Cambio rotta, cambio stile, scopro l'anno bisestile. Questo è il duezerozerootto.

Così, anche quest’anno, torna a grande richiesta la classifica dei dischi usciti negli ultimi dodici mesi by dufresne. Considerate però che una delle due affermazioni è falsa e che l’altra è un dato di fatto.

Perché nasconderlo, questo è stato definitivamente l’anno in cui l’indie ha fatto rima con hype. Qualsiasi cosa voglia(no) dire. Allora uso le mie cartucce, faccio lo sborone e vi dico che ascolto ed amo gli Okkervil River dal 2003 ed i Sigur Rós dal 1999. Saranno solo numeri, ma per me sono importanti.

Ci avevano detto che sarebbe arrivato un giorno in cui saremmo stati in grado di scrivere con il pensiero. Erano gli anni Settanta e quel giorno era immaginato confuso in qualche parte intorno al Duemiladieci. Non credo ci arriveremo. Però sarebbe bello se tutti riuscissero a scrivere con il cuore. Quello sarebbe un gran risultato. Ed è proprio in questo modo che ho cercato di riportare questa classifica. Questi sono i dischi che mi hanno fatto divertire, gioire, piangere, incazzare, commuovere. E, in alcuni casi, imparare tutti i testi a memoria.
Quando si stila una classifica di fine anno, c’è sempre il rischio di farsi condizionare dalla visibilità e/o qualità oggettiva, quindi bando alle indie-seghe (mentali): eccovi i dischi importanti, quelli che sono stati per me emotivamente più vivi e che realmente mi hanno accompagnato.

Avrei voluto scriverla a ritroso, partendo dall’undicesima posizione per scivolare poi, commento dopo (breve) commento, verso la prima. Così avrei creato un po’ di suspense e sarebbe stato più interessante leggerla, scoprirla pian piano. Ma poi ho pensato che ‘sta cosa possono permettersela solo i bravi scrittori ed anche che per una personale classifica di fine anno è già tanto che siate arrivati fino a qui. Ma soprattutto non vorrei vi perdeste il disco più amato dal sottoscritto, sarebbe un peccato.


1. Conor Oberst - s/t
Conor si rinchiude con un gruppo di amici, senza la maniacalità per le sfumature di Mike Mogis, in una casa isolata nella Valle Mistico messicana e registra in un mese un capolavoro. Che sa di terra, sole e stelle come non se ne vedono qui, tradizione ed intimità. Classico nella più nobile delle accezioni. In più lo fa sembrare come la cosa più semplice e normale del mondo. Io dal primo ascolto lo faccio mio, nella musica e nei testi. Cape Canaveral è la canzone dell’anno, degli anni duemila, del decennio, etc…

2. Sigur Rós - Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust I miei islandesi preferiti aprono la finestra e scoprono che c’è il sole. Una scoperta ancora più entusiasmante, perché il resto è la certezza di vibrare ad ogni nota.

3. Okkervil River - The Stand Ins
E queste sarebbero le canzoni scartate per il precedente disco? Uno dei gruppi da me più amati, semplicemente perché uno dei più profondi ed intensi. Siamo tutti sempre più emotivamente instabili e Will Sheff è il mio co-pilota.

4. Bon Iver - For Emma, Forever Ago
I fantasmi di Justin Vernon, lontano dal suo amore. Un urlo che è un sussurro, carico di solitudine. L’ennesima conferma, se ma ce ne fosse stato bisogno, che da queste parti il cuore batte al ritmo di una sei corde acustica.

5. Nada Surf - Lucky Perché leggerezza non vuol dire necessariamente superficialità.

6. The Shackeltons - s/t Fuori dalle mode e dal tempo. Stagione in cui i Fugazi sono i re del mondo e comandano in modo retto e giusto. Ascoltate Your Movement.

7. Paolo Benvegnù - Le Labbra
Il cantautore più talentuoso, poetico ed ignorato della penisola. Un mistero nel mistero.

8. Offlaga Disco Pax - BacheliteIl solito disco con i testi da mandare giù a memoria. In più c’è Venti Minuti.

9. Death Cab For Cutie - Narrow Stairs
È inutile aspettare un nuovo Transatlanticism, quell’equilibrio perfetto tra rock, eleganza, emozioni e poesia. Quello era IL disco, e so che sarà irripetibile. Ma qualche lacrima l’ho sentita scorrere sul mio viso anche con il piano rhodes di Grapevine Fires. E poi Ben Gibbard si conferma narratore dei sentimenti come pochi se ne trovano in musica.

10. Margot & The Nuclear So and So's - Animal!

Una conferma, grazie a questo ennesimo gioiello pop che mi fa sognare. Il segreto meglio custodito dell’indie. Rigorosamente nella versione per la quale hanno lottato contro la loro casa discografica. Hanno vinto loro.

11. Tokyo Police Club - Elephant Shell
I TPC battono i The Killers 11 a 2, ma senza la voce di Brandon Flowers. In pratica, questo è il disco che avrebbero dovuto fare i quattro di Las Vegas. Forse tra un po’ di anni non mi ricorderò neanche più di loro, ma al momento sono tra i miei ascolti più frequenti ed un disco un po’ più danzereccio dovevo pur metterlo, no?


Sarebbero dovuti essere qui, ma, oh, avevo detto solamente undici...:
12. Neil Halstead - Oh! Mighty Engine
13. Right Away, Great Captain! - The Eventually Home
14. Port O’Brien - All We Could Do Was Sing
15. Le Luci Della Centrale Elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata
16. Someone Still Loves You Boris Yeltsin - Pershing
17. Eef Barzelay - Lose Big

18. Ray LaMontagne - Gossip In The Grain

Si può dare di più (soprattutto se sei loro):
Afterhours - I Milanesi Ammazzano Il Sabato

Canzone cantata dal sottoscritto sempre con il sorriso stampato in faccia:
The Hold Steady - Sequestered In Memphis

Concerto con le farfalle nello stomaco (pari merito per diversi motivi):
Sigur Rós (Roma, 12.07.08)
Okkervil River (Roma, 20.11.08)

‘O trerrote

Ma li vendono ancora i quotidiani cartacei? Forse, tra non molto, il Manifesto non più… Anyway, in edicola, è appena uscita l’ennesima inutile collezione. Ma solo a me, vedendo questa pubblicità, è venuta in mente questa canzone con conseguente risata isterica?
ma se acchiappo a chillo che s'à fottuto 'e melun
m'faccio ra''areto pure 'e scorze e sement!
a gente fanno tant' 'e signur
e po' se fotton' 'e melun

Gli eroi son tutti giovani e belli

Il vero simbolo di questo mio duemilaotto ha le sembianze di un collega. Quello che stimavo di più. Quello che ha infine dimostrato di avere più dignità di tutti, rompendo con i soprusi del passato, del tipo tu-non-sei-proprio-nessuno ed io-faccio-come-mi-pare-perché-sono-il-capo.
A cinquant'anni ci vuole un coraggio che non è di questa terra ed un po' di sana incoscienza a lasciare il tuo lavoro sicuro e stabile per lanciarti in una nuova avventura, rimettendoti in discussione, ricominciando tutto da capo.
Spesso perdiamo tempo a riempire il nostro ego cercando esempi di vita e modelli di comportamento nei protagonisti dei romanzi, negli eroi dei film o nascosti tra i versi di una canzone. Senza accorgerci che magari sono nella porta accanto.

Tema: La mia città

La amo, ma a volte fa proprio cagà.

Dufresne vi insegna l'ita(g)liano, part tù


Come quando ti alzi la mattina e, prima di andare al lavoro, scopri incollato sulla tua Vespa un promemoria scritto appositamente per te. A parte la grafia incerta, ma c’è sempre la possibile scusante dall’averlo dovuto scrivere in piedi senza un ripiano adeguato, come si possono giustificare i due osceni errori di grammatica, la logica fuorviante e le precarie nozioni di educazione civica? Ignoranza caprina?

p.s. la part uàn era
questa.

God is in the details (L. Mies)


Nei pressi dell’Università è pieno di appartamenti affittati, spesso in nero, a studenti, studenti-lavoratori, lavoratori-spesso-precari, insomma derelitti vari. Case vecchie ed arredate l’ultima volta nel 1914, prima che la Grande Guerra si portasse via i pezzi più pregiati, andati ad alimentare fuoco per riscaldarsi. Noi abbiamo un contatore dell’acqua retrò da archeologia industriale niente male, il nostro amico Pietro ha sopra la finestra del salone una specie di baldacchino (non so come si chiami in realtà, probabilmente il vocabolo che lo descrive è caduto in desuetudine da almeno centoventicinque anni). Ma non volevo scrivere dei palazzinari romani.

Volevo solo dire che credo che tra i venti ed i trent’anni tutti dovrebbero abbandonare la casa dei propri genitori. Indipendentemente dal rapporto di amore barra odio che si è instaurato nel tempo con loro. Nel mio caso togliete pure la prima parola per almeno uno dei due genitori, quello che mette il seme e poi nient’altro. Ma non è solo per questo che ho cercato all’esterno il mio rifugio. Se lo dicessi, tralascerei l’aspetto più importante: con chi sono andato a vivere.

Andarsene non è poi così difficile. L’impresa è piuttosto rendere la nuova casa accogliente, calda, in una sola parola viva. Diciamolo, da solo non sarei stato tanto bravo a farlo. Sarebbe diventato un nido nel quale mi sarei orientato solo io. Colorato, certo, ed ordinato esteriormente, ma internamente caotico. E da solo avrei trovato più cadute, al massimo innestato un pilota automatico, risucchiato in quattro mura con poco evidente entusiasmo.

A vent’anni sognavo di scappare presto, in un luogo pieno di creatività e povero di incomprensioni. A volte riempivo lo zaino per andare all’Università come se non dovessi tornare mai più; c’era di tutto, o almeno quello che credevo fosse l’indispensabile: il walkman, la custodia con almeno un decina di cd, la videocassetta (essì, nel duemila ancora non avevo il lettore dvd) del mio film preferito, una manciata di libri, carta e penna. Mancavano i soldi. Per questo tornavo sempre. A pensarci bene, a pensarci ora, a vent’anni ancora avrei dovuto imparare un sacco di cose. Dopo un po’ di anni ho capito che non averlo fatto subito, per lo meno non averne avuto la possibilità, mi stava logorando dentro. Ora sono sicuro che se avessi varcato quella soglia allora, a questo punto sarei più sereno e non mi sarei intossicato l’anima. Ma sono altrettanto certo che comunque mi sarei sommerso in disillusioni varie e avrei sviluppato idiosincrasie a go go, ché in questo sono bravissimo da solo, ci sarei riuscito in uno sbatter di finestre. Ma la vita ci riserva sorprese, passaggi inesplicabili, tutto un intrecciarsi di eventi che mi hanno condotto qui, ora, con lei. Che senso ha allora andare a rievocare gli eventi che ci hanno fatto soffrire? I ricordi dolorosi dovrebbero rimanere nascosti, ancorati ad un nostro io passato.

Dicevi che ogni luogo avresti avuto difficoltà a sentirlo un po’ tuo, ma che in fondo era meglio così, che così non avresti più provato quel senso di nausea tremenda al distacco. Tutte balle, tutte scuse per fare il grand’uomo, riflessi di un cucciolo messo in un angolo che pateticamente ruggisce.
Ed ecco che quando ho deciso di andare a vivere “da solo”, l’ho fatto per due buoni motivi: l’incompatibilità della vita domestica (e non solo) tra me e la mia famiglia, la normale voglia di essere indipendente, ma soprattutto il desiderio di condividere tutto questo con un’altra persona. Perché altrimenti non sembrerebbe niente di sconvolgente, e probabilmente non starei neanche qui a parlarvene. Le chiavi sono sempre lì, appena entri, sulla destra, le posi automaticamente. Niente di speciale, ecco. I doveri e le responsabilità, anche. Cose che fanno tutti. Ma la mia storia è diversa. Agli occhi degli altri, me ne rendo conto, può sembrare banale e bellissima come tante. Quella di crescere in qualche modo, costruire qualcosa, ma farlo a quattro mani, sottobraccio.

Forse non vi sarà tutto chiaro in quello che ho scritto, vi mancheranno alcuni passaggi. Ma non importa.
In fondo questo post è per lei, amore della mia vita, complice delle mie giornate e coinquilina. Per dirle che quando abbiamo appeso insieme questi due poster in camera ho sentito dentro qualcosa, quello che gli altri chiamerebbero sentirsi a casa, ma che io chiamo felicità.

Il dvd del duemilaotto

Nell'attesa di tediarvi con l'inevitabile classifica di fine anno (un dovere morale, si sa), eccovi un'anticipazione.
Il dvd del 2008, nel 2009. Ma anche nel 2008. Insomma, il dvd fisico ad aprile. Ma anche in download, ora, subito, adesso. Oppure entrambi. Entrambi. Imperdibboli.

Miroir Noir

L'attimo fuggente


[pics by dufresne. cliccateci.]
Myself: che palle, tutti a fotografare il fiume. Ci vorrebbe qualcosa di più originale..
Ale: già, ma siamo venuti qui per la piena, mica ti vorrai mettere a far foto agli alberi?!
Myself: o, chennesò, ad esempio, guarda la pubblicità su quell'autobus per turisti: "Crociera sul Tevere, etc..". Non sarebbe più divertente? Certo, un tronco o meglio un albero intero trascinato dalla corrente mica sarebbe tanto male, ma sarebbe la stessa identica foto che stanno facendo tutti.. Potrei buttarti nel fiume in una zona dove non c’è nessuno e fotografarti mentre arranchi, ma sarebbe troppo cinico e mi mancheresti. Dai, faccio la foto alla pubblicità e non se ne parla più. Così stasera faccio l'e-brillante sul blog, e, e, e.. oh, cazzo, è scattato il rosso..
Ale: eh, guarda che potevi fare il logorroico anche camminando.

È solo l’inizio

Come farsi sorprendere dalla depressione in quattro mosse:

1. Spedire una domanda, mezzo raccomandata
2. Studiare su due volumi, every day and every night, che ti succhiano il tempo per tutto il resto
3. Fare ‘sto cazzo d’esame
4. Vedere, uno di seguito all’altro e riportati su di un sito, il tuo cognome, il tuo nome, ed una data non più verdissima, seguiti infine da questa orribile scritta: NON AMMESSO.

Ecco, questo è quello che sarebbe potuto succedere se. Ora, prendete il foglio virtuale sul quale ho scritto queste parole ed accartocciatelo, sempre virtualmente. Poi fateci pure canestro da qualche parte. La realtà è che la prima prova è stata superata, ma questo è quello che più o meno mi ero stampato nella mente dal giorno successivo a quell’esame, un po’ per scaramanzia, un po’ per la solita autostima che vabbè lo sappiamo tutti. Ma ora c’è ancora più da stringere i denti, perché il significato intrinseco dell’aver superato questo primo ostacolo si può semplicemente sintetizzare in tre parole: è solo l’inizio.

Inciampare sul tubo

Soffro della sindrome da abbandono. Così quando lei parte ho difficoltà ad addormentarmi la sera, e ci riesco solo grazie alla compagnia della tv che sfarfalla qualcosa che non seguo nel buio della stanza. Noi non l’accendiamo praticamente mai. Ma non resistiamo al fascino di Minoli, di Lucarelli e dei documentari di La7. La notte però non ci sono speranze, e soprattutto ora vorrei qualcosa di divertente ed il personaggio più esilarante della televisione la diserta da anni. Sì, lo so che c’è sempre il tg4, ma sento che non sarebbe proprio la stessa cosa. Così, cosa può fare un immaturo semi-trentenne lasciato da solo a casa dalla sua fidanzata partita per quattro giorni? Perdere tempo su You Tube, ovvio. Inerisco due parole, premo invio e mi si manifesta un mondo di risate soffocate senza riuscirci per non svegliare i vicini.

Interno notte, troppo sonno per leggere, una connessione flat, un ragazzo in pigiama abbrutito davanti un notebook e la scena che j’esce lo spinacio dalle mani.


Okkervil River, Circolo degli Artisti, Roma [20.11.2008]

L’incipit è sempre lo stesso: io ed Ale arriviamo al Circolo con due ore d’anticipo, un po’ perché siamo ansiosi, un po’ perché ci muoviamo presto con il solito intento di starcene attaccati alla transenna. Io anche con la voglia di scattare tante foto. Ma, appena cominciato lo spettacolo, mi si avvicina la figura che tutti gli assidui frequentatori dei concerti temono: il tipo idiota della security. Al cui sviluppo dei muscoli ha sicuramente fatto da contraltare la conseguente riduzione del numero dei suoi neuroni, tanto da impedirmi dal fare foto scambiando la mia semi-reflex per un’apparecchiatura professionale ed il mio atteggiamento per quello di un vero fotografo. È un po’ come una nuvola fantozziana. Una volta che ti ha puntato, nella sua vita ci sei solo tu. I’m just a fan, i’m not a pro, i’m here, jumping and singing, can’t you seeee? Il risultato? Un’ulcera nervosa e solo due o tre fotine, di merda, scattate in fretta.

Ho questi ricordi in testa, li giro e li rigiro. Li faccio volare lungo tutta la serata di giovedì che ho trascorso al Circolo. Vorrei scriverne minuziosamente, dirvi di quando tutti abbiamo urlato sul finale di For real, del culo che la chitarrista faiga ha pensato bene di mostrarci ogni volta che si girava ed il suo minivestitino saliva, del tipo accanto a me che non conosceva nemmeno una canzone, dell’attesa ingannata ricordando di quando scrivevamo poesie per ragazze che non le avrebbero mai lette.
Ma c’è un’immagine che si è fissata sulle mie retine e non vuole sapere di andarsene, che cattura e devia i miei pensieri su quella sera, che li blocca ad un preciso momento, che li incolla lì sfocando tutto il resto. È un ricordo che non se ne va e che, ne sono sicuro, mi ossessionerà per parecchio tempo, come le dita impregnate della resina di un albero. C’è stato un momento in cui vi avrei voluti tutti vicino. O tutti lontano. Will Sheff anche era da un’altra parte. Solo voce, chitarre ed una tromba discreta. Per una manciata di minuti tutto si è fermato, tutti eravamo in assoluto silenzio ed il sottoscritto con la bocca spalancata per lo stupore, per l’incredulità. Quella di quando vorresti cantare, ma quello che ti sta di fronte copre tutto, ti riempie e ti isola dal resto. Sarebbe potuta succedere qualsiasi cosa, ma io sarei rimasto lì, catturato, in un vortice, dove c’ero solo io, quella canzone meravigliosa ed i miei pensieri, quelli belli e quelli così così. Così ho deciso, in uno dei miei impeti di allegria sfrenata, che A stone (grazie per il video, chiunque tu sia) sarà la canzone che dovrà suonare al mio funerale.
Sono una persona molto emotiva, chi mi conosce lo sa. Sono uno di quelli che si commuove anche solo vedendo un film; alcuni direbbero che sono sensibile, altri che sono coglione. Lo so, è un mio limite e ci convivo, poco me ne importa. Hey, Will, non so se te l’ho detto, ma quando hai fatto quella canzone, così, in quel modo così intenso, mi hai riempito di gioia e dolore. Forse non te l’ho detto. Ma sono sicuro che quando i nostri sguardi si sono incrociati, ti sarai chiesto cosa fossero quegli occhi lucidi.




Out

Ovvero, come arrivare tardi.
Intanto, nell’attesa che vada fuori moda, anch’io ho inserito il mio profilo (per essere precisi, c’è ancora solo il mio nome..) su feisbuk.

Oba-mah

Sì sì, lo so che tanto non cambierà niente, che in fondo è solo un’illusione che ci farà ancora più male, che vabbè è solo un vuoto simbolo, che non dobbiamo dimenticare che il potere non è nelle mani dell'uomo uomo, ma nell’economia, che non possiamo più permetterci di sprecare le nostre speranze. Tutto vero, però stanotte, guardando quei bagliori venire fuori da quel coso poggiato sulla cassettiera, un po’ mi sono commosso.

Io sono quello con la maglietta dei pearl jam

Cercavo di far finta di niente, ma se ne saranno accorti un po’ tutti (di sicuro la mia groupie preferita, vedere nei commenti al post precedente): non sto scrivendo. Ma non lo sto facendo per due buoni motivi. Mi sono avventurato nell’arte che mi riesce meglio, ovvero lanciarmi in attività fuori dalla mia portata, lontane dalle mie possibilità. Da bambino fantasticavo di trasformarmi nel Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, quand’ero adolescente sognavo di diventare un cantautore depresso e miliardario e a vent’anni avrei voluto cambiare il mondo. Invece questa volta ho un esame a fine novembre. Quello più importante, di quelli che ti possono cambiare la vita, che rientra a pieno titolo nella categoria missione impossibile. In pratica esco da lavoro solo per tornare a casa e piegarmi sui libri. Il secondo motivo, strettamente dipendente dal primo, è che la sera sono così stanco che tutto vorrei fare tranne che sedermi nuovamente davanti ad un pc, neanche per farmi un giro su youporn (penso sia indicativo). Naturalmente quel tutto vorrei fare sta per non-ho-voglia-di-fare-un-cazzo. Conseguenza con pesanti ripercussioni anche sulla mia vita sociale e passionale; primo fra tutti aver mancato un concerto per il quale sospiravo da mesi, quello dei Built To Spill. Ma non sono tornato qui per lamentarmi. Ogni mattina mi sveglio con lei accanto e per questo sono felice.
Ho aperto gli occhi questa mattina, con in testa le note di una canzone. I suoi arpeggi mi hanno fatto pensare che sarei subito dovuto correre a prendere la chitarra e buttare giù quelle semplici e meravigliose idee. Ho appena scritto una canzone meravigliosa, Elliott Smith sarebbe orgoglioso di me. Mo glielo faccio vedere io a tutti di quello che sono capace, che ispirazione che ho avuto. Indie folk kicks your ass. Ma in fondo non sono più un adolescente, e questo sogno è durato poco. Mi sono rilassato ed ho messo le cuffie del mio lettore emmepitre per svegliarmi meglio, giusto il tempo di scoprire che ‘sta canzone l’aveva già scritta qualcun altro.
Ho sempre avuto un debole per le canzoni che richiamano luoghi ben precisi, nomi di persone, orari, storie. Le ho sempre viste come caratteristiche che più avvicinano la musica ad essere come un libro. Ultimamente mi è venuta una paura fottuta del futuro e in fondo questa è una canzone che parla proprio di una certa “nostalgia del futuro, o di qualcosa che non hai mai vissuto” (parola di Conor Oberst, sì ancora lui). Anche se non sono proprio la stessa cosa, nella mia mente questi due sentimenti sono sempre stati legati da un sottile filo rosso. Il risultato è che alle mie orecchie, al mio cuore, al mio stomaco, in questi giorni questa è la canzone più bella dell’universo. È la prima in streaming,
qui.
Insomma, com’è come non è, fino alla fine del mese sarò impegnato con altri pensieri. Ci vediamo il venti al concerto degli Okkervil River. Io sono quello con la maglietta dei pearl jam.

Conoscere gente sul treno

Ci deve essere stato un momento in cui tutti hanno deciso che essere una persona socievole implichi avere tremila contatti sul proprio myspace o pagina di facebook. Fino ad arrivare a ritenere del tutto normale che, mentre tutti erano piegati sui loro pauerbuk, le uniche due persone che mi abbiano rivolto la parola siano stati due pericolosissimi niggaz (che no, non hanno sporcato o devastato il treno e non hanno cercato di vendermi nulla) che mi hanno tenuto compagnia durante il viaggio. Ed al ritorno un bimbo cinese che ancora stentava nel camminare, ma, ne sono sicuro, farà progressi, che dall’altezza di Casalecchio fino a Firenze, che saranno tipo centoventi chilometri, si è messo a smanettare con i pulsanti che comandano la tendina elettrica, su e giù, su e giù, con il quale alla fine mi sono messo a giocare. A voi, grazie.

Dufresne vi insegna l'ita(g)liano

Ve lo siete mai chiesto il vero significato del verbo infognarsi? Noo? Mo ve lo spiega giacomino vostro (insieme al sig. De Mauro).

Help me play this song


La canzone più bella ed emozionante del duemilaotto. Con tre mesi d’anticipo. E sì, è una canzone TRISTISSIMA -se ne potrebbe parlare per ore sul perché le composizioni che suscitano malinconia siano anche le più belle-. Una canzone struggente che non è contenuta in nessun disco e che probabilmente non lo sarà mai. Un caso, o forse no. C’è tutto un mondo dietro, c’è la storia di un’amica che non c’è più, ci sono un sentimento ed un’emozione che non si possono mettere in vendita. Ma condividere, sì.

Conor Oberst, Breezy [mp3, live @ 400 Bar w/ The Mystic Valley Band]

Il sorpasso


Venerdì e sabato, sarei dovuto essere qui. E ieri dai Notwist. Ma ho preferito mettere la freccia, accostare a destra e tirare il freno a mano. Per vedere poi sfrecciare la vita alla mia sinistra. Mi sembra abbia anche fatto il gesto delle corna. Ma non ne sono sicuro, ero distratto, già con la mente da un’altra parte. Un lavoro da portare avanti ad ogni costo (precisamente quello del mio misero stipendio), il dirittodeglientilocali da studiare e la spesa da fare. La stanchezza, non solo fisica, si è fatta finalmente sentire.

Someone Still Loves You Boris Yeltsin, Rashomon Club, Roma [25.09.2008]

Leggero, nel vestito peggiore. Il solito: converse, felpa, spillette e brit-frangetta. Ed il solito numero di partecipanti che mi ritrovo spesso intorno. Saremmo stati dieci-quindici. No, dai scherzo: eravamo in trenta (ed ho il sospetto che alcuni fossero loro amici).
Nonostante abbiano scelto il nome più geniale ed originale degli ultimi anni, alla fine alcune canzoni dei SSLYBY tendono, se presentate dal vivo, ad essere molto simili. Ma questa sera non è poi così importante, perché riescono a farmi sentire leggero, come la loro musica, e ad allontanare tutti i pensieri che ultimamente mi rovinano alcune giornate.
Si presentano a due metri dal mio viso con la chitarra più bella del mondo -una telecaster- ed un aspetto che mi fa pensare abbiano non più di ottant’anni in quattro. Io mi rodo d’invidia, per la sei corde e per l’età ancora piena di futuro che si portano appresso. Ma è proprio tutto questo e l’ingenua euforia che sprigionano ad ogni nota a farmeli adorare. E poi sono di Springfield. Ve l’immaginate che (s)fortuna? da dove venite? da Springfield… e giù con le scontate battutone sui geniali omini gialli, ogni santa volta, ne sono sicuro. Io lo farei. Ma il punto è: perché mi ostino ad andare ancora a questi concerti? La prima risposta la sapete tutti e non è il caso di ripeterla, la seconda è che la musica è sicuramente la forma d’arte che più riesce a ricamare nel mio animo entusiasmo. Può bastare?

Segue fotina della serata.

Firmino è Un Grande

Anche se attraversato da una risacca di malinconia, quelli erano pur sempre bei tempi nel complesso, che ricordo ancora oggi con piacere. Talvolta ci giocherello un po’ nel tentativo di allontanare la tristezza, la vecchiaia, la solitudine. Immagino Jerry di nuovo giovane, con i capelli neri ondulati e il sorriso smagliante che aveva nelle foto. Trasporto me e lui fuori dalla stanza di Cornhill e, insieme, ci faccio volare alti sopra Boston, oltre il Mississippi, oltre le Montagne Rocciose, e atterrare in qualche bar o caffè di San Francisco – da dove riusciamo a vedere le acque della baia luccicare sullo sfondo. Talvolta invito anche altri perché si uniscano a noi, Grandi come Jack London o Stevenson, e allora davvero ci diamo dentro.
Penso sempre che ogni cosa durerà in eterno, ma non è mai così. In realtà, niente esiste per più di un istante, tranne ciò che custodiamo nella memoria. Cerco sempre di conservare dentro di me ogni momento – preferirei morire piuttosto che dimenticare. Eppure, allo stesso tempo, non vedo l’ora di andare a San Francisco, di lasciarmi tutto alle spalle.


[Firmino, Sam Savage - Einaudi Stile Libero, 2008]




Firmino non è il prototipo del topolino carino, dolce e sensibile. No, lui è un ratto, brutto come la fogna, a volte cinico e un po’ depravato. Sensibile e romantico, sì. Anche ironico, divertente, amaro sognatore e, soprattutto, innamorato della vita e di tutta la vita presente nei libri.
La tesi di fondo è che più sai, più conosci, più sei consapevole e più soffri. È sempre stato così, è una sorta di contrappasso. E ti struggi per quello che vorresti essere e non sarai mai; condizione obbligata per un sorcio. Ma di sicuro, grazie ai libri, sarai una persona-animale-essere vivente migliore. Più leggi e più sei vivo. Veleno ed antidoto insieme.
Firmino lotta, si batte, cade, reagisce. Perde, ma nello stesso tempo non ne esce sconfitto, perché, cosa che nessuno potrà mai portargli via, gli rimangono i suoi sogni che culla e fonde con la realtà. Eccolo il potere di redenzione dei libri, la carica di immaginazione insita nella letteratura. Che non è estraniamento, fuga, evasione dalla realtà, ma renderla più viva, piena di esperienze, policromatica. In una sola parola, ricca.
Se vi state chiedendo cos’è tutta ‘sta tristezza?!, sappiate che quando ho sfogliato l’ultima pagina del libro avevo un sorriso stampato sul viso. Perché ho ballato, con Firmino, insieme a Ginger Rogers. Ma non ditelo alla mia ragazza.

Universi paralleli

Avrei voluto scrivere che uno l'ho vissuto proprio questa sera. Io impegnato in cucina e lei seduta davanti al notebook.
Ma poi qualcuno/a, con tanta voglia di fare l'e-cacacazzi e sparare e-sentenze gratuite senza conoscermi, sarebbe intervenuto/a nei commenti giudicandomi un fan-cats, e allora mi sarei sentito in dovere di mandarlo/a quel paese. Quindi ho pensato che non sarebbe stato carino accogliere così un estraneo ed ho desistito dal pubblicare questo post.

Condoglianze

Una settimana con 'sto coso qui sotto è francamente troppo. Non ce la faccio più a vederlo manifestarsi con quel suo sorriso-ghigno sul mio blog ogni volta che ci entro. Torno sull'argomento non solo per toglierlo dal mio e vostro sguardo, ma soprattutto perché ho colto il vero significato recondito del colore della sua camicia: il lutto. Il liberismo è morto -o almeno necessita di un'eutanasia-, e non è che la cosa mi rattristi molto.

Signora, suo figlio...

C'HA LA FACCIA COME IL CULO! (cit.)
Altrimenti come vi spieghereste Ber***coni che si presenta alla festa di Az*one Giovani indossando una camicia nera?

Il lavoro logora

Cosa c'è di più irritante del tuo collega che non fa un cazzo tutto il giorno?
La tua collega che te lo ricorda con le sue lamentele ogni stramaledetto secondo.

Guida per riconoscere i tuoi santi

Ho stabilito, giusto quattro giorni fa, che non voglio più invidiare le ciminiere perché hanno sempre da fumare (cit.). Ma smettere di fumare, dopo averlo deciso non so quante volte (sono un talento niente male in questo campo) e in un periodo di forti tensioni come questo, non è proprio l’idea più indicata che sarebbe potuta venirmi, ma tant’è.

Al secondo giorno mi si è subito manifestato San Sebastiano sul Palatino, con le sembianze della mia amica C., che , forse credendo di incoraggiarmi (non si è capito però secondo la logica di quale pianeta), mi ha confessato che i primi giorni saranno devastanti. Parole che si sono trasformate in frecce e che hanno perforato la mia ferrea volontà.
Durante il periodo di tempo cha va dalle quarantotto alle novantasei ore - noi tossici scandiamo così il tempo delle nostre astinenze – mi si presenta F. sotto le mentite spoglie della Madonna di Fatima, il quale si è sentito in dovere di profetizzarmi il mio prossimo fallimento.
Poi, al quarto giorno, arriva il mio amico A., novello San Tommaso, che non ci credo nemmeno se ti vedo.
Mia madre ha scomodato Gesù Cristo in persona, invocandolo per la grazia ricevuta. Roba da lacrime di sangue.

Infine l’ammòremio, Santa Francesca Lucana, che ha la pazienza di sopportare il mio nervosismo acutizzato da lancinanti crisi d’astinenza.

Sigur Rós, Cavea dell'Auditorium - Parco della Musica, Roma [12.07.2008]


[pics by dufresne]


Commento brillante #1, proveniente dalle mie spalle: i coriandoli che cascavano dall'alto (no, guarda, dal basso) era un effetto semplice, ma spaccava proprio (spaccava ripetuto successivamente per 5-6 volte in due minuti)

Commento brillante #2, proveniente sempre dalle mie spalle, insomma era la stessa persona: hai visto prima, al batterista jè cascata 'na cassa... (Orri ha scaraventato via con un calcio la grancassa)

Notato la data? Niente male, eh. Ma non importa, quella serata la porterò per sempre nei miei brividi. Quindi non è mai troppo tardi.

Esterno giorno.
Mi ha sempre incuriosito scrutare il pubblico di un concerto. Capire il tipo di persone che segue un musicista, ti aiuta a capire un po’ chi sei. Tu, lì in mezzo, sei un tutt’uno con gli altri, uno spirito comune o finisci per sentirti fuori luogo. Nonostante il pregiudizio che si ha sui Sigur Rós,il luogo del pre-concerto non era pieno di astanti bianchicci e malfermi, esseri diafani che cadrebbero al primo colpo di vento. Però quelli che c’erano, me li immaginavo correre subito a casa dopo l’evento e rannicchiarsi, seduti a terra, con le ginocchia sul volto e tremanti in un angolo. Oh, non guardatemi così, ognuno ha i suoi hobby.
Arriviamo che è ancora giorno, il tramonto accompagna la loro entrata sul palco dalla scenografia sobria e bellissima, e in quell’atmosfera spero con tutto me stesso che inizino con Vaka. Un tramonto, Roma, la musica, Lei, quale commistione migliore? Non la suoneranno per tutto il concerto, ma riescono nell’ardua impresa del non farmene pesare la mancanza.

Esterno notte.
Si presentano sul palco con la loro solita estetica: luci posizionate per creare suggestive figure sfumate, ma che hanno impedito foto decenti (apperò, bella come scusa).
Nonostante le malevole previsioni altrui (in pratica l'dea di fondo era quella che che Mr.Orfeo ci sarebbe venuti a prendere tra le sue braccia, cullandoci con la loro musica), ho assistito al concerto più intenso ed entusiasmante degli ultimi dieci anni. Niente di che. Così, tanto per sparare una sentenza definitiva alla faccia dei noiosi, loro sì, rompipalle. Mi hanno regalato momenti eterei ed esplosioni di pura gioia. Pietra d'angolo per comprendere questi miei giorni. Teatrali, sfavillanti, commoventi, eccitanti. Mi sono innamorato di quel piccolo folletto di Orri, del suo modo di picchiare sulla batteria: di cuore, di testa e di stomaco. E vedere Jónsi sorridente e divertito è impagabile.
Inchino.
Un'opera d'arte.







Ali(e)nati

Ssiòre e ssiòri, siamo lieti di presentarvi la t-shirt simbolo di questo secolo (quello che tipo otto anni fa si sarebbe detto appena iniziato).
Direttamente dalla vulcanica e creativa mente di Girolamo.
Accattatevilla.