Yate, Abruzzo, IT

Something to talk about

Lo dico ad alta voce: Nick Hornby è il mio eroe.
C’è chi ha come eroe un Matusale*me qualsiasi che si toglie la maglia e ostenta il suo corpo muscoloso da guerriero sotto la curva dopo essere stato espulso per essersi praticamente preso a pugni con un avversario e venir accolto per questo come un eroe da far-west. Non lo dico per invidia, anche se i miei pettorali ricordano più quelli di una mucca che quelli di un cow-boy. Lo ammetto: ho dei seri problemi a gestire il mio rapporto con le persone prepotenti. Percepisco la prepotenza -sul luogo di lavoro, nei rapporti familiari, nel traffico- come la forma più bassa e gretta dell’espressione umana. Non riesco a confrontarmi, forse perché non ammette per sua natura una forma dialettica.
Io invece ho un paladino che vive di narrativa. Non dico che per questo io sia una persona migliore. Voglio dire, un altro mio mito è un cantante che durante i concerti sta sempre ‘mbriaco. Beh, ognuno ha gli eroi che si merita.
Anche se il suo ultimo romanzo (Slam, o Tutto per una ragazza in Italia, che soffre come sempre nella traduzione dei titoli) era più che altro un -come al solito mirabolante- esercizio di stile, c’è sempre in me quest’ansia dettata dall’attesa di ogni suo nuovo libro, romanzo o saggio che sia. Lo comprerò e lo divorerò, già lo so. Sì, a volte anch’io mi muovo per pregiudizi.
Shakespeare scriveva per soldi è una raccolta di recensioni e riflessioni sui libri scritti dagli altri. E viene dopo la sua rubrica, più o meno fissa, che ho sempre seguito avidamente su Internazionale, e che probabilmente ha interrotto per essere più libero nell’esprimere la sua creatività e i suoi giudizi o proprio in previsione del libro. Essì, anche chi scrive ha bisogno di soldi. In quelle pagine della rivista vestiva i suoi soliti abiti: quelli di un autore ironico, divertente, dissacrante, irriverente, intelligente senza mai essere intellettualoide. Da allora mi aspettavo che, prima o poi, potesse raccogliere le sue geniali perle di saggezza in un volume con su scritto il suo nome, ed ora è in tutte le librerie. Oh, meglio del mago Gabriel. Una rubrica quella, dalla quale traspariva tutta la sua grandissima passione per la letteratura. Leggere, per l’amore di farlo. E succede che quando vedi in qualcuno che stimi l’infinito amore per la scrittura, ti viene da sorridere e hai voglia di farlo anche tu, anche se solo su un blog per poche righe messe insieme male e scritte peggio, solo per scoprire che ne sei capace.


Questo è un estratto-manifesto di quella rubrica:

[…] L'acume critico di Tomalin (e questo libro riaccenderà la vostra fede nella critica letteraria) è tale che mi sono messo a rileggere Hardy, anche se ho ripreso solo la sua poesia e non i romanzi. I versi che scrisse subito dopo la morte della sua prima moglie, Emma, sono, come indica Tomalin, decisamente brillanti nella loro…

Ok, penso che se ne siano andati. In genere leggono solo i primi due o tre paragrafi. Sono certo che apprezzeranno la scelta del libro di Tomalin e mi lasceranno in pace per un po'. Ora posso dirvi cos'è successo. I lettori più affezionati ricorderanno che la mia rubrica è uscita regolarmente fino all'autunno del 2006. E quando sono stato allontanato avrete sentito dire che avevo preso "un periodo sabbatico" o "una vacanza". Erano eufemismi per dire che venivo "rieducato". E anche questo è un eufemismo per dire che sono stato sottoposto a un lavaggio del cervello.

Il Polysyllabic Spree, cioè le trecentosessantacinque persone (tra uomini e donne) belle, gelide e spaventose che fanno parte della redazione di The Believer, non ha mai approvato il fatto che leggessi per divertimento. Così, dopo vari avvertimenti, sono stato deportato nelle segrete del loro quartier generale sui monti Appalachi, dove mi hanno somministrato con la forza solo letteratura vera. È un posto orribile: si sentono le urla di gente che non vuole leggere L'arcobaleno della gravità perché è troppo lungo e complicato, o di chi preferirebbe guardarsi Elf invece di quel film di Godard in cui alcune persone sedute su dei carretti leggono ad alta voce poesie rivoluzionarie.

C'era anche la povera Amy Sedaris, laggiù. E non vi posso raccontare cosa le hanno fatto. Vi basti sapere che per un bel po' non avrà più tanta voglia di scherzare. Per fortuna ho visto molti film in cui "i matti" (cioè quelli che vengono etichettati come dementi perché rifiutano di adeguarsi) resistono a tutti i tentativi di piegare la loro volontà. E ne ho tratto qualche idea.

Per esempio, ho nascosto sotto la lingua tutti i romanzi sperimentali sloveni senza vocali che cercavano di farmi leggere e li ho sputati subito dopo. Ne ho fatto una piccola scorta che tenevo nascosta sotto il materasso in modo che, se le cose si fossero messe male, avrei potuto uccidermi leggendoli tutti in una volta. Comunque, se mi sentite raccomandare un libro incomprensibile, vuol dire che hanno ricominciato a sorvegliarmi.

Negli ultimi mesi ho comprato e ho letto molti libri, quindi questa prima rubrica dopo il lavaggio del cervello ha più l'aspetto di una selezione che di un vero e proprio diario. E in ogni caso non posso parlarvi di alcuni degli ultimi romanzi che ho letto perché mi è stato proibito. In particolare hanno censurato uno splendido romanzo che ho finito di leggere dopo un secolo ma che ha ripagato i miei sforzi in modo incalcolabile. Pare che sia stato vietato perché tempo fa il suo autore ha ingravidato un'autorevole componente del Polysyllabic Spree, e lo Spree ritiene che il sesso sia un ostacolo alla fruizione letteraria. Che senso ha una rubrica di libri come questa se devi mentire sui libri che hai letto? […]

Life is funny, but not ha-ha funny

Dicono che ogni esperienza serva a formarti. Dicono che finché sei vivo avrai la voce per raccontarla. Che se perdi la macchina, potrai ricomprarla, che se perdi la casa potrai ricostruirla. Ti dicono che il tempo passa e seppellisce tutto ed è come ovatta isolante verso la paura. Dicono che il futuro si può ricostruire.
Ci sono cicatrici che ti porti dentro e basta che il pavimento sotto di te ti faccia tremare un po’ il culo a farti risvegliare brutti ricordi, anche se sono successi dove le stelle sono tantissime, lontano da qui. Lo vedo intorno a me, in questi giorni maledetti. Ci sono cicatrici che ti porti dentro e basta. Punto.

All apologies


Quattordici anni. Quindici anni fa.
Perché dire altro? Sarebbero tutte scuse.

I funerali dell’anarchico Galli

Se ve lo state chiedendo, il titolo c’entra sì con la mostra sul Futurismo, ma un cazzo con il post. Siamo anche stati alla mostra dedicata a Darwin ed ho scoperto, grazie alla mia formidabile guida-biologa (nonché ammòre) che crediamo di sapere sull’evoluzione molto meno di quello che abbiamo capito. L’ho scritto solo per dimostrarvi che anche se parlo di brufoli non sono una persona superficiale. Ed il fatto che io mi senta in dovere di fare questa premessa la dice lunga sul mio livello di autostima e senso di sicurezza di sé.
Sarà ché sento un bisogno di leggerezza estremo in questo periodo, sarà ché ultimamente la sete e volontà di poter cambiare lavoro (il compenso non è questo, ma la merda è la stessa) non è mai stato così forte e contemporaneamente mai così desolante è sembrato il panorama che ci circonda, sarà perché ti amo, ma non ho mai desiderato così tanto tornare adolescente ed avere come obbligo-piacere sociale solamente quello di dover studiare.
Beh, a ripensarci bene non è che quelli fossero anni proprio spensierati, ma chi non ha avuto un animo più o meno tormentato da adolescente -c’è che ce l’ha, in modo diverso, anche adesso-, è o uno privo di sentimenti o un egoista o un ebete.
Allora, sarà sicuramente per questo pensiero che ha svolazzato nel mio cervelletto per qualche istante che il buon dio mi ha voluto accontentare con uno dei simboli-incubi-fantasmi propri di quell’età: un brufolo del diametro di qualche centimetro proprio in mezzo al viso e che, nel migliore dei casi, sparirà tra 8-10 settimane. Così da poterne parlare nel blog e farmi vivere il mio momento di spensieratezza adolescenziale. Voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida. Non c’è altra spiegazione, un essere così non appartiene a questa terra. Una di quelle cose che ti fanno sentire a disagio appena metti il piede fuori casa ed incroci un essere umano, fosse anche dall’altra parte del marciapiede. Quella fastidiosa ed imbarazzante sensazione di sentirsi fissato da tutti. Ma siccome sono sì un tristone tardo-adolescenziale, ma ho quasi trent’anni e quindi sono molto più saggio, ho capito una cosa fondamentale: non guardavano me, guardavano lui. E in alcuni casi ci hanno anche conversato.

I vestiti nuovi dell’Imperatore

Avete presente la fiaba di Andersen, no? No, non voglio parlare del Pontef**e e della questione dell’uso dei preservativi come prevenzione alla trasmissione dell’Aids e di come tutti, finalmente, abbiano fatto ricorso all’onestà intellettuale ed al coraggio di prendere posizione criticando le sue parole. Non ne voglio parlare, ma mi stavo chiedendo se voi riusciate ad immaginarli i mis*ionari con cetrioli e zucchine intenti ad insegnarne il corretto uso? Come dite, loro li usano già? Vabbè, allora…
Se dico il Re è nudo!, parlo di un altro.

Il segno più evidente della crisi economica che stiamo vivendo

O del degrado dei costumi o di qualsiasi crisi barra luogo comune vi possa venire in mente.
Me, myself and I che non compra questo gioiellino perché costa troppo. Un po’ per mancanza di soldi, un po’ perché incazzato per la cifra immorale. Evento sconcertante se pensate che quest’opera è figlia del gruppo che, ma sarebbe inutile dirvelo, mi accompagna mano nella mano da quindici anni e che, conoscendomi, lo farà per sempre.

Sketches from your sweetheart the ansiogeno

- Se uno non scrive sul suo blog per un sacco di tempo, i motivi possono essere molteplici: si è cagato il cazzo di raccontarsi e raccontare su pagine virtuali che probabilmente in pochi leggeranno, o forse ha trovato qualcosa di meglio da fare, quel qualcosa che gli occupa felicemente ed intensamente la giornata e di cui vorrebbe scriverne come un fiume in piena, ma non trova il tempo per farlo. Oppure, più prosaicamente, ha passato gli ultimi due mesi piegato su dei libri (il sabato e la domenica anche 10 ore), dopo essere stato almeno il doppio delle ore incollato ad un monitor sul posto di lavoro, non lasciandogli il tempo di fare altro, o meglio qualcosa di un po’ più interessante, e non ci vorrebbe molto. Indovinate un po’ quale di queste opzioni mi è toccata in sorte? Ora fate finta di non averlo letto nel precedente post e assecondatemi.

- Eppure in tutto questo tempo, nell’immobilismo della mia situazione, qualcosa intorno è cambiato. Una persona che non rivedrò mai più, al cui ricordo invece di una lacrima ora associo un sorriso al pensiero di quello che mi ha lasciato. Ed una persona che non vedo da (troppo) tempo, di fronte alla quale ora mi sento disarmato senza sapere come comportarmi.

- C’è sempre quella mia collega che se le chiedi una cosa, lei risponde con la storia della sua vita. Più che della sua vita, quella dei suoi parenti. Più che dei suoi parenti, quelli del suo ragazzo. Al massimo delle sue novità in fatto di shopping. Ora, immaginerete di certo senza difficoltà il mio interesse in quelle questioni. Ma io ho imparato da solo quello che nessun libro ci insegnerà mai. Ho deciso che, da ora in poi, farò alla mia collega solo domande secche, che non prevedono risposte più lunghe di un sì od un no. Nell’attesa di metter in pratica questa tecnica, quando sarò costretto a rivolgerle la parola esclusivamente per motivi di lavoro, semplicemente la ignoro.

- Quasi dimenticavo il motivo della mia assenza. Sarà per questo senso di inadeguatezza che spesso mi porto dietro, ma essendo la seconda prova scritta di un concorso di Diritto e considerando questo traguardo un risultato già inaspettato, un dubbio mi ha assalito alla fine della prova. Più precisamente all’inizio durante la lettura delle tracce d’esame. Quelle che penso saranno le risposte giuste ai quesiti me le sono appuntate su di un foglio che, per amore della verità, vi riporto in fotocopia, attestando ai sensi del D.P.R. n. 445/2000, la conformità all’originale:

Rompo i silenzi

Ma senza dire una parola.
E in quest'afasia che non c'è, mi chiedo se esista veramente qualcosa di più bello dei disegni che tracciano nel cielo gli storni.

Ringrazio Dio, che mi ha fatto troppo poco intelligente [edited]

Fino a marzo non credo che riuscirò a trovare il tempo, e la voglia, di tediarvi con il blog. Tra poco più di un mese ho un esame molto importante e conciliare studio e lavoro assorbe praticamente ogni momento della giornata. E se lui ha smesso di suonare, io posso di certo smettere di scrivere. Almeno per un po’.
Al limite potrei affacciarmi da queste parti durante il prossimo mese se, random:

- dovesse cadere il Governo (però in questo caso lo farei dopo una settimana di festeggiamenti)
- trovassi improvvisamente un lavoro un po’ meno precario e decisamente più pagato
- dovessi finire di leggere un meraviglioso regalo che ho iniziato proprio ora (che tempismo)
- riuscissi a vedere quello che ho già deciso sarà un capolavoro su pellicola
- dovesse smettere di piovere su questa cazzo di città
- riuscissi ad imparare ad avvicinarmi alla mia famiglia senza farmi condizionare dalla negatività
- o, al limite, se dovesse circolare un video porno-amatoriale di Vane**a Incontr**a

Ma la vedo dura.
Stay positive.

Se bastasse Obama [La frase del giorno]

Tempo fa “Vanity Fair” fece un articolo sui dissidenti americani. C’era una bellissima foto di gruppo che ritraeva me, Kurt Vonnegut e Norman Mailer. Quando prendi tre ottuagenari come esempio di opposizione intellettuale, quello è il segnale più evidente che un paese è alla rovina. Da anni, ormai, io li chiamo Stati Uniti dell’Amnesia. Nessuno sembra ricordarsi da dove veniamo...

(Gore Vidal)

Via non-mi-ricordo-la-fonte.

dufresne in “Scuse sceme per procrastinare responsabilità”

Certo che la vita è proprio dura. A volte ti mette di fronte a scelte estreme, da un giorno all’altro. Non bastava lo stato in cui ti riduci quando lei parte per qualche giorno. Quando tu sei the king indiscuss of the stanza, invece di metterti a studiare, pensi bene che sia più istruttivo atteggiarti in mosse da poser e far finta di essere troppo occupato. Allora è inutile che non apri feisbuk da un mese, perché sennò perdo troppo tempo. L’alternativa allo studio era suonare le canzoni degli Arcade Fire con la pianola Bontempi di quando eri piccolo.
Indovinate alla fine che ho fatto?

Oggi un Dio non ho (oddio, ho citato Raf)

Vabbè, la storia la sanno più o meno tutti, quella dei bus a Genova con le scritte dell’UAAR, che in realtà non si leggeranno mai, ora lo sappiamo. Riguardano Dio. Dio, rigorosamente maiuscolo, ché dicono sia un tipo piuttosto incazzoso; una volta ha ucciso tutti i primogeniti in Egitto, non credo si faccia degli scrupoli con un blogger ormai non più tanto giovane.
La questione è semplice, o meglio piuttosto complessa, però risolvibile in poche mosse.
Tecnicamente ogni panegirico e apologia della sua esistenza ha la stessa -nulla- validità di quella di chi si impegna a dimostrare il contrario. Per pura e semplice logica, dimostrare l’esistenza o l’inesistenza di Lui (non lo nomino più invano, perché a quanto pare si fa rodere pure così, oh, mica solo voi potete essere permalosi) è ugualmente impossibile. Però ho sempre anche pensato che l’onere di dimostrare l’esistenza di qualcosa sia di chi la sostiene. Confutare poi quelle affermazioni sarebbe il compito gravoso di un ateo. Io, da buon agnostico, me ne tiro fuori. Comodo, vero?
Certo, le prove della non-esistenza sarebbero molto più evidenti e sotto gli occhi di tutti, ogni giorno. Ma dicono che esista un disegno divino a noi incomprensibile e che le sofferenze terrene siano solo un passaggio verso la vita eterna. Il problema è appunto questo: il farsi condizionare l’esistenza da una regola, una condotta di vita incerta perché espressa dall’uomo (nella migliore delle ipotesi, ma indimostrabile, dalla volontà divina espressa attraverso l’uomo). È questo il più grande ostacolo per il non credente: l’uomo.
Di sicuro non esiste il dio degli uomini. Con tutte le guerre, saccheggi, violenze, privazioni inflitte in suo nome. Quindi questo vuol dire che qualsiasi confessione religiosa, ed ogni chiesa che da essa è nata, non possiede basi solide. Per basi solide intendo la Storia.
Il vero problema è sapere se esiste l’entità che l’ha creato e che parla a suo nome, nel modo retto o meno che sia.

Credo (strana parola usata in questo contesto, vero?) che anche la celebre
scommessa di Pascal -e da alcuni citata in questi giorni- (conviene credere in Dio, perché: - se Dio esiste, si ottiene la salvezza; - se ci sbagliamo, si è vissuto un’esistenza lieta rispetto alla consapevolezza di finire in polvere) si possa ormai rovesciare. Pur se da un punto di vista puramente edonistico. Non conviene credere in Dio, perché: - se esiste, è molto probabile che si vada dritti all’inferno se non si vive la propria vita secondo dogmi e regole altamente invalidanti; - se ci sbagliamo, si è vissuto un’esistenza molto poco lieta, viste le privazioni alle quali ci siamo sottoposti in suo nome.
Perché, non fate gli ipocriti, secondo tutte le religioni del mondo molti comportamenti ai quali siamo soliti abbandonarci ci spedirebbero direttamente tra le fiamme od in qualsiasi altro modo sia immaginato l’inferno. Mi vengono in mente soprattutto quelli di natura sessuale. Anche scopare per puro piacere, in un atto non diretto alla pura procreazione, quindi in ogni posizione voi amiate contorcervi con il vostro partner. O da soli. O con il vostro cane.
Io sarei condannato dall’età di undici anni. Quanto seme ho disperso. E “per fortuna” che non sono omosessuale (anche se giro con la tracolla, no, non lo sono), altrimenti, probabilmente, non ascolterebbe neanche il mio vigliacco pentimento in punto di morte.
Per non parlare delle innumerevoli volte in cui l’ho bestemmiato, mandato affanculo mio padre, desiderato la donna d’altri, etc… eppure, almeno quelli che mi conoscono, sanno che non sono un mostro. Almeno loro lo sanno, e a me questo basta.
Però la smetto qui, non vorrei esagerare e farmi trasformare per la mia presunzione da un dio vendicativo a caso in un qualche essere con il busto umano, la coda di cavallo, la faccia da rospo e le zampe di caprone. Però, prima di concludere il post un’altra cosa la vorrei scrivkendchoudghpui…



- Senta Dio, quando ho iniziato con l’onanismo non sapevo neanche il significato della parola, quindi non è colpa mia, ero piccolo e ingenuo. Poi, poi, lo sa, è difficile smettere, e così…
- Ma fammi il piacere, guarda che Io c’ero. Me lo ricordo il prete che vi parlava di masturbazione e ve lo piegava nella teoria e nella pratica. No aspè, quello era un altro…
Comunque sia, come la giustifichi allora la tua insana passione per la fellatio?
- Ehm, cosa sarebbe?
- Dai, che non lo posso dire…
- Ho sempre studiato, ma il latino, lo sa meglio di me, è sempre stato il mio punto debole…
- Mi stai prendendo in giro? Ti ho sentito scherzarne con gli amici…
- Ah, giusto. No, veramente, è solo perché è il miglior contraccettivo… (dufresne comincia a sudare)
- È vietato anche quello. E poi, ti ho già avvertito, non prendermi in giro.
- Ah… (dufresne comincia ad intuire l’origine di cotanto calore: le fiamme)
- E come la mettiamo allora con il sesso anale?
- Sbagliavo buco. Sono uomo, quindi imbranato, giusto?
- Guarda che mica sono una femminista, mi volevi veramente imbrogliare con questi mezzucci? Questo è l’ultimo avvertimento.
E comunque non ci sono giustificazioni plausibili e possibili per il tuo uso del preservativo. Di quello non potevi non accorgerti!
- Beh, si ricorda di quella sua legge
Non disperdere il seme?
- Sì, comunque è un Comandamento. E poi ne hai scritto anche nel blog, quindi vieni al dunque.
- Ah, legge il mio blog, mi fa piacere, che onore! Qual è il post che preferisce?
- L’ho letto solo perché leggo tutto e so tutto, non ti montare la testa. E vieni al dunque, che mi sto innervosendo e comincio a sentire caldo.
- Ok, ok (per dufresne in questo momento
sentire caldo è più che latro un eufemismo)…
Dicevo, quella sua leg… comandamento, quello del seme, dice di non disperderlo, no?
- Sì, e allora?
- Lo conservavo nei preservativi…
- Zac!
- Hndw chur hnenchj nruioehn!?

Pietro Ielp Center*

Non fare battute sceme, non fare battute sceme, non fare battute sceme. Me lo immagino così, il valente Peter, con questi imperativi che gli passavano per la testa durante l’incursione delle telecamere della rai nell’ufficio dove lavora. Quei ragazzi se lo meritavano questo servizio, anche se nel risultato finale non traspare perfettamente tutta la fatica, la dedizione, l’impegno e lo sforzo psico-fisico cui sono sottoposti ogni giorno. Diciamo che la loro utenza non appartiene proprio all’umanità che faresti uscire con tua figlia.
Nel video è uno di quelli che non parla. Nel video, perché nella vita credo non riesca a stare zitto per più di trenta secondi. Lì non parla perché fa il finto asociale ed il finto cinico, scudi con cui si protegge, vesti nelle quali ama celarsi, ma alle quali non crede nessuno. Umanità, professionalità e contagiosa simpatia. Sì sì, eil petto gruosso; contento ora? Così me lo immagino al lavoro. Così è nella vita.
Credo l’abbiate capito che sono veramente orgoglione del mio amico.

So, the snowflakefallsinmay distributions is very proud to introduce you to: I senza fissa dimora [by rainews24]

*questa espressione l’ha coniata direttamente il giovine protagonista del post, anche se in pochi la capiranno, ma va bene così.

I am Sam


Sam Beam è nato in South Carolina, ma potrebbe venire tranquillamente da uno sperduto paesino del deserto texano dell’ottocento, nessuno se ne accorgerebbe. Ha un volto senza tempo, come le sue canzoni, che profumano di terra e radici. Uno dei suoi capolavori è Lovesong of the Buzzard, contenuta in quello che per lui è semplicemente il suo ultimo disco (the Shepherd's Dog) e per tutti gli altri un punto di riferimento praticamente irraggiungibile della nuova musica americana.
Qui, otto di quelle canzoni, appaiono asciugate rispetto all’edizione pubblicata su disco, in una versione alternativa solo chitarra e voce che mostra tutta la loro scarna bellezza. Non saranno gli archivi di Neil Young, però... Tra questi demo, una spicca tra tutte, come Venere nel cielo tra le altre stelle. Se possibile, ancora più splendente della versione che ho ascoltato ed amato fin’ora.

Lovesong of the Buzzard (Fall 2007 alternate version) [mp3]

Lo fo che non fono solo, anche quando fono folo

Il mio maestro spirituale, come ogni buona guida che si rispetti, ha un nome esotico. Lavora sotto mentite spoglie nel mio stesso ufficio con le sembianze di un quarantenne sudanese poco avvezzo all’igiene personale. Lui è l’illuminato, il profeta di una vita lontana dai moderni bisogni e costrizioni.
Trova meno soldi in busta paga, e lui, serafico, non si lamenta.
Gli danno appuntamento per l’installazione di una caldaia e lo sequestrano praticamente in casa per quattro ore, senza poi presentarsi, né telefonare per avvertire. E lui, niente, tranquillo il giorno dopo chiama e prende un nuovo appuntamento.
Gli mandano per posta moniti di pignoramenti vari per non aver pagato un servizio-truffa-non-richiesto sul suo cellulare e lui, come se non stesse andando incontro ad una grandissima rottura di coglioni giudiziaria, si deve quasi far convincere a scrivere una lettera di chiarimenti e proteste.
Ci consegnano un modulo per le tasse comprensibile come il codice di Hammurabi e lui, senza perdere l’autocontrollo, pensa bene di uscire dalle sabbie mobili della burocrazia semplicemente non compilandolo.
I maligni dicono che sia solamente un rincoglionito, incosciente e un po’ borderline. Io credo sia un genio zen, un luminare della filosofia dell’autocontrollo. Io, in due o tre dei casi che ho elencato, come minimo avrei urlato e bestemmiato per qualche ora, con conseguenti minacce di morte sparse. No, dai, le minacce no.
Probabilmente quando lo licenzieranno lui continuerà a presentarsi tutte le mattine al lavoro come se nulla fosse cambiato. Senza di lui, a me non resterebbe che chiedere istruttivi consigli alla mia scrivania, che purtroppo di solito, quando interrogata, tende a rimanere in silenzio. Come lui, del resto.

Il dio delle piccole cose

Siòri e siòre, la nuova rubrica di dufresne: “La frase del giorno”.

When I was a kid I used to pray every night for a new bicycle.
Then I realised God doesn’t work that way, so I stole
one and prayed for forgiveness.


(Emo Philips)

Via Banksy.

Seicentottanta

680. Cos’è, l’autobus che porta alla Bufalotta? Il civico dell’Aurelia dove ha la sua pescheria Giggino er pesciarolo? Le donne che Cassano millanta trombarsi in un anno? Niente di tutto questo. Seicentottanta è l’immorale importo della mia busta paga.
Ma che bello, che bello. Tornare al lavoro dopo le feste e ritrovarsi a dover forzatamente spazzare via tutti i buoni propositi e le illusioni che ogni inizio di anno porta nell’immaginario di ognuno. Al di là di quanto possa essere considerato vacuo tutto ciò, al di là delle convenzioni sociali, ognuno fa i conti con il passato e con quello che lo aspetta. È come un rito di purificazione, basta non essere così stupidi da illudersi che il semplice cambio di un numero sul calendario possa portare necessariamente un cambiamento migliore. Mica lo sa il calendario. Però non puoi farci niente, è un gioco al quale, più o meno tutti (vero Peter?), non vogliono sottrarsi. Già, viviamo dandoci regole assurde. E il più delle volte, se si è onesti con se stessi, è un gioco di sottrazioni. Ma io non sono così pessimista, così mica potevo minimamente immaginarmi che al mio ritorno avrei trovato molti meno soldi del previsto in busta paga, le colleghe oche che rompono i timpani, e le palle, con le loro fantastiche e interessantissime storie di shopping per almeno tre, e dico tre, ore di fila. At least, but not the last, i capi che quando passi e li saluti al massimo rispondono con un rapido cenno parkinsoniano della testa. Seicentottanta sono i cv che spedirò nei prossimi giorni. Seicentottanta sono i vaffanculo che ho dedicato a tutti loro.

So this is Christmas


Non sono mai stato bravo a comprendere le cose velocemente. Ed anche le cose che capivo subito, le scordavo presto. Dalla vita, invece, credo di aver imparato un po’ più di lezioni. Voglio dire, ricordo ancora quando iniziò la Rivoluzione Francese e qual è la capitale del Mozambico. La capitale del Mozambico è Maputo e l’Ancien Régime cominciò a sgretolarsi nel 1789. Lo scrivo giusto per non farmi passare da solo come il più totale dei rincoglioniti, non sia mai. Potrei anche citarvi a memoria interi paragrafi di OceanoMare. Di altri libri invece, pur avendoli amati molto, conservo solo le emozioni che mi hanno trasmesso, l’atmosfera che vi si respirava, gli insegnamenti che in qualche modo ne ho tratto; in fondo sono gli aspetti più importanti, no? Ma è passato troppo tempo. Ad esempio, Moby Dick narrava le avventure di un cane perso nella tormenta nei boschi della tundra russa, giusto? No no, la tundra è priva di alberi. Vi avevo avvertito che la mia memoria non copre propriamente il lungo periodo.
Nella vita, oltre ad aver imparato cose e scordate quasi altrettante, ho visto passarmi sotto agli occhi occasioni e speranze, condannato spesso, per colpa mia, ad essere spettatore. O forse, più comodamente, non sono mai stato così fortunato. Ma non avrei mai pensato di dover arrivare alla soglia dei trent’anni per capire che il più bel regalo di Natale non si può acquistare con i soldi. Nessuno può comprarlo o farlo uguale. È tuo, solo tuo, perché per te è stato pensato.
Ho poca memoria, ma certi ricordi rimangono impressi più in quell’organo che pompa il sangue, che nel cervello. E le emozioni non ingannano. Ora so che il più bel regalo è una dedica su di un libro. Sì, quello è stato comprato, altrimenti non ci si può scrive sopra, ma non starei qui a sottilizzare. Impresso su di un pezzo di carta sarebbe stata la stessa cosa. Le parole, oltre ad essere più pesanti, sono anche più importanti degli oggetti, perché te le puoi portare sempre dietro, soprattutto quelle pensate e ricamate su di te.

Cambio rotta, cambio stile, scopro l'anno bisestile. Questo è il duezerozerootto.

Così, anche quest’anno, torna a grande richiesta la classifica dei dischi usciti negli ultimi dodici mesi by dufresne. Considerate però che una delle due affermazioni è falsa e che l’altra è un dato di fatto.

Perché nasconderlo, questo è stato definitivamente l’anno in cui l’indie ha fatto rima con hype. Qualsiasi cosa voglia(no) dire. Allora uso le mie cartucce, faccio lo sborone e vi dico che ascolto ed amo gli Okkervil River dal 2003 ed i Sigur Rós dal 1999. Saranno solo numeri, ma per me sono importanti.

Ci avevano detto che sarebbe arrivato un giorno in cui saremmo stati in grado di scrivere con il pensiero. Erano gli anni Settanta e quel giorno era immaginato confuso in qualche parte intorno al Duemiladieci. Non credo ci arriveremo. Però sarebbe bello se tutti riuscissero a scrivere con il cuore. Quello sarebbe un gran risultato. Ed è proprio in questo modo che ho cercato di riportare questa classifica. Questi sono i dischi che mi hanno fatto divertire, gioire, piangere, incazzare, commuovere. E, in alcuni casi, imparare tutti i testi a memoria.
Quando si stila una classifica di fine anno, c’è sempre il rischio di farsi condizionare dalla visibilità e/o qualità oggettiva, quindi bando alle indie-seghe (mentali): eccovi i dischi importanti, quelli che sono stati per me emotivamente più vivi e che realmente mi hanno accompagnato.

Avrei voluto scriverla a ritroso, partendo dall’undicesima posizione per scivolare poi, commento dopo (breve) commento, verso la prima. Così avrei creato un po’ di suspense e sarebbe stato più interessante leggerla, scoprirla pian piano. Ma poi ho pensato che ‘sta cosa possono permettersela solo i bravi scrittori ed anche che per una personale classifica di fine anno è già tanto che siate arrivati fino a qui. Ma soprattutto non vorrei vi perdeste il disco più amato dal sottoscritto, sarebbe un peccato.


1. Conor Oberst - s/t
Conor si rinchiude con un gruppo di amici, senza la maniacalità per le sfumature di Mike Mogis, in una casa isolata nella Valle Mistico messicana e registra in un mese un capolavoro. Che sa di terra, sole e stelle come non se ne vedono qui, tradizione ed intimità. Classico nella più nobile delle accezioni. In più lo fa sembrare come la cosa più semplice e normale del mondo. Io dal primo ascolto lo faccio mio, nella musica e nei testi. Cape Canaveral è la canzone dell’anno, degli anni duemila, del decennio, etc…

2. Sigur Rós - Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust I miei islandesi preferiti aprono la finestra e scoprono che c’è il sole. Una scoperta ancora più entusiasmante, perché il resto è la certezza di vibrare ad ogni nota.

3. Okkervil River - The Stand Ins
E queste sarebbero le canzoni scartate per il precedente disco? Uno dei gruppi da me più amati, semplicemente perché uno dei più profondi ed intensi. Siamo tutti sempre più emotivamente instabili e Will Sheff è il mio co-pilota.

4. Bon Iver - For Emma, Forever Ago
I fantasmi di Justin Vernon, lontano dal suo amore. Un urlo che è un sussurro, carico di solitudine. L’ennesima conferma, se ma ce ne fosse stato bisogno, che da queste parti il cuore batte al ritmo di una sei corde acustica.

5. Nada Surf - Lucky Perché leggerezza non vuol dire necessariamente superficialità.

6. The Shackeltons - s/t Fuori dalle mode e dal tempo. Stagione in cui i Fugazi sono i re del mondo e comandano in modo retto e giusto. Ascoltate Your Movement.

7. Paolo Benvegnù - Le Labbra
Il cantautore più talentuoso, poetico ed ignorato della penisola. Un mistero nel mistero.

8. Offlaga Disco Pax - BacheliteIl solito disco con i testi da mandare giù a memoria. In più c’è Venti Minuti.

9. Death Cab For Cutie - Narrow Stairs
È inutile aspettare un nuovo Transatlanticism, quell’equilibrio perfetto tra rock, eleganza, emozioni e poesia. Quello era IL disco, e so che sarà irripetibile. Ma qualche lacrima l’ho sentita scorrere sul mio viso anche con il piano rhodes di Grapevine Fires. E poi Ben Gibbard si conferma narratore dei sentimenti come pochi se ne trovano in musica.

10. Margot & The Nuclear So and So's - Animal!

Una conferma, grazie a questo ennesimo gioiello pop che mi fa sognare. Il segreto meglio custodito dell’indie. Rigorosamente nella versione per la quale hanno lottato contro la loro casa discografica. Hanno vinto loro.

11. Tokyo Police Club - Elephant Shell
I TPC battono i The Killers 11 a 2, ma senza la voce di Brandon Flowers. In pratica, questo è il disco che avrebbero dovuto fare i quattro di Las Vegas. Forse tra un po’ di anni non mi ricorderò neanche più di loro, ma al momento sono tra i miei ascolti più frequenti ed un disco un po’ più danzereccio dovevo pur metterlo, no?


Sarebbero dovuti essere qui, ma, oh, avevo detto solamente undici...:
12. Neil Halstead - Oh! Mighty Engine
13. Right Away, Great Captain! - The Eventually Home
14. Port O’Brien - All We Could Do Was Sing
15. Le Luci Della Centrale Elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata
16. Someone Still Loves You Boris Yeltsin - Pershing
17. Eef Barzelay - Lose Big

18. Ray LaMontagne - Gossip In The Grain

Si può dare di più (soprattutto se sei loro):
Afterhours - I Milanesi Ammazzano Il Sabato

Canzone cantata dal sottoscritto sempre con il sorriso stampato in faccia:
The Hold Steady - Sequestered In Memphis

Concerto con le farfalle nello stomaco (pari merito per diversi motivi):
Sigur Rós (Roma, 12.07.08)
Okkervil River (Roma, 20.11.08)

‘O trerrote

Ma li vendono ancora i quotidiani cartacei? Forse, tra non molto, il Manifesto non più… Anyway, in edicola, è appena uscita l’ennesima inutile collezione. Ma solo a me, vedendo questa pubblicità, è venuta in mente questa canzone con conseguente risata isterica?
ma se acchiappo a chillo che s'à fottuto 'e melun
m'faccio ra''areto pure 'e scorze e sement!
a gente fanno tant' 'e signur
e po' se fotton' 'e melun

Gli eroi son tutti giovani e belli

Il vero simbolo di questo mio duemilaotto ha le sembianze di un collega. Quello che stimavo di più. Quello che ha infine dimostrato di avere più dignità di tutti, rompendo con i soprusi del passato, del tipo tu-non-sei-proprio-nessuno ed io-faccio-come-mi-pare-perché-sono-il-capo.
A cinquant'anni ci vuole un coraggio che non è di questa terra ed un po' di sana incoscienza a lasciare il tuo lavoro sicuro e stabile per lanciarti in una nuova avventura, rimettendoti in discussione, ricominciando tutto da capo.
Spesso perdiamo tempo a riempire il nostro ego cercando esempi di vita e modelli di comportamento nei protagonisti dei romanzi, negli eroi dei film o nascosti tra i versi di una canzone. Senza accorgerci che magari sono nella porta accanto.

Tema: La mia città

La amo, ma a volte fa proprio cagà.

Dufresne vi insegna l'ita(g)liano, part tù


Come quando ti alzi la mattina e, prima di andare al lavoro, scopri incollato sulla tua Vespa un promemoria scritto appositamente per te. A parte la grafia incerta, ma c’è sempre la possibile scusante dall’averlo dovuto scrivere in piedi senza un ripiano adeguato, come si possono giustificare i due osceni errori di grammatica, la logica fuorviante e le precarie nozioni di educazione civica? Ignoranza caprina?

p.s. la part uàn era
questa.

God is in the details (L. Mies)


Nei pressi dell’Università è pieno di appartamenti affittati, spesso in nero, a studenti, studenti-lavoratori, lavoratori-spesso-precari, insomma derelitti vari. Case vecchie ed arredate l’ultima volta nel 1914, prima che la Grande Guerra si portasse via i pezzi più pregiati, andati ad alimentare fuoco per riscaldarsi. Noi abbiamo un contatore dell’acqua retrò da archeologia industriale niente male, il nostro amico Pietro ha sopra la finestra del salone una specie di baldacchino (non so come si chiami in realtà, probabilmente il vocabolo che lo descrive è caduto in desuetudine da almeno centoventicinque anni). Ma non volevo scrivere dei palazzinari romani.

Volevo solo dire che credo che tra i venti ed i trent’anni tutti dovrebbero abbandonare la casa dei propri genitori. Indipendentemente dal rapporto di amore barra odio che si è instaurato nel tempo con loro. Nel mio caso togliete pure la prima parola per almeno uno dei due genitori, quello che mette il seme e poi nient’altro. Ma non è solo per questo che ho cercato all’esterno il mio rifugio. Se lo dicessi, tralascerei l’aspetto più importante: con chi sono andato a vivere.

Andarsene non è poi così difficile. L’impresa è piuttosto rendere la nuova casa accogliente, calda, in una sola parola viva. Diciamolo, da solo non sarei stato tanto bravo a farlo. Sarebbe diventato un nido nel quale mi sarei orientato solo io. Colorato, certo, ed ordinato esteriormente, ma internamente caotico. E da solo avrei trovato più cadute, al massimo innestato un pilota automatico, risucchiato in quattro mura con poco evidente entusiasmo.

A vent’anni sognavo di scappare presto, in un luogo pieno di creatività e povero di incomprensioni. A volte riempivo lo zaino per andare all’Università come se non dovessi tornare mai più; c’era di tutto, o almeno quello che credevo fosse l’indispensabile: il walkman, la custodia con almeno un decina di cd, la videocassetta (essì, nel duemila ancora non avevo il lettore dvd) del mio film preferito, una manciata di libri, carta e penna. Mancavano i soldi. Per questo tornavo sempre. A pensarci bene, a pensarci ora, a vent’anni ancora avrei dovuto imparare un sacco di cose. Dopo un po’ di anni ho capito che non averlo fatto subito, per lo meno non averne avuto la possibilità, mi stava logorando dentro. Ora sono sicuro che se avessi varcato quella soglia allora, a questo punto sarei più sereno e non mi sarei intossicato l’anima. Ma sono altrettanto certo che comunque mi sarei sommerso in disillusioni varie e avrei sviluppato idiosincrasie a go go, ché in questo sono bravissimo da solo, ci sarei riuscito in uno sbatter di finestre. Ma la vita ci riserva sorprese, passaggi inesplicabili, tutto un intrecciarsi di eventi che mi hanno condotto qui, ora, con lei. Che senso ha allora andare a rievocare gli eventi che ci hanno fatto soffrire? I ricordi dolorosi dovrebbero rimanere nascosti, ancorati ad un nostro io passato.

Dicevi che ogni luogo avresti avuto difficoltà a sentirlo un po’ tuo, ma che in fondo era meglio così, che così non avresti più provato quel senso di nausea tremenda al distacco. Tutte balle, tutte scuse per fare il grand’uomo, riflessi di un cucciolo messo in un angolo che pateticamente ruggisce.
Ed ecco che quando ho deciso di andare a vivere “da solo”, l’ho fatto per due buoni motivi: l’incompatibilità della vita domestica (e non solo) tra me e la mia famiglia, la normale voglia di essere indipendente, ma soprattutto il desiderio di condividere tutto questo con un’altra persona. Perché altrimenti non sembrerebbe niente di sconvolgente, e probabilmente non starei neanche qui a parlarvene. Le chiavi sono sempre lì, appena entri, sulla destra, le posi automaticamente. Niente di speciale, ecco. I doveri e le responsabilità, anche. Cose che fanno tutti. Ma la mia storia è diversa. Agli occhi degli altri, me ne rendo conto, può sembrare banale e bellissima come tante. Quella di crescere in qualche modo, costruire qualcosa, ma farlo a quattro mani, sottobraccio.

Forse non vi sarà tutto chiaro in quello che ho scritto, vi mancheranno alcuni passaggi. Ma non importa.
In fondo questo post è per lei, amore della mia vita, complice delle mie giornate e coinquilina. Per dirle che quando abbiamo appeso insieme questi due poster in camera ho sentito dentro qualcosa, quello che gli altri chiamerebbero sentirsi a casa, ma che io chiamo felicità.

Il dvd del duemilaotto

Nell'attesa di tediarvi con l'inevitabile classifica di fine anno (un dovere morale, si sa), eccovi un'anticipazione.
Il dvd del 2008, nel 2009. Ma anche nel 2008. Insomma, il dvd fisico ad aprile. Ma anche in download, ora, subito, adesso. Oppure entrambi. Entrambi. Imperdibboli.

Miroir Noir

L'attimo fuggente


[pics by dufresne. cliccateci.]
Myself: che palle, tutti a fotografare il fiume. Ci vorrebbe qualcosa di più originale..
Ale: già, ma siamo venuti qui per la piena, mica ti vorrai mettere a far foto agli alberi?!
Myself: o, chennesò, ad esempio, guarda la pubblicità su quell'autobus per turisti: "Crociera sul Tevere, etc..". Non sarebbe più divertente? Certo, un tronco o meglio un albero intero trascinato dalla corrente mica sarebbe tanto male, ma sarebbe la stessa identica foto che stanno facendo tutti.. Potrei buttarti nel fiume in una zona dove non c’è nessuno e fotografarti mentre arranchi, ma sarebbe troppo cinico e mi mancheresti. Dai, faccio la foto alla pubblicità e non se ne parla più. Così stasera faccio l'e-brillante sul blog, e, e, e.. oh, cazzo, è scattato il rosso..
Ale: eh, guarda che potevi fare il logorroico anche camminando.

È solo l’inizio

Come farsi sorprendere dalla depressione in quattro mosse:

1. Spedire una domanda, mezzo raccomandata
2. Studiare su due volumi, every day and every night, che ti succhiano il tempo per tutto il resto
3. Fare ‘sto cazzo d’esame
4. Vedere, uno di seguito all’altro e riportati su di un sito, il tuo cognome, il tuo nome, ed una data non più verdissima, seguiti infine da questa orribile scritta: NON AMMESSO.

Ecco, questo è quello che sarebbe potuto succedere se. Ora, prendete il foglio virtuale sul quale ho scritto queste parole ed accartocciatelo, sempre virtualmente. Poi fateci pure canestro da qualche parte. La realtà è che la prima prova è stata superata, ma questo è quello che più o meno mi ero stampato nella mente dal giorno successivo a quell’esame, un po’ per scaramanzia, un po’ per la solita autostima che vabbè lo sappiamo tutti. Ma ora c’è ancora più da stringere i denti, perché il significato intrinseco dell’aver superato questo primo ostacolo si può semplicemente sintetizzare in tre parole: è solo l’inizio.