Sono cinque anni che non piove

Ero solito cercare un porto nella tempesta. Nel caso fortuito lo avessi trovato, la conseguenza sarebbe stata inevitabile: àncora pesante sul fondo a bloccare la barca in un luogo sicuro lontano dalle onde, per poi vivere sulla costa, sempre pronto a salpare all’improvviso, anche in piena notte. Così ho sempre vissuto, quelle rare volte che l’ho trovato, per la solita poca fiducia che un approdo sarebbe durato.

Poi ho capito che la vita non è trovare una salvezza sicura, ma cercare la felicità. È il lasciarsi andare, togliere le tende dalla spiaggia e seguire l’aquilone portato via dal vento. Così cinque anni fa ho trovato un porto, proprio mentre non lo stavo cercando: cercavo la felicità. E poi ho fatto quello che dovevo fare, ché non è restare sulla costa per paura che tutto finisca, ma è lasciare i freni emotivi, sabotarli, con lo stesso entusiasmo ed ingenuità del bambino che segue l’aquilone, occhi puntati verso l’infinito.

Le cose belle non si trovano per terra, ma alzando lo sguardo al cielo, dimenticandosi del perché un giorno, lontano, si era alla ricerca di un riparo. La felicità è dimenticare che esiste un mare dove c’è il rischio di perdersi, perché...


P.S. You rock my world (cit.)

Con le unghie e con i denti

Ieri, interno giorno. A quella commessa della profumeria tutta sorrisi e gnègnè vorrei chiedere se il suo lavoro le piace veramente così tanto come ostenta o se in realtà, come penso, la costringano a presentarsi e comportarsi in quel modo. Comprerei quello che mi serve anche se tu fossi gentile con me in modo sobrio. In realtà anche se fossi scazzata, perché è come dovresti essere e ti capirei. E poi tanto quel prodotto lo prenderei anche se fosse superfluo, me lo ha detto la pubblicità. Ma non guardarmi così... Anch’io, sai, sono incazzato per il mio merdoso lavoro: straordinari (fissi) non pagati (fisso), stress acuto e responsabilità non corrisposte con adeguati fogli di carta colorati.
Ma lei insiste e mi elenca, ovviamente mentre sta ridendo, tutte le proprietà dell’acetone, che questo è più delicato, che questo non sfalda le unghie... No, dai, ma non lo vedi che non è per me? Chiccazzosenefrega se non rovina le unghie. Se LEI mi ha chiesto questo, magari se le vuole far cascare le unghie. Intanto nella mia mente gonfio sempre più il petto e tronfio declamo: spezza le catene dell’oppressione! Ma lei non riesce a leggere nel mio sguardo e mi passa un altro prodotto, pensando sia di mio gradimento essere aggiornato su tutte le caratteristiche che ha e anche quelle che non ha, tanto nessuno lo controllerà mai.

Il dubbio comincia poi ad insinuarsi, seguito da un senso di fastidio per aver realizzato che, quando sono nervoso, sono più acido di uno yogurt andato a male: altro che catene, se qui qualcosa rischia di spezzarsi per lei sono solo le unghie. Così tento un ultimo gesto estremo, tiro fuori la mano dalla tasca e le spiattello in faccia le mie schifose dita smangiucchiate, perché sì, sono tre anni che non fumo e in qualche modo devo pur sfogarmi (e poi non sono così malridotte, suvvia). Lei, come previsto, inorridisce; forse ha capito che mi girano le palle e che con me, almeno oggi, non avrà successo. Ma è un attimo, non serve a distoglierla dal suo obiettivo, il compito supremo cui è legata sotto la minaccia del licenziamento: vendermi quanti più prodotti, ovviamente mentre la sua bocca prende la forma di una mezzaluna che a me, ormai assuefatto, ora sembra un ghigno. Subdolamente mi lusinga dicendomi che ho delle belle dita affusolate, sorvolando su quelle pellicine che sembrano prese a morsi da un barracuda e invece sono stati i miei denti. Una vera professionista ‘sta ragazza, penso. Denti ed unghie non dovrebbero mai incontrarsi, me lo immagino così il suo motto -che sarebbe anche abbastanza condivisibile-.

Poi la mia mente, che ormai vaga indisturbata verso un modo migliore, si ferma a riflettere. Ma chi cazzo mi credo di essere, il salvatore del precariato, sfruttato e represso? L’asceta consapevole che vuole salvare la sua anima e così sia? Che siamo tutti uguali e tutti dovremmo avere tutto? Però non siamo tutti uguali e quindi, anche se non siamo né migliori né peggiori, siamo sicuramente diversi. Quello che non è uguale è diverso, beh, logica inattaccabile, anni ed anni di studio della filosofia. Proprio per questo non ci sentiamo tutti sfruttati e alcuni ridono sempre quando sono sul luogo di lavoro, semplicemente perché quel posto garantisce loro tutto quello che vorrebbero avere. O forse hanno solo imparato ad accontentarsi, che è un po’ come rinunciare ai desideri e far morire una parte di quello che ci portiamo dentro. Ma ognuno decide di realizzarsi come vuole: può essere cosciente di quello che (non) ha e contemporaneamente essere sempre allegro. Vorrei riuscirci anch’io, veramente.

Perciò, quando mi ha rivelato finalmente e senza esitazioni tutto il suo mondo, chiedendomi se di solito uso uno smalto scuro o chiaro e poi confessandomi candidamente, così innocentemente che il mio sguardo poteva passarla fino a riuscire a vedere dall’altra parte, che una volta ha usato il solvente e poi si è messa un dito in bocca e ha quasi vomitato per il sapore disgustoso, ho capito che non aveva lacci da cui sciogliersi, né che era legittimamente soddisfatta di quello che aveva. Era solo, questa volta veramente uguale a tanti, stupida.

Please don't leave me to remain in the waiting room

Alcune cose che mi sono ballonzolate per la testa mentre lei era sulla poltrona del dentista e io su quella meno comoda, ma preferibile, della sala d’attesa.
Un post per punti, che nel 2011 sono in pratica una serie di tweet che mi rompevo di sintetizzare e pubblicare singolarmente.

01. Se la sento ancora urlare, entro nella stanza e prendo a pugni il dentista.
02. Perché ci sono solo orrende e superficiali riviste femminili qui? Mica siamo dal ginecologo...
03. Ah, no, c’è anche una rivista su Padre Pio. Sob.
04. Sia chiaro, sono inutili anche le riviste “maschili”.
05. C’è un articolo su Ben Harper, eletto il «musicista più sexy del mondo». A parte la tristèss della cosa in sé, fosse solo per la musica ormai non pubblicherebbero un articolo su di lui neanche sulle riviste musicali.
06. Quando ero piccolo adoravo le sale d’attesa: le pagine delle riviste erano una fonte gratuita, certa ed inesauribile di tette e culi al vento, neanche troppo nascoste.
07. Le spese dello strappa-denti finiremo di pagarle nel 2025. Quasi quasi, anche se lei non urla più, entro lo stesso, lo prendo a pugni e scappiamo di corsa senza lasciargli i nostri sudati soldi.
08. Certo che la cosa di prendere a pugni in questo caso non era proprio necessaria... Tra l’altro non ho mai dato neanche uno schiaffo in vita mia e, conoscendomi, ne uscirei con almeno sette falangi rotte. Ok, lo mando affanculo e ce ne scappiamo con lei che urla perché ogni passo di corsa è una fitta nel dente che non c’è più.
09. Forse dovrei farlo un controllo, visto che l’ultima volta che un dentista ha messo le mani nella mia bocca è stato vent’anni fa; no, dico sul serio, era proprio il 1991 e le mie due carie di allora sono rimaste le uniche fino a tre anni a questa parte...
10. Pensieri nefasti si addensano su di me e come un nuvola fantozziana mi annunciano che, se non intervengo subito, la nuova carie, che poi tanto nuova non è, andrà a scavarmi il dente fino a raggiungere la radice, passando poi alla mandibola e in seguito mi uscirà dal collo, fino a, probabilmente e plausibilmenteperchéno, bucarmi anche il petto.
11. Lo pseudo-racconto che sto scrivendo procede alla velocità di un bradipo, ma almeno sta venendo fuori un po’ meno frivolo e più profondo di un libro di Fabio V*lo. È facile, direte voi, e infatti questo è solo uno stratagemma che usiamo noi ggiovani e modesti scrittori falliti per incoraggiare la nostra self-esteem: piccoli mezzucci a beneficio del nostro ego.
12. Perché ci siamo scelti un dentista dall’altra parte della città?
13. Già non vedo l’ora che tu possa aprire la bocca dopo l’operazione. Perché ciò significherebbe che tutto sia passato e perché tutte ‘ste riviste mi hanno fatto venire una voglia tremenda di limonare duro. Harr, harrr.
14. Ho sentenziato che Google+ fallirà perché ha troppi punti di contatto con Facebook, anche se è molto più ampio nelle funzioni e nelle potenzialità ed è anche più profèscional. Ma su Fb non scrivo dal 1998 (sì, questa è solo una data per fare il sympa), quindi potrebbe essere notevolmente cambiato e il mio resterebbe un paragone basato sul nulla. Comunque ancora devo capire perché su Fb certi eventi o gruppi ti costringano ad effettuare il login per poter visualizzare la pagina con le info che ti interessano: è un modo come un altro per contabilizzare le visite (ma ignoro se sia possibile)? Mah..
15. Ho appena ottimizzato il blog per la visualizzazione su dispositivo mobile, sì, insomma, quel coso con i tasti che ci portiamo appresso e con il quale navighiamo su internet e che ogni tanto usiamo anche per chiamare gli altri.
16. Non lo leggete neanche a casa, sui vostri schermi HD al led da 52”, quindi dubito che lo farete sul cellulare...
17. Se è pur vero che l’hardcore wasn't doing it for me no more, in alcuni contesti non riesco ad evitare di pensare a Waiting room dei Fugazi, anche se questo non è esattamente un carcere: infatti lei esce, io mi alzo, le sorrido, le do un bacio sulla fronte e ce andiamo. Però prima paghiamo, lo giuro.
18. Ultimo punto.

Gelato al cioccolato



Istruzioni per l’uso: stringi con la tua manina di tre anni una palla di gelato al cioccolato, distendi per bene le tue minuscole dita e fai aderire il palmo per alcuni secondi al muro più vicino a te.

Oylem goylem

Moni Ovadia è l’uomo più vicino alla Verità che io conosca: ebreo ma laico, socialista ma libertario, permeato di cultura yiddish e per questo divinamente ironico, ma soprattutto odiato dai nazionalisti israeliani e da Hamas.

Baby, can you feel it?

Tra un asteroide che ci sfiora, la Val Susa che ci infiamma e la politica che ci deprime, mi concedo la mia dose quotidiana di sorriso caramellato e lacrima finale, grazie a Glen Hansard e alla sua cover di Drive all night. Perché mi fa stare bene e in questi giorni un po’ così poco altro conta, altro che non sia la mia felicità.
E se la felicità è il fine ultimo, la sua ricerca può farci essere egoisti, perché semplicemente non sempre coincide con quella degli altri. Ma, cazzo, ne ho davvero bisogno, qualsiasi sia il prezzo. Anche se il mezzo è un po’ di indifferenza. Anche se è una parola che mi fa impressione a leggerla, mi fa incazzare a vederla e mi dà la nausea a sentirmela addosso.

In questi giorni nient’altro conta che non sia questa canzone. E i suoi abbracci.


Figli di Trota

Ma la contraddizione tra la secessione-secessione-vogliam-la-secessione-figa-la-secessione richiesta a gran voce e il contemporaneo desiderio di decentramento dei Ministeri Italiani, ovvero la volontà partecipativa nei destini di una nazione, non riescono veramente a vederla? Dai, non ci credo, fanno finta; devono per forza fare finta.
O forse soffrono solo di una folle devianza dalla realtà che confonde loro le idee? Potremmo anche conviverci tranquillamente ed ignorarli, oppure, di coscienza, fargli capire non è molto sano questo distacco dalla verità, con la loro ottusa difesa e bieca idolatria di presunti nobili ideali: le comuni origini celtiche, Alberto da Giussano, la nazione padana, il cazzo duro, il Dio cristiano, gli elfi. Tutte cose che nessuno ha mai visto.

Bozza nuovo header... prova, sà, sà, 1, 2, 3, prova, sà, sà

Only the brave die young


[The Artist Lives Dangerously San Francisco, 1938 - photo by John Gutmann]


Dopo aver pubblicato sul mio account Twitter questa minchiata, che ho creato in un momento di evidente gioioso cazzeggio, FI*T USA è diventata una mia "follower". Ma non si capiva che era una presa per il culo? Mah, saranno laureati in Scienze della Comunicazione...

Ultimamente invece qui latito e mi sforzo vigliaccamente di comprimere i miei pensieri in 140 caratteri, scrivendo come sempre cose inutili, ma, come se non bastasse, sacrificando anche la lingua italiana sull'altare dei 140 caratteri. Conosco parolacce più lunghe di 140 caratteri, per dire.

Se avessi più coraggio pubblicherei qui tutte le cose che mi vengono in mente e che accantono perché mi sento inadeguato (oppure sono loro ad essere inadeguate, non l'ho ancora capito). Tutte quelle parole che mi vengono in mente sotto la doccia e che poi, al momento di scriverle, perdono di peso, diventano leggere come una piuma e lascio volare via.
Se avessi più coraggio, vi farei leggere le poche cose che imprimo sulla carta, lì dove mi capita, qualsiasi cosa, il retro di uno scontrino, gli spazi bianchi nelle pagine coloratissime di una rivista, schizzi di parole che qualche volta diventano frasi che qualche volta sembrano frasi ma sono solo parole. Con tutta la carta che ho consumato, e che poi accatasto -un modo gentile per dire accantono- in questo periodo e che non ho per questo riciclato avrei potuto salvare metà foresta del Borneo: scusate orangutan.
Se avessi più coraggio dedicherei più tempo a metterle insieme per costruire qualcosa, qualsiasi cosa, anche senza valore, chissenefrega. Sarebbe comunque degna di essere diffusa, perché ho voglia di dirla e le parole strozzate in gola sono sempre un affronto alle orecchie di chi vorrebbe ascoltare.

Canzoni per ukulele e voce meravigliosa

Sarebbe potuto arrivare a toccare il cielo, ma alla fine resta ancorato al mare, galleggiando su quella canoa nella quale sembra essere stato suonato. Forse la vera nota stonata dell’album è la resa del suono dell’ukulele, non sempre adatto e alla lunga monocorde*. Con qualche chitarra acustica in più sarebbe stato un altro disco, molto più interessante. Ma questo è abbastanza ovvio, quindi la smetto con le banalità per dirvi che, dopo i primi ascolti, i momenti più esaltanti per il sottoscritto sono gli episodi già conosciuti e consumati nelle loro registrazioni live: You’re true su tutte, che è im-mèn-sa. Light today, uno degli “inediti”, mi ha steso con la sua intensità e allo stesso tempo mi ha spiazzato, quasi come fosse fuori luogo tra il mood del disco. Ma è solo una sensazione dettata dalla mia emotività più che dai fatti, quindi ignorate pure quello che ho scritto, così come ignorerete, non ho ancora ben capito se a torto o a ragione, questo disco.

Forse non c’è molto in quest’opera, piena di episodi da tasto skip. Forse dovrei considerala per quella che è: una raccolta disordinata di canzoni scritte e composte con uno strumento insolito, un po’ per divertimento, un po’ per una certa urgenza espressiva che non riesco molto a comprendere. Ma se prendo singolarmente le tracce, riesco a scoprire che in realtà mr. Vedder mi ha offerto molto di sé: pezzi del suo cuore sparsi alla deriva nel mare dopo la fine dolorosa di una relazione, approdano alle Hawaii e lui sulla spiaggia che cerca di rimetterli insieme, tenendoli tra loro con le corde intrecciate di un ukulele, donando poi alla musa della sua rinascita la scultura un po’ confusa che ne è venuta fuori.

Durante il primo ascolto, a metà disco, stremato, ho fatto un salto a piè pari fino alla fine (il resto poi l’ho recuperato, lo giuro). Anche se la cover di Dream a little dream sembra più che altro un divertissement, non mi ha lasciato indifferente. Vorrei avere quelle corde vocali da crooner per dedicarla al mio amore. Nel tono della voce di Eddie c’è poi una boria inedita: canta quel testo, ma in realtà sta dicendo con sicurezza “amami… perché, hey piccola, come riusciresti a non amarmi?”. E mi ha disegnato un sorriso sul volto. Ci saremmo fatti un sacco di risate se glie l’avessi cantata io così. Non sarebbe stato un bel regalo?


* hey matafahkah, che du cojoni ‘sto ukulele.


- Longing to belong [video]

Lettera

Caro Pierpaolo,
combatto da tempo contro il mio ego che non mi permette di andare oltre qualche riga scritta su un umilissimo blog. In fondo le storie che ho da raccontare sono troppo legate alla mia sfera personale e scrivere qualcosa di più impegnativo credo richieda una capacità di astrazione e qualità lessicali che non penso di avere. Come vedi è tutto ipotetico ed incerto: colpa sempre del mio ego, che tratto come un qualcosa di diverso da me per ripulirmi la coscienza. Comodo, eh?
Il tuo messaggio mi ha però colpito allo stomaco, perché scrivere un qualcosa di più ambizioso e denso rientra tra i miei sogni nel cassetto. È andato ad aggiungersi, nel corso degli anni, all’imparare ad andare sulla bicicletta senza rotelle, diventare un astronauta, incidere un disco di pallosissima musica indie-emo-folk e via di speranze sfumate -tutte tranne una, indovina quale-.

Chissà, potresti rivelarti un visionario e qualcosa potrebbe realmente uscire dalla mia penna e, zoppicando tra le parole, andare a riempire delle pagine che non avrei mai pensato di saper scrivere. E, anche se provare a farlo non equivale necessariamente a riuscirci, lanciarsi in questa sfida può portare solo qualcosa di buono. Magari mi permetterà di conoscere meglio i miei limiti. Magari qualche idea la butterò giù mentre sono in orbita, diretto verso Marte…

No, scusa Pietro, sto parlando con Pierpaolo, non ci interrompere! Oh, sei sempre il solito… vedi Pierpaolo, ecco uno con un ego mostruoso che potrebbe scrivere un libro, o fare qualsiasi altra cosa, basta che lo voglia… Ok, Pietro, puoi parlare… Come dici? Vuoi invitarci a cena per farci incontrare e vuoi preparare i tuoi fantastici cavatelli fatti in casa con le tue “graziose e delicate mani” (cit.), seguiti da una delle tue specialità dolciarie? Va bene, io ci sto: settimana prossima?

- giacomino

Do anonimowy czytelnik


Jeśli wprowadzą wspaniały tort (wykonane z małych rączek i delikatne), zapraszam na kolację!



p.s. La redazione non si ritiene responsabile di eventuali storpiature grammaticali scritte in una lingua comprensibile solo per 38 milioni di persone sulla faccia della terra (più un italiano schizoide di nome Pietro): perché dovrei averlo scritto bene proprio io? Siate clementi, data la buona volontà.

p.p.s. È scritto in un dialetto parlato a sud di Bydgoszcz, quindi potreste non cogliere subito alcune sfumature...

p.p.p.s Questa foto è per te. È di uno scultore polacco ed è stata collocata a Roma, quindi *devi* conoscerla, nonché farla meta di pellegrinaggio.

Leaving here

È una cosa che dico più o meno un giorno sì e l’altro pure: prima o poi che ne andremo a vivere a Stoccolma, lasciando questo paese, che amiamo e odiamo allo stesso modo, da solo alla deriva.
E se di cambiare paese me lo suggeriscono anche loro

Sì, sì, cara coscienza, quella è la super-mega-deluxe-edisciòn-made-up-only-for-fan(atic)s-like-me-che-si-fann-spennar-like-chickens che mi ero ripromesso di non comprare per una serie di mille buoni motivi che però avevano più a che fare con il mio conto corrente che con il cuore. Anche se l’idea di averlo all’inizio mi emozionava come quella polvere posata su quella vecchia brandina parcheggiata all’ingresso di casa, che è solo un ingombro ma che non posso fare a meno di avere, alla fine ho commesso l’errore di immaginarlo tra le mie mani, mi sono guardato dall’esterno mentre lo scartavo, ho visto il sorriso sul mio volto che mi ha ricordato taaante cose e zac, è arrivato il colpo di fulmine che non ti aspetti.

Кедр: поехали!


Questo è indubbiamente l’anno delle celebrazioni: il ventennale dei Pearl Jam, il lustro che ci ha visto legati insieme (sì, sono ormai cinque anni che lei mi sopporta e mi supporta), i 150 anni di cosa lo sapete bene visto che ce lo hanno ripetuto fino alla nausea (altrimenti state vivendo come degli eremiti sul cucuzzolo della montagna e quindi non avete neanche la connessione internet che vi consenta di leggere il blog, perciò è inutile che lo ripeta). E infine oggi cade una ricorrenza molto particolare, che per molti ha un valore puramente storico, ma che per il sottoscritto è un simbolo potente quanto la deflagrazione di quella bomba atomica che, grazie alla Guerra Fredda, non è mai scoppiata.

La figura di Jurij Gagarin è stata una costante, discreta ma sempre presente, nel corso della mia vita. Da quando ero piccolo e i racconti di mio nonno sul romantico e coraggioso eroe si alternavano a quelli di Cappuccetto Rosso, fino a ritrovarlo nelle pagine di Jonathan Coe.

Il 12 aprile 1961, alle ore 9:07 di Mosca, il maggiore Gagarin iniziava il suo epico viaggio intorno alla Terra. Nei giorni successivi, ignorando che il nostro eroe cosmonauta fosse rientrato a casa solo poche ore dopo il lancio, mio nonno se ne stava alla finestra a cercare di catturare con lo sguardo l’uomo delle stelle, che sarebbe passato sopra le loro teste, portando, in quella navicella, un sogno da lanciare dal cielo a tutti quelli che lo stavano aspettando.

Poi, da quel meraviglioso giorno di novembre del 1989, durante il quale si sono aperte le prime crepe nel Muro, mio nonno si è trasformato suo malgrado in uno di quegli orfani che hanno pianto la fine di un sogno che si è rivelato drammaticamente ed improvvisamente illusione. Mio nonno ha sempre detto che quel giorno, a Berlino, è come se Gagarin trentotto anni prima fosse precipitato insieme al suo Vostok, prendendo fuoco a contatto con l’atmosfera e finendo la sua corsa schiantandosi nel freddo suolo inospitale della Siberia, spazzando via tutte le speranze a 700 km/h.
Se vi sembra facile realizzare di essere stati, di fronte alla Storia e per tutta la vita, dalla parte sbagliata, se vi sembra facile dover-cambiare-di-colpo-idea, dopo aver passato l’esistenza ad inseguire una meta che si rivela vana, allora non potrete capire questa storia.
Come se un prete, dopo una vita di castità, si ritrovasse a scoprire in punto di morte che Dio non esiste e che tutto è stato inutile. Quando si era presentata l’occasione con quella compagna di banco alle medie porca e tettona che insisteva per farli un pompino, avrebbe fatto meglio ad assecondare le sue voglie, invece di rifiutare con finto sdegno in nome di quelle menzogne, chiamate peccato, che gli avevano inculcato nella parrocchia mentre lo stavano preparando ad una vita di rinunce.
Così il Socialismo per mio nonno e per quelli come lui era stato una sorta di religione: avrebbe prima o poi portato al riscatto e alla dignità, che come un velo si sarebbero posati su tutta l’umanità e sui suoi amati nipotini in primis. Dopo aver perso la sua partita con la Storia, avrebbe però lasciato schiere di “adepti” soli a combattere una battaglia persa in partenza con il cosmo.

A pensarci bene, da allora tutto sembra essere rimasto immobile. Non sembrano essere passati così tanti anni da quando quella storia è finita con mio nonno che passava le sue ultime giornate a lottare contro il suo male incurabile -ma se Gagarin era riuscito a sopravvivere orbitando intorno alla terra, viaggiando a 27.000 km/h, “posso farcela anche io”-, ad osservare con disprezzo una politica che da quando è caduto quel Muro non ha più saputo reinventarsi, a fare il tifo per quei nuovi e inediti coraggiosi eroi delle traversate, non più celesti ma acquatiche, travestiti da migranti che bussavano alle nostre porte mentre nessuno era pronto e disposto a rispondergli.

Batman, aiutaci tu!


No, aspè, quello era Superman. Anyway, se vi è già capitato di imbattervi in questa meravigliosa immagine cercando “nananananana batman” con Google, allora sappiate che non siete soli nel vostro delirio. Ecco cosa succede a voi che vi avventurate in ricerche poco utili ma molto dilettevoli.

E se il motivo che vi ha spinto a farlo è stato una voglia estrema di cazzeggio durante l’orario di lavoro, sappiate che non è bello, ma non preoccupatevi: copriamoci le spalle a vicenda e vi assicuro che non lo dirò a nessuno.

La guerra di civiltà contro i selezionatori del personale


[Young boys swordfighting in Harlem. Photographed by Aaron Siskind (1903-1991), date unknown]


Lo dico subito e lo scrivo chiaro: i loschi figuri menzionati nel titolo sono la categoria più infima e parassitologica del mondo del lavoro. Quello che ti sequestra per otto ore sottoponendoti a prove di gruppo, singole e colloqui individuali a ritmi serrati per ricavarne un profilo delle tue capacità e personalità senza uno straccio di metodo serio e (almeno tendente allo) scientifico. Ingannevole è il selezionatore più di ogni altra cosa.

La vigilia dell’assessment day è trascorsa molto poco tranquilla, così come mi sarei ragionevolmente aspettato, e smossa dalle solite mie paure irrazionali. Tipo che mi sarei prima o poi disteso a pelle d’orso, tradendo tutta la mia goffaggine, inciampando proprio sotto gli occhi delle esaminatrici. E se pensate che certe scene fantozziane accadano solo nei film, allora vuol dire che non mi conoscete ancora bene. Tra l’altro, nella mia testa, le spietate e crudeli signorine con lo scettro del potere erano anche pronte a sfogare su di me tutta la loro acida frustrazione, piegandosi a bere il mio sangue leccandolo dal rigagnolo che si sarebbe formato a terra dopo averci sbattuto la testa. Ovviamente una cosa del genere non è poi accaduta (soprattutto la roba macabra del sangue), ma la mia buona razione di figure di merda l’ho comunque portata a casa anche questa volta. Nell’ordine:
1. arrivo tutto yeah yeah, nonostante tutto con il cuore pieno di speranze, e mi siedo subito al posto della Commissione, anche se la disposizione dei banchi non avrebbe dovuto lasciar dubbi. Mi sento osservato e infatti tutti gli altri quattordici candidati mi guardano con un’espressione che è un misto tra il preoccupato e il perplesso. Mentre nessuno favella, io non riesco a fare di meglio del chiedermi “ma perché mi fissano?”, senza ovviamente darmi una risposta. Ci pensa la prima selezionatrice, appena arrivata nella stanza: - Che c’è? (anche lei mi fissa, ma è una moda?) - Quello sarebbe il nostro posto...
2. inverto magicamente la destra con la sinistra, anche se vi posso assicurare di aver imparato la distinzione quando ero alto circa un terzo rispetto ad ora: - In fondo a sinistra... mi avevano detto così... - Infatti, ma questa è la destra, replica impassibile ed incredulo l’impiegato, sicuramente un altro psicologo succhiasangue, seduto in uno di quei “posti da Commissione”, a capo di una stanza gremita di altre vittime sacrificali come me. Non mi era bastata l’evidenza della scritta “toilette” sull’altra porta, quella di sinistra? Evidentemente no. Modestamònt.

Avevo deciso che da questa giornata me ne sarei uscito con il sorriso stampato sulla faccia ad ogni costo, anche se mi avessero salutato con un ci dispiace, ma il suo profilo non rientra tra quelli richiesti dalla Società..., perché i desideri non realizzati che accumulo non debbano formare con il tempo un masso troppo pesante da trascinare. Alla fine me ne sono uscito a testa alta, ma ho imparato che ogni vittoria ha un retrogusto amaro e che a guardare troppo in alto ci si bruciano sempre gli occhi con il sole.
Un assessment day rientra nella nutrita schiera di inglesismi che ci hanno sommerso (query, survey, customer satisfacion, pending, quality report, focus group, brainstorming, checklist, benchmark, ASAP, che mi ritrovo quotidianamente ad usare, oops scusate, I dailiy use), che vorrebbe essere tanto figo e profèscional, ma in realtà è solo un eufemismo che nasconde la cruda realtà: quando qualcuno loda la tua strategia di aggressione, sai che ti sei corrotto dentro, anche se molto probabilmente otterrai quello cui anelavi. Perché una giornata trascorsa così è la summa dell’homo homini lupus. Dovrebbero valutare le tua capacità di problem-solving (ancora?) e la tua propensione al lavoro di gruppo, invece cercano di tirare fuori il tuo lato più aggressivo che evidenzi le tue doti di leader. E, dato che nella parte di un cane rabbioso non mi ci sono mai trovato a mio agio e mai mi ci sentirò, ricevere dei complimenti alla fine della giornata da parte di chi ha un ruolo di giudice del tuo futuro, manco fosse dio-sceso-in-terra, non è poi così lusinghiero. È più un qualcosa di assimilabile ad una spiacevole sensazione che non riesci però a ben definire. Ma la colpa è soprattutto dei miei compagni di avventura: capisco che per la maggior parte di loro è una guerra, una corsa al massacro; vedo i sorrisi finti dei più, in pochi riescono a rilassarsi, come mi stupisco di riuscire a fare io.
Alla fine dei compiti di gruppo risulto essere stato quello, a detta delle donne-vampiro, più loquace, determinato e attivamente propositivo.

Un vento bastardo e infimo mi accoglie all’uscita del tour de force. Esco dall’assessment e vedo due bambini che giocano a fare la guerra. Le loro pistole finte dovrebbero servire a ricordarci quanto sia atroce una guerra vera combattuta dagli adulti, che sia fatta con le bombe o solo con le parole. Per questo per me, oggi, sapere di non aver fatto leva sulle difficoltà degli altri per emergere, almeno coscientemente, è un antidoto al malumore.

Poi torno a casa, sono le sette, penso alla poesia di Alberto Vigevani (Vivo, lo so, / di ciò che non ho / a volte persino / di ciò che non è.), vado di maglietta di Superman che uso come pigiama -sono invincibile?- e accendo la tv: i bastardi la guerra la stanno facendo per davvero, bombardando per i loro interessi. Mi addormento prima del solito, più leggero, anche se non dovrei e anche se non ci sarebbe nessun motivo per farlo.

Consigli per gli acquisti (prossimi)

Il mio nuovo smartphone spiegato a mio fratello: Android 2.2, 3 Megapixel con iso 400 e bilanciamento del bianco, touchscreen capacitivo, wi-fi, non molto alta l’autonomia della batteria fino a 100h in stand-by e 4h in conversazione, memoria interna da 170MB, ma espandibile fino a 32 Gb e MicroSD 2 da GB in dotazione. Ma soprattutto nel complesso molto entry level!

Il mio nuovo smartphone spiegato a mio padre: fotocamera 3 Megapixel, wi-fi e ottimo rapporto qualità-prezzo.

Il mio nuovo smartphone spiegato a mia madre: mi connetto ad internet e... no, mà, non l’ho pagato molto, era in offerta!

Il mio nuovo smartphone spiegato a mia nonna: è.. è.. èèèèh (no, non sono Vasco Rossi)… un telecomando.

Avereventanni

Fate finta che io sia un tristone tardo adolescente. In fondo si parla della celebrazione di un ventennale. Fante finta perché in realtà di anni ne ho trenta e la tristezza me la sono lasciata alle spalle da un bel pezzo; tutto il resto potete lasciarlo tranquillamente al suo posto.

Loro ne fanno venti. Io, da quando ho cominciato ‘sta storia in loro compagnia nel giorno che rimasi ammaliato dal video di Alive, ne compio diciassette. Allora possiamo dire che sono quasi maggiorenne e certe cose ora posso scriverle. Ecco, mi sembra ormai chiaro che finiranno per essere la mia relazione più duratura di sempre. Scusa tesoro, ma non potremo mai raggiungerli. Per farlo si sarebbe dovuta verificare una congiunzione astrale potentissima, tale che ci saremmo dovuti conoscere nel millenovecentonovantatre, a trecentottantasette km di distanza, io non avrei dovuto avere tutti quei brufoli sul viso, la pelle così grassa e non avrei dovuto dedicare tutto il mio tempo libero a suonare il basso e a giocare a basket e a calcio, il che avrebbe consentito che tu mi degnassi almeno di uno sguardo.

Insomma, com’è come non è, sono passati venti (diciassette) anni e sarà pure un caso per voi, ma loro sono stati sempre presenti nei momenti cruciali della mia crescita. Qualche segreto e potente motivo deve pur esserci se molti episodi sono in grado oggi di collocarli nel tempo in relazione a un disco o a una canzone che ascoltavo, oppure se Eddie aveva i capelli lunghi o corti, se Mike era grasso o magro e di che colore aveva i capelli: una specie di pietra d’angolo, un prima e dopo. All’inizio avevo anche l’assurda pretesa che potessero mettere un po’ di ordine nella mia vita, che potessero farmi superare senza dolore i momenti difficili. Poi quando capisci che dipende solo da te stesso, che loro non si curano di te -come potrebbero farlo, se neanche ti conoscono?-, ormai sei fregato e ci rimani legato per il resto dell’esistenza. Dovrai muoverti con le tue gambe, ma loro, come dire, aiutano. In fondo ero solo un ragazzino che elemosinava pillole di saggezza e certe cose non cambiano con il tempo: volevo solo la mia dose di felicità e la felicità è meglio prenderla quando ti capita. Forse è proprio questo che è difficile da spiegare e far capire. Il legame imprescindibile, un mix micidiale di emozioni, speranze, grinta, rabbia, disperazione, amore, tristezza, malinconia, lotta, sensibilità, felicità, gioia, illusione, disillusione, insomma di tutti i sentimenti che siamo capaci di provare. Far parte di questo vortice e sentire che non sarebbe possibile altrimenti. Poi passano gli anni e le cose cambiano, si stravolgono e ti travolgono. Ma loro c’erano e ci sono ancora oggi che sei cresciuto, almeno sulla carta d’identità; ma forse nella fase del passaggio all’età adulta con loro non sono mai pienamente arrivato. L’adolescente inquieto come deve essere, con il suo più o meno costante senso di disagio (niente di trascendentale, eh, nulla a che vedere con i ragazzi problematici da film) si è rotto da tempo il cazzo, ha cambiato prospettiva e ha deciso di non incasinarsi più da solo la vita. Se mi guardo indietro e non ho voglia di sbattere la porta in faccia al passato, a quel passato ormai remoto, è anche grazie a loro: ci sono anche quei cinque ragazzi nel mucchio che ha riempito la mia mano -non molto di più-, se prendo tutto quello di buono che c’è stato.

Quando li ho conosciuti, una cosa più di tutte era evidente: per la prima volta non erano un gruppo sempre clone di se stesso, non erano i criceti dentro una ruota, la stessa solfa che si ripete ogni giorno. Erano il calore in mezzo al petto, come quello del sesso in mezzo alle gambe. Il senso di vertigine, un po’ epico. La nausea. Il bruciore allo stomaco. Le farfalle nella pancia, che mai ho sbagliato a scambiarlo per amore, perché era amore. Erano la classica e stereotipata rabbia adolescenziale che si trasforma in qualcos’altro, in qualcosa di migliore. C’era e c’è ancora la celebrazione della vita, con tutte le sue noie e contraddizioni. Chi li ha visti almeno una volta dal vivo sa di cosa parlo.

Mi piace pensare che senza di loro le cose sarebbero andate diversamente, anche se ovviamente e razionalmente non è così. Come se senza la loro musica mi sarei trasformato in un cafone ignorante, stupratore, violento da stadio, figlio di puttana, spietato ultracapitalista inquinatore, nazi-punk, cinico senza scampo indifferente a tutto. Come la prima volta che sono andato a fare la spesa con la busta di tela riciclabile, che mi ha fatto sentire molto sì, cioè, alloraaa, il mio più grande cioè desiderio? sì, cioè la pace nel mondo, cioè ho pensato fosse stato un po’ merito anche loro. Perché così come non cominciamo mai da soli una storia, così quando prendiamo una decisione ci portiamo sempre dentro le parole dei nostri genitori, anche e soprattutto quello che non ci hanno saputo dire, le esperienze, i consigli degli amici, i racconti tremolanti dei nostri nonni, i libri che abbiamo letto, gli insegnamenti che qualcuno ci ha regalato e, at last but not least, la musica che abbiamo ascoltato. Ecco perché stanno nella mia personale libreria proprio lì, in mezzo ai romanzi di formazione.

Ma non ho mai pensato che Eddie fosse stato il primo uomo a mettere piede sulla Luna, né tanto meno che fosse stato lui ad appenderla lì in mezzo al cielo per permetterci di contemplarla e farci sognare. Forse è stata proprio la sua attitudine all’umiltà e la sua riluttanza verso la celebrità a renderlo un tipo di eroe diverso ai miei occhi e non un patetico messia del cazzo. Anche sua era la lingua della mia giovinezza, ma era molto più umano e reale: I shit and I stink, I’m real , join the club.

Anche se il tutto era condito da una buona dose di ingenuità, c’è in fondo qualcosa di più puro di quando, solo nella mia cameretta, ero intento ad imitare i miei eroi? Penso di essermi slogato sette volte le caviglie per suonare il basso à la Jeff, con tutto il corpo proteso all’indietro, ed ho visto una volta mia madre quasi piangere al pensiero che mi fosse venuto un attacco epilettico, ma vaglielo poi a spegnere che ERO Eddie mentre intona l’uh-uh-uh-uh-uh sul finale di Jeremy. Provavo il mio personale stage-diving usando una sedia come palco e il materasso grande dei miei genitori come fosse folla impazzita, bramante ed urlante, ma una delle prime volte, quando non avevo ancora del tutto affinato la tecnica, mi sfracellai per terra. Data la mia evidente ossessione che si manifestava anche fisicamente, sembra quasi assurdo che dopo tutti questi anni mia madre ancora li chiami, seriamente, “i Peggèm” ed io ancora cerchi ogni volta di correggerla, insegnandole la corretta pronuncia. So che non lo imparerà mai, ma vivo sperando.

Certe cose non si decidono. Ci prendono alle spalle, ed è come se conoscessero profondamente la nostra anima. Tutto sembra naturale ed è come se ti fosse stato cucito addosso, anche se potrebbe adattarsi molto bene anche ai profili di molti altri. Lo senti come tuo, più di quanto lo possano avere mai gli altri. I testi e la musica sapevano, e lo fanno ancora, leggermi dentro come fossi un libro aperto. Ora tutto questo è come un pezzo dell’adolescenza (l’età dalla quale viene tutto ciò che è sacro, come direbbe EV) che ci portiamo sempre appresso. Perché lasciarlo andare via? Perché crescere del tutto, come se nulla fosse mai successo, e far finta che quel terremoto emotivo che ci ha scossi non si fosse mai sprigionato? Ora che abbiamo più o meno vent’anni, anche se tutta ‘sta passione che provo a volte sembra viaggiare a corrente alternata (ogni tanto sento di averli relegati lì, in un posto sicuro del cuore, ma non proprio a portata di mano), ogni volta che ascolto una nuova o veccchia canzone, ogni volta che vado ad un loro concerto e mi fanno sentire sospeso a qualche metro da terra manco fossi il protagonista di uno scadente romanzo per mocciosi innamorati, mi sento felice come un bambino sulla giostra che fa ciao ciao con la manina e che non ha nessuna intenzione di scendere.


Bleat

Avrei potuto tranquillamente farne a meno. Invece ora non solo scriverò poco su questo blog, ma farò altrettanto qui. Me l’ha chiesto il nerd che vive in me e che comanda almeno la metà delle mie azioni quotidiane. Quando comincerò a scrivere anche su FB, tagliatemi le mani.

Tags: evviva la coerenza, chi disprezza compra, incredibboli, da grande voglio essere geek.




“Case da ammirare”

Sottotitolo: “Altro che The Suburbs”.
Puntata zero, ma che potrebbe essere benissimo l’ultima. La nuova rubrica del blog che sogna di essere snob, ovvero: robe troppo belle che non avremo mai. Qualcosa del tipo inserto-del-Sole-h24-o-del-Corsera.
Si comincia con Villa Amanzi e gli interni di Casa Kimball. Quando quello che verrebbe altrimenti definito un evidente abuso edilizio si trasforma in ammirazione e stima. Ebbene sì, cado sempre nelle maglie perverse di desideri irrealizzabili.



Caga, andiamo a prendere il tuè a casa della Letizia Amanzi, insieme alla Ginevra, alla Matilde e alla Lucrezia? Dai, prendiamo la mia Rolls e ci facciamo accompagnare dalla tata, ché lo chauffeur è impegnato con mio marito dal Monsignore insieme ad una pletora di chierichetti, chissà poi perché...

Le brutte bandiere

E alla fine non ci sono andato. Anche se tutto questo in fondo, nel bene e nel male, fa parte della mia storia (ma io non ho mai sollevato con orgoglio il pugno sinistro e sono sempre stato anti-autoritario): quella di mio padre, del padre di mio padre e del padre del padre di mio padre, che era a Livorno nel 1921 e che tutti conoscevano come “lo sgara culi” (beh, detta così è un po’ ambigua; un giorno ne scriverò).
Non ci sono andato per il suo sapore autocelebrativo. Perché di sicuro mancavano le critiche lucide, coraggiose ed illuminanti di Pasolini. Pensiamo prima a cosa abbiamo contribuito a costruire. Perché, se si inserisce nell’ambito delle “manifestazioni dedicate ai 150 anni dell’Unità d’Italia”, qui c’è poco da festeggiare. Se si toglie un ventennio di Fascismo, quasi altrettanti del Nano, due guerre, gli Anni di Piombo, le stragi, l’edonismo e la superficialità spinta degli anni ‘80, cosa rimane?




Più precisamente

Ahahahhaha, mi fa troppo ridere il fatto che sotto un santuario sia stato costruito un museo speleologico.

The waiting drove me mad

L'attesa che questo un giorno diventi parte di un documentario.
Ho già pronto l'Oscar per il miglior protagonista.

(from the Self-Pollution Radio Broadcast, January 8, 1995)

Cose che mi fanno stare bene

il suono del plettro sulle corde di una chitarra acustica; la melodia del violino in Jesus, etc.; la mia città, ricca di storia, arte e verde, le palazzine in cortina, quelle anni settanta e i vicoli del centro; la mia città, anche se caotica ed immobile; imparare nuove parole (“so di non sapere”); i perdoni; i finali senza un finale; Troisi; gli abbracci; cantare insieme Skinny love quando siamo in macchina; l’odore dei libri nuovi; ballare ai concerti; ballare con te soli nella stanza; il rumore dei passi sul palco di un teatro; le foto in bianco e nero; quelle con i colori saturi; Rootless tree dal vivo all’Auditorium; i ponti; la leccata di un cane; le edizioni di Guanda; leggere in inglese; la voce di Eddie Vedder; Praga; Stoccolma; l’Islanda (un giorno ti avrò!); i viaggi lunghi in macchina di notte; le frasi pensate e poi scritte; le frasi pensate e poi dette; aver letto Bertrand Russell almeno una volta nella vita; fare l’amore; i segreti condivisi; tagliarmi i capelli; la stanza arancione; Ratatouille; pensare quando indosso le mie Converse che, con tono altezzoso ed antipatico e parafrasando un noto verso, “quando ho iniziato a metterle io, tutti ‘sti giovinastri di oggi nemmeno si facevano le pippe”; sentirmi un po’ migliore di quella madre e figlia a passeggio, entrambe con la tuta dell’Adi**s dentro gli stivali (da cow-boy), che va bene pure la donna senza personalità che si vuol vestire alla moda, però a tutto c’è un limite-; le rullate di air drum; Inní mér syngur vitleysingur; “...should have stayed for the sunset... if not for me.”; il design; la rete avversaria che si gonfia; il riflesso di un aereo in volo sul vetro di una macchina; il sole la domenica mattina; le cene in compagnia; gli amici; la neve; il mare d’estate; il mare d’inverno; farti ridere; quando mi fai ridere; …; ..;

te, che mi fai sentire a casa in ogni luogo.

Epifania

Ora che ho scoperto 'sta cosa, penso che passerò le prossime otto, nove, dicei ore a contemplare da vicino alcune meraviglie. E forse, dato che le mie fissazioni spesso oltrepassano il limite del patologico, mi prenderò una settimana di ferie.

Più o meno il duemiladieci

Inizio dell’anno: tempo di classifiche, di tirare le somme, fare i conti con quello che è stato, prendere il buono e guardare avanti e bla bla bla.
Il meglio del 2010, che a volte corrisponde al meglio, altre al peggio. Un best of molto egocentrico. E come potrebbe non esserlo, scritto su un blog?


Miglior photo-blog: Mila's Daydreams. Ora non più ricco di foto, per tutelare quelle opere d’arte. Ma presto sarà un libro.

Spilletta più indie-nerd: il titolo se lo aggiudica con (poco) onore il sottoscritto, grazie a Jonah Matranga e al droide più simpatico della galassia (R2-D2, noto anche come C1-P8).

Miglior giocatore dello sport nazionale che le teorie sociologiche ed i radical-chic, che non hanno mai letto un libro di sociologia, definirebbero di “distrazione di massa”: Jérémy Menez. Si dovrebbe introdurre nel regolamento l’espulsione diretta ad ogni fallo subito dal giocatore francese, anche se in difesa, perché rappresenterebbe comunque una chiara e lampante occasione da goal. Catch me if you can.

Peggior scusa di un politicante: il vostro ex-min***ro, con la sua nuova casa vista Colosseo comprata a “sua insaputa” (da leggersi facendo contemporaneamente il gesto delle virgolette con le dita). Come chi? Non fatemi fare nomi, dai, quello con il cognome come il nome di una pizza buonissima, senza il bo all’inizio e scritto alla romanesca.

Busta paga più immorale: and the winner is, rullo di tamburi, fuochi d’artificio, nani e ballerine... ancora il sottoscritto. Sì vabbè, c’è sempre chi-sta-peggio-di-chi e per questo “non dovrei lamentarmi troppo”. Ma sono un brontolone e poi le rivendicazioni sindacali se non le faccio qui dovrei le dovrei fare, dato che quelli-come-me non sono rappresentati? Ah, già, nell’ufficio dell’ad; però non sono così coraggioso.

Attacco di panico più ridicolo: già, tra le altre cose simpatiche che questo duemiladieci mi ha regalato, c’è anche un costante stato d’ansia che, anche se raramente e quando meno me lo aspetto, sfocia in violenti attacchi di panico, inediti per il sottoscritto perfino nei momenti più bui della mia, ahimé, non più breve esistenza. Un vero e conscio motivo non c’è, dato che navigo da anni in un periodo per tanti aspetti meraviglioso. Non resta, quindi, che sedersi ed aspettare che passi la tempesta.
Beh, per tornare alla candidatura risultata vincente: il più ridicolo attacco di panico è stravolgere millenni di aritmetica, con buona pace di Pitagora e degli altri nerd come lui (ma senza spilletta di Jonah feat. un robot sci-fi), calcolando metodicamente come a riposo 15 battiti cardiaci in 10 secondi equivalgano a quasi 250 in un minuto, segnale di un imminente e folgorante infarto del miocardio, o mio cardio, come in tenera età ero convinto si chiamasse.
Quando ho vissuto anni merdosi non mi importava nulla della salute o almeno non me ne curavo. Ora che sono felice sono diventato ipocondriaco, perché mi interessa di tutto. È stato una specie di baratto con la felicità. Forse certe anime l’inquietudine ce l’hanno nel dna e non ci si può nascondere o scappare. Il tempo mi dirà che avevo torto, o almeno lo spero.

Libro più evocativo letto nel 2010, e forse anche da quando ho imparato a leggere, ma che non è stato pubblicato nel 2010 (è del 2005), ma tanto chissene, l’importante è averlo scoperto: Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer, letto dopo il suo primo capolavoro, che credevo, ingenuamente, insuperabile.
Lo ammetto, mi sono lasciato sommergere dall’onda emotiva della storia di Oskar, da quello che lo devasta dentro e che lo porta a cercare fuori, dappertutto, una risposta al suo dolore. Un po’ mi sono anche scottato con lui. Come restare indifferenti al suo ostinarsi a cercare un legame sottile con quello che non c’è più per mantenerlo vivo, pulsante, reale? Così come al suo evadere da ciò che è tangibile, inventando mille mondi per non pensare alla realtà? Vorresti prenderlo per le braccia e scuoterlo, scuoterlo, scuoterlo e urlargli: quello che conta è quello che resta e chi resta! Perché non a tutto c’è una soluzione, non tutti i desideri sono fatti per essere esauditi. Perché l’abbandono a volte rimarrà per sempre tale. E senza una risposta.
Le ultime due pagine le ho lette e rilette dieci, mille volte e potrei rifarlo anche questa sera: sono l’emblema dell’assenza e di quello che ci manca. A me manca questo libro. Mi mancherà per sempre Oskar. Ogni tanto, guardando il suo bordo rosso nella libreria, penso che non avrei dovuto finirlo, così come mi succede con tutti gli altri libri che ho amato. Ma forse questo l’ho amato un po’ di più.


S.O.S.

Vi è mai capitato di aiutare un collega in difficoltà, che se farlo avrebbe implicato stress aggiuntivo, ore di straordinario –ovviamente– non pagato e un senso di frustrazione dilaniante per aver passato il 25 dicembre recuperando quello che non eri riuscito a completare?
Beh, io l’ho fatto. Non perché sia un supereroe-senza-poteri (a meno che la volontà non sia da supereroi, oppure un superpotere), né perché abbia voglia di mostrare barra ostentare ai piani alti il mio impegno e valore. Per inciso, quest’ultima cosa l’ho già fatta e non è servita a molto, quindi stop, me ne sono pentito, capitolo chiuso e cambio di strategia: lavorare meno.

L’ho fatto perché “stiamo tutti sulla stessa barca”. Con queste parole ho spiegato al collega-pieno-di-lavoro la mia abnegazione, con il risultato di sentirmi rispondere con un lapidario “Ti sbagli”. Silenzio.
Poi ci ha pensato un po’ su ed ha aggiunto: “la conosci Titanic di De Gregori? Hai presente la prima strofa? Ecco quello che siamo in questa Società. Se è vero che stiamo sulla stessa barca, a che condizioni navighiamo?”. Non sapevo se si stesse riferendo alla società con la esse Maiuscola o minuscola, anche se ho il sospetto a quale delle due si rivolgesse e la personale convinzione che siano, oggettivamente e nella realtà, entrambe.
“Certo, la conosco…”, ho replicato, non sapendo cosa altro aggiungere e strozzando in gola, per una volta, il fiume di parole che avrei voluto far uscire sull’argomento, così tante da farle arrivare alle caviglie e poi alla gola e poi affogarli tutti.

In verità non lo ricordavo proprio quali fossero quei primi versi, anche se la canzone la conoscevo, ma ho mentito. In quel momento non sono stato sincero un po’ perché avrei dovuto saperlo data la mia sconfinata passione per la musica, un po’ perché avevo il sospetto che fosse una di quelle frasi ad effetto che hanno il potere di farmi diventare necessariamente li occhi luccicanti. Ed io odio commuovermi davanti agli altri –altri che non siano le persone a me più care-, perché è una cosa che mi fa sentire fastidiosamente e tremendamente vulnerabile. “Certo, la conosco…”, così da non indurlo a ripeterle davanti a me.

Appena tornato alla mia scrivania ho messo le cuffie, ho aperto il browser direttamente su YouTube e ho capito finalmente cosa volesse dirmi.

La prima classe costa mille lire,
la seconda cento,
la terza dolore e spavento…

I miei occhi hanno luccicato. Happy new tear.

A volte ritornano

Immagino vi stiate tutti (?) chiedendo come abbia trascorso il New Year’s Eve (yeah, yeah, I wanna sghep nau). Sento la tensione dell’attesa nell’aria, lo esternate nei vostri numerosi (?) commenti. Per questo vi accontento.
Bene, fondamentalmente ho visto millemila volte questo filmato ed urlato a più riprese fino alle tre della notte imitando il suo protagonista negli ultimi secondi del video. Penso sia giusto sappiate che sono astemio. E che non fumo. E che non assumo qualsiasi altra sostanza alla quale starete pensando.
Guardatelo tutto perché è esilarante, ma soprattutto concentrate la vostra attenzione dal minuto 06:40.

Perché festeggiamo un giorno come tanti, ma simbolico, ma come tanti perché a tanti uguale? Io ne ho travato un senso nel trascorrerlo con gli amici: a ridere, fare tardi, stupirsi come i bambini guardando i fuochi. Prima o poi a certe ovvietà ci arrivo pure io.
Quante –troppe, inutili– domande ultimamente.