla quale posso decidere solo io: la mia dignità. Tutto per colpa di una vecchia con le sembianze di tartaruga, che non vi sto qui a spiegare come si è permessa di trattarci. Tutto per colpa di una vecchia che è sempre stata sola, lontana da tutti, e così si merita di essere.
Perché soli d'autunno si sta, come le foglie per terra a marcire, lontane dagli alberi.

Il ministero dei casi speciali

Di Nathan Englander. L'Argentina, gli anni bui e la libertà. Il prossimo libro che leggerò, dopo averlo scoperto grazie ad una recensione presente su una nota rivista per lobotomizzati, Van**y F**r. Roba da spettatore medio di Lu*****lo.
Vabbè, intanto vado a comprarmi una cosetta...
.
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Argentina, 1976. La "guerra sporca'. la 'junta' militare, i primi 'desaparecidos'. Kaddish Poznan è l'unico fra gli eredi degli appartenenti alla Società dell'Impulso Generoso, che un tempo riuniva prostitute e ruffiani ebrei di Buenos Aires, ad ammettere le proprie origini di 'hijo de puta'. Gli altri discendenti dell'ignominiosa combriccola lo pagano perché penetri di notte nel cimitero ebraico a cancellare i loro ormai onorati cognomi dalle lapidi. Questa simbolica cancellazione del passato assume tragici connotati di realtà quando Pato, il figlio studente di Kaddish e di sua moglie Lillian, viene prelevato dalla polizia e scompare in un buco nero che sembra inghiottire ogni traccia della sua esistenza. Comincia così la ricerca dei due genitori, prima affannosa, poi estenuante, infine disperata, man mano che davanti ai loro occhi si dispiega l'agghiacciante realtà di una dittatura che cancella le persone come se non fossero mai esistite. Lungo il percorso i due si rivolgono in cerca di aiuto a una serie di personaggi già conosciuti che rivelano il loro vero volto: la moglie di un generale che culla tra le braccia un bambino rubato; il chirurgo plastico che offre a entrambi un naso nuovo e a Kaddish un'informazione che nessuno vorrebbe mai ricevere; un ambiguo prete cattolico e un rabbino spaventato e impotente; un "navigatore" testimone e complice dei "voli della morte"... Per approdare infine al Ministero dei casi speciali, luogo surreale, kafkiano, dove vanno a infrangersi le speranze dei parenti di tutti i desaparecidos.Questo romanzo è il primo dell'autore della fortunatissima raccolta di racconti "Per alleviare insopportabili impulsi". Nathan Englander racconta una storia terribile e carica di pathos, in una scrittura che si colloca nella tradizione di Gogol e I.B. Singer, mescolando il tragico all'assurdo, il comico al grottesco, con grande forza e profondissima umanità. [da Bol.it]

Yogurt

Non ricordo nemmeno come fosse nata la discussione, so solo che me ne sono uscito con un "noo, sarebbe troppo frustrante per me rimanere a casa a fare il casalingo, mentre la mia ragazza se ne va al lavoro; ho bisogno di sentirmi realizza..". Ancor prima di riuscire a dire il "to", e sicuramente ignorando tutto il mio rispetto per le donne, una mia collega mi ha rimproverato sostenendo che se ci sono state così tante donne costrette a farlo per secoli, avrei potuto farlo anche io. Praticamente pensava fosse scandaloso che io mi lamentassi. Tutto questo senza che riuscisse a spiegarmi due elementari cosette. Perché dovrei espiare io le colpe degli altri? Cos'è, una specie di peccato originale che mi devo portare sulle spalle?
Certe volte vorrei essere cinico, così le avrei risposto con due elementari conclusioni, per la gioia di tutte le femministe. Probabilmente era in quei giorni lì. Sicuramente scopa troppo poco.
Putroppo, o per fortuna, non sono uno stronzo.

Ice-cream eating mo fo.

Non è, per me, né la pioggia, né il freddo a segnare la fine dell'estate. È quando non ho più voglia di gelati che si mette male...

So, the 2007 Best name for an ice-cream award goes to (trrrrrrrrrrrrr... ehm, sarebbe un rullo di tamburi): the Kinde'! Sì, scritto proprio così e messo ad indicazione di un invitante gelato. Non capendo il cartellino, chiedo:

- Mmh, che gusto è quello?
- Er Kinde'. C'è er cioccolato bianco, er cioccolato nero... come oovetto Kinde', no?!

Nostalgia, nostalgia canaglia, che ti prende proprio quando non vuoooi...

chevelodicoafare. vita logos. 1994.

Giorni fa cercavo di mettere ordine tra le mie vecchie musicassette, impresa improbabile ed anche un po’ insensata. Mi sono ritrovato tra le mani un mondo, piccolo e sicuramente antico. Non le rimpiango; i rimpianti li lascio per le cose che avrei potuto fare. Comunque nostalgia tanta, anche perché sono per natura malinconico. Ricordo ancora l’attimo esatto in cui la mia autoradio esalò l’ultima nota, con conseguente reazione inconsulta del sottoscritto, roba da film apocalittico di cattivo gusto ammeregano. Ma in questo caso il lieto fine non c’è stato, lo stereo non si è ripreso mai più. Le ho provate tutte: le imprecazioni, la violenza, le preghiere, la comprensione. Ed invece se ne è rimasto così, con la cassetta dei Turin Brakes incastrata tra i suoi meccanismi, portandosi via tutti quei gesti, quasi sacri: controllare la durata del ciddì, prendere la cassetta da novanta, ché tanto se avanza spazio ci infilo pure l’ep e vafangulo, premere circa trenta tasti e stare attenti che non cominci a registrare alla cazzo nell’altro lato. Le cassette da allora sono rimaste a prendere polvere nella libreria. Tutte quelle custodie con i loghi dei gruppi riprodotti il più fedelmente possibile, da quando avevo undici anni. Mini opere d’arte in quell’epoca semi-analogica. Tra loro il gioiello più prezioso: la cassetta del Monkeywrench, registrato direttamente dalla radio. E via di lacrimuccia. Poi sono venuti fuori tutti quegli scheletri nell’armadio (anzi, nella libreria), che tenevo lontani dai miei occhi e dai miei ricordi. C’è tutta la cattiva coscienza dell’indie rocker, cose che voi umani... Allora nascondo le mie spillette indie-fighe, metto le Converse nella scarpiera, trattengo il respiro e faccio outing:

- Ho una, solo una giuro, cassetta di Queen.
- C’è anche 2Pac. Sì, proprio lui, il rapper.
- Per non parlare dei Poison. Neither the dogs, manco a li cani.
- Perché ci sono i Modena City Ramblers? Sicuramente qualcuno si è introdotto di nascosto in casa e...
- Ho una collezione a dir poco imbarazzante di gruppi metal. Shame on me.
- La perla: il primo disco di Gianluca Grignani... modestamònt.
- Oggesù, c’è Vasco Rossi.
- Vi ricordate di una canzone dei Babylon Zoo che non sia la loro orrenda Sapceman? Io no. Però ho il loro disco...
- At least, but not the last: i Green Day. Kurt Cobain è vivo e lotta con noi.

Per chi non lo avesse capito, questo è un blog

Lo ammetto, credevo fosse più facile; o semplicemente mi sono sopravvalutato. Lavorare (tra l’altro questo mese sto campando con 100 eurini in meno nella mia busta paga, grazie ad un errore della signora della contabilità, da noi ormai ribattezzata per praticità quella grandissima zoccola) e poi tornare a casa per studiare è facile quanto scalare l’Everest d’inverno. Mancano le energie e manca il tempo. Tempo poi sottratto alle passioni: la musica, i libri, i film, le mostre. Cose stupide ed inutili.

Non è che qualcuno avrebbe delle ore da prestarmi?

I now walk into the wild


Sarà stato il 1996 quando ho intuito per la prima volta che Eddie Vedder fosse fatto di carne ed ossa. Avevo sedici anni, quando scese per la prima volta sulla terra. Allora pensavo che il suo appello cago e puzzo, sono reale, unisciti al club, non mi riguardasse e fosse indirizzato alle altre migliaia di esaltati, che ne fossi in qualche modo esente. Allora andavo in giro presentandomi a qualche nuova conoscenza con un ciao-sono-piergiacomo-e-quando-avrò-un-figlio-lo-chiamerò-edoardo. Ecco, questa cosa la penso ancora, ma ora evito di dirlo in giro con tanta leggerezza, onde evitare figure di merda, ché già ne faccio abbastanza. E poi a ventisette anni avrebbe tutta l’aria di una presentazione da subnormale e psicopatico.


La musica per me è sempre stata emotività e mai potrei prescindere da questo aspetto quando ascolto un disco, di qualsiasi artista si tratti. Emotività, insieme all’amore e curiosità per i particolari, per le sfumature; come già ho scritto, è lì che si trova la vera essenza delle cose. Ed una buona dose di intolleranza, lo ammetto, per la superficialità. Così l’esperienza musicale (termine assai riduttivo) più entusiasmante che mi sia mai capitata è stata quella di conoscere i peggèm, perché è un amore che dura da tredici anni e non ha mai conosciuto momenti di crisi. Senza però rinunciare a criticarli per qualche canzone oscena o per iniziative che non ho condiviso.
Alla fatidica domanda su quale canzone avessi voluto scrivere, non cito mai i five against one di Seattle, perché non potrei mai immaginare la mia vita senza una loro canzone. Piuttosto vi risponderei Lua dei Bright Eyes, proprio con quella voce tremante di Conor Oberst. O Death Of An Interior Decorator dei Death Cab For Cutie... cose così, insomma.


Tutto questo per dirvi che non potete certo pretendere da me di essere più di tanto obiettivo su un disco solista di Eddie (una colonna sonora, per fare la parte del cagacazzi). Chi mi conosce, mi sopporta per questo, o almeno fa finta. Sarà una settimana che non ascolto altro, quindi mi sbilancio su una gamba sola e vi dico che Into the wild contiene le canzoni più... naaa, non ve lo dico. Lo sapete già.

Try walking in our shoes


What I want from you

Ci sono tesori che vorresti solo per te, perché sono legati ad emozioni che solo tu puoi ricordare. Un telefono e dall’altra parte una persona lontana, ma sempre vicina.
Ci sono tesori che vorresti solo per te. Sarà per gelosia, egoismo, o solo perché hai paura di perderli.
Ci sono cose destinate a rimanere: le poesie di Rilke, il volo di Jurij Gagarin, la vittoria ai Mondiali. Alcune eterne solo per te.
La mia canzone dell’anno.

Rootless tree – Damien Rice [live, Roma - 19.07.07; in pratica, il mio primo post]

Indovina chi

Non c’è niente di più tedioso dell’attesa che arrivi il tuo turno dal medico. Un po’ come quando eri piccolo ed eri costretto ad accompagnare tua madre nella lunga sfilata davanti le vetrine dei negozi. Due palle immense, insomma. Che poi anche dal medico ti accompagnava, ma la noia non era certo colpa sua. Ora che sei grande, solo d’età eh, dal dottore ci vai da solo. Anzi non sei solo, perché ti porti dietro un’ingombrante compagnia: la carogna che ti è salita sulle spalle. Neanche il tuo lettore mp3 (poi perché fare lo sborone con 5 giga, se poi ascolto da giorni sempre lo stesso disco? mah...) riesce a risollevare le tue sorti, l’attesa ti snerva e non c’è niente da fare.
Però potresti avere la fortuna di incontrare un volto amico, poter scambiare due parole, far passare più velocemente questo tempo.
.
When I walk beside her/ I am the better man/ when I look to leave her/ I always stagger back again/ once I built an ivory tower/ so I could worship from above/ and when I climbed down to be set free/ she took me in again...

(pause
//)
.
Lui: Uè, ciaaaao! (Espressione del tipo “Certo che ti sei ridotto male, eh…”)
Io: C-c-ciao! (Espressione tra lo stupito e lo scazzato) – Se, vabbè, qua-qua-qua-qua-quandooo
L: Come stai? Non ci vediamo da anni…
I: Eh, è vero... - E ci sarà pure un perché, no?…
L: Allora, come te la passi?
I: Me la cavo. – Se vabbè, “Io speriamo che me la cavo”... E tu?
L: Benissimo. Lavoro nell’agenzia di mio padre; guadagno duemila testoni al mese...
I: Aah, complimenti. – E me lo dici così? Duemila testate ti darei...
L: Allora, come sta Tizio? E Caio?
I: Non lo so proprio, non li vedo da molto tempo... - Ma tu guarda chi è andato a ripescare questo...
L: Invece tu che lavoro fai?
I: Beh, un lavoro da frustrato-derubato-sottomesso-sfruttato-malpagato-e-ti-amo-mari-ù-ù-ù-ù (Sorriso, espressione ammiccante e orgoglio insàid per la citazione "brillante") - Chissà se l’ha colta?!...
L: ? (Con un’espressione degna di Buster Keaton)
I: …
I: …
I: …
I: Che c’è? – E te pareva...
L: Vabbè, io devo andare. Ci vediamo...
I: A presto...

E mi lascia lì, con la mia citazione ed il mio orgoglio andati a male.
Senza il tempo per rivolgergli una fondamentale domanda.
Sì, ma tu, di preciso, chi cazzo sei?
.
(play >>)

There's a biiiiiiiig/ a big hard sun/ beaten on the big people/ in the big hard wooorld...

War, huh, yeah, what is it good for?


Ok, è quasi giunto il momento. Lunedì mattina inizierà la vendita dei biglietti per il concerto del Boss.
Nell’ultimo tour elettrico suonato nei palazzetti, i biglietti sono stati venduti tutti in due-minuti-e-quaratacinque-secondi. Più o meno la durata di un mio rapporto sessuale.
E quant’è vero iddìo, se quando arrivo al punto vendita non se ne trovano già più, perché qualche fottuto bagarino se li è accattati tutti in trentasette secondi (più o meno la durata di un suo rapporto sessuale), tiro fuori il lanciafiamme, e chi c’è c’è. Sarà una guerra.

Se non dovessi farcela, sappiate che, seppur a vario titolo, vi ho voluto bene.

In poche parole

Ecco le mie vacanze. Una famiglia che mi fa sentire a casa, lei che si riempie di colori e profumi della sua terra. Ed io che con immensa gioia la seguo. Per non parlare del cibo, con il risvolto negativo che nella mia maglietta rossa sembro sempre più il Gabibbo. E a me il Gabibbo sta pure sul cazzo. Poi l’entusiasmo per il ritorno nella mia città, ora nostra. Entusiasmo durato il tempo di realizzare che qui non si respira e che se sono tornato significa che sono finite le ferie. Inoltre si avvicina la sessione di esami all’università. Per fortuna che c’è questa notizia a ridare a giacomino entusiasmo e yeah yeah.



A-a-abbronzatissimo

Annuncio per i millemila visitatori giornalieri del mio blog, che, a quanto pare, è frequentato da bloggers di tutto l'emisfero, soprattutto da abitanti in quei luoghi non ancora raggiunti dalla rete. Domani parto. Finalmente.
Vado qui. C'è tutto: la montagna e il mare.
Ma soprattutto, c'è LEI.

[photo dy dufresne]

Partirò con la macchina, insieme al mio amico P. Durante il viaggio prevedo che ci lanceremo in una delle nostre tipiche dotte conversazioni da principini dell'Ottocento, come quella di ieri sera: il sesso orale. Vabbè, vado a fare la valigia.

Arrivooooooooooooooooooooooooooooo

L'ombra del vento

[...] Solo allora - le dissi - avevo compreso che si trattava di una storia di gente sola, di assenza e di perdita e che proprio per questo vi avevo cercato rifugio, fino a confonderla con la mia vita. Che mi sentivo come chi fugge nelle pagine di un romanzo perché gli oggetti del suo amore sono soltanto ombre che vivono nell'anima di uno sconosciuto. [...]

L'ombra del vento, Carlos Ruiz Zafón



Ho sempre avuto l'abitudine di arrivare verso la fine di un libro e passare tempi infiniti prima di decidermi a leggere le ultime pagine. Delle volte sono state ore, pomeriggi, nottate, giorni. Una volta il tempo impiegato a rileggerlo per la seconda volta. Fin lì, fino ad arrivare quasi alla conclusione. Non è che questo comportamento clinico accada per ogni libro. Solo quando mi trovo tra le mani parole che mi catturano completamente, che mi emozionano come solo poche cose nella vita possono fare. Ecco, per quei libri riservo questo comportamento che, evidemtemente, è sintomo del fatto che soffro di malinconia acuta. Nostalgia per una storia che diventa passato nel momento esatto che faccio scorrere i miei occhi sull'ultima parola. Così in tutti i modi mi sforzo di renderlo vivo, fin quando lo leggo, fin quando quel segno che lascio sarà lì ad aspettarmi, insieme alle pagine che mi rimangono. Chiudere il libro poi, è come relegare tutto ad un mondo che sarà per sempre mio, ma solo nei ricordi. Tutti noi ci portiamo dietro, nella coscienza, nel cuore, quello che abbiamo letto. E tutte quelle cose che ci hanno insegnato. Per primo a sognare.
Tutto questo per dire che sto finendo di leggere L'ombra del vento.

Vento di assenza e di perdita.

Bansky


Roma è la città con più km. al mondo di muri imbrattati da scritte senza senso e se un senso lo avessero sarebbe che questa umanità male assortita di ggiovani ribelli e puri vandali è troppo ignorante per scrivere qualcosa di sensato. Pensano di esprimersi così, di lasciare un segno del loro passaggio. Io un segno lo lascerei volentieri sul loro viso, applausi per fibra e fuori dai coglioni. Ogni tanto, però, si intravedono sprazzi di genialità, di arte.
Vorrei che i muri di Londra, e non solo, si trasferissero qui.

Immagine in cornice

Certi eventi ti fanno persino desiderare che le ferie passino in un lampo. Perché questo comporterebbe l'avvicinarsi di quel giorno. Il monataggio sembra entusiasmante.
La copertina* ritrae Eddie che spazza il guano, perché quello sta facendo, sul campanile della Piazza del Duomo di Pistoia. Priceless. La grafica della copertina vintage è stata un'ottima scelta, è stupenda. Inoltre quella foto, così evocativa, credo rifletta pienamente lo spirito del dvd, quello di riprendere la band anche negli aspetti che non sono strettamente musicali, nei momenti vissuti lontano dal palcoscenico.

- your name is?
- pearl jam
- like the jam!
- yeah yeah... i don't know the meaning.

Priceless again.

* grazie a http://fuelfriends.blogspot.com/

Home sweet home

Domani mi aspetta una giornata all'Ikea, la mia amata Ikea*, che se avessi i soldi mi ci arrederei tutta la casa. Se avessi una casa. Mi riferisco ad una casa di proprietà; lo dico per quelli di voi psicorigidi come me che vi starete già immaginando il sottoscritto che vive sotto un ponte ed aggiorna il blog, chissà, da un internet point. Ok, scongiuri volgari assicurati dopo questa frase. Il vero problema in questo momento è però un altro: dovrò caricare sulla mia piccola (e mai come in questo momento mi è sembrata così piccola) seicento, 2 materassi, 4 grandi scatole in alluminio, un lampadario ed uno sgabello in legno. Domani dovrò pensare a come incastrare il tutto, probabilmente fallendo nel mio proposito e finendo con il legare i materassi citati sopra il tetto della macchina. Emigrant style.
Sarà meglio che vada a dormire, si sa che le idee geniali svegliano all'improvviso.
Speriamo non prima di mezzogiorno.



* per chi non lo sapesse, Ikea è quel negozio dove alla cassa ti ritrovi un fantastico cartello che recita: "Ti piace la borsa gialla? Acquistane una blu!".

Touch me, I'm sick


Da quando ho letto la trama, e visto il trailer (in inglese), desidero sempre più vederlo.
Moore sarà pure acido e simpatico come un dito nel culo, ma i suoi documentari sono sempre un pugno nello stomaco. Di quelli che fanno bene, quelli di un amico che vuole farti reagire e svegliare. Spero solo che lo vedano molti italiani ed aprano gli occhi sui rischi delle privatizzazioni incontrollate, su un sistema cinico e senza umanità.

Picture in a frame

[photo by dufresne]

L'ultimo anno ha il profumo di una crema ed il sapore di troppe sigarette fumate insieme.
Ha il colore chiaro di due occhi grandi che ti guardano curiosi e vivaci.
L'ultimo anno ha il suono dei passi nei vicoli di Roma. E gli occhi che si posano sui particolari, nelle piccole cose, che sono l'essenza della vita. Dietro le quali c'è un mondo, che ora è il nostro.
È che tutto ormai si è trsformato da io in noi.
È un anno e un mese che non piove.

E non accettare caramelle dagli sconosciuti!



Puntuale come ogni anno arrivano gli incendi, gli omicidi di gente impazzita per il caldo e le tette al vento sulle spiagge trasmesse da pseudo-telegiornali, è anche per il sottoscritto il momento di grandi cacamenti di cazzo. C’è sempre un periodo dell’estate in cui rimani da solo in città, quando se non parti con gli amici o la tua ragazza, loro sono partiti già. Magari ognuno al suo paese di origine, eh, niente di che. O per vacanze che tu non puoi permetterti. Sono certo ne converrete che il rischio di fare la fine di Oblomov è quasi scontato. Fortuna che c’è A. a farmi compagnia, come anche ieri sera.

Da qualche settimana ricevo degli sms da una gentile sconosciuta, ribattezzata dal sottoscritto chicazzè?. Così compaiono i suoi messaggi sul mio cellulare, come mittente chicazzè?. Non avendo lei ancora capito che li spedisce alla persona sbagliata, sere fa ho ricevuto l’avviso che mi sarebbe venuta a prendere per andare al mare la domenica alle 8:00. Allora, dico io, se dovessi venire a citofonarmi la domenica mattina alle otto, vuol dire che hai deciso di tentare la carta della metempsicosi, morire e reincarnarti in un altro essere più intelligente. Quattro sere fa mi spedisce invece un messaggio molto più interessante: “Shakespeare al Globe Theatre”. Incuriosito, leggo che in questi giorni una compagnia (che poi scoprirò bravissima) sta portando in scena Racconto d’Inverno.

Così ieri sera mi sono immerso in un mondo di magia, di drammi ed irriverente ironia interpretati da una compagnia che si presenta anche con balli, musica, canti e lacrime. Tutto questo ho trovato nello splendido teatro del Globe, ricostruzione fedele sul modello dei teatri elisabettiani nei quali Shakespeare in persona portava le sue opere: una meraviglia di legno e con il palco illuminato dalle stelle.

Dagli sconosciuti, le caramelle no. I consigli, sì.

Memories (like fingerprints)


ché poi le distanze ora posso
misurarle in centimetri



ché se la vita pensi sia quella passata
non hai futuro
mentre ora capisci che veramente
così intensamente stai vivendo solo ora




ché anche se il tempo a volte
non mi lascia spazio per respirare
mi rimane sempre quell’attimo per fermarmi
e pensare a quanto sono fortunato



ché poi rialzarsi dopo aver inciampato
non è mai stato così facile
ché la vita è sì complicata, ma si finisce
per rendesi conto di quanto
la felicità sia anche ridere per nulla
o un ricordo che si può solo capire in due




[photos by dufresne - se ci cliccate sopra potete vederle nella dimensione originale. come la solito, insomma. però è possibile farlo solo con le prime due, non chiedetemi perché]

Wish I was so serious, but I found Broken Social Scene



Tanto lo sò già che se l'avete ascoltato penserete quello che hanno scritto tutti i blogger musicali che la sanno più lunga: che questo disco può considerarsi più la nuova fatica dei Broken Social Scene che non un album solista di Kevin Drew. Di sicuro i musicisti presenti tra quelle note sono proprio i canadesi che hanno sfornato due dei dischi più entusiasmanti provenienti dalla parte più fredda del continente americano. Che siano artisti eccentrici lo si era capito da tempo, ma far firmare un disco ad uno solo dei componenti un motivo recondito lo dovrà pure avere. Sarà che mi sto rincoglionendo, perché ho passato un quarto d'ora a fissare Kevin mangiare cereali (dopo essere stato ingannato passando di qui, e ora ve lo beccate pure voi) mentre ascoltavo il disco, ma lo spirit del belloccio del combo canadese più influente degli ultimi anni riesco a sentirlo tutto.
Disco che sicuramente andrà a consumare il mio lettore.
Lo sta già facendo.

Where is my mind


Mentre altri staranno dormendo, facendo all'ammòre, andando a trans, oppure organizzando gare clandestine che vanno tanto di moda a Roma su quei viali dove, invece di dormire, molti vanno a trans per fare all'ammòre, nella notte tra domenica e lunedì, alle 3, io sarò qui. Prima e dopo aver fatto all'ammòre. Con la mia ragazza, ovviamònt.
E voi, pronti a cantare, urlare, saltare, ballare, ridere e piangere con me?

Masters of war

Marcuse teorizzò il controllo delle masse per mezzo della paura e questo avviene da sempre, in ogni regime, democratico o totalitario che sia.
Quanto la vita in comune diviene inostenibile, si creano opere di riconciliazione nazionale, si tende ad unire, forzatamente ad unire un popolo, come sempre ignaro, oltre che diviso da odi antichi e recenti. Come può succedere tra curdi, sciiti, sunniti. Ecco, cosa c'è di meglio nell'inserire in una squadra di calcio etnie e confessioni diverse e far vincere questa squadra nella più prestigiosa competizione sportiva? Può essere un caso che avvenga proprio ora, può essere di no.
Io, oltre ad essere cacacazzi, ho imparato a dubitare.

Revisited

Ieri ascoltavo un vecchio disco, a dire il vero la sua ultima canzone, perché tra quelle note si nasconde una piccola storia. Oggi la scrivo, perché mi piace raccontarla. Il 17 maggio del 1966 Bob Dylan suona alla Free Trade Hall di Manchester, il celebre concerto che girava come bootleg suonato alla “Royal Albert Hall” (quando è stato stampato ufficialmente nel ’98 come vol.4 della “Bootleg Series” è rimasto infatti quel titolo). Quello era il periodo durante il quale Dylan stava operando la sua svolta musicale verso canzoni elettriche e blues, e dai testi con un contenuto meno sociale; santa svolta, io lo preferisco decisamente così. Quindi divideva i concerti in due parti, la prima con il set folk, la seconda molto più tirata; per tutti questi motivi non viveva un periodo di facili rapporti con il suo pubblico, che era diviso ogni serata tra il criticarlo e l’osannarlo... Il conecrto a Manchester non è stato diverso: verso la fine un ragazzo grida “Judas!” rivolto a Dylan e buona parte del pubblico lo applaude, quello che lo vorrebbe sempre ancorato alla sua chitarra acustica, alle canzoni folk. Dylan gli risponde “I don’t believe you... you’re a liar!”, suona qualche accordo, poi si gira verso il gruppo, ma i microfoni registrano comunque questo momento e lo immortalano per sempre, e lo esorta: “Play fuckin’ loud!”. E, mentre il gruppo si lancia in una fantastica e rumorosa versione di “Like A Rolling Stone”, Bob canta con un trasporto raro. Perché non si lasciava condizionare dagli altri, non cantava quello che la gente voleva, e si aspettava, da lui; noncurante delle contestazioni suonava la musica che sentiva salire dal suo stomaco. Alla fine solo applausi. Aveva ragione lui.

Cazz, mi si è sputtanated il post prcedente...

Dopo le molteplici segnalazioni e ancor più prese per il culo, è stato cambiato il titolo del dvd in Immagine in cornice.
Prima era Immagine nel telaio.
Sapevatelo.

Subliminal post


Scoperto l'arcano; ecco cosa fa in realtà su quel palco, lui.
Anyway, nonostante il titolo e la scaletta sulla quale potrei blaterare parole inutili per ore*, check it out (come dicono i diigggèi ggiovani e fichi).
Accattatevillo.



* Più penso all'idea del film, documentario, chiamatelo come volete, e più mi entusiasmo. Comunque sia, mancano alcuni momenti fondamentali (e con fondamentali intendo: non c'è giustificazione che tenga, potete pure farci una tesi ed intitolarla "apologia della tracklist", ma certi passaggi non andavano esclusi) dei concerti italiani, e per dire questo non c'è bisogno di aspettare settembre...
Però il titolo è da veri fuoriclasse.

Camera (Wilco cit.)

[...] Allora, forse, tutta la sua vita, il suo essere separato, non è altro che, come aveva compreso perfettamente Thomas, che una elaborata messa in scena della propria, inestinguibile, volontà di svanimento; la spettacolarizzazione di un complesso di colpa, di un'angoscia che lui ha sentito forse fin dal primo giorno in cui ha aperto gli occhi al mondo, e cioè che non sarebbe mai stato felice. E questo senso di colpa, per essere nato, per aver occupato un posto che lui non voleva, per l'infelicità di sua madre, per la rozzezza del suo paese si è dislocata in un mondo separato, quello della letteratura, permettendogli di sopravvivere, anche di gioire, ma sempre con la consapevolezza che mai la pienezza della vita, come comunemente la intendono gli altri, sarebbe stata sua. Il senso di una sottrazione primaria, probabilmente è questo che l'ha spinto al punto in cui è ora. [...]

Camere Separate, Pier Vittorio Tondelli


Letto in poche ore, cosìtuttodunfiato. Una meravigliosa storia sull'amore vero, sul sentirsi vulnerabili, sulla perdita di un amore e sull'incapacità di andare avanti e lasciarsi trasportare come una foglia dalla corrente... Tutto quello che ero e non sono più. Quello che siamo un po' tutti.

Scoperte

Sono imprevedibili gli eventi che ti fanno scoprire la considerazione che gli altri hanno di te.
Due ragazze, conosciute tempo prima all'Università di Viterbo insieme al mio amico C., ci riconoscono e, parlando a bassa voce tra di loro, ma vicino a noi tanto da carpirne la conversazione, se ne escono con questo "edificante" scambio di opinioni:

- Oddio, com'è che si chiamavano quei due? [Come "chiamavano", mica siamo ectoplasmi?]
- Quello carino è C., l'altro è P.
- Uh, è vero, ora mi ricordo...

Ah, l'altro è il sottoscritto.
Pozza fa 'na vampa.

Harr, marinai miei, harrr

Esce tra due giorni nelle sale ammericane il film dell'anno.
Quello che hey, io so tutte le citazioni a memoria, quello che ho scoperto qual è lo stato dove si trova la città, quello che ho quasi trent'anni e non mi vergogno affatto, quello che quando io li vedevo in tivvù tu nemmeno ti facevi le pippe (questo è un omaggio).
Quello che sarà pure un cartone animato, ma io non sono mica un nerd, eh.
Dite e pensate quello che vi pare, che sia superficiale quanto volete, ma quando ho visto il trailer ho pensato che fosse il film di una generazione.

Brooks was here. So was "me".



- ti ricordi cosa ti ho detto quando ti ho regalato il dvd?
- certo che me lo ricordo!
- non avevo dubbi...

Per le due, tre persone, massimo quattro (quattro e uno, quattro e due, quattro e tre: aggiudicato), che se lo stessero chiedendo, Dufresne (Andy, precisamònt), è quello sulla destra. L’ho scelto come nick perché mi ha insegnato molto: il suo cadere semplicemente per poi rialzarsi, l'ostinata e strenua forza di non arrendersi mai... molto più che un film, come la musica non è semplicemente la colonna sonora della mia vita.

Warning: post estivo [sì, anche io scrivo sul mare...]

Present tense. Praticamente un regalo, in una confezione sfavillante. Probabilmente il "Live at the Gorge" non contiene le esibizioni migliori di quel periodo (2005/2006), ma ascoltandolo ogni volta la magia si ripete. E, come a volte accade, il momento che più ti fa tremare le gambe arriva quando Eddie decide di salire sul palco da solo, telecaster od acustica in mano, ad intonare ed interpretare qualche cover, rivestendola spesso con voce grintosa e note nervose, o con una dolcezza unica, come la melodia waitsiana a Milàn ( ...la bella Milano! Eeeh?) lo scorso anno. Si sa, ogni concerto potrebbe regalarci una gemma ed ogni volta l'aspetto con ansia quel momento. Ogni volta che arriva è un colpo al cuore. Come quando sei sulla strada, diretto al mare. Ti avvicini, sai che prima o poi lo vedrai in lontananza, l'avrai visto un milione di volte così, ma ogni volta ti entusiasmi come fossi un bambino. Questa volta il mare ha il nome di una canzone di Tom Petty: I won't back down. La data è quella del 23 luglio.
Ed io lì ad scoltarla, con gli occhi sgranati di un bambino.

Damien Rice, Cavea dell'Auditorium - Parco della Musica, Roma [19.07.2007]

[photo by dufresne, Cheers Darlin']



Statura minuta, bel viso (l’ammòremio con enfasi mi da ragione, e te pareva), voce da fenomeno e talento da vendere.
Damien Rice sale sul palco in silenzio, senza dire una parola. Rimarrà così per la prima ora; questa volta è veramente la musica a parlare (prime righe del primo post è già usi frasi fatte, vai così...). Basta la versione per solo piano e, meravigliosa, voce di Rootless Tree, messa in apertura, a farmi scoppiare il cuore e farlo incastrare da qualche parte tra il collo e le spalle. Così riesco anche a non pensare né alla cifra immorale con cui ho pagato il biglietto – quant’è? ah, 40 eurini? All in medicines. -, né al fatto che a Roma esista un solo luogo decente dove poter suonare -grazie uolter-, ma nel quale tra l’altro non possono venire tutti i gruppi.
Certo che l’atmosfera creata da Damien e soci e la splendida cornice della cavea dell’Auditorium cancellano anche gli aspetti negativi della serata. Anche se Rice piace alla gente che piace. Accanto a me ragazze bellissime, ma che non muovono un piede nemmeno quando il giovanissimo e bravissimo batterista picchia come un dannato su quei tamburi, insomma sembrano essere di legno, soprattutto tra la pancia e le gambe. Anche se ci sono uips di una simpatia estrema. Anche se ci sono signori snob che si tappano le orecchie quando il volume si alza, che sembrano essere capitati lì per caso, come F**e ad un convegno di giornalisti; infatti, tempo mezz’ora e pensano bene di andarsene. At least, but not the last, ragazzine urlanti da tre-metri-sopra-il-cielo. Da parte mia, se la jam finale di Coconut Skins fosse durata un minuto di più avrei preso il coraggio a due mani e mi sarei buttato direttamente dalla balaustra al palco a suonare la terza (terza!) batteria.
Il concerto alterna momenti toccanti ad episodi più movimentati, ottenendo un sorprendente equilibrio tra tensione ed emotività. Poi accade qualcosa di inaspettato: stacca l’amplificazione, accorda la chitarra ed inizia l’arpeggio di Cannonball, si allontana dal microfono, avvicinandosi alla prima fila, e comincia a cantare con il pubblico in completo silenzio, salvo poi accompagnarlo (me compreso ovviamònt) durante il ritornello, sottovoce e senza offuscare la sua, creando così un effetto da pelle d’oca alta 4 cm. e lacrimoni a non finire.
Al violoncello c’è Vyvienne Long (al posto di Lisa) che si muove con disinvoltura con il suo strumento tra le mani, come se fosse Maradona con un pallone tra i piedi.
Il cantautore (posso chiamarlo così?) irlandese è dal vivo suggestivo nei momenti più acustici e sussurrati, trascinante quando si preme il piede sull’acceleratore (unico appunto l’uso eccessivo degli effetti per la voce) e silenzioso tra una canzone e l’altra, fino al colpo di teatro finale: storia ironica ed amara da bar fumoso ed interpretazione da vero fuoriclasse con tanto di cameriere sul palco che offre vino al buon Rice, il quale si accende una sigaretta e, fingendosi ubriaco, canta barcollando e con la voce tremolante Cheers Darlin'.
Ovazione finale del pubblico, che si era fatto sentire rumorosamente anche prima del bis, e sorriso da ebete stampato sulla faccia del sottoscritto.
No love, no glory, canta Damien. Ripenso all’ultimo anno della mia vita e piango nuovamente (è serata, che volete fà...), dalla felicità, pensando a quanto abbia ragione.
Emotivamente il concerto dell’anno, of course.

Foto [by dufresne]: (coming soon)