Me, lei, quando (non tutti i periodi sono un soffio d’oro, ma questo cos’è?)


Quando sto così bene con lei, vorrei che il mondo finisse in quel momento: staremmo per sempre lì, in quell’attimo congelato nel tempo, senza certi giorni che fanno il giro e ricominciano non contenti di averti fatto già del male.

Quando è autunno e le foglie cadono, lei è un alito di vento che le solleva, le fa volteggiare in aria fino a farle riattaccare ai rami, come un ritorno alla vita: lei è le foglie nuove a primavera.

Quando siamo lontani, ci chiamiamo e ci rincorriamo, come fanno tutti, già, ma questo è il mio pensiero per lei. E noi siamo più veloci, scusate.

Quando sto per addormentarmi, penso a quanto sarebbe bello se, per una volta, la vita fosse così facile e calda come il mio abbraccio che la avvolge.

Quando sbaglio faccio le cose in grande: errori rossi da mettermi, molti blu, ma con quelli che la fanno soffrire strappo il foglio e ricomincio da capo. Finché lei vorrà che ci siano pagine che rimangono sul quaderno. Io, per paura, non chiedo di contarle.

Quando penso che ho molti interessi, mi sforzo di fare tante cose, poche mi riescono, molte altre no e vabbè. Tutto molto bello. Ma la cosa che mi fa sentire veramente vivo e felice è farla ridere. Tutto il resto è un contorno alla vita, perché sono vivo quando la faccio ridere, così vivo che muoio quando non ci riesco. Perché quando la faccio ridere, faccio anche pugni con Dio per stabilire chi abbia creato la cosa più bella e splendente. Vinco sempre io. Carta batte sasso, forbice batte carta, sasso batte forbice, la sua risata batte Dio.

Quando siamo due continenti alla deriva, in realtà ci stiamo avvicinando, ci scontriamo, creiamo montagne insormontabili. Ma poi le scaliamo, sempre. Scivoliamo, ci teniamo per mano, io tiro la corda, attenta qui c’è il giaccio, si scivola, ecco la vetta, dai che ce la facciamo, mettiamo la bandiera dove c’è solo sole e nient’altro che le nostre ombre. Ce l’abbiamo fatta, anche questa volta. Anche se sarà già la millesima, non mi stancherò mai di provarci.

Ho tutti questi ricordi di noi due insieme. Ne potrei riempire venti ceste, ma non baratterei mai con l’acqua nel deserto neanche quelli brutti.


Mi stai leggendo? Ecco, allora posso rivolgermi direttamente a te.

Quando ci scontriamo, poi sei silenziosa. Così penso sempre alle migliori parole che abbia mai letto, che sono puro amore: a penny for your thoughts. E puntualmente lo cerco nelle mie tasche. Se solo lo trovassi, riuscirei ad esaudire ogni desiderio per quei momenti che non vuoi parlarmi, tanto non ci sarebbe bisogno di parlare: vorrei che mi ascoltassi come fai con la tua canzone preferita, vorrei che mi leggessi dentro come fai con il tuo libro preferito.

Quando sei via per alcuni giorni, dormo sempre dalla tua parte del letto. Ma non lo rifaccio mai.

Ora lo sai.

Mi perdonerai anche questo?

Top fàiv 2011 - musica e parole (in musica)


Classifica irrazionale, sconclusionata, incompleta, traballante, emotiva. In una parola: mia. Il video? È la canzone dell’anno, ma non la troverete in nessun disco. Ed è pure del 2010. Qualcosa dovrà pur dire. Forse che ho dimenticato mille altri dischi o forse che è stato un anno così e così. Manca J Mascis, già. Suvvia, non sarà mica questa l’ingiustizia più grande del 2011.

do you remember the days
we built these paper mountains
then sat and watched them burn?
I think I found my place
can't you feel it growing stronger?little conquerors

(Questo l'ho messo solo per spiazzarvi, per farvi esclamare emmò che cazzo è? Trovatelo da soli. Ne vale la pena.)

A Christmas Carol

Fino a ieri avevo una barba lunga qualche centimetro. Oggi, tra luminarie e vetrine innevate con il polistirolo, mi sono reso conto di aver tagliato quei peli dalla mia faccia appena in tempo. Tra poco mi avrebbero offerto un lavoro da Babbo Natale al centro commerciale, io non sarei riuscito a rifiutarlo e sarebbe finita con il sottoscritto ubriaco, con il costume sporco e una bottiglia di Jack Daniel's coperta da un busta di carta, disteso a terra svenuto all’incrocio tra la tra la 5th Avenue e la 34th Street.

Ogni mattina, uooo-uo


Ogni mattina nella savana una gazzella si sveglia e inizia a correre. Ogni mattina in città mi sveglio e accendo il notebook sperando che si sia riparato da solo. Questioni di sopravvivenza. Perché senza internet mi sento un po’ perso. Ed è proprio per questo che forse mi merito qualcosa che la gazzella sognamo possa ogni giorno evitare: che il leone mi prenda.
Dai gazzella, facciamo il tifo per te.

Vn popolo … di scienziati … trasmigratori


A Roma il posto più suggestivo dove passare per puro caso una mattina d’autunno si trova all’EUR. Niente a che fare però con qualche becero revanscismo futurista, che nel 2011 ha sempre poco a che fare con l’arte. È un’oasi di pace proprio al centro del peggiore caos cittadino, che tutt’intorno è macchine ferme ma non in sosta, clacson, urla, clacson, polveri sottili, clacson, dito medio fuori dal finestrino. Qui nel piazzale non c’è nessuno, solo un fotografo con le sue lenti costosissime in cerca della luce giusta, dell’episodio, l’istante significativo da immortalare. Non come questa merdosa foto scattata con il cellulare.

Take a walk

Seguire i (più o meno) sani consigli che la mamma ha cercato di imprimere nei nostri comportamenti è sempre cosa buona e giusta. Ma non basta lavarsi sempre le mani in modo compulsivo. Neanche lavare tutti i giorni la casa. Puoi adottare qualsiasi pratica salutare, mangiare la fettina di carne cucinata ai ferri condita con un solo goccio d’olio extravergine di oliva rigorosamente a crudo e ritrovarti con l’encefalopatia spongiforme che ti mangia il cervello. La natura lavora più velocemente e più accuratamente di te e soprattutto è imprevedibile.

Se trovate dei simpatici vermicelli bianchi tanto graziosi che strisciano accanto il mouse, la causa non è la vostra mano che sta andando in decomposizione. Sono i confetti di una Laurea di due anni fa che stanno marcendo sulla scrivania nell’altrettanto graziosa scatoletta di vimini che avete abbandonato a se stessa, alla polvere e, ahimé, a dei voraci lombrichi dediti alle gite fuori porta.

La sintesi del #15ott

La gerarchia in crescendo dell’inutilità per il progresso dell’umanità espressa secondo la sintesi di un modello matematico:
Manifestazioni degli Indignati < Partiti della sinistra < Papaboys < Black bloc = Mafiosi = Partiti della destra

Più libri, più liberi?


Mentre oggi ci siamo tutti fatti distrarre dalla storia della fiducia, dalla democrazia, da MonteLittorio e dai Radicali, in Italia si stava consumando una vicenda molto più grave per il futuro dei nostri figli, un fatto sul quale colpevolmente non abbiamo vigilato.
È uscito il nuovo libro di Fabio Volo.

Ch-ch-ch-ch-changes, turn a-nd face the strange, ch-ch-changes

 [la foto, ahimé, non è mia, ma non riesco a trovare l'autore quindi chissene, la metto lo stesso]

Festeggio l’arrivo dell’autunno presentandovi il nuovo template del blog, allegro e coloratissimo. AWW YAEAH! Oh, dovrò pur in qualche modo compensare i miei calzettoni a righe arancioni, celesti e verdi da ragazzina quindicenne.

Un pensierino della sera sul precedente post (edit, su quello prima ancora): perché non potremmo essere simili agli islandesi, o almeno tendervi, guardare a loro come ad un modello? Per chi non lo sapesse, gli islandesi sono gli abitanti della terra delle meraviglie (inserite qui la foto che preferite; io ho scelto la mia)? Un giorno poserò i miei piedi su quel suolo, è una promessa: lo giuro sulla nuova Costituzione redatta online da orgogliosi e valorosi cittadini.

Approfitto della confusione che pervade questo post per dire che, dopo aver letto Englander, sono arrivato alla seguente conclusione: le raccolte di racconti brevi non sono fatte per me, soprattutto se ci sono storie che vorrei non finissero mai. Dopo 20 pagine dovrebbero essere ancora come un bambino di 4 anni, con un futuro radioso davanti.

The Last Drop



[by Adele Enersen, la persona che ammiro di più in questo mondo e anche in quello in quell'altra galassia]

milasdaydreams.blogspot.com
 

Idiosincrasie


Ma non bastavano già questa Italia, questo Governo, questo Presidente del Consiglio? Anche la Società Civile è ora da biasimare? Crede di potersi costituire come un gruppo di pressione con dei ridicoli post-it virtuali, rivelando così soltanto la sua inutilità profonda che, fondamentalmente, è solo voglia di apparire: l'apice e l'orgoglio del berlus***ismo. Ora non resta che aspettare i giovani ribelli conformisti della ribellione. Arriveranno anche loro. Già bussano alla porta i Centri Sociali che metteranno a ferro e fuoco la città per un solo fottutissimo giorno; avranno l’ego pieno e noi le tasche più vuote, impegnati a ricomprar le macchine e a riparare i danni. Tutte le iniziali maiuscole che ho usato non sono opera mia: avrei voluto scrivere tutto in minuscolo, come meriterebbe di essere fatto. Maledetto correttore automatico.

Io cercherò semplicemente di costruire un futuro per i miei figli. Potrò mai permettermi di avere dei figli? No, non parteciperò a nessuna delle vostre ridicole pantomime. Senza la pretesa di essere migliore e con il dubbio di essere peggiore. Maledetta coscienza. Ma sono stanco e disilluso. Io me ne starò qui seduto in riva al fiume, a cullare la mia personale felicità e ad aspettare che tutto questo un giorno passi, come la corrente che porta via i rami secchi, vecchi, morti. Inutili.

Preposizioni e psicoanalisi sono sempre buone scuse per procrastinare responsabilità

- Dovresti andare a correre ogni tanto. Vai con Gianni..
- Ma abita a 10 km. da qui!
- Allora ci vai di corsa, lo saluti, “Ciao Gianni”, e torni indietro.
- Ma così sarebbe correre DA Gianni, non CON Gianni.
- Oh, insomma, fai come ti pare: basta che ci vai. Basterebbe anche solo che muovessi il culo qualche volta. Con quella pancia e quella barba sembri quasi Babbo Natale. E fare l’amore con Babbo Natale, sono certa ne converrai, distruggerebbe tutti i miei sogni e ricordi di quando ero bambina. Sarebbe deleterio per il mia psiche. Chissà cosa ne penserebbe il tuo amico Freud: è una cosa sulla quale avrebbe da ridire.
- Ma ormai Freud è superato.. (mica è vero, eh)
- Quindi non andrai a correre?
- No.

When problem solving is the biggest problem

Le istituzioni ultimamente stanno ossessionando le donne con inviti ad indossare vestiti più casti, sommari appelli alla sobrietà per evitare violenze. Che poi sarebbe come suggerire di non viaggiare perché le strade sono piene di buche e quindi pericolose, quando basterebbe renderle sicure. Sarebbe come rinunciare al proprio ruolo di protezione, per limitarlo a quello di repressione del dissenso. Ma soprattutto sarebbe come attribuire parte della colpa alle vittime. Un cortocircuito della logica. Poi puntualmente arrivano le scuse, le precisazioni, le ritrattazioni, l’arrampicarsi sugli specchi. Ma ci arrivano solo quando viene fatta loro notare l’assurdità sociologica di certe dichiarazioni, l’analisi approssimativa sull’origine di un crimine, così come la perniciosa e volgare relazione causa-effetto implicita nelle loro parole. Dovrebbero imparare a riflettere prima di aprire bocca. Le parole sono importanti. Ecco la mia: idioti.

Nati con la camicia


Guarda mamma, uno dei miei eroi indossa camicia e gilet, proprio come piace a te: è proprio un bravo ragazzo.

Vorrei avere anch’io cinque figli, trasferirmi in Texas, vivere in pace e ricevere, come per magia, tutto questo magnifico talento.

Sulla barba e sui capelli mi sto attrezzando da solo.

Reo confesso

Il primo fiore che le portai lo colsi da una pianta per strada. Lei si affacciò dalla finestra del suo ufficio e lo prese dalle mie mani. Se è un momento che mai dimenticherò e mai vorrei farlo, come potrei rinnegarlo? Prendete anche me.

I want to believe

Gli ads personalizzati li conoscete un po’ tutti. Piccoli omini verdi ti spiano seguendoti sui siti internet, catturano i tuoi gusti e interessi annotandoli su un quadernino e, grazie ad un semplice algoritmo, ti propinano banner ad hoc su qualsiasi pagina a caso vi troviate, basta che sia predisposta per questo simpatico servizio non richiesto. Più o meno funziona così. Forse gli omini sono blu non verdi, ma il concetto è quello. Vai su un sito dove i ragazzi e le ragazze fanno i biricchini? Ecco, se non cancelli i cookie, oltre alla cronologia, molto probabilmente tua madre, mentre siede alla tua scrivania della tua nuova casa per curiosare e sognare nei siti di porcellane finissime e costosissime (da qui il sognare) che a lei piacciono tanto, finisce su qualche pagina con un banner pubblicitario che mostra una signorina bionda molto carina e con il viso coperto di qualcosa che è, boh, forse sapone per le mani, sì mamma, sicuramente sapone liquido per le mani, e ti sorride invitandoti a non perdere l’occasione di scopare tante ragazze vogliose nella tua zona, guarda caso proprio la zona della città dove abiti precisa precisa, basta cliccare su quel pulsante. Poi lei, tua madre, non collegherà mai l’evento alla tua attività notturna davanti a quel monitor perché ignora l’esistenza di tali macchinazioni diaboliche, ma voi lo sapete bene che la colpa gravissima di quella manifestazione virtuale è vostra. Lo so perché a me è capitato.

Se navigando in rete non trovate ads di questo tipo o come quello in basso, che non è propriamente una pubblicità ma funziona con lo stesso meccanismo, vuol dire che non siete mai stati su dei siti p*rno. Mi dispiace per voi, ma il punto è un altro. Se avete risposto Seni o Naso vi siete traditi e ora abbiamo la prova che gli alieni esistono veramente e hanno colonizzato la Terra.

Crazy (cit.)


Eddie Vedder on boat, taken from the “Pearl Jam Twenty” movie

Crazy è il commento che esce dalla bocca di Eddie quando riceve dalle mani di Cameron Crowe il demo tape originale del leggendario Momma-Son: la sua faccia stupita ci racconta che lui, quella cassetta così carica di spirito e sostanza e valore, non la vedeva da molti anni. Ci dice anche che alcune cose, che volgarmente e disgraziatamente chiamiamo oggetti, hanno un significato così splendente che illumina chi lo ha creato così come brucia nell’immaginario di chi lo ha sempre sognato. Hey Eddie, quella roba che hai in mano e che accarezzi è come se i fan sparsi per il globo se la fossero copiata e passata tra loro in tutti questi anni. Perché lì, in quella sua espressione commossa e piena di entusiasmo, c’era anche una parte importante del mio mondo.

Quella stessa espressione l’ho avuta disegnata sul mio volto ad ogni fotogramma, per tutto il tempo che sono stato seduto sulla poltrona di un cinema.

Ok, il film ha molto peccato perché è pieno di omissioni in pensieri, opere, parole e tutta quella roba lì, ma... ehm, forse ho fatto un po’ di confusione. Per dirla in un linguaggio comprensibile e meno mistico-delirante: questo documentario non è una mera e fredda cronistoria della loro carriera, non doveva esserlo; se desideravate una cosa del genere, per voi c’è comunque questa geniale analisi. E poi certe cose non si possono commentare con la ragione. O almeno io non ci riesco. A dirla tutta non ne ho neanche voglia.

Quindi via di sproloquio.

Ho riso, ho pianto, ho ricordato con rabbia, quella adolescenziale che è diventata poi matura ma che in fondo sempre rabbia è, ho ricordato con amore, quello che mi ha fatto volare alto sin dal primo giorno e che ancora non mi ha fatto scendere e che raramente mi ha fatto vedere -ma sempre da lontano- terra, ho guardato al passato con nostalgia e ho visto il presente, quello che sono ora e quello che sono contento di essere, perché su quello schermo ho visto loro ma di riflesso anche me stesso -ecco, ora per lei che mi era seduta accanto non ho proprio più segreti-, e alla fine ho guardato al futuro con un sorriso di speranza -it’s my evolution, baby-.

Durante la visione del film ho realizzato che non avrei potuto desiderare nulla in più di quello che nel corso di questi venti anni hanno saputo darmi. Quello che mi hanno regalato come uomini che sanno anche sbagliare, ma che sono così speciali che se fai la somma e le sottrazioni alla fine il risultato non è mai negativo. Quello che hanno rappresentato, anche nei momenti peggiori, quelli che ieri sera mi hanno fatto chiudere gli occhi per far scendere le lacrime. Essere felice di quello che ho ricevuto: è questo il mio ringraziamento.

Uff, ora posso respirare. Mi schiarisco la voce. Giro la pagina, ma non chiudo il libro.

Con rabbia e con amore.
Per sempre vostro,

pg

The Dreamover


Dream the dreams of other men,... You’ll be no ones rival,...
Dream the dreams of others then,... You will be no ones rival,...
You will be no ones rival,...
(EV)




Pensavo a come il 2011 sia stato l’anno degli anniversari, personali e universali. Cose belle, cose brutte. Good times, bad times.Tante piccole pietre d’angolo per quello che sarebbe venuto dopo. Solo che pochi di questi sono così carichi di simboli come il 9/11:
il senso di precarietà, anche a 7.000 km. di distanza;
i familiari delle vittime che si sono opposti alla guerra, quelli che non volevano spargere altro odio, considerati dei comunisti, e quelli che pensavano fosse molto più patriottico essere lungimiranti, considerati dei fascisti;
l’orgoglio e la voglia di ricominciare;
gli eroi e la retorica;
l’inganno osceno del Dio è con noi, non importa che si chiami Allah, God o YHWH;
le ultime telefonate, i messaggi nelle segreterie telefoniche;
le guerre vigliacche spacciate per Giustizia e mai chiamate con il loro vero nome;
il sospetto, la diffidenza, gli sguardi impauriti e quelli vuoti in metropolitana;
la bandiera a stelle e strisce che hai ritirato fuori dal cassetto, anche se l’american way of life ti è sempre stata un po’ sul cazzo ma quella bandiera ce l’avevi perché quando eri piccolo per te rappresentava un faro di libertà;
i Jumpers, no, quello non è mio padre, lui non l’avrebbe mai fatto, così disprezzati negli States perché non avrebbero combattuto fino alla fine.
Eccola la foto del mio 9/11 vissuto davanti alla televisione, l’immagine più orribile e che proprio per questo dovrebbe esserne il simbolo. I falling men erano l’unico segnale che ti facesse capire che c’era ancora vita da quelle parti. Ancora vita, ancora per poco. All’inizio erano una serie di oggetti inanimati che prendevano vita grazie alla gravità, perché non potevi credere, accettare, che fossero esseri umani: è una scrivania, è una sedia, è una cassettiera, è un cappotto. No. Maledetti zoom.

E poi, certo, la Torre Sud che crolla: vrroooom. La Torre Nord che crolla: vrroooom.

E poi c’è l’assenza. Immaginavo l’assenza. Non le grida, non i desideri di vendetta, nemmeno le ricamate qualità che si cuciono addosso a chi ha lasciato solo i ricordi. Immaginavo l’assenza come dipinta sulle lacrime discrete nella propria intimità, nei gesti quotidiani. Quell’assenza l’ho ritrovata in una canzone, che non parla di quel giorno, ma di quelli seguenti. E di quelli dopo ancora. Una situazione che un uomo del New Jersey -chi meglio di lui?- ha saputo evocare con parole semplici, scarne, senza iperboli ardite, senza retorica. Inizia così. Shirts in the closet, shoes in the hall. Mama's in the kitchen, baby and all. Everything is everything. Everything is everything. But you're missing. Nei gesti quotidiani.

E poi c’è la libertà, che è una parola con la quale ci riempiamo spesso a sproposito la bocca. La libertà che si misura sul peso dell’ironia che possiamo dare alle nostre vite. La vera libertà è quella di poter ridere sulla religione, su Dio, sul governo, sul potere, sui nostri pregi e sui nostri difetti, personali e collettivi come popolo, sulla vita e sulla morte.
Non serviva a niente chiamare l’amico, quello cinico che ha sempre una battuta per tutto e che ti fa ridere sempre. - Ma... Cazzo. Cristo. Chissà quante persone. Hai visto come sono venute giù? - Certo che l’ho visto. Ma non hai nient’altro da dirmi? - Mi viene da piangere. - Anche a me, ciao. Clic. Questa volta non ce l’abbiamo quella libertà. È una cosa troppo grossa. La coscienza e la sensibilità ce lo impedisce. E questa volta non è la natura o il fato che ce l’ha tolta. Sono stati degli uomini. Per questo li disprezzo, ancora di più.

E poi ci sono tutte quelle domande, che viaggiano in mille direzioni, fanno il giro della Terra e ti ritornano indietro più pesanti di prima. Troppo pesanti per essere sopportate. Invece delle inutili domande, quei “Tu dov’eri in quel momento?” e “Cosa stavi facendo?”, che ci invadono in queste ore, che ci hanno tormentato allora, avrebbe più senso chiederci e chiedere quello che l’Undicisettembre rappresenta per noi. Per me sono i sogni infranti di migliaia di persone, di quelle andate così come di quelle rimaste. E quelli irrealizzabili, come quello di Oskar: il sogno che ci ha regalato Foer nelle pagine più stravolgenti, commoventi e cariche di significato scritte dopo quei giorni così privi di senso. Ecco, non ho saputo fare di meglio che filmarle e metterle qui.

In quei giorni ho capito che si vive una volta sola, ma si muore tante volte. Quando si combatte una guerra in tuo nome. Ogni volta che le tv ritrasmettono quei filmati delle Torri. Questo l’ho visto milioni di volte. Oggi eccone uno nuovo.

De tanta e tanta ggente...

Esterno sera, che è pure interno stadio. Nel prepartita c’è un Giacomino che in vena logorroica indossa le vesti dell’essere fastidioso che importuna il prossimo costretto nel suo posto tra la folla, senza via di scampo.

G: È meglio vivere di speranze tradite che di basse aspettative, almeno puoi svegliarti la mattina con entusiasmo aspettando qualcosa. Avessimo solo ‘sta squadra nelle nostre vite, saremmo costantemente depressi: dopo il disastro dell’anno scorso ci ha tolto anche l’emozione viva dell’attesa, il primo dolce pensiero della mattina ispirato dall’entusiasmo...

Vdp: Ma de che? Io c’ho solo l’aesseroma!

G: Ehmm... Un Capitano, c’è solo un Capitano, un Capitaaaano, c’è solo un Capitaaano!

Cose da fare sulla spiaggia ad agosto

Giocare a racchettoni sul bagnasciuga, socializzare con i vicini di ombrellone, prendere un gelato al chiosco, dormire all’ombra su uno scomodo lettino ma con il dolce rumore delle onde che si infrangono sulla costa come sottofondo, leggere un bel libro, prendere un po’ di sole, fare il bagno (se non ci sono escrementi che galleggiano), rilassarsi, partecipare ad un’accesa e profonda discussione su scienza, letteratura e pippe mentali commentando il post di un interessante blog, consigliato direttamente dai Wu Minchia -il collettivo di scrittori che ci invidiano persino nell'East Village-. Cose così.
Dai, partecipate anche voi al gioco più divertente e spensierato dell’estate (ah, io nei commenti mi firmo “dufresne”)!

Words cannot tell how much I love you. So forget it. (Snoopy)



Se credete sia cosa buona e giusta scrivere qualcosa di bello, fresco e positivo sulle vacanze appena trascorse, significa che voi non siete rientrati questa mattina in ufficio e che nella vostra città non ci sono quaranta fottutissimi gradi.
In sintesi, le mie vacanze possono essere riassunte in questa foto, scattata con il cellulare: il Golfo di Policastro. Tutto il resto è gioia.
Accontentatevi.

Diario di un ipocondriaco [un altro post scritto al cellulare, quindi male, #2]

Il mio medico di famiglia mi odia. L’ho capito dal suo sguardo assassino stile Shining. Appena mi vede saluta distrattamente e un secondo dopo realizza chi sono: - “Ancora tuuuu?”. Se avesse avuto una pistola, l’avrebbe certamente usata contro di me: il tempo che si ferma, gli sguardi di sfida intensi che ci scambiamo per dimostrare chi è il più veloce pistolero del Far West, sabbia che vola in alto formando spirali, la musica di Morricone in sottofondo. Non me la sento di escludere che come alternativa abbia pensato di usare una di quelle siringhe che custodisce in quel contenitore in acciaio sterilizzato da ospedale che mi ha fatto sempre più impressione dell’ago, infilandomela nel collo e premendo lo stantuffo o comecavolosichiama, mandandomi in circolo qualche litro d’aria e vaffanculo, amen, - “Ha finito di soffrire e di rompermi le balle”. Credo che solo la presenza di numerosi testimoni in sala d’attesa l’abbiano scoraggiato dall’insano gesto e forse anche l’idea di veder trasformato il suo studio medico in un plastico al centro di uno studio televisivo, tra due ali di poltrone occupate da opinionisti del nulla, psicologi falliti e giovani fanciulle scosciate.

Lui, il mio nemico, non ha una grafia come quella che ti aspetteresti da ogni buon medico, incomprensibile quanto un qualsiasi enigma della Sfinge. Sono cresciuto con quelle prescrizioni che per tutti erano aramaico antico, persino per il farmacista; erano quasi il segno di una conoscenza che pochi eletti potevano vantare, donavano al dottore un’aurea da illuminato. Ora le prescrizioni hi-tech, le ricette stampate con il pc, ti tolgono tutto il gusto di poter leggere, fino alla decifrazione delle singole lettere, qualsiasi cosa tu voglia o pensi possa esserci scritto. Ti diagnosticavi, finché il medico non avesse aperto bocca o chiarito il tutto in seguito ad una tua richiesta, tutte le malattie che i tuoi studi ti permettevano di leggerci. Altro che quelle caramelle/compresse o innocue visite da uno specialista. Alla faccia del duepuntozero. Ora è tutto più prosaico: su quei fogli rosa sembra tutto un copia&incolla da qualche enciclopedia medica online, altro che sapienza scientifica derivante da anni di studi e sacrifici.

Il nostro è un rapporto che si è incrinato circa 147 (inutili) visite fa. Molto prima che con il suo stetoscopio giocattolo visitasse mio nonno trovandogli una leggera bronchite, mentre in realtà aveva il polmone destro completamente collassato. Ma forse non è colpa sua, forse su YouTube nessuno ha ancora caricato qualche video didattico sull‘utilizzo di certi strumenti.

Ora il nostro rapporto può riassumersi nelle seguenti consuete e tragiche sei fasi.


Prenoto la visita
Lo faccio sotto falso nome. Mi spaccio alternativamente per mio fratello, mio padre, mia madre, mia zia, mia nonna ed il cane. Sono sicuro che la segretaria sotto la scrivania abbia una blacklist dei pazienti indesiderati ed io sono il primo nome perché l’ordine alfabetico non mi avrebbe reso giustizia. Tanto l’importante è prenotare il posto, la visita, l’orario. Poi mi presento io: - “Tadaaaaaaaa, sorpresa!”

L’attesa
Una volta gabbati segretaria e medico, mi presento con un tremendo anticipo sperando che si liberi un posto e che mi possa visitare subito, data “l’urgenza” della mia situazione. Ovviamente, una volta presentato di persona, salta la copertura e il medico fa di tutto per dilatare le altre visite e ritardare l’incontro, che avverrà almeno 75 minuti dopo il previsto. Cerca di prendermi sullo sfinimento, ma io non demordo.

La sala d’attesa
Inganno il tempo, ma non il medico, facendo amicizia con tutte quelle vecchie timorate di Dio che pregano e pregano per una grazia sui loro malanni, ma che, giustamente, non disdegnano di farsi aiutare dalla scienza, ché se aspettano che cali una mano dall’alto...
Mi sento a mio agio, o almeno mi sforzo di esserlo, e per distogliere la mia attenzione dal nervosismo e dagli esiti certi della visita -certamente nefasti, li prevedo come se fossi una novella Sibilla Cumana-, do corda a tutte quelle persone che in altri contesti farei finta di non sentire e/o non vedere o come minimo mi farebbero alzare gli occhi al cielo seguiti da un sospiro. Si parla del tempo, degli immigrati, alimento la loro sete di razzismo istigandole sul caso di quell’islamico che ha fatto un qualcosa che non-va-bene-no-no e ricevo ancora più attenzione: bene così. Ah, signora mia, quell’arabo l’hanno condannato a tre anni, ben gli sta! In realtà l’hanno assolto, ma il finale di quella storia non è per niente funzionale alla mia strategia di sopravvivenza. E poi la sicurezza che non c’è più nelle strade, il roast beef che se non lo bagni come si deve si asciuga troppo e diventa secco, la X (metteteci voi il nome della vostra star femminile televisiva del momento) e le Vel*ne e tutte queste svergognate che non sono timorate di Dio e fanno le sciacquette e non ci sono più le ragazze serie di una volta, che invece mia figlia è spostata e ha già due bellissimi bambini che sono un amore, guardi, ma un amooore, perché mia figlia li cresce con sani ed onesti principi e li porta tutte le domeniche in chiesa. Poi mi viene in mente di aver visto sua figlia su YouPorn l’altra sera, però glisso e cerco di non pensare allo scandalo della sua presenza nella sezione “Teen”, quando io so benissimo che ha almeno 28 anni, dato che è cresciuta nel mio palazzo.

L’incontro/scontro con il medico
La resa dei conti finale. Siamo io, lui, la segretaria e altri due pazienti in attesa, ché tre arrivati dopo di me li ha fatti passare avanti, ma cinque sarebbero stati troppi.

- “Allora, vediamo, cos’ha questa volta?”
- “Sempre lo stesso, dottore. C’è questo cuore che si ostina a battere e...
- “Eh...”, segue un suo sospiro che di sicuro fa il paio con quanto ho intuito prima: le pistole e la siringa.

Perché non parla? Perché si limita a quell’espressione che indica un pianto imminente e ad alzare entrambi i palmi delle mani volgendoli al cielo, come in una sorta di accorata preghiera a chiunque sia in grado di far finire questo strazio -che poi sarei io in person, lo strazio-? Non lo sa che durante questi silenzi io non faccio altro che autodiagnosticarmi tutti i mali del mondo? Il numero di autodiagnosi è direttamente proporzionale ai secondi passati qui dentro. È come una molla: si carica di energia potenziale ed esplode in tutta la sua potenza. Io sono altamente specializzato nei malanni del cuore.

- “Vede, forse dovrei aspirare ad essere di più come un filosofo. Schopenhauer diceva: «Che cosa è che fa il filosofo? Il coraggio di non tenersi nessuna questione sul cuore». Io forse ne tengo troppe: lo appesantisco.”
- “Venga con me...”, si alza. “Venga con me, andiamo”, mi invita a seguirlo con un movimento della testa.

Dove mi porta? Vorrà mostrarmi un macchinario ultra super tecnologico che, con un clic e senza essere invasivo -mai metterete le mani o qualsiasi altra cosa dentro il mio corpo, bastardi!-, riesce a monitorare con il 100% della precisione lo stato del cuore?

- “Guardi...”
- “Maaa...” Dove? Dove devo guardare? Io vedo solo una porta, maledetto ciarlatano. Cos’è, un trucco da alchimista?
- “Non la porta, sopra la porta! La vede la targa? C’è scritto «Dott. Zoidberg, Specialista in Medicina Interna». Non sono un fottuto santone zen!”
- “Su, su, coraggio, accetti le cose per come stanno. Lei non ha modo di evitarmi. Quanti ce ne sono come me? Non sono neanche un peso tanto grande per il S.S.N.: le medicine che mi segna non le prendo mai, ho paura anche di quelle...”

Ecco, è questo il punto. La vita di un ipocondriaco trascorre nella più assoluta normalità: prende l’aereo, guida, va al lavoro, esce con gli amici, tromba. Il mostro insàid esce allo scoperto quando si parla di salute o malattie o, nel peggiore dei casi, quando deve fare una visita. È di tutto questo che si nutre. E il vero ipocondriaco non prende medicine, perché pensa gli possano far male.

Questa volta però ogni cosa sembra essere diversa. Mi scrive la prescrizione, finalmente incomprensibile come quella di ogni buon dottore che si rispetti, una di quelle che richiedono dimestichezza con il Codice di Hammurabi, ma in questa occasione anche di più. Lo fa apposta, ne sono sicuro. Nei suoi scarabocchi vedo forme e messaggi strani. Ma il foglio era semplicemente al contrario. Noi ipocondriaci abbiamo il senso spaziale totalmente sballato: è il panico che ci guida prendendo possesso dei nostri occhi. Lo gira e tutta la Verità mi è ora rivelata: PROF. X, SPECIALIZZATO IN IPOCONDRIA PERSECUTORIA.

La sentenza (conosciuta anche come La diagnosi)
- “Ci vada, è un mio amico ed è uno dei maggiori specialisti in Italia.”

Il dileggio e l’insulto, ovvero l’ultimo rifugio di un colpevole
Maledetti uomini di Scienza, andate a cagare voi e le vostre teorie. Voi nelle stelle ci vedete solo corpi celesti, io quelli e tante poesie.


Prove tecniche di trasmissione (un post scritto al cellulare, quindi male)

Qui le stelle sono tantissime. Vorrei poter riuscire a imprimere e conservare in ognuna un volto, un odore, tutte le onde trasparenti che si infrangono, i ritmi diversi della vita, le risate, le nuvole sulla montagna a lei tanto cara. Poterli così rivedere anche quando sono lontano da qui, in una notte senza luna. Non so se bastano tutte le stelle. Non so se ho voglia di tornare a casa.

2 Av 5771

Il mio futuro editore e i miei due (!) agenti mi chiedono una prova della mia buona volontà e dell’attività (frenetica?! facciamo finta che lo sia, dai) in corso sulla stesura del mio primo racconto. Pur non sapendolo assolutamente fare. Ma, dato che sto tentando di cancellare la frase “non ci riesco” dal mio vocabolario, sto provando anche a portare avanti il mio sogno/progetto, senza aggiungerlo alla catasta di fallimenti prima del tempo dovuto.

Beh, ecco in anteprima per voi un frammento (ora avete la prova, vi prego: non spezzate al mio amato WALL•E anche l’altro braccio):

[cliccateci pure sopra, ma siate clementi]

Come il primo giorno

Avete presente la scena stereotipata che nei film accompagna chi se ne sta andando dall’altra parte, quando tutta la vita trascorsa scorre davanti agli occhi, passando veloce? Ecco, è più o meno quello che ho provato vedendo questo trailer -se per voi non sta parlando della mia vita, non avete idea di quanto vi state sbagliando-. E la cosa bella è che non sto morendo, anzi, mi sento così pieno di vita come mi capita quando assisto a qualcosa di bello, unico ed irripetibile. Uno di quelli intimi ma così universali da poter essere condivisi; lì fuori posso persino trovare qualcuno che può capirmi.
Vederlo è stato un ripensare il concetto di tempo e spazio. Due minuti e trentasei secondi è il tempo necessario a farmi capire che absolutely nothing's changed: che io sono lì, con loro, e che tutto è ancora come il primo giorno.

"E dalle loro bocche usciva fuoco e fumo e zolfo" [un post con un lieto fine, nonostante tutto]

Nel mio quartiere tolgono l’acqua per 24h.

- Hai fatto scorta di acqua minerale?
- Sì, mà, 6 bottiglie da 2 litri.
- Ma sono poche!
- Sono pochi 12 litri per due persone? Non andiamo a fare la Maratona di NY… Però, se ti consola, sappi che ho comprato due taniche da 20 litri per poterci lavare.
- Ok, mi hai convinto. E le candele?
- Mamma, chiudono l’acqua, mica staccano la corrente elettrica!
- E vabbè, non si sa mai in questi casi…
- Non si sa cosa? Sono due cose diverse. Anzi, opposte. Come fanno a fare i lavori senza corrente? Sono due cose talmente diverse che se le metti insieme fanno scattare un corto circuito e scoppia un incendio e…
- Ecco, potrebbe andare a fuoco la Stazione!
- …
- Pronto? Pronto? Che stai facendo? Non ti sento…
- Scusami, stavo facendo degli scongiuri volgari che non vorresti vedere: mi servivano entrambe le mani e così ho posato il telefono.
- Ah, ma tu non eri quello “non sono superstizioso, quindi non mi faccio il segno della croce, figuriamoci quanto prendo in considerazione le altre cose scaramantiche”?
- Sì, ma di solito nessuno mi predice per telefono l’Apocalisse a due passi da casa mia.

Poi mi vengono a chiedere le origini delle mie ansie. Basterebbe parlare per cinque minuti con mia madre per evitare questa domanda inutile.

Alla fine l’acqua esce come sempre dal rubinetto e la corrente elettrica che mi consente di scrivere minchiate sul blog c’è ancora. Però l’Apocalisse è arrivata veramente, annunciata non dalle trombe, ma da una soffocante colonna di fumo.

Dieta dissociata per dissociati mentali

Se dopo due mesi di dieta pesi ancora 86 kg., le cause potrebbero essere:
a. la bilancia si è rotta;
b. la dieta te l’ha prescritta Poldo;
c. 5 dei tuoi 7 pasti giornalieri;
d. i pacchetti di crackers che durante il giorno mangi per bloccare i morsi della fame e che, messi insieme, costituiscono un altro pasto, abbondante;
e. i cornetti pieni di burro tutte le mattine, che tu chiami “un piccolo strappo alla regola”;
f. la bilancia, dovresti eliminarla, perché un albero che cade in una foresta dove non c’è nessuno, etc..

Sono cinque anni che non piove

Ero solito cercare un porto nella tempesta. Nel caso fortuito lo avessi trovato, la conseguenza sarebbe stata inevitabile: àncora pesante sul fondo a bloccare la barca in un luogo sicuro lontano dalle onde, per poi vivere sulla costa, sempre pronto a salpare all’improvviso, anche in piena notte. Così ho sempre vissuto, quelle rare volte che l’ho trovato, per la solita poca fiducia che un approdo sarebbe durato.

Poi ho capito che la vita non è trovare una salvezza sicura, ma cercare la felicità. È il lasciarsi andare, togliere le tende dalla spiaggia e seguire l’aquilone portato via dal vento. Così cinque anni fa ho trovato un porto, proprio mentre non lo stavo cercando: cercavo la felicità. E poi ho fatto quello che dovevo fare, ché non è restare sulla costa per paura che tutto finisca, ma è lasciare i freni emotivi, sabotarli, con lo stesso entusiasmo ed ingenuità del bambino che segue l’aquilone, occhi puntati verso l’infinito.

Le cose belle non si trovano per terra, ma alzando lo sguardo al cielo, dimenticandosi del perché un giorno, lontano, si era alla ricerca di un riparo. La felicità è dimenticare che esiste un mare dove c’è il rischio di perdersi, perché...


P.S. You rock my world (cit.)

Con le unghie e con i denti

Ieri, interno giorno. A quella commessa della profumeria tutta sorrisi e gnègnè vorrei chiedere se il suo lavoro le piace veramente così tanto come ostenta o se in realtà, come penso, la costringano a presentarsi e comportarsi in quel modo. Comprerei quello che mi serve anche se tu fossi gentile con me in modo sobrio. In realtà anche se fossi scazzata, perché è come dovresti essere e ti capirei. E poi tanto quel prodotto lo prenderei anche se fosse superfluo, me lo ha detto la pubblicità. Ma non guardarmi così... Anch’io, sai, sono incazzato per il mio merdoso lavoro: straordinari (fissi) non pagati (fisso), stress acuto e responsabilità non corrisposte con adeguati fogli di carta colorati.
Ma lei insiste e mi elenca, ovviamente mentre sta ridendo, tutte le proprietà dell’acetone, che questo è più delicato, che questo non sfalda le unghie... No, dai, ma non lo vedi che non è per me? Chiccazzosenefrega se non rovina le unghie. Se LEI mi ha chiesto questo, magari se le vuole far cascare le unghie. Intanto nella mia mente gonfio sempre più il petto e tronfio declamo: spezza le catene dell’oppressione! Ma lei non riesce a leggere nel mio sguardo e mi passa un altro prodotto, pensando sia di mio gradimento essere aggiornato su tutte le caratteristiche che ha e anche quelle che non ha, tanto nessuno lo controllerà mai.

Il dubbio comincia poi ad insinuarsi, seguito da un senso di fastidio per aver realizzato che, quando sono nervoso, sono più acido di uno yogurt andato a male: altro che catene, se qui qualcosa rischia di spezzarsi per lei sono solo le unghie. Così tento un ultimo gesto estremo, tiro fuori la mano dalla tasca e le spiattello in faccia le mie schifose dita smangiucchiate, perché sì, sono tre anni che non fumo e in qualche modo devo pur sfogarmi (e poi non sono così malridotte, suvvia). Lei, come previsto, inorridisce; forse ha capito che mi girano le palle e che con me, almeno oggi, non avrà successo. Ma è un attimo, non serve a distoglierla dal suo obiettivo, il compito supremo cui è legata sotto la minaccia del licenziamento: vendermi quanti più prodotti, ovviamente mentre la sua bocca prende la forma di una mezzaluna che a me, ormai assuefatto, ora sembra un ghigno. Subdolamente mi lusinga dicendomi che ho delle belle dita affusolate, sorvolando su quelle pellicine che sembrano prese a morsi da un barracuda e invece sono stati i miei denti. Una vera professionista ‘sta ragazza, penso. Denti ed unghie non dovrebbero mai incontrarsi, me lo immagino così il suo motto -che sarebbe anche abbastanza condivisibile-.

Poi la mia mente, che ormai vaga indisturbata verso un modo migliore, si ferma a riflettere. Ma chi cazzo mi credo di essere, il salvatore del precariato, sfruttato e represso? L’asceta consapevole che vuole salvare la sua anima e così sia? Che siamo tutti uguali e tutti dovremmo avere tutto? Però non siamo tutti uguali e quindi, anche se non siamo né migliori né peggiori, siamo sicuramente diversi. Quello che non è uguale è diverso, beh, logica inattaccabile, anni ed anni di studio della filosofia. Proprio per questo non ci sentiamo tutti sfruttati e alcuni ridono sempre quando sono sul luogo di lavoro, semplicemente perché quel posto garantisce loro tutto quello che vorrebbero avere. O forse hanno solo imparato ad accontentarsi, che è un po’ come rinunciare ai desideri e far morire una parte di quello che ci portiamo dentro. Ma ognuno decide di realizzarsi come vuole: può essere cosciente di quello che (non) ha e contemporaneamente essere sempre allegro. Vorrei riuscirci anch’io, veramente.

Perciò, quando mi ha rivelato finalmente e senza esitazioni tutto il suo mondo, chiedendomi se di solito uso uno smalto scuro o chiaro e poi confessandomi candidamente, così innocentemente che il mio sguardo poteva passarla fino a riuscire a vedere dall’altra parte, che una volta ha usato il solvente e poi si è messa un dito in bocca e ha quasi vomitato per il sapore disgustoso, ho capito che non aveva lacci da cui sciogliersi, né che era legittimamente soddisfatta di quello che aveva. Era solo, questa volta veramente uguale a tanti, stupida.

Please don't leave me to remain in the waiting room

Alcune cose che mi sono ballonzolate per la testa mentre lei era sulla poltrona del dentista e io su quella meno comoda, ma preferibile, della sala d’attesa.
Un post per punti, che nel 2011 sono in pratica una serie di tweet che mi rompevo di sintetizzare e pubblicare singolarmente.

01. Se la sento ancora urlare, entro nella stanza e prendo a pugni il dentista.
02. Perché ci sono solo orrende e superficiali riviste femminili qui? Mica siamo dal ginecologo...
03. Ah, no, c’è anche una rivista su Padre Pio. Sob.
04. Sia chiaro, sono inutili anche le riviste “maschili”.
05. C’è un articolo su Ben Harper, eletto il «musicista più sexy del mondo». A parte la tristèss della cosa in sé, fosse solo per la musica ormai non pubblicherebbero un articolo su di lui neanche sulle riviste musicali.
06. Quando ero piccolo adoravo le sale d’attesa: le pagine delle riviste erano una fonte gratuita, certa ed inesauribile di tette e culi al vento, neanche troppo nascoste.
07. Le spese dello strappa-denti finiremo di pagarle nel 2025. Quasi quasi, anche se lei non urla più, entro lo stesso, lo prendo a pugni e scappiamo di corsa senza lasciargli i nostri sudati soldi.
08. Certo che la cosa di prendere a pugni in questo caso non era proprio necessaria... Tra l’altro non ho mai dato neanche uno schiaffo in vita mia e, conoscendomi, ne uscirei con almeno sette falangi rotte. Ok, lo mando affanculo e ce ne scappiamo con lei che urla perché ogni passo di corsa è una fitta nel dente che non c’è più.
09. Forse dovrei farlo un controllo, visto che l’ultima volta che un dentista ha messo le mani nella mia bocca è stato vent’anni fa; no, dico sul serio, era proprio il 1991 e le mie due carie di allora sono rimaste le uniche fino a tre anni a questa parte...
10. Pensieri nefasti si addensano su di me e come un nuvola fantozziana mi annunciano che, se non intervengo subito, la nuova carie, che poi tanto nuova non è, andrà a scavarmi il dente fino a raggiungere la radice, passando poi alla mandibola e in seguito mi uscirà dal collo, fino a, probabilmente e plausibilmenteperchéno, bucarmi anche il petto.
11. Lo pseudo-racconto che sto scrivendo procede alla velocità di un bradipo, ma almeno sta venendo fuori un po’ meno frivolo e più profondo di un libro di Fabio V*lo. È facile, direte voi, e infatti questo è solo uno stratagemma che usiamo noi ggiovani e modesti scrittori falliti per incoraggiare la nostra self-esteem: piccoli mezzucci a beneficio del nostro ego.
12. Perché ci siamo scelti un dentista dall’altra parte della città?
13. Già non vedo l’ora che tu possa aprire la bocca dopo l’operazione. Perché ciò significherebbe che tutto sia passato e perché tutte ‘ste riviste mi hanno fatto venire una voglia tremenda di limonare duro. Harr, harrr.
14. Ho sentenziato che Google+ fallirà perché ha troppi punti di contatto con Facebook, anche se è molto più ampio nelle funzioni e nelle potenzialità ed è anche più profèscional. Ma su Fb non scrivo dal 1998 (sì, questa è solo una data per fare il sympa), quindi potrebbe essere notevolmente cambiato e il mio resterebbe un paragone basato sul nulla. Comunque ancora devo capire perché su Fb certi eventi o gruppi ti costringano ad effettuare il login per poter visualizzare la pagina con le info che ti interessano: è un modo come un altro per contabilizzare le visite (ma ignoro se sia possibile)? Mah..
15. Ho appena ottimizzato il blog per la visualizzazione su dispositivo mobile, sì, insomma, quel coso con i tasti che ci portiamo appresso e con il quale navighiamo su internet e che ogni tanto usiamo anche per chiamare gli altri.
16. Non lo leggete neanche a casa, sui vostri schermi HD al led da 52”, quindi dubito che lo farete sul cellulare...
17. Se è pur vero che l’hardcore wasn't doing it for me no more, in alcuni contesti non riesco ad evitare di pensare a Waiting room dei Fugazi, anche se questo non è esattamente un carcere: infatti lei esce, io mi alzo, le sorrido, le do un bacio sulla fronte e ce andiamo. Però prima paghiamo, lo giuro.
18. Ultimo punto.

Gelato al cioccolato



Istruzioni per l’uso: stringi con la tua manina di tre anni una palla di gelato al cioccolato, distendi per bene le tue minuscole dita e fai aderire il palmo per alcuni secondi al muro più vicino a te.

Oylem goylem

Moni Ovadia è l’uomo più vicino alla Verità che io conosca: ebreo ma laico, socialista ma libertario, permeato di cultura yiddish e per questo divinamente ironico, ma soprattutto odiato dai nazionalisti israeliani e da Hamas.

Baby, can you feel it?

Tra un asteroide che ci sfiora, la Val Susa che ci infiamma e la politica che ci deprime, mi concedo la mia dose quotidiana di sorriso caramellato e lacrima finale, grazie a Glen Hansard e alla sua cover di Drive all night. Perché mi fa stare bene e in questi giorni un po’ così poco altro conta, altro che non sia la mia felicità.
E se la felicità è il fine ultimo, la sua ricerca può farci essere egoisti, perché semplicemente non sempre coincide con quella degli altri. Ma, cazzo, ne ho davvero bisogno, qualsiasi sia il prezzo. Anche se il mezzo è un po’ di indifferenza. Anche se è una parola che mi fa impressione a leggerla, mi fa incazzare a vederla e mi dà la nausea a sentirmela addosso.

In questi giorni nient’altro conta che non sia questa canzone. E i suoi abbracci.


Figli di Trota

Ma la contraddizione tra la secessione-secessione-vogliam-la-secessione-figa-la-secessione richiesta a gran voce e il contemporaneo desiderio di decentramento dei Ministeri Italiani, ovvero la volontà partecipativa nei destini di una nazione, non riescono veramente a vederla? Dai, non ci credo, fanno finta; devono per forza fare finta.
O forse soffrono solo di una folle devianza dalla realtà che confonde loro le idee? Potremmo anche conviverci tranquillamente ed ignorarli, oppure, di coscienza, fargli capire non è molto sano questo distacco dalla verità, con la loro ottusa difesa e bieca idolatria di presunti nobili ideali: le comuni origini celtiche, Alberto da Giussano, la nazione padana, il cazzo duro, il Dio cristiano, gli elfi. Tutte cose che nessuno ha mai visto.

Bozza nuovo header... prova, sà, sà, 1, 2, 3, prova, sà, sà

Only the brave die young


[The Artist Lives Dangerously San Francisco, 1938 - photo by John Gutmann]


Dopo aver pubblicato sul mio account Twitter questa minchiata, che ho creato in un momento di evidente gioioso cazzeggio, FI*T USA è diventata una mia "follower". Ma non si capiva che era una presa per il culo? Mah, saranno laureati in Scienze della Comunicazione...

Ultimamente invece qui latito e mi sforzo vigliaccamente di comprimere i miei pensieri in 140 caratteri, scrivendo come sempre cose inutili, ma, come se non bastasse, sacrificando anche la lingua italiana sull'altare dei 140 caratteri. Conosco parolacce più lunghe di 140 caratteri, per dire.

Se avessi più coraggio pubblicherei qui tutte le cose che mi vengono in mente e che accantono perché mi sento inadeguato (oppure sono loro ad essere inadeguate, non l'ho ancora capito). Tutte quelle parole che mi vengono in mente sotto la doccia e che poi, al momento di scriverle, perdono di peso, diventano leggere come una piuma e lascio volare via.
Se avessi più coraggio, vi farei leggere le poche cose che imprimo sulla carta, lì dove mi capita, qualsiasi cosa, il retro di uno scontrino, gli spazi bianchi nelle pagine coloratissime di una rivista, schizzi di parole che qualche volta diventano frasi che qualche volta sembrano frasi ma sono solo parole. Con tutta la carta che ho consumato, e che poi accatasto -un modo gentile per dire accantono- in questo periodo e che non ho per questo riciclato avrei potuto salvare metà foresta del Borneo: scusate orangutan.
Se avessi più coraggio dedicherei più tempo a metterle insieme per costruire qualcosa, qualsiasi cosa, anche senza valore, chissenefrega. Sarebbe comunque degna di essere diffusa, perché ho voglia di dirla e le parole strozzate in gola sono sempre un affronto alle orecchie di chi vorrebbe ascoltare.

Canzoni per ukulele e voce meravigliosa

Sarebbe potuto arrivare a toccare il cielo, ma alla fine resta ancorato al mare, galleggiando su quella canoa nella quale sembra essere stato suonato. Forse la vera nota stonata dell’album è la resa del suono dell’ukulele, non sempre adatto e alla lunga monocorde*. Con qualche chitarra acustica in più sarebbe stato un altro disco, molto più interessante. Ma questo è abbastanza ovvio, quindi la smetto con le banalità per dirvi che, dopo i primi ascolti, i momenti più esaltanti per il sottoscritto sono gli episodi già conosciuti e consumati nelle loro registrazioni live: You’re true su tutte, che è im-mèn-sa. Light today, uno degli “inediti”, mi ha steso con la sua intensità e allo stesso tempo mi ha spiazzato, quasi come fosse fuori luogo tra il mood del disco. Ma è solo una sensazione dettata dalla mia emotività più che dai fatti, quindi ignorate pure quello che ho scritto, così come ignorerete, non ho ancora ben capito se a torto o a ragione, questo disco.

Forse non c’è molto in quest’opera, piena di episodi da tasto skip. Forse dovrei considerala per quella che è: una raccolta disordinata di canzoni scritte e composte con uno strumento insolito, un po’ per divertimento, un po’ per una certa urgenza espressiva che non riesco molto a comprendere. Ma se prendo singolarmente le tracce, riesco a scoprire che in realtà mr. Vedder mi ha offerto molto di sé: pezzi del suo cuore sparsi alla deriva nel mare dopo la fine dolorosa di una relazione, approdano alle Hawaii e lui sulla spiaggia che cerca di rimetterli insieme, tenendoli tra loro con le corde intrecciate di un ukulele, donando poi alla musa della sua rinascita la scultura un po’ confusa che ne è venuta fuori.

Durante il primo ascolto, a metà disco, stremato, ho fatto un salto a piè pari fino alla fine (il resto poi l’ho recuperato, lo giuro). Anche se la cover di Dream a little dream sembra più che altro un divertissement, non mi ha lasciato indifferente. Vorrei avere quelle corde vocali da crooner per dedicarla al mio amore. Nel tono della voce di Eddie c’è poi una boria inedita: canta quel testo, ma in realtà sta dicendo con sicurezza “amami… perché, hey piccola, come riusciresti a non amarmi?”. E mi ha disegnato un sorriso sul volto. Ci saremmo fatti un sacco di risate se glie l’avessi cantata io così. Non sarebbe stato un bel regalo?


* hey matafahkah, che du cojoni ‘sto ukulele.


- Longing to belong [video]

Lettera

Caro Pierpaolo,
combatto da tempo contro il mio ego che non mi permette di andare oltre qualche riga scritta su un umilissimo blog. In fondo le storie che ho da raccontare sono troppo legate alla mia sfera personale e scrivere qualcosa di più impegnativo credo richieda una capacità di astrazione e qualità lessicali che non penso di avere. Come vedi è tutto ipotetico ed incerto: colpa sempre del mio ego, che tratto come un qualcosa di diverso da me per ripulirmi la coscienza. Comodo, eh?
Il tuo messaggio mi ha però colpito allo stomaco, perché scrivere un qualcosa di più ambizioso e denso rientra tra i miei sogni nel cassetto. È andato ad aggiungersi, nel corso degli anni, all’imparare ad andare sulla bicicletta senza rotelle, diventare un astronauta, incidere un disco di pallosissima musica indie-emo-folk e via di speranze sfumate -tutte tranne una, indovina quale-.

Chissà, potresti rivelarti un visionario e qualcosa potrebbe realmente uscire dalla mia penna e, zoppicando tra le parole, andare a riempire delle pagine che non avrei mai pensato di saper scrivere. E, anche se provare a farlo non equivale necessariamente a riuscirci, lanciarsi in questa sfida può portare solo qualcosa di buono. Magari mi permetterà di conoscere meglio i miei limiti. Magari qualche idea la butterò giù mentre sono in orbita, diretto verso Marte…

No, scusa Pietro, sto parlando con Pierpaolo, non ci interrompere! Oh, sei sempre il solito… vedi Pierpaolo, ecco uno con un ego mostruoso che potrebbe scrivere un libro, o fare qualsiasi altra cosa, basta che lo voglia… Ok, Pietro, puoi parlare… Come dici? Vuoi invitarci a cena per farci incontrare e vuoi preparare i tuoi fantastici cavatelli fatti in casa con le tue “graziose e delicate mani” (cit.), seguiti da una delle tue specialità dolciarie? Va bene, io ci sto: settimana prossima?

- giacomino

Do anonimowy czytelnik


Jeśli wprowadzą wspaniały tort (wykonane z małych rączek i delikatne), zapraszam na kolację!



p.s. La redazione non si ritiene responsabile di eventuali storpiature grammaticali scritte in una lingua comprensibile solo per 38 milioni di persone sulla faccia della terra (più un italiano schizoide di nome Pietro): perché dovrei averlo scritto bene proprio io? Siate clementi, data la buona volontà.

p.p.s. È scritto in un dialetto parlato a sud di Bydgoszcz, quindi potreste non cogliere subito alcune sfumature...

p.p.p.s Questa foto è per te. È di uno scultore polacco ed è stata collocata a Roma, quindi *devi* conoscerla, nonché farla meta di pellegrinaggio.

Leaving here

È una cosa che dico più o meno un giorno sì e l’altro pure: prima o poi che ne andremo a vivere a Stoccolma, lasciando questo paese, che amiamo e odiamo allo stesso modo, da solo alla deriva.
E se di cambiare paese me lo suggeriscono anche loro

Sì, sì, cara coscienza, quella è la super-mega-deluxe-edisciòn-made-up-only-for-fan(atic)s-like-me-che-si-fann-spennar-like-chickens che mi ero ripromesso di non comprare per una serie di mille buoni motivi che però avevano più a che fare con il mio conto corrente che con il cuore. Anche se l’idea di averlo all’inizio mi emozionava come quella polvere posata su quella vecchia brandina parcheggiata all’ingresso di casa, che è solo un ingombro ma che non posso fare a meno di avere, alla fine ho commesso l’errore di immaginarlo tra le mie mani, mi sono guardato dall’esterno mentre lo scartavo, ho visto il sorriso sul mio volto che mi ha ricordato taaante cose e zac, è arrivato il colpo di fulmine che non ti aspetti.

Кедр: поехали!


Questo è indubbiamente l’anno delle celebrazioni: il ventennale dei Pearl Jam, il lustro che ci ha visto legati insieme (sì, sono ormai cinque anni che lei mi sopporta e mi supporta), i 150 anni di cosa lo sapete bene visto che ce lo hanno ripetuto fino alla nausea (altrimenti state vivendo come degli eremiti sul cucuzzolo della montagna e quindi non avete neanche la connessione internet che vi consenta di leggere il blog, perciò è inutile che lo ripeta). E infine oggi cade una ricorrenza molto particolare, che per molti ha un valore puramente storico, ma che per il sottoscritto è un simbolo potente quanto la deflagrazione di quella bomba atomica che, grazie alla Guerra Fredda, non è mai scoppiata.

La figura di Jurij Gagarin è stata una costante, discreta ma sempre presente, nel corso della mia vita. Da quando ero piccolo e i racconti di mio nonno sul romantico e coraggioso eroe si alternavano a quelli di Cappuccetto Rosso, fino a ritrovarlo nelle pagine di Jonathan Coe.

Il 12 aprile 1961, alle ore 9:07 di Mosca, il maggiore Gagarin iniziava il suo epico viaggio intorno alla Terra. Nei giorni successivi, ignorando che il nostro eroe cosmonauta fosse rientrato a casa solo poche ore dopo il lancio, mio nonno se ne stava alla finestra a cercare di catturare con lo sguardo l’uomo delle stelle, che sarebbe passato sopra le loro teste, portando, in quella navicella, un sogno da lanciare dal cielo a tutti quelli che lo stavano aspettando.

Poi, da quel meraviglioso giorno di novembre del 1989, durante il quale si sono aperte le prime crepe nel Muro, mio nonno si è trasformato suo malgrado in uno di quegli orfani che hanno pianto la fine di un sogno che si è rivelato drammaticamente ed improvvisamente illusione. Mio nonno ha sempre detto che quel giorno, a Berlino, è come se Gagarin trentotto anni prima fosse precipitato insieme al suo Vostok, prendendo fuoco a contatto con l’atmosfera e finendo la sua corsa schiantandosi nel freddo suolo inospitale della Siberia, spazzando via tutte le speranze a 700 km/h.
Se vi sembra facile realizzare di essere stati, di fronte alla Storia e per tutta la vita, dalla parte sbagliata, se vi sembra facile dover-cambiare-di-colpo-idea, dopo aver passato l’esistenza ad inseguire una meta che si rivela vana, allora non potrete capire questa storia.
Come se un prete, dopo una vita di castità, si ritrovasse a scoprire in punto di morte che Dio non esiste e che tutto è stato inutile. Quando si era presentata l’occasione con quella compagna di banco alle medie porca e tettona che insisteva per farli un pompino, avrebbe fatto meglio ad assecondare le sue voglie, invece di rifiutare con finto sdegno in nome di quelle menzogne, chiamate peccato, che gli avevano inculcato nella parrocchia mentre lo stavano preparando ad una vita di rinunce.
Così il Socialismo per mio nonno e per quelli come lui era stato una sorta di religione: avrebbe prima o poi portato al riscatto e alla dignità, che come un velo si sarebbero posati su tutta l’umanità e sui suoi amati nipotini in primis. Dopo aver perso la sua partita con la Storia, avrebbe però lasciato schiere di “adepti” soli a combattere una battaglia persa in partenza con il cosmo.

A pensarci bene, da allora tutto sembra essere rimasto immobile. Non sembrano essere passati così tanti anni da quando quella storia è finita con mio nonno che passava le sue ultime giornate a lottare contro il suo male incurabile -ma se Gagarin era riuscito a sopravvivere orbitando intorno alla terra, viaggiando a 27.000 km/h, “posso farcela anche io”-, ad osservare con disprezzo una politica che da quando è caduto quel Muro non ha più saputo reinventarsi, a fare il tifo per quei nuovi e inediti coraggiosi eroi delle traversate, non più celesti ma acquatiche, travestiti da migranti che bussavano alle nostre porte mentre nessuno era pronto e disposto a rispondergli.