Cambio rotta, cambio stile, scopro l'anno bisestile. Questo è il duezerozerootto.

Così, anche quest’anno, torna a grande richiesta la classifica dei dischi usciti negli ultimi dodici mesi by dufresne. Considerate però che una delle due affermazioni è falsa e che l’altra è un dato di fatto.

Perché nasconderlo, questo è stato definitivamente l’anno in cui l’indie ha fatto rima con hype. Qualsiasi cosa voglia(no) dire. Allora uso le mie cartucce, faccio lo sborone e vi dico che ascolto ed amo gli Okkervil River dal 2003 ed i Sigur Rós dal 1999. Saranno solo numeri, ma per me sono importanti.

Ci avevano detto che sarebbe arrivato un giorno in cui saremmo stati in grado di scrivere con il pensiero. Erano gli anni Settanta e quel giorno era immaginato confuso in qualche parte intorno al Duemiladieci. Non credo ci arriveremo. Però sarebbe bello se tutti riuscissero a scrivere con il cuore. Quello sarebbe un gran risultato. Ed è proprio in questo modo che ho cercato di riportare questa classifica. Questi sono i dischi che mi hanno fatto divertire, gioire, piangere, incazzare, commuovere. E, in alcuni casi, imparare tutti i testi a memoria.
Quando si stila una classifica di fine anno, c’è sempre il rischio di farsi condizionare dalla visibilità e/o qualità oggettiva, quindi bando alle indie-seghe (mentali): eccovi i dischi importanti, quelli che sono stati per me emotivamente più vivi e che realmente mi hanno accompagnato.

Avrei voluto scriverla a ritroso, partendo dall’undicesima posizione per scivolare poi, commento dopo (breve) commento, verso la prima. Così avrei creato un po’ di suspense e sarebbe stato più interessante leggerla, scoprirla pian piano. Ma poi ho pensato che ‘sta cosa possono permettersela solo i bravi scrittori ed anche che per una personale classifica di fine anno è già tanto che siate arrivati fino a qui. Ma soprattutto non vorrei vi perdeste il disco più amato dal sottoscritto, sarebbe un peccato.


1. Conor Oberst - s/t
Conor si rinchiude con un gruppo di amici, senza la maniacalità per le sfumature di Mike Mogis, in una casa isolata nella Valle Mistico messicana e registra in un mese un capolavoro. Che sa di terra, sole e stelle come non se ne vedono qui, tradizione ed intimità. Classico nella più nobile delle accezioni. In più lo fa sembrare come la cosa più semplice e normale del mondo. Io dal primo ascolto lo faccio mio, nella musica e nei testi. Cape Canaveral è la canzone dell’anno, degli anni duemila, del decennio, etc…

2. Sigur Rós - Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust I miei islandesi preferiti aprono la finestra e scoprono che c’è il sole. Una scoperta ancora più entusiasmante, perché il resto è la certezza di vibrare ad ogni nota.

3. Okkervil River - The Stand Ins
E queste sarebbero le canzoni scartate per il precedente disco? Uno dei gruppi da me più amati, semplicemente perché uno dei più profondi ed intensi. Siamo tutti sempre più emotivamente instabili e Will Sheff è il mio co-pilota.

4. Bon Iver - For Emma, Forever Ago
I fantasmi di Justin Vernon, lontano dal suo amore. Un urlo che è un sussurro, carico di solitudine. L’ennesima conferma, se ma ce ne fosse stato bisogno, che da queste parti il cuore batte al ritmo di una sei corde acustica.

5. Nada Surf - Lucky Perché leggerezza non vuol dire necessariamente superficialità.

6. The Shackeltons - s/t Fuori dalle mode e dal tempo. Stagione in cui i Fugazi sono i re del mondo e comandano in modo retto e giusto. Ascoltate Your Movement.

7. Paolo Benvegnù - Le Labbra
Il cantautore più talentuoso, poetico ed ignorato della penisola. Un mistero nel mistero.

8. Offlaga Disco Pax - BacheliteIl solito disco con i testi da mandare giù a memoria. In più c’è Venti Minuti.

9. Death Cab For Cutie - Narrow Stairs
È inutile aspettare un nuovo Transatlanticism, quell’equilibrio perfetto tra rock, eleganza, emozioni e poesia. Quello era IL disco, e so che sarà irripetibile. Ma qualche lacrima l’ho sentita scorrere sul mio viso anche con il piano rhodes di Grapevine Fires. E poi Ben Gibbard si conferma narratore dei sentimenti come pochi se ne trovano in musica.

10. Margot & The Nuclear So and So's - Animal!

Una conferma, grazie a questo ennesimo gioiello pop che mi fa sognare. Il segreto meglio custodito dell’indie. Rigorosamente nella versione per la quale hanno lottato contro la loro casa discografica. Hanno vinto loro.

11. Tokyo Police Club - Elephant Shell
I TPC battono i The Killers 11 a 2, ma senza la voce di Brandon Flowers. In pratica, questo è il disco che avrebbero dovuto fare i quattro di Las Vegas. Forse tra un po’ di anni non mi ricorderò neanche più di loro, ma al momento sono tra i miei ascolti più frequenti ed un disco un po’ più danzereccio dovevo pur metterlo, no?


Sarebbero dovuti essere qui, ma, oh, avevo detto solamente undici...:
12. Neil Halstead - Oh! Mighty Engine
13. Right Away, Great Captain! - The Eventually Home
14. Port O’Brien - All We Could Do Was Sing
15. Le Luci Della Centrale Elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata
16. Someone Still Loves You Boris Yeltsin - Pershing
17. Eef Barzelay - Lose Big

18. Ray LaMontagne - Gossip In The Grain

Si può dare di più (soprattutto se sei loro):
Afterhours - I Milanesi Ammazzano Il Sabato

Canzone cantata dal sottoscritto sempre con il sorriso stampato in faccia:
The Hold Steady - Sequestered In Memphis

Concerto con le farfalle nello stomaco (pari merito per diversi motivi):
Sigur Rós (Roma, 12.07.08)
Okkervil River (Roma, 20.11.08)

‘O trerrote

Ma li vendono ancora i quotidiani cartacei? Forse, tra non molto, il Manifesto non più… Anyway, in edicola, è appena uscita l’ennesima inutile collezione. Ma solo a me, vedendo questa pubblicità, è venuta in mente questa canzone con conseguente risata isterica?
ma se acchiappo a chillo che s'à fottuto 'e melun
m'faccio ra''areto pure 'e scorze e sement!
a gente fanno tant' 'e signur
e po' se fotton' 'e melun

Gli eroi son tutti giovani e belli

Il vero simbolo di questo mio duemilaotto ha le sembianze di un collega. Quello che stimavo di più. Quello che ha infine dimostrato di avere più dignità di tutti, rompendo con i soprusi del passato, del tipo tu-non-sei-proprio-nessuno ed io-faccio-come-mi-pare-perché-sono-il-capo.
A cinquant'anni ci vuole un coraggio che non è di questa terra ed un po' di sana incoscienza a lasciare il tuo lavoro sicuro e stabile per lanciarti in una nuova avventura, rimettendoti in discussione, ricominciando tutto da capo.
Spesso perdiamo tempo a riempire il nostro ego cercando esempi di vita e modelli di comportamento nei protagonisti dei romanzi, negli eroi dei film o nascosti tra i versi di una canzone. Senza accorgerci che magari sono nella porta accanto.

Tema: La mia città

La amo, ma a volte fa proprio cagà.

Dufresne vi insegna l'ita(g)liano, part tù


Come quando ti alzi la mattina e, prima di andare al lavoro, scopri incollato sulla tua Vespa un promemoria scritto appositamente per te. A parte la grafia incerta, ma c’è sempre la possibile scusante dall’averlo dovuto scrivere in piedi senza un ripiano adeguato, come si possono giustificare i due osceni errori di grammatica, la logica fuorviante e le precarie nozioni di educazione civica? Ignoranza caprina?

p.s. la part uàn era
questa.

God is in the details (L. Mies)


Nei pressi dell’Università è pieno di appartamenti affittati, spesso in nero, a studenti, studenti-lavoratori, lavoratori-spesso-precari, insomma derelitti vari. Case vecchie ed arredate l’ultima volta nel 1914, prima che la Grande Guerra si portasse via i pezzi più pregiati, andati ad alimentare fuoco per riscaldarsi. Noi abbiamo un contatore dell’acqua retrò da archeologia industriale niente male, il nostro amico Pietro ha sopra la finestra del salone una specie di baldacchino (non so come si chiami in realtà, probabilmente il vocabolo che lo descrive è caduto in desuetudine da almeno centoventicinque anni). Ma non volevo scrivere dei palazzinari romani.

Volevo solo dire che credo che tra i venti ed i trent’anni tutti dovrebbero abbandonare la casa dei propri genitori. Indipendentemente dal rapporto di amore barra odio che si è instaurato nel tempo con loro. Nel mio caso togliete pure la prima parola per almeno uno dei due genitori, quello che mette il seme e poi nient’altro. Ma non è solo per questo che ho cercato all’esterno il mio rifugio. Se lo dicessi, tralascerei l’aspetto più importante: con chi sono andato a vivere.

Andarsene non è poi così difficile. L’impresa è piuttosto rendere la nuova casa accogliente, calda, in una sola parola viva. Diciamolo, da solo non sarei stato tanto bravo a farlo. Sarebbe diventato un nido nel quale mi sarei orientato solo io. Colorato, certo, ed ordinato esteriormente, ma internamente caotico. E da solo avrei trovato più cadute, al massimo innestato un pilota automatico, risucchiato in quattro mura con poco evidente entusiasmo.

A vent’anni sognavo di scappare presto, in un luogo pieno di creatività e povero di incomprensioni. A volte riempivo lo zaino per andare all’Università come se non dovessi tornare mai più; c’era di tutto, o almeno quello che credevo fosse l’indispensabile: il walkman, la custodia con almeno un decina di cd, la videocassetta (essì, nel duemila ancora non avevo il lettore dvd) del mio film preferito, una manciata di libri, carta e penna. Mancavano i soldi. Per questo tornavo sempre. A pensarci bene, a pensarci ora, a vent’anni ancora avrei dovuto imparare un sacco di cose. Dopo un po’ di anni ho capito che non averlo fatto subito, per lo meno non averne avuto la possibilità, mi stava logorando dentro. Ora sono sicuro che se avessi varcato quella soglia allora, a questo punto sarei più sereno e non mi sarei intossicato l’anima. Ma sono altrettanto certo che comunque mi sarei sommerso in disillusioni varie e avrei sviluppato idiosincrasie a go go, ché in questo sono bravissimo da solo, ci sarei riuscito in uno sbatter di finestre. Ma la vita ci riserva sorprese, passaggi inesplicabili, tutto un intrecciarsi di eventi che mi hanno condotto qui, ora, con lei. Che senso ha allora andare a rievocare gli eventi che ci hanno fatto soffrire? I ricordi dolorosi dovrebbero rimanere nascosti, ancorati ad un nostro io passato.

Dicevi che ogni luogo avresti avuto difficoltà a sentirlo un po’ tuo, ma che in fondo era meglio così, che così non avresti più provato quel senso di nausea tremenda al distacco. Tutte balle, tutte scuse per fare il grand’uomo, riflessi di un cucciolo messo in un angolo che pateticamente ruggisce.
Ed ecco che quando ho deciso di andare a vivere “da solo”, l’ho fatto per due buoni motivi: l’incompatibilità della vita domestica (e non solo) tra me e la mia famiglia, la normale voglia di essere indipendente, ma soprattutto il desiderio di condividere tutto questo con un’altra persona. Perché altrimenti non sembrerebbe niente di sconvolgente, e probabilmente non starei neanche qui a parlarvene. Le chiavi sono sempre lì, appena entri, sulla destra, le posi automaticamente. Niente di speciale, ecco. I doveri e le responsabilità, anche. Cose che fanno tutti. Ma la mia storia è diversa. Agli occhi degli altri, me ne rendo conto, può sembrare banale e bellissima come tante. Quella di crescere in qualche modo, costruire qualcosa, ma farlo a quattro mani, sottobraccio.

Forse non vi sarà tutto chiaro in quello che ho scritto, vi mancheranno alcuni passaggi. Ma non importa.
In fondo questo post è per lei, amore della mia vita, complice delle mie giornate e coinquilina. Per dirle che quando abbiamo appeso insieme questi due poster in camera ho sentito dentro qualcosa, quello che gli altri chiamerebbero sentirsi a casa, ma che io chiamo felicità.

Il dvd del duemilaotto

Nell'attesa di tediarvi con l'inevitabile classifica di fine anno (un dovere morale, si sa), eccovi un'anticipazione.
Il dvd del 2008, nel 2009. Ma anche nel 2008. Insomma, il dvd fisico ad aprile. Ma anche in download, ora, subito, adesso. Oppure entrambi. Entrambi. Imperdibboli.

Miroir Noir

L'attimo fuggente


[pics by dufresne. cliccateci.]
Myself: che palle, tutti a fotografare il fiume. Ci vorrebbe qualcosa di più originale..
Ale: già, ma siamo venuti qui per la piena, mica ti vorrai mettere a far foto agli alberi?!
Myself: o, chennesò, ad esempio, guarda la pubblicità su quell'autobus per turisti: "Crociera sul Tevere, etc..". Non sarebbe più divertente? Certo, un tronco o meglio un albero intero trascinato dalla corrente mica sarebbe tanto male, ma sarebbe la stessa identica foto che stanno facendo tutti.. Potrei buttarti nel fiume in una zona dove non c’è nessuno e fotografarti mentre arranchi, ma sarebbe troppo cinico e mi mancheresti. Dai, faccio la foto alla pubblicità e non se ne parla più. Così stasera faccio l'e-brillante sul blog, e, e, e.. oh, cazzo, è scattato il rosso..
Ale: eh, guarda che potevi fare il logorroico anche camminando.

È solo l’inizio

Come farsi sorprendere dalla depressione in quattro mosse:

1. Spedire una domanda, mezzo raccomandata
2. Studiare su due volumi, every day and every night, che ti succhiano il tempo per tutto il resto
3. Fare ‘sto cazzo d’esame
4. Vedere, uno di seguito all’altro e riportati su di un sito, il tuo cognome, il tuo nome, ed una data non più verdissima, seguiti infine da questa orribile scritta: NON AMMESSO.

Ecco, questo è quello che sarebbe potuto succedere se. Ora, prendete il foglio virtuale sul quale ho scritto queste parole ed accartocciatelo, sempre virtualmente. Poi fateci pure canestro da qualche parte. La realtà è che la prima prova è stata superata, ma questo è quello che più o meno mi ero stampato nella mente dal giorno successivo a quell’esame, un po’ per scaramanzia, un po’ per la solita autostima che vabbè lo sappiamo tutti. Ma ora c’è ancora più da stringere i denti, perché il significato intrinseco dell’aver superato questo primo ostacolo si può semplicemente sintetizzare in tre parole: è solo l’inizio.

Inciampare sul tubo

Soffro della sindrome da abbandono. Così quando lei parte ho difficoltà ad addormentarmi la sera, e ci riesco solo grazie alla compagnia della tv che sfarfalla qualcosa che non seguo nel buio della stanza. Noi non l’accendiamo praticamente mai. Ma non resistiamo al fascino di Minoli, di Lucarelli e dei documentari di La7. La notte però non ci sono speranze, e soprattutto ora vorrei qualcosa di divertente ed il personaggio più esilarante della televisione la diserta da anni. Sì, lo so che c’è sempre il tg4, ma sento che non sarebbe proprio la stessa cosa. Così, cosa può fare un immaturo semi-trentenne lasciato da solo a casa dalla sua fidanzata partita per quattro giorni? Perdere tempo su You Tube, ovvio. Inerisco due parole, premo invio e mi si manifesta un mondo di risate soffocate senza riuscirci per non svegliare i vicini.

Interno notte, troppo sonno per leggere, una connessione flat, un ragazzo in pigiama abbrutito davanti un notebook e la scena che j’esce lo spinacio dalle mani.


Okkervil River, Circolo degli Artisti, Roma [20.11.2008]

L’incipit è sempre lo stesso: io ed Ale arriviamo al Circolo con due ore d’anticipo, un po’ perché siamo ansiosi, un po’ perché ci muoviamo presto con il solito intento di starcene attaccati alla transenna. Io anche con la voglia di scattare tante foto. Ma, appena cominciato lo spettacolo, mi si avvicina la figura che tutti gli assidui frequentatori dei concerti temono: il tipo idiota della security. Al cui sviluppo dei muscoli ha sicuramente fatto da contraltare la conseguente riduzione del numero dei suoi neuroni, tanto da impedirmi dal fare foto scambiando la mia semi-reflex per un’apparecchiatura professionale ed il mio atteggiamento per quello di un vero fotografo. È un po’ come una nuvola fantozziana. Una volta che ti ha puntato, nella sua vita ci sei solo tu. I’m just a fan, i’m not a pro, i’m here, jumping and singing, can’t you seeee? Il risultato? Un’ulcera nervosa e solo due o tre fotine, di merda, scattate in fretta.

Ho questi ricordi in testa, li giro e li rigiro. Li faccio volare lungo tutta la serata di giovedì che ho trascorso al Circolo. Vorrei scriverne minuziosamente, dirvi di quando tutti abbiamo urlato sul finale di For real, del culo che la chitarrista faiga ha pensato bene di mostrarci ogni volta che si girava ed il suo minivestitino saliva, del tipo accanto a me che non conosceva nemmeno una canzone, dell’attesa ingannata ricordando di quando scrivevamo poesie per ragazze che non le avrebbero mai lette.
Ma c’è un’immagine che si è fissata sulle mie retine e non vuole sapere di andarsene, che cattura e devia i miei pensieri su quella sera, che li blocca ad un preciso momento, che li incolla lì sfocando tutto il resto. È un ricordo che non se ne va e che, ne sono sicuro, mi ossessionerà per parecchio tempo, come le dita impregnate della resina di un albero. C’è stato un momento in cui vi avrei voluti tutti vicino. O tutti lontano. Will Sheff anche era da un’altra parte. Solo voce, chitarre ed una tromba discreta. Per una manciata di minuti tutto si è fermato, tutti eravamo in assoluto silenzio ed il sottoscritto con la bocca spalancata per lo stupore, per l’incredulità. Quella di quando vorresti cantare, ma quello che ti sta di fronte copre tutto, ti riempie e ti isola dal resto. Sarebbe potuta succedere qualsiasi cosa, ma io sarei rimasto lì, catturato, in un vortice, dove c’ero solo io, quella canzone meravigliosa ed i miei pensieri, quelli belli e quelli così così. Così ho deciso, in uno dei miei impeti di allegria sfrenata, che A stone (grazie per il video, chiunque tu sia) sarà la canzone che dovrà suonare al mio funerale.
Sono una persona molto emotiva, chi mi conosce lo sa. Sono uno di quelli che si commuove anche solo vedendo un film; alcuni direbbero che sono sensibile, altri che sono coglione. Lo so, è un mio limite e ci convivo, poco me ne importa. Hey, Will, non so se te l’ho detto, ma quando hai fatto quella canzone, così, in quel modo così intenso, mi hai riempito di gioia e dolore. Forse non te l’ho detto. Ma sono sicuro che quando i nostri sguardi si sono incrociati, ti sarai chiesto cosa fossero quegli occhi lucidi.




Out

Ovvero, come arrivare tardi.
Intanto, nell’attesa che vada fuori moda, anch’io ho inserito il mio profilo (per essere precisi, c’è ancora solo il mio nome..) su feisbuk.

Oba-mah

Sì sì, lo so che tanto non cambierà niente, che in fondo è solo un’illusione che ci farà ancora più male, che vabbè è solo un vuoto simbolo, che non dobbiamo dimenticare che il potere non è nelle mani dell'uomo uomo, ma nell’economia, che non possiamo più permetterci di sprecare le nostre speranze. Tutto vero, però stanotte, guardando quei bagliori venire fuori da quel coso poggiato sulla cassettiera, un po’ mi sono commosso.

Io sono quello con la maglietta dei pearl jam

Cercavo di far finta di niente, ma se ne saranno accorti un po’ tutti (di sicuro la mia groupie preferita, vedere nei commenti al post precedente): non sto scrivendo. Ma non lo sto facendo per due buoni motivi. Mi sono avventurato nell’arte che mi riesce meglio, ovvero lanciarmi in attività fuori dalla mia portata, lontane dalle mie possibilità. Da bambino fantasticavo di trasformarmi nel Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, quand’ero adolescente sognavo di diventare un cantautore depresso e miliardario e a vent’anni avrei voluto cambiare il mondo. Invece questa volta ho un esame a fine novembre. Quello più importante, di quelli che ti possono cambiare la vita, che rientra a pieno titolo nella categoria missione impossibile. In pratica esco da lavoro solo per tornare a casa e piegarmi sui libri. Il secondo motivo, strettamente dipendente dal primo, è che la sera sono così stanco che tutto vorrei fare tranne che sedermi nuovamente davanti ad un pc, neanche per farmi un giro su youporn (penso sia indicativo). Naturalmente quel tutto vorrei fare sta per non-ho-voglia-di-fare-un-cazzo. Conseguenza con pesanti ripercussioni anche sulla mia vita sociale e passionale; primo fra tutti aver mancato un concerto per il quale sospiravo da mesi, quello dei Built To Spill. Ma non sono tornato qui per lamentarmi. Ogni mattina mi sveglio con lei accanto e per questo sono felice.
Ho aperto gli occhi questa mattina, con in testa le note di una canzone. I suoi arpeggi mi hanno fatto pensare che sarei subito dovuto correre a prendere la chitarra e buttare giù quelle semplici e meravigliose idee. Ho appena scritto una canzone meravigliosa, Elliott Smith sarebbe orgoglioso di me. Mo glielo faccio vedere io a tutti di quello che sono capace, che ispirazione che ho avuto. Indie folk kicks your ass. Ma in fondo non sono più un adolescente, e questo sogno è durato poco. Mi sono rilassato ed ho messo le cuffie del mio lettore emmepitre per svegliarmi meglio, giusto il tempo di scoprire che ‘sta canzone l’aveva già scritta qualcun altro.
Ho sempre avuto un debole per le canzoni che richiamano luoghi ben precisi, nomi di persone, orari, storie. Le ho sempre viste come caratteristiche che più avvicinano la musica ad essere come un libro. Ultimamente mi è venuta una paura fottuta del futuro e in fondo questa è una canzone che parla proprio di una certa “nostalgia del futuro, o di qualcosa che non hai mai vissuto” (parola di Conor Oberst, sì ancora lui). Anche se non sono proprio la stessa cosa, nella mia mente questi due sentimenti sono sempre stati legati da un sottile filo rosso. Il risultato è che alle mie orecchie, al mio cuore, al mio stomaco, in questi giorni questa è la canzone più bella dell’universo. È la prima in streaming,
qui.
Insomma, com’è come non è, fino alla fine del mese sarò impegnato con altri pensieri. Ci vediamo il venti al concerto degli Okkervil River. Io sono quello con la maglietta dei pearl jam.

Conoscere gente sul treno

Ci deve essere stato un momento in cui tutti hanno deciso che essere una persona socievole implichi avere tremila contatti sul proprio myspace o pagina di facebook. Fino ad arrivare a ritenere del tutto normale che, mentre tutti erano piegati sui loro pauerbuk, le uniche due persone che mi abbiano rivolto la parola siano stati due pericolosissimi niggaz (che no, non hanno sporcato o devastato il treno e non hanno cercato di vendermi nulla) che mi hanno tenuto compagnia durante il viaggio. Ed al ritorno un bimbo cinese che ancora stentava nel camminare, ma, ne sono sicuro, farà progressi, che dall’altezza di Casalecchio fino a Firenze, che saranno tipo centoventi chilometri, si è messo a smanettare con i pulsanti che comandano la tendina elettrica, su e giù, su e giù, con il quale alla fine mi sono messo a giocare. A voi, grazie.

Dufresne vi insegna l'ita(g)liano

Ve lo siete mai chiesto il vero significato del verbo infognarsi? Noo? Mo ve lo spiega giacomino vostro (insieme al sig. De Mauro).

Help me play this song


La canzone più bella ed emozionante del duemilaotto. Con tre mesi d’anticipo. E sì, è una canzone TRISTISSIMA -se ne potrebbe parlare per ore sul perché le composizioni che suscitano malinconia siano anche le più belle-. Una canzone struggente che non è contenuta in nessun disco e che probabilmente non lo sarà mai. Un caso, o forse no. C’è tutto un mondo dietro, c’è la storia di un’amica che non c’è più, ci sono un sentimento ed un’emozione che non si possono mettere in vendita. Ma condividere, sì.

Conor Oberst, Breezy [mp3, live @ 400 Bar w/ The Mystic Valley Band]

Il sorpasso


Venerdì e sabato, sarei dovuto essere qui. E ieri dai Notwist. Ma ho preferito mettere la freccia, accostare a destra e tirare il freno a mano. Per vedere poi sfrecciare la vita alla mia sinistra. Mi sembra abbia anche fatto il gesto delle corna. Ma non ne sono sicuro, ero distratto, già con la mente da un’altra parte. Un lavoro da portare avanti ad ogni costo (precisamente quello del mio misero stipendio), il dirittodeglientilocali da studiare e la spesa da fare. La stanchezza, non solo fisica, si è fatta finalmente sentire.

Someone Still Loves You Boris Yeltsin, Rashomon Club, Roma [25.09.2008]

Leggero, nel vestito peggiore. Il solito: converse, felpa, spillette e brit-frangetta. Ed il solito numero di partecipanti che mi ritrovo spesso intorno. Saremmo stati dieci-quindici. No, dai scherzo: eravamo in trenta (ed ho il sospetto che alcuni fossero loro amici).
Nonostante abbiano scelto il nome più geniale ed originale degli ultimi anni, alla fine alcune canzoni dei SSLYBY tendono, se presentate dal vivo, ad essere molto simili. Ma questa sera non è poi così importante, perché riescono a farmi sentire leggero, come la loro musica, e ad allontanare tutti i pensieri che ultimamente mi rovinano alcune giornate.
Si presentano a due metri dal mio viso con la chitarra più bella del mondo -una telecaster- ed un aspetto che mi fa pensare abbiano non più di ottant’anni in quattro. Io mi rodo d’invidia, per la sei corde e per l’età ancora piena di futuro che si portano appresso. Ma è proprio tutto questo e l’ingenua euforia che sprigionano ad ogni nota a farmeli adorare. E poi sono di Springfield. Ve l’immaginate che (s)fortuna? da dove venite? da Springfield… e giù con le scontate battutone sui geniali omini gialli, ogni santa volta, ne sono sicuro. Io lo farei. Ma il punto è: perché mi ostino ad andare ancora a questi concerti? La prima risposta la sapete tutti e non è il caso di ripeterla, la seconda è che la musica è sicuramente la forma d’arte che più riesce a ricamare nel mio animo entusiasmo. Può bastare?

Segue fotina della serata.

Firmino è Un Grande

Anche se attraversato da una risacca di malinconia, quelli erano pur sempre bei tempi nel complesso, che ricordo ancora oggi con piacere. Talvolta ci giocherello un po’ nel tentativo di allontanare la tristezza, la vecchiaia, la solitudine. Immagino Jerry di nuovo giovane, con i capelli neri ondulati e il sorriso smagliante che aveva nelle foto. Trasporto me e lui fuori dalla stanza di Cornhill e, insieme, ci faccio volare alti sopra Boston, oltre il Mississippi, oltre le Montagne Rocciose, e atterrare in qualche bar o caffè di San Francisco – da dove riusciamo a vedere le acque della baia luccicare sullo sfondo. Talvolta invito anche altri perché si uniscano a noi, Grandi come Jack London o Stevenson, e allora davvero ci diamo dentro.
Penso sempre che ogni cosa durerà in eterno, ma non è mai così. In realtà, niente esiste per più di un istante, tranne ciò che custodiamo nella memoria. Cerco sempre di conservare dentro di me ogni momento – preferirei morire piuttosto che dimenticare. Eppure, allo stesso tempo, non vedo l’ora di andare a San Francisco, di lasciarmi tutto alle spalle.


[Firmino, Sam Savage - Einaudi Stile Libero, 2008]




Firmino non è il prototipo del topolino carino, dolce e sensibile. No, lui è un ratto, brutto come la fogna, a volte cinico e un po’ depravato. Sensibile e romantico, sì. Anche ironico, divertente, amaro sognatore e, soprattutto, innamorato della vita e di tutta la vita presente nei libri.
La tesi di fondo è che più sai, più conosci, più sei consapevole e più soffri. È sempre stato così, è una sorta di contrappasso. E ti struggi per quello che vorresti essere e non sarai mai; condizione obbligata per un sorcio. Ma di sicuro, grazie ai libri, sarai una persona-animale-essere vivente migliore. Più leggi e più sei vivo. Veleno ed antidoto insieme.
Firmino lotta, si batte, cade, reagisce. Perde, ma nello stesso tempo non ne esce sconfitto, perché, cosa che nessuno potrà mai portargli via, gli rimangono i suoi sogni che culla e fonde con la realtà. Eccolo il potere di redenzione dei libri, la carica di immaginazione insita nella letteratura. Che non è estraniamento, fuga, evasione dalla realtà, ma renderla più viva, piena di esperienze, policromatica. In una sola parola, ricca.
Se vi state chiedendo cos’è tutta ‘sta tristezza?!, sappiate che quando ho sfogliato l’ultima pagina del libro avevo un sorriso stampato sul viso. Perché ho ballato, con Firmino, insieme a Ginger Rogers. Ma non ditelo alla mia ragazza.

Universi paralleli

Avrei voluto scrivere che uno l'ho vissuto proprio questa sera. Io impegnato in cucina e lei seduta davanti al notebook.
Ma poi qualcuno/a, con tanta voglia di fare l'e-cacacazzi e sparare e-sentenze gratuite senza conoscermi, sarebbe intervenuto/a nei commenti giudicandomi un fan-cats, e allora mi sarei sentito in dovere di mandarlo/a quel paese. Quindi ho pensato che non sarebbe stato carino accogliere così un estraneo ed ho desistito dal pubblicare questo post.

Condoglianze

Una settimana con 'sto coso qui sotto è francamente troppo. Non ce la faccio più a vederlo manifestarsi con quel suo sorriso-ghigno sul mio blog ogni volta che ci entro. Torno sull'argomento non solo per toglierlo dal mio e vostro sguardo, ma soprattutto perché ho colto il vero significato recondito del colore della sua camicia: il lutto. Il liberismo è morto -o almeno necessita di un'eutanasia-, e non è che la cosa mi rattristi molto.

Signora, suo figlio...

C'HA LA FACCIA COME IL CULO! (cit.)
Altrimenti come vi spieghereste Ber***coni che si presenta alla festa di Az*one Giovani indossando una camicia nera?

Il lavoro logora

Cosa c'è di più irritante del tuo collega che non fa un cazzo tutto il giorno?
La tua collega che te lo ricorda con le sue lamentele ogni stramaledetto secondo.

Guida per riconoscere i tuoi santi

Ho stabilito, giusto quattro giorni fa, che non voglio più invidiare le ciminiere perché hanno sempre da fumare (cit.). Ma smettere di fumare, dopo averlo deciso non so quante volte (sono un talento niente male in questo campo) e in un periodo di forti tensioni come questo, non è proprio l’idea più indicata che sarebbe potuta venirmi, ma tant’è.

Al secondo giorno mi si è subito manifestato San Sebastiano sul Palatino, con le sembianze della mia amica C., che , forse credendo di incoraggiarmi (non si è capito però secondo la logica di quale pianeta), mi ha confessato che i primi giorni saranno devastanti. Parole che si sono trasformate in frecce e che hanno perforato la mia ferrea volontà.
Durante il periodo di tempo cha va dalle quarantotto alle novantasei ore - noi tossici scandiamo così il tempo delle nostre astinenze – mi si presenta F. sotto le mentite spoglie della Madonna di Fatima, il quale si è sentito in dovere di profetizzarmi il mio prossimo fallimento.
Poi, al quarto giorno, arriva il mio amico A., novello San Tommaso, che non ci credo nemmeno se ti vedo.
Mia madre ha scomodato Gesù Cristo in persona, invocandolo per la grazia ricevuta. Roba da lacrime di sangue.

Infine l’ammòremio, Santa Francesca Lucana, che ha la pazienza di sopportare il mio nervosismo acutizzato da lancinanti crisi d’astinenza.

Sigur Rós, Cavea dell'Auditorium - Parco della Musica, Roma [12.07.2008]


[pics by dufresne]


Commento brillante #1, proveniente dalle mie spalle: i coriandoli che cascavano dall'alto (no, guarda, dal basso) era un effetto semplice, ma spaccava proprio (spaccava ripetuto successivamente per 5-6 volte in due minuti)

Commento brillante #2, proveniente sempre dalle mie spalle, insomma era la stessa persona: hai visto prima, al batterista jè cascata 'na cassa... (Orri ha scaraventato via con un calcio la grancassa)

Notato la data? Niente male, eh. Ma non importa, quella serata la porterò per sempre nei miei brividi. Quindi non è mai troppo tardi.

Esterno giorno.
Mi ha sempre incuriosito scrutare il pubblico di un concerto. Capire il tipo di persone che segue un musicista, ti aiuta a capire un po’ chi sei. Tu, lì in mezzo, sei un tutt’uno con gli altri, uno spirito comune o finisci per sentirti fuori luogo. Nonostante il pregiudizio che si ha sui Sigur Rós,il luogo del pre-concerto non era pieno di astanti bianchicci e malfermi, esseri diafani che cadrebbero al primo colpo di vento. Però quelli che c’erano, me li immaginavo correre subito a casa dopo l’evento e rannicchiarsi, seduti a terra, con le ginocchia sul volto e tremanti in un angolo. Oh, non guardatemi così, ognuno ha i suoi hobby.
Arriviamo che è ancora giorno, il tramonto accompagna la loro entrata sul palco dalla scenografia sobria e bellissima, e in quell’atmosfera spero con tutto me stesso che inizino con Vaka. Un tramonto, Roma, la musica, Lei, quale commistione migliore? Non la suoneranno per tutto il concerto, ma riescono nell’ardua impresa del non farmene pesare la mancanza.

Esterno notte.
Si presentano sul palco con la loro solita estetica: luci posizionate per creare suggestive figure sfumate, ma che hanno impedito foto decenti (apperò, bella come scusa).
Nonostante le malevole previsioni altrui (in pratica l'dea di fondo era quella che che Mr.Orfeo ci sarebbe venuti a prendere tra le sue braccia, cullandoci con la loro musica), ho assistito al concerto più intenso ed entusiasmante degli ultimi dieci anni. Niente di che. Così, tanto per sparare una sentenza definitiva alla faccia dei noiosi, loro sì, rompipalle. Mi hanno regalato momenti eterei ed esplosioni di pura gioia. Pietra d'angolo per comprendere questi miei giorni. Teatrali, sfavillanti, commoventi, eccitanti. Mi sono innamorato di quel piccolo folletto di Orri, del suo modo di picchiare sulla batteria: di cuore, di testa e di stomaco. E vedere Jónsi sorridente e divertito è impagabile.
Inchino.
Un'opera d'arte.







Ali(e)nati

Ssiòre e ssiòri, siamo lieti di presentarvi la t-shirt simbolo di questo secolo (quello che tipo otto anni fa si sarebbe detto appena iniziato).
Direttamente dalla vulcanica e creativa mente di Girolamo.
Accattatevilla.

Only if...

Il nuovo disco degli Okkervil River si è fatto un giro pr la rete almeno due mesi prima dell'uscita ufficiale nei negozi (19 settembre). Io, da buon smanettone, me lo sono ovviamente procurato il giorno seguente al suo leak.
Alla fatidica domanda qual è il tuo gruppo preferito?, che ormai non mi fanno più dai tempi del liceo, forse perché, solo a guardarmi, la risposta sarebbe
scontata, si potrebbe sostituire la più interessante quale musica vorresti suonare o aver composto se solo fossi più carismatico e intonato e sapessi suonare bene la chitarra e possedessi un grande talento e avessi un taglio di capelli figo?. La replica in questo caso sarebbe affidata all'estro del mio adorato Will Sheff.
Il nuovo disco non sarà il loro capolavoro, ma è comunque quanto di più emozionante (insieme ad altri nomi che poi scoprirete) mi abbia regalato quest'anno in musica. Ed è nella lista dei regali da fare a me stesso.
Per presentarlo ai loro fan, si sono fatti venire un'idea indie che più indie non si può. Affidare a gruppi e cantautori amici la riproposizione di ogni loro canzone di Stand Ins, per poi caricarne i video dei risultati sul tubo. Finora cinque delle ultime composizioni, che si possono ascoltare (e vedere) di riflesso, filtrate dalla sensibilità di un gruppo di amci.
Il risultato, bellissimo, è
questo.

Generazione di fenomeni (da baraccone)

Ecco cosa succede a lasciare uno pseudo-trentenne in casa da solo senza la sua ragazza-fidanzata-amica-mamma-badante, se gli viene in mente di lavare un po' di panni in lavatrice. Recuperare un pezzo della suddetta finito nello scarico del lavandino quando tenta di pulirne la vaschetta, con conseguente recupero, sono certo ne converrete, da vero fenomeno.

Ammettere di avere un problema è il primo passo verso la guarigione

Credo di essre malato. Sono in piena fisima da Olimpiadi. Quelle della chinese democracy.
Sono riuscito nella poco invidiabile impresa del segiure ben nove eventi in contemporanea. La tv, insieme alla pagina con le dirette in streaming della rai con, natiuralmònt, tutte le preview aperte. Compreso il nuoto sincronizzato di cui, notoriamente, non me ne frega un cazzo.

Bene, ora che ho chiesto aiuto, qualcuno dovrebbe pure aiutarmi.

Ricordami di prendere la macchina fotografica, ok?

Alla fine l'ho lasciata a casa.
Ma i ricordi sono vivi dentro di me; ho le loro immagini impresse nella mia memoria e nel mio cuore. Immaginate che qui ci siano delle foto. Io le ho.
Un mare trasparente ed una spiaggia lucana quasi tutta per noi, gli amici, il pesce come l'ho magiato poche volte in vita mia, la Spigolatrice di Sapri, l'ecomostro di Sapri, volti ormai familiari, un'ospitalità che mi ha fatto sentire come se fossi a casa (anche di più), un lago che ora è il mio rifugio, andare a letto tardi e svegliarsi riposati, le vacanze trascorse con lei che sono la gioia più grande.

Free download, free beach and free Tibet


[1989, Tian'anmen]
Questa immagine è uno dei ricordi più vivi della mia infanzia. Ero ancora nell'età dei perché e perché? con cui tormentavo ogni adulto a me vicino. Le domande erano però cambiate, non si rivolgevano più a quei semplici quesiti tipo perché tutte le mattine devi andare al lavoro? oppure perché gli aerei fanno così tanto rumore? (eh, lo so, non ero un bambino molto sveglio). E anche le risposte erano diventate più complesse.
Sono cresciuto nel rifiuto di ogni forma di oppressione, anche se veniva da quei paesi comunisti che per noi rappresentavano una sorta di speranza.

La cerimonia di apertura è stata la più poetica tra tutte quelle che riesco a ricordare, piena di storia e di eleganza. Le Olimpiadi sono una festa dello sport, di nobili (e va bene, anche retorici) ideali. Sono la festa di un popolo. Sono contento di poterne godere e non sopporto chi vorrebbe boicottarla anche solo come spettatore. Tutti a ricordarsi dei sacrosanti diritti umani proprio ora, quando normalmente vengono relegati in un luogo poco importante della nostra quotidianità. Ha tutte le caratteristiche dell'ennesima moda passeggera. Molti, ne sono sicuro, non sapevano neanche in che parte del mondo fosse il Tibet. Ed ho scoperto di non essere così tollerante. Voglio solo dirvi che condivido le vostre posizioni, forse sono anche più radicale di voi.
Siete semplicemente arrivati troppo tardi.

This is the first video of new life



Conor Oberst fa uscire il disco più bello e suggestivo dell'anno (dopo quello dei Sigur Rós, ovviamònt), intriso di folk e radici americane spalmate su ogni nota. Ad ogni suo nuovo disco aumentano i critici e dissidenti, tutti impegnati a rinfacciargli la mancanza di canzoni "emozionanti". Sono lontani i tempi in cui veniva osannato come un piccolo eroe emo. Eppure solo nel 2004 cantava gli strazianti e bellissimi versi di Lua (che il sottoscritto, con gli occhi umidi, considera la canzone più intensa del secolo).
Vabbè che io mi commuovo anche rivedendo Bambi, ma come non considerare perle emotive canzoni come Cape Canaveral o Danny Callahan?
Bando ai rompipalle, Conor per la prima volta compone un disco senza nascondersi dietro altre sigle. Ora diffonde un video ironico e geniale per accompagnarne una canzone, Souled Out!!!.
Dal gusto lo-fi. Diretto da Alan Tanner.
Godetevelo.

School of rock

Durante queste ultime settimane ho scritto poco, perché, in questo periodo, la mia capacità di concentrazione è simile a quella di un adolescente in trip da videogiochi. E la mia voglia di comunicare rasenta l'autismo. In compenso, e forse proprio per questo, gli ultimi mesi sono stati tutti un concorsi, colloqui, domande e curriculum. L'imperativo era cambiare subito lavoro; per ora invece è tutto un ma e un mah.

Ogni mamma che si rispetti ha da sempre esortato, almeno una volta nella vita, i propri figli con uno stai lontano dalle droghe. Tranne la mia. Era chiaro, fin da piccolo, che la mia unica dipendenza oltre i libri, per la quale avrei speso tutti i miei averi, sarebbe stata la musica. La sua singolare alternativa è invece sempre stata quella di mettermi in guardia dallo stare lontano dalla scuola. Lavorativamente parlando, eh. Lei, maestra d'asilo, mi ha sempre illuminato sulle assurdità del sistema scolastico italiano. Un mondo vivo, pulsante, ma la maggior parte delle volte solo di incomprensibili schemi. Ma, visto che sono un giovane ribelle e (ex) capellone, la mia ultima trovata, in ordine di tempo, è stata presentare la domanda per entrare in graduatoria per le supplenze. E dove portarla, da bravo nostagico, se non al liceo nel quale mi sono diplomato? Giusto per spiare la nuova atmosfera, respirarne la vecchia aria e, naturalmente, farmi agitare il cuore nel petto, per sentirlo poi incastrarsi da qualche parte tra il collo e le spalle e poi, per qualche ora, non volerne sapere di tornare al proprio legittimo posto.

Tutto molto bello e romantico, solo che il mio tuffo improvviso e realmente mai preventivato nel passato mi ha fatto constatare che, ahimè, la genitrice non ha mai sbagliato.
Dopo la mia trionfale entrata nell'edificio, occhi lucidi e petto gonfio e tronfio -hey, questa è la mia scuola!-, mi sono scontrato con la realtà che presupponeva evidentemente, non come l'immagine ingenua che nell'attesa avevo costruito nella mia mente, la possibilità che nulla si fosse congelato al momento esatto del verdetto della mia maturità. Nella mia scuola non riconosco e non mi riconosce più nessuno. Ero pronto a qualcuno che mi sarebbe venuto incontro con fare festoso, abbracci, sorrisoni ammiccanti e battute grevi con i bidelli (pardòn, gli operatori culturali). Tutti i rapporti umani costruiti in cinque anni sgretolati per me in un soffio. Ed io, di conseguenza, lì, ora, in questo preciso momento, non sono più nessuno. Nemmeno uno che mi caga oltre i semplici convenevoli di presentazione. La delusione è talmente tanta che perdo subito la voglia e la curiosità di rituffarmi tra quei corridoi. Allora decido di controllare, con finta distrazione, l'elenco dei docenti che non fa altro che confermarmi la triste realtà: tra loro sono rimasti solo gli inutili professori di educazione fisica.

Ma è l'epilogo di questa storia a confermarmi, cacciando via il dubbio che si era insinuato in me, di non aver sbagliato posto. In tutta la segreteria ci sono ancora due pc -quei due pc- che risalgono probabilmente alla prima rivoluzione informatica, Bill G*tes non era ancora nato e gli egiziani stavno ancora ultimando la costruzione della piramide di Chefren. Tutto, compresa la mia targica domanda, è scritto ancora rigorosamente ed unicamente da abili amanuensi su epici registri, pratici come un borsone senza manici, immensi più di un tomo della Storia della Filosofia di Abbagnano. Stona un po' la mia autocertificazione lì in mezzo a cotanta storia della burocrazia pre-caduta del muro di Berlino.

Paradossalmente è proprio questo a farmi uscire contento da quel luogo e da quei ricordi.

A volte ritornano

Scrivere di musica è come bla bla bla. La mia seconda recensione profèscional, ancor più profèscional se si pensa che, come ormai tutti sanno da tempo immemore, Vinicio Capo**ela mi sta ampiamente sui coglioni.
Grazie come sempre a chi mi ha incoraggiato e donato fiducia. E all'incosciente che le pubblica.

Sogno di una notte di mezz’estate

Più che un sogno, una meravigliosa realtà. Così, un anno dopo, la magia si ripete.
Questa volta senza sms.

Beati gli uomini che non hanno bisogno di eroi (Bertold Brecht)


L’amore può essere rappresentato in un quadro di Munch o decantato nei versi di Keats.
Si può pensare, guardare all’amore attraverso quella foto di noi due vicini.
O nei tulipani che ti ho regalato.
Io l’immagino in questo momento legato a doppio filo con un disco dei Nada Surf. L’ultimo. Rappresentano il mio bisogno di leggerezza. Proprio quello che di più bello regala l’amore: leggerezza e spensieratezza.
Ora sono i miei eroi. Di quelli che sono belli e muoiono giovani, eh.
Ora, che iddìo (?) li abbia in gloria e li aiuti a campare cent’anni, perché ho fame delle loro liriche e della loro musica che mi culla e che mi mette le ali. Tutto insieme.
Quasi come un suo sorriso.

La mia ipotesi, spalleggiata dalla stanchezza, era che non sarebbe mai arrivato l’amore vero. Quello più felice, intenso e destinato a durare.
E aspettavo un qualcosa che, senza agire, non si sarebbe mai presentato. Il momento che senti cadere il vento dalle tue vele. Ma il tempo è stato clemente con me.
È una di quelle pagine della vita da aggiungere alla mia pressoché infinita lista che riporta il nome di “eventi nei quali non speravi quasi neanche più ed invece, come al solito, ti sei dovuto ricredere, coglione!”.
L’amore lo si può celebrare anche così.

Sono due anni che non piove.

Ian MacKaye è vivo e lotta con noi

Come dite? Mica è morto veramente?
Infatti era solo un pretesto per parlare dei The Shackeltons. Giovani sbarbatelli che nell'epoca dell'indie modaiolo se ne escono con un disco lontano da tutto e da tutti. Musica viscerale, suonata con la pancia. Un pugno deciso sul viso che scompiglia le nostre belle frangette del cazzo.
Che c'entrano i Fugazi? Beh, ascoltateli.

Tutto mi sarei aspettato dalla vita…

…tranne un giorno pestare una merda direttamente nel bagno della società per la quale lavoro.

Siamo troppo suggestionabili, infantili ed interpretabili, siamo troppo suggestionabili

Oh, caro soggetto ansioso ed un (bel) po’ ipocondriaco, lo so che ti starai già immedesimando nel titolo. Voglio dirti subito che le tue speranze di guarigione dai tuoi mali immaginari scompariranno solo quando arriveranno quelli veri. Sei senza speranza alcuna.
È inutile tentare strade tortuose, i tuoi occhi allucinati raccontano più di mille parole.
Il tuo tono di voce parkinsoniano che ti esce quando tenti serio di mostrare falsa sicurezza ed impassibilità ma quei valori, di preciso, quanto sono più alti del normale?, tradisce tutta la tua reale natura, ché già il solo fatto che tu stia facendo quella domanda presuppone che nelle tue mutande ci sia una quantità di merda inversamente proporzionale al tuo coraggio.
Tanto, nel momento in cui formulerai quella banale domanda, lui -il tuo medico- ti guarderà dentro, ma non alla ricerca di malattie. E sarà come se stessi indossando solo un armamento diàfano, come se la tua pelle fosse nient’altro che carta velina sporca d’inchiostro. E vedrà tutto il tuo malcelato terrore, quello di un bambino al buio che si stringe al suo orsacchiotto, sicuro che così, chissà poi perché, grazie a lui sarà protetto. Per poi risponderti con un oh, non ti preoccupare, non fare quella faccia! (quale faccia? Ma se ho appena assunto l’espressione da duro e maledetto!?).
Dopo avergli elencato tutta una serie di (im)possibili e terribili malattie -tutte ugualmente mortali e/o gravemente invalidanti-, ostentando la conoscenza dell’esimio Dr. Pasternacktroft, luminare della medicina e fantomatico Premio Nobel tedesco, o la pedissequa conoscenza di interi tomi di Patologia comparata che avresti studiato nella tua facoltà di Scienze Politiche, vedrai il suo viso contrarsi in un ah, maledetto Wikipedia!, ed avrà così già capito la fonte delle tue personalissime e casarecce diagnosi, le quali andranno in frantumi nel momento esatto in cui sorprenderai i suoi occhi rivolti per mezzo secondo verso il cielo, un sospiro carico di disperazione a stento trattenuto ed il suo pensiero uscire come in un fumetto dalla sua testa -ah, stramaledetto Wikipedia!- e ti accorgerai di essere stato tanato. Poi, in un sincero atto di contrizione ti vergognerai, giusto il tempo di conoscere la sua (quasi non meno catastrofica -oh, non è niente, eh-) diagnosi parziale -che tu interpreterai come assolutamente definitiva- sulle tue analisi dai valori sballati e la sua prescrizione di accertamenti approfonditi che rappresentano, per uno come te che è un’autorità in questo campo -quello dell’ansia- la panacea di tutti i tuoi dubbi: avevi ragione tu. Ma ma, qualla l’avevo già detta io, niente-fiori-ma-opere-di-bene, e quella, oh, è anche peggio, nooo, ma daiii, ma tu guarda questo…
Sei senza speranza alcuna.

Le Luci Della Centrale Elettrica, Circolo degli Artisti, Roma [11.06.2008]


[pic by dufresne]


noi siamo egocentrici
come i gatti
scappati dai condomini

Some useless words to my dear friend Peter

Sono contento che ti sia voluto sfogare sul mio blog.
Quante volte abbiamo parlato del tuo lavoro come di un’attività psicologicamente logorante? Ma, in tutti questi anni, quante persone sei riuscito ad aiutare e soprattutto quanti, grazie al tuo sforzo, si sono sentite meno sole?
Ti immagino, vicino al ragazzo rumeno, con l’istinto e la voglia di abbracciarlo. Io, solo a leggere questa storia, mi sono sentito un morso al cuore.Quanta dignità, quanta forza e quanto coraggio! Dovrebbero servirci da insegnamento di fronte alle difficoltà.

Il mio blog ha come sottotitolo “vogliamo il pane, ma anche le rose”, ed è uno slogan usato dalle operaie tessili del Massachusetts in sciopero per settimane nel 1912 per richiedere a gran voce migliori condizioni di lavoro. Ma non pretendevano solo di poter mangiare (il pane), non era solo questo lo scopo della loro protesta. Volevano anche le rose, perché nella vita non è solo necessario poter mangiare per vivere, ma lo sono altrettanto le passioni, la poesia, la musica. Sono il necessario. Tu non hai niente di troppo, ma è quel ragazzo ad essere stato derubato dei suoi sogni. È facile e pericoloso rovesciare questa logica, è questo che ci fa sentire terribilmente a disagio con certe storie. Quello che hai tu, ti è dovuto, e non devi sentirti neanche fortunato. È quello che ti spetta, è quello che ti sei meritato e guadagnato con il sudore e con tanti sacrifici. Come sicuramente quel ragazzo che hai conosciuto.



p.s. ci vieni al concerto? c'è anche G. No, non farti troppe illusioni, non cercare di capire a quale stupenda femminona appartenga questa misteriosa iniziale. Trattasi di un tuo amico, nonché cugino di Franca.

Produzioni seriali di cieli stellati


Ma che bello, che bello.
Scusate l’euforia, ma cercavo di darmi un po’ di entusiasmo da solo, perché il Vasco dei poveri qui, te lo toglie tutto. Mai ascoltato un cantautore più depresso e deprimente; una specie di cantautorato punk. Però, cazzo, è proprio bravo.
È un poeta, di quelli maledetti. Di quelli che raccontano storie che farebbero impallidire i personaggi dei libri di Irvine Welsh. Si fa infiammare le corde vocali, dalle sigarette e dalle grida che sputano parole amare sulle oscenità e sulle violenze psicologiche, e non, che lo circondano. Ma lo fa con una poesia decadente che mette in fila perle di spessore invidiabile. Con i suoi testi pieni di ardore ti porta in una vita tossica che brucia vissuta ai margini, consumata nei paesaggi industriali di periferia e nell’immaginario consueto e desolante che creano. Storie a volte senza redenzione, il tempo è cadenzato, costante nei gesti estremi e spesso nichilisti, in un’esistenza continuamente passata a sentirsi la terra franare sotto i piedi. Disillusioni lontane anni luce dalla mia vita. Rabbia e disperazione densa, che Le luci della centrale elettrica (bello come nome, vero? senz’altro evocativo) ti sbatte nelle orecchie senza chiedere scusa.

n.b. da evitare come la peste, o come le rotaie del tram quando si è sulla motoretta (lo dico per esperienza), insomma assolutamente, se si è già in una fase vorrei-tagliarmi-le-vene, perché Brondi vi darà le motivazioni per farlo veramente.

Dopo questa solare presentazione, vi dico che l’11 giugno suonerà al Circolo. Chi viene con me?


p.s. nessuna droga è stata usata durante la stesura di questo post, non sia mai.

Alla fine non sono stato al concerto dei dinosauri e non me ne pento neanche un po’

Da grande voglio essere come Nick Hornby. È per questo che mi sto facendo cadere i capelli. Sì, lo faccio apposta, giuro. Solo che poi c’è il pericolo, più volte preventivato, di finire per assomigliare a Lino Benfi, data anche l’evidente stazza. Ma è un rischio che sono disposto a correre.
Ironico, arguto, intelligente, dissacrante, sensibile, l’altra sera se ne stava su quel palco a farsi fotografare con duemila persone -o quasi- sullo sfondo. E mentre lo faceva indicava noi, ecco i miei amici.
Potere e forza della parola scritta riunire così tante persone gioiose. Anche se all’ombra della Basilica di Massenzio, in mezzo a tanta comunicatività, c’era veramente il rischio di passare tutto il tempo ad ammirarla illuminata, invece di osservare i protagonisti della serata.
Lui, per tre quarti d’ora, legge versi come sempre taglienti presi un capitolo del suo nuovo libro, si siede a fumare quando suona il gruppo che musica la serata, ironizza su se stesso e sulle sue opere, saluta, si inchina e se ne va.
Stending ovèscion d’obbligo e sorrisi a trentasei denti.
Facile facile. E così emozionante.

Scrivere di musica è come ballare d’architettura (cit.)

Eccovi la mia prima recensione profèscional. Qualcuno ha avuto il coraggio, o l’incoscienza, di pubblicarla. Per questo lo ringrazio. E ringrazio il mio amico Pietro che mi ha spinto ed incoraggiato a farla.
Se siano stati più saggi o più pazzi, decidetelo voi.


n.b. se siete un dirigente di una major e state leggendo, siete tutti bravissimi e competenti e simpatici e sicuramente avete anche molti capelli e siete virili.

I giganti

Siamo arrivati (lasciate stare il solito imbarazzante inno e cliccate su skip, presto!) ad un passo dal titolo, anche qui. Nella finale dei play off: domani "gara 1". Ho visto i biglietti per le gare romane costare la metà per gli under ventitré. Sono quindi determinato a travestirmi da adolescente, in modo da fugare ogni dubbio ed aggirare più facilmente i zelanti controllori. Pensavo di sbarbarmi ed indossare una maglietta dei Tok*o Hotel. Due o tre brufoli ce li metto di mio, avrei bisogno solo di un linguaggio ggiovane. Chi ha suggerimenti da darmi?

Freak scene

Preso da un moto di ribellione, roba da far invidia al giovine Holden, ho deciso spontaneamente, senza la costrizione di forze esterne né per mancanza di pecunia, che non andrò al concerto dei Dinosaur Jr. Evento che aspettavo da quando avevo più o meno quindici anni.
Ci sono due contingenze che avranno luogo la stessa sera, una congiunzione astrale infausta provocata senza dubbio da dei malevoli (ancora loro), come non se ne vedeva dai tempi dello scudetto alla L*zio. Il caso vuole che proprio nella stessa calda notte romana ci sia, nell’ambito della rassegna del Festival delle Letterature, nella meravigliosa cornice della Basilica di Massenzio (immaginatela di notte, illuminata... da togliere il fiato), una serata dedicata a Nick Hornby, con la diretta partecipazione del mirabolante scrittore d’Albione. Quello che ha scritto pagine nelle quali come poche volte mi sono così rispecchiato; un personaggio, quello di Rob Fleming, che fa parte del mio essere. Ancora più dei dinosauri.
Poi tanto vi farò una compilèscion con la top fàiv dei concerti imperdibili che mi sono perso. Ci saranno anche loro.

I’m not as sad as Dostojevskij, I’m not as clever as Mark Twain (cit.)

Avete mai provato a fare il sympa ad un colloquio di lavoro? Io sì, qualche anno fa. Non fatelo. Del tipo ritrovarsi di fronte la psicologa-cessa addetta alle selezioni del personale ed il responsabile delle assunzioni per conto dell’azienda, simpatico come un dito nel culo e che per brevità chiamerò il cornuto.
psicologa-cessa: che lavoro fa tua madre?
dufresne: insegnante… insegna all’asilo.
p-c: che poi ora mi sembra si dica “scuola dell’infanzia”, vero?
dufresne: sì, in effetti mia madre mi riprende sempre quando parlo di “asilo”…
p-c: ma alla fine sono solo formalità burocratiche. Ora si dà troppo peso all’apparenza… (segue pippone –giustissimo– sulla vacuità degli eufemismi dei tempi moderni)…
il cornuto: eh, e poi ci tengono alle formalità, guai a trasgredire, si incazzano proprio!
[sguardo tra l’attonito ed il perplesso di dufresne]

dufresne
: sì sì, infatti una volta un bambino si è avvicinato a mia madre per confessarle maestra, lo sciai che mi piasce tanto venire all’asilo? L’ha picchiato.
Lei, cogliendo l’ironia un po’ cinica si è subito messa a ridere. Mi volto verso di lui: una maschera che lasciava trasparire solo orrore. Volto di pietra. Tutt’intorno una distesa di ghiaccio, e mi sono sentito come se stessi camminando a piedi nudi sulla superficie del lago ghiacciato di Peipus. Freddino, vero? Così mi sono sentito in obbligo di aggiungere “sto scherzando”. Allora lo psicorigido (e cornuto) finalmente si scioglie (insieme al ghiaccio) e si lascia andare. Alla fine sorrisi ed inculate, anche se quel lavoro non l'avrei mai fatto.
E vabbè, a questo punto avrete capito il motivo che ultimamente mi ha portato a scrivere poco. Perché la mia testa ed i miei pensieri erano tutti proiettati verso un evento, una meta tanto agoniata. Ero in attesa di una sospirata risposta che sarebbe dovuta arrivare qualche giorno fa. Ecco, il sarebbe si è trasformato in non-mi-hanno-chiamato. L’ennesimo colpo basso al mio già fragile ego.
E pensare che credevo di avere tutte le carte in regola per questo lavoro. Passione e competenza. In più grande professionalità del sottoscritto durante il colloquio e determinazione a fare bene (senza battutone-nerd da somministrare agli esaminatori-kappler). Con la mia mente, emotiva ed ansiosa che comunque scriveva il copione delle più grandi figure di merda che –sicuramente– avrei fatto. Come inciampare e finire disteso per terra con posa a là Gesù Cristo. Sai che vergogna. O sputare sul foglio mentre parlo. Cose così.
Mi potrei nascondere dietro mille banali e vigliacche scuse, giusto per non ammettere la triste realtà. Ci sono molti ragazzi più brillanti di me e che sono stati ritenuti più idonei.
Io tiro fuori l’orgoglio e vado avanti. Giro la pagina di un romanzo (un dramma?) che mi stava appassionando e nel quale avevo riposto molte (troppe) speranze, ma con un finale deludente.

Epilogo (al precedente post)

Ormai Parma nel mio immaginario non sarà più la città cinquecentesca, che culla il suo Duomo, l’imponente Battistero di marmo rosa o gli affreschi evocativi del Correggio. D’ora in poi sarà solamente una piccola, triste cittadina di provincia, immersa perennemente nella nebbia.

Sshhhhh

Voi oggi che fate?
Oh, se il Parma si salva dalla retrocessione, ci vediamo a Testaccio a festeggiare.
Altrimenti: grazie Reagan, bombardaci Parma (cit.).
Sorrisone ammiccànt.

p.s. poi vi spiego perché non scrivo da due settimane.

Afterhours, Teatro Tendastrisce, Roma [08.05.2008]

Oggi non ho tempo, né voglia, di scrivere. Accontentatevi degli appunti (incompleti) post-concerto.
Poi partecipa anche tu al nuovo concorso di dufresne, "Aguzza la vista": cento punti a chi scova le strunzate che ho scritto.

I cento passi un par di palle


Cinisi, novemaggiomillenovecentosettantotto.
Trent'anni dopo. Trent'anni oggi.
E non abbiamo imparato niente.
In un paese dove, se palri di Memoria, ti consigliano l'Acu*il Fosforo.

Quest'anno è forte la tua Fiorentina... (cit.)

L’altra sera avrei potuto vedere, in un colpo solo, Adam Green, Le Luci della Centrale Elettrica e Laura Marling. Avrei potuto, perché ho preferito rinunciare all’evento concertistico di maggio, per rimanere in casa a godermi la semifinale di Coppa Uefa della Fiorentina.
Il preferito naturalmente è un eufemismo che sta per costretto da Giovanni, che ha messo il sottoscritto di fronte all’alternativa di essere cacciato di casa. Sono certo converrete che abbia fatto la scelta giusta.
In realtà mi sono seduto su una sedia (ma il volume era quello di un concerto), perché ormai mi sono appassionato a questa squadra, ma soprattutto per vivere una serata in empatia totale con lui. Uno spettacolo nello spettacolo.
La fine la conoscete tutti.
Io invece ieri me lo immaginavo, in piena crisi depressiva post-trauma, intento ad ascoltare in loop Firenze Santa Maria Novella di Pupo.
No, aspè, questo lo fa spesso.
Lo so, non è una bella immagine.

Forma e sostanza

Voler massimizzare il profitto, per una società, significa, in pratica, scegliere la quantità a discapito della qualità. Apparire forti, anche se non se ne hanno le fondamenta economiche per farlo. Figuriamoci l’autorità morale. Investire pochi soldi per un nuovo lavoro significa pagarne poi le conseguenze, a lungo termine, inevitabilmente. Conseguenze di insoddisfazione e di fallimento.
Ed è lo specchio anche di quello che avviene nella società contemporanea, società in senso sociologico. Società dell’apparenza. E politica delle promesse vacue, perché irrealizzabili. Tutto è legato. Un sottile filo rosso.
Uno dei miei capi, per uno dei lavori che seguiamo nei nostri uffici, ha deciso di adottare questo metodo, triste assioma del capitalismo, senza farne un minimo di studio di previsione. Oh, bastavano due calcoli, mica la laurea (comprata) in economia.
Con il risultato finale di vanificare mesi di sforzi e duro lavoro del sottoscritto e di alcune altre persone.
A me non resta che la possibilità di sputtanarlo su questo blog.
Vendetta, tremenda vendetta.

Secondo una mia statistica molto casalinga, questo blog è letto (saltuariamente) da circa quattro-cinque-massimo-ma-proprio-a-voler-esagerare-sei persone.
Rapporti di forze.

Direi che, dopo tutto, l’elezione del nuovo sindaco della capitale l’ho presa piuttosto bene…


Incredibboli

Sabato sera gli Amari al Circolo (ancora?), rigorosamente aggratise.
Probabilmente non andrò, non ballerò, non mi divertirò, giusto per il gusto di ostentare vergognosamente in questo modo, con un testo intelligente, amaro (ehm) ed arguto, il mio odierno stato d’animo.

Scusa se anche questa notte voglio stare a casa, scusa ho solo stupide parole che ti accompagneranno se mi stai ascoltando, inizio dal fondo, ho bisogno di silenzio, incondizionabile la scelta dell’assenza, posso nascondermi dietro l’alone di una generazione che le rivoluzioni le pensa sul divano, in sottofondo un disco suona piano e accende sensi di colpa, c’è qualcuno che li svende. Scusa se anche questa notte voglio stare a casa, è una scusa un’altra volta. Scusa se anche questa notte voglio stare a casa, devo salvare il mondo. Scusa ma devo vegliare candele da umide soffitte, devo aggiornare il diario di tutte le sconfitte, il gomitolo che poi non userò, un altro anno un altra bella sciarpa, non sarà su quella strada, è troppo presto per scoprire un sassolino nella scarpa, forse un altro giorno poi ci giocherò, forse un altro giorno poi ci giocherò, forse un altro giorno.

Revisionismi / Attualità

Andare a vedere una salma non è che sia poi il massimo dell’allegria, ma in questo caso la circonda un certo alone religioso, quasi mistico, di venerazione. Per questo tutti vi si accostano in silenzio, ma con felicità.
La Chiesa, diciamola tutta, non l’ha mai potuto sopportare e veri miracoli non è riuscito a farne, anzi è diventato simbolo effimero di un qualcosa che non si è mai realizzato; ma allora, perché rappresenta ancora un forte simbolo di riscatto?
Se tanta gente fa la fila per andarlo a vedere, disteso su di un letto, con una maschera di cera sul volto, ci sarà pure un motivo.
Mi viene in mente mio nonno, che me ne parlava spesso. Ricordo i suoi occhi illuminarsi, ed io, nella mia ingenuità di bambino, non capivo, ma ne venivo rapito dai racconti. Non ne coglievo appieno lo spessore, ma pensavo dovesse essere un grand’uomo, una specie di santo, a vederlo di riflesso nella devozione di un uomo più grande di me di molti anni, che della vita aveva esperienza, e che sì, aveva fatto al guerra ed aveva sparato ai nazisti ed allora, cazzo, se ne parlava così bene doveva per forza aver ragione. E poi era mio nonno, e c’erano le partite a pallone che facevamo insieme e le domeniche allo stadio a vedere la Roma, la meraviglia nel vederlo riparare ogni cosa, ed i suoi racconti.
Insomma, c’è questa salma lì distesa e tanta gente in fila per vederla. Si presenta con la sua inconfondibile barbetta, il tempo sembra essersi fermato per un’icona che suscita rispetto e reverenza, così come feroci critiche, un insieme sconfinato di sentimenti contrastanti.
Vorrei andare anche io, prendere il treno e fare molta strada, fino ad arrivare in una terra nella quale non sono mai stato. C’è qualcosa che mi spinge, irrimediabilmente, verso quest’uomo.
Sì, lo so, da me non ve lo aspettereste mai. Ma un legame sentimentale mi lega a questa figura. Fa parte della mia storia, nel bene e nel male. Prima o poi, lo farò.

The Niro, Circolo degli Artisti, Roma [22.04.2008]


[pics by dufresne]
Per chi se lo stesse chiedendo: no, non lavoro al Circolo (uno dei pochi posti che organizza eventi musicali interessanti). I biglietti li pago, poco, ma li pago.
Se poi l’occasione è quella di vedere dal vivo The Niro, allora scrupoli sui soldi non te ne fai proprio. Davide Combusti torna nella sua città e mostra a tutti i presenti che di ordinario in lui c’è ben poco. Vabbè, ‘sta banalità scontata, giocando con il titolo del suo primo EP, l’avranno detta un po’ tutti, ma non ho resistito. Merita come minimo ammirazione, un ragazzo non ancora trent’enne che si è esibito persino all’Auditorium, al quale viene spesso accostato il nome di Jeff Buckley (mica Little Tony), che ha suonato con musicisti dai nomi altisonati in giro per il mondo e che si presenta su un piccolo palco, che ha calcato già molte volte, con un’umiltà spaventosa. Roba che un pincopallo qualsiasi se le tirerebbe più di Manuel Agnelli. Invece lui, come fosse la cosa più normale del mondo incantare un’intera folla di persone incredule per tanto talento, se la cava con i suoi grazie pronunciati in un modo che rivelano tutta la sua timidezza, così in contrasto con la sicurezza che mostra quando suona, e che ti spingono a desiderare di salire sul palco per abbracciarlo. Senza tralasciare il fatto che uno che si sceglie come nome d’arte così geniale, meriterebbe di vendere milioni di dischi. Un concerto perfetto, per la cura degli arrangiamenti, per la grinta, per i musicisti bravissimi che lo accompagnano e per le emozioni che ti sconvolgono dentro. È irresistibile quando, nella sua inconfondibile posa occhi-al-cielo e le sue dita che corrono veloci e precise su quella chitarra, tira fuori una voce profonda e modulabile che ti lascia a bocca spalancata. Tu, sotto il palco, ti rodi d’invidia. E salti di gioia.