dufresne in “Scuse sceme per procrastinare responsabilità”

Certo che la vita è proprio dura. A volte ti mette di fronte a scelte estreme, da un giorno all’altro. Non bastava lo stato in cui ti riduci quando lei parte per qualche giorno. Quando tu sei the king indiscuss of the stanza, invece di metterti a studiare, pensi bene che sia più istruttivo atteggiarti in mosse da poser e far finta di essere troppo occupato. Allora è inutile che non apri feisbuk da un mese, perché sennò perdo troppo tempo. L’alternativa allo studio era suonare le canzoni degli Arcade Fire con la pianola Bontempi di quando eri piccolo.
Indovinate alla fine che ho fatto?

Oggi un Dio non ho (oddio, ho citato Raf)

Vabbè, la storia la sanno più o meno tutti, quella dei bus a Genova con le scritte dell’UAAR, che in realtà non si leggeranno mai, ora lo sappiamo. Riguardano Dio. Dio, rigorosamente maiuscolo, ché dicono sia un tipo piuttosto incazzoso; una volta ha ucciso tutti i primogeniti in Egitto, non credo si faccia degli scrupoli con un blogger ormai non più tanto giovane.
La questione è semplice, o meglio piuttosto complessa, però risolvibile in poche mosse.
Tecnicamente ogni panegirico e apologia della sua esistenza ha la stessa -nulla- validità di quella di chi si impegna a dimostrare il contrario. Per pura e semplice logica, dimostrare l’esistenza o l’inesistenza di Lui (non lo nomino più invano, perché a quanto pare si fa rodere pure così, oh, mica solo voi potete essere permalosi) è ugualmente impossibile. Però ho sempre anche pensato che l’onere di dimostrare l’esistenza di qualcosa sia di chi la sostiene. Confutare poi quelle affermazioni sarebbe il compito gravoso di un ateo. Io, da buon agnostico, me ne tiro fuori. Comodo, vero?
Certo, le prove della non-esistenza sarebbero molto più evidenti e sotto gli occhi di tutti, ogni giorno. Ma dicono che esista un disegno divino a noi incomprensibile e che le sofferenze terrene siano solo un passaggio verso la vita eterna. Il problema è appunto questo: il farsi condizionare l’esistenza da una regola, una condotta di vita incerta perché espressa dall’uomo (nella migliore delle ipotesi, ma indimostrabile, dalla volontà divina espressa attraverso l’uomo). È questo il più grande ostacolo per il non credente: l’uomo.
Di sicuro non esiste il dio degli uomini. Con tutte le guerre, saccheggi, violenze, privazioni inflitte in suo nome. Quindi questo vuol dire che qualsiasi confessione religiosa, ed ogni chiesa che da essa è nata, non possiede basi solide. Per basi solide intendo la Storia.
Il vero problema è sapere se esiste l’entità che l’ha creato e che parla a suo nome, nel modo retto o meno che sia.

Credo (strana parola usata in questo contesto, vero?) che anche la celebre
scommessa di Pascal -e da alcuni citata in questi giorni- (conviene credere in Dio, perché: - se Dio esiste, si ottiene la salvezza; - se ci sbagliamo, si è vissuto un’esistenza lieta rispetto alla consapevolezza di finire in polvere) si possa ormai rovesciare. Pur se da un punto di vista puramente edonistico. Non conviene credere in Dio, perché: - se esiste, è molto probabile che si vada dritti all’inferno se non si vive la propria vita secondo dogmi e regole altamente invalidanti; - se ci sbagliamo, si è vissuto un’esistenza molto poco lieta, viste le privazioni alle quali ci siamo sottoposti in suo nome.
Perché, non fate gli ipocriti, secondo tutte le religioni del mondo molti comportamenti ai quali siamo soliti abbandonarci ci spedirebbero direttamente tra le fiamme od in qualsiasi altro modo sia immaginato l’inferno. Mi vengono in mente soprattutto quelli di natura sessuale. Anche scopare per puro piacere, in un atto non diretto alla pura procreazione, quindi in ogni posizione voi amiate contorcervi con il vostro partner. O da soli. O con il vostro cane.
Io sarei condannato dall’età di undici anni. Quanto seme ho disperso. E “per fortuna” che non sono omosessuale (anche se giro con la tracolla, no, non lo sono), altrimenti, probabilmente, non ascolterebbe neanche il mio vigliacco pentimento in punto di morte.
Per non parlare delle innumerevoli volte in cui l’ho bestemmiato, mandato affanculo mio padre, desiderato la donna d’altri, etc… eppure, almeno quelli che mi conoscono, sanno che non sono un mostro. Almeno loro lo sanno, e a me questo basta.
Però la smetto qui, non vorrei esagerare e farmi trasformare per la mia presunzione da un dio vendicativo a caso in un qualche essere con il busto umano, la coda di cavallo, la faccia da rospo e le zampe di caprone. Però, prima di concludere il post un’altra cosa la vorrei scrivkendchoudghpui…



- Senta Dio, quando ho iniziato con l’onanismo non sapevo neanche il significato della parola, quindi non è colpa mia, ero piccolo e ingenuo. Poi, poi, lo sa, è difficile smettere, e così…
- Ma fammi il piacere, guarda che Io c’ero. Me lo ricordo il prete che vi parlava di masturbazione e ve lo piegava nella teoria e nella pratica. No aspè, quello era un altro…
Comunque sia, come la giustifichi allora la tua insana passione per la fellatio?
- Ehm, cosa sarebbe?
- Dai, che non lo posso dire…
- Ho sempre studiato, ma il latino, lo sa meglio di me, è sempre stato il mio punto debole…
- Mi stai prendendo in giro? Ti ho sentito scherzarne con gli amici…
- Ah, giusto. No, veramente, è solo perché è il miglior contraccettivo… (dufresne comincia a sudare)
- È vietato anche quello. E poi, ti ho già avvertito, non prendermi in giro.
- Ah… (dufresne comincia ad intuire l’origine di cotanto calore: le fiamme)
- E come la mettiamo allora con il sesso anale?
- Sbagliavo buco. Sono uomo, quindi imbranato, giusto?
- Guarda che mica sono una femminista, mi volevi veramente imbrogliare con questi mezzucci? Questo è l’ultimo avvertimento.
E comunque non ci sono giustificazioni plausibili e possibili per il tuo uso del preservativo. Di quello non potevi non accorgerti!
- Beh, si ricorda di quella sua legge
Non disperdere il seme?
- Sì, comunque è un Comandamento. E poi ne hai scritto anche nel blog, quindi vieni al dunque.
- Ah, legge il mio blog, mi fa piacere, che onore! Qual è il post che preferisce?
- L’ho letto solo perché leggo tutto e so tutto, non ti montare la testa. E vieni al dunque, che mi sto innervosendo e comincio a sentire caldo.
- Ok, ok (per dufresne in questo momento
sentire caldo è più che latro un eufemismo)…
Dicevo, quella sua leg… comandamento, quello del seme, dice di non disperderlo, no?
- Sì, e allora?
- Lo conservavo nei preservativi…
- Zac!
- Hndw chur hnenchj nruioehn!?

Pietro Ielp Center*

Non fare battute sceme, non fare battute sceme, non fare battute sceme. Me lo immagino così, il valente Peter, con questi imperativi che gli passavano per la testa durante l’incursione delle telecamere della rai nell’ufficio dove lavora. Quei ragazzi se lo meritavano questo servizio, anche se nel risultato finale non traspare perfettamente tutta la fatica, la dedizione, l’impegno e lo sforzo psico-fisico cui sono sottoposti ogni giorno. Diciamo che la loro utenza non appartiene proprio all’umanità che faresti uscire con tua figlia.
Nel video è uno di quelli che non parla. Nel video, perché nella vita credo non riesca a stare zitto per più di trenta secondi. Lì non parla perché fa il finto asociale ed il finto cinico, scudi con cui si protegge, vesti nelle quali ama celarsi, ma alle quali non crede nessuno. Umanità, professionalità e contagiosa simpatia. Sì sì, eil petto gruosso; contento ora? Così me lo immagino al lavoro. Così è nella vita.
Credo l’abbiate capito che sono veramente orgoglione del mio amico.

So, the snowflakefallsinmay distributions is very proud to introduce you to: I senza fissa dimora [by rainews24]

*questa espressione l’ha coniata direttamente il giovine protagonista del post, anche se in pochi la capiranno, ma va bene così.

I am Sam


Sam Beam è nato in South Carolina, ma potrebbe venire tranquillamente da uno sperduto paesino del deserto texano dell’ottocento, nessuno se ne accorgerebbe. Ha un volto senza tempo, come le sue canzoni, che profumano di terra e radici. Uno dei suoi capolavori è Lovesong of the Buzzard, contenuta in quello che per lui è semplicemente il suo ultimo disco (the Shepherd's Dog) e per tutti gli altri un punto di riferimento praticamente irraggiungibile della nuova musica americana.
Qui, otto di quelle canzoni, appaiono asciugate rispetto all’edizione pubblicata su disco, in una versione alternativa solo chitarra e voce che mostra tutta la loro scarna bellezza. Non saranno gli archivi di Neil Young, però... Tra questi demo, una spicca tra tutte, come Venere nel cielo tra le altre stelle. Se possibile, ancora più splendente della versione che ho ascoltato ed amato fin’ora.

Lovesong of the Buzzard (Fall 2007 alternate version) [mp3]

Lo fo che non fono solo, anche quando fono folo

Il mio maestro spirituale, come ogni buona guida che si rispetti, ha un nome esotico. Lavora sotto mentite spoglie nel mio stesso ufficio con le sembianze di un quarantenne sudanese poco avvezzo all’igiene personale. Lui è l’illuminato, il profeta di una vita lontana dai moderni bisogni e costrizioni.
Trova meno soldi in busta paga, e lui, serafico, non si lamenta.
Gli danno appuntamento per l’installazione di una caldaia e lo sequestrano praticamente in casa per quattro ore, senza poi presentarsi, né telefonare per avvertire. E lui, niente, tranquillo il giorno dopo chiama e prende un nuovo appuntamento.
Gli mandano per posta moniti di pignoramenti vari per non aver pagato un servizio-truffa-non-richiesto sul suo cellulare e lui, come se non stesse andando incontro ad una grandissima rottura di coglioni giudiziaria, si deve quasi far convincere a scrivere una lettera di chiarimenti e proteste.
Ci consegnano un modulo per le tasse comprensibile come il codice di Hammurabi e lui, senza perdere l’autocontrollo, pensa bene di uscire dalle sabbie mobili della burocrazia semplicemente non compilandolo.
I maligni dicono che sia solamente un rincoglionito, incosciente e un po’ borderline. Io credo sia un genio zen, un luminare della filosofia dell’autocontrollo. Io, in due o tre dei casi che ho elencato, come minimo avrei urlato e bestemmiato per qualche ora, con conseguenti minacce di morte sparse. No, dai, le minacce no.
Probabilmente quando lo licenzieranno lui continuerà a presentarsi tutte le mattine al lavoro come se nulla fosse cambiato. Senza di lui, a me non resterebbe che chiedere istruttivi consigli alla mia scrivania, che purtroppo di solito, quando interrogata, tende a rimanere in silenzio. Come lui, del resto.

Il dio delle piccole cose

Siòri e siòre, la nuova rubrica di dufresne: “La frase del giorno”.

When I was a kid I used to pray every night for a new bicycle.
Then I realised God doesn’t work that way, so I stole
one and prayed for forgiveness.


(Emo Philips)

Via Banksy.

Seicentottanta

680. Cos’è, l’autobus che porta alla Bufalotta? Il civico dell’Aurelia dove ha la sua pescheria Giggino er pesciarolo? Le donne che Cassano millanta trombarsi in un anno? Niente di tutto questo. Seicentottanta è l’immorale importo della mia busta paga.
Ma che bello, che bello. Tornare al lavoro dopo le feste e ritrovarsi a dover forzatamente spazzare via tutti i buoni propositi e le illusioni che ogni inizio di anno porta nell’immaginario di ognuno. Al di là di quanto possa essere considerato vacuo tutto ciò, al di là delle convenzioni sociali, ognuno fa i conti con il passato e con quello che lo aspetta. È come un rito di purificazione, basta non essere così stupidi da illudersi che il semplice cambio di un numero sul calendario possa portare necessariamente un cambiamento migliore. Mica lo sa il calendario. Però non puoi farci niente, è un gioco al quale, più o meno tutti (vero Peter?), non vogliono sottrarsi. Già, viviamo dandoci regole assurde. E il più delle volte, se si è onesti con se stessi, è un gioco di sottrazioni. Ma io non sono così pessimista, così mica potevo minimamente immaginarmi che al mio ritorno avrei trovato molti meno soldi del previsto in busta paga, le colleghe oche che rompono i timpani, e le palle, con le loro fantastiche e interessantissime storie di shopping per almeno tre, e dico tre, ore di fila. At least, but not the last, i capi che quando passi e li saluti al massimo rispondono con un rapido cenno parkinsoniano della testa. Seicentottanta sono i cv che spedirò nei prossimi giorni. Seicentottanta sono i vaffanculo che ho dedicato a tutti loro.

So this is Christmas


Non sono mai stato bravo a comprendere le cose velocemente. Ed anche le cose che capivo subito, le scordavo presto. Dalla vita, invece, credo di aver imparato un po’ più di lezioni. Voglio dire, ricordo ancora quando iniziò la Rivoluzione Francese e qual è la capitale del Mozambico. La capitale del Mozambico è Maputo e l’Ancien Régime cominciò a sgretolarsi nel 1789. Lo scrivo giusto per non farmi passare da solo come il più totale dei rincoglioniti, non sia mai. Potrei anche citarvi a memoria interi paragrafi di OceanoMare. Di altri libri invece, pur avendoli amati molto, conservo solo le emozioni che mi hanno trasmesso, l’atmosfera che vi si respirava, gli insegnamenti che in qualche modo ne ho tratto; in fondo sono gli aspetti più importanti, no? Ma è passato troppo tempo. Ad esempio, Moby Dick narrava le avventure di un cane perso nella tormenta nei boschi della tundra russa, giusto? No no, la tundra è priva di alberi. Vi avevo avvertito che la mia memoria non copre propriamente il lungo periodo.
Nella vita, oltre ad aver imparato cose e scordate quasi altrettante, ho visto passarmi sotto agli occhi occasioni e speranze, condannato spesso, per colpa mia, ad essere spettatore. O forse, più comodamente, non sono mai stato così fortunato. Ma non avrei mai pensato di dover arrivare alla soglia dei trent’anni per capire che il più bel regalo di Natale non si può acquistare con i soldi. Nessuno può comprarlo o farlo uguale. È tuo, solo tuo, perché per te è stato pensato.
Ho poca memoria, ma certi ricordi rimangono impressi più in quell’organo che pompa il sangue, che nel cervello. E le emozioni non ingannano. Ora so che il più bel regalo è una dedica su di un libro. Sì, quello è stato comprato, altrimenti non ci si può scrive sopra, ma non starei qui a sottilizzare. Impresso su di un pezzo di carta sarebbe stata la stessa cosa. Le parole, oltre ad essere più pesanti, sono anche più importanti degli oggetti, perché te le puoi portare sempre dietro, soprattutto quelle pensate e ricamate su di te.

Cambio rotta, cambio stile, scopro l'anno bisestile. Questo è il duezerozerootto.

Così, anche quest’anno, torna a grande richiesta la classifica dei dischi usciti negli ultimi dodici mesi by dufresne. Considerate però che una delle due affermazioni è falsa e che l’altra è un dato di fatto.

Perché nasconderlo, questo è stato definitivamente l’anno in cui l’indie ha fatto rima con hype. Qualsiasi cosa voglia(no) dire. Allora uso le mie cartucce, faccio lo sborone e vi dico che ascolto ed amo gli Okkervil River dal 2003 ed i Sigur Rós dal 1999. Saranno solo numeri, ma per me sono importanti.

Ci avevano detto che sarebbe arrivato un giorno in cui saremmo stati in grado di scrivere con il pensiero. Erano gli anni Settanta e quel giorno era immaginato confuso in qualche parte intorno al Duemiladieci. Non credo ci arriveremo. Però sarebbe bello se tutti riuscissero a scrivere con il cuore. Quello sarebbe un gran risultato. Ed è proprio in questo modo che ho cercato di riportare questa classifica. Questi sono i dischi che mi hanno fatto divertire, gioire, piangere, incazzare, commuovere. E, in alcuni casi, imparare tutti i testi a memoria.
Quando si stila una classifica di fine anno, c’è sempre il rischio di farsi condizionare dalla visibilità e/o qualità oggettiva, quindi bando alle indie-seghe (mentali): eccovi i dischi importanti, quelli che sono stati per me emotivamente più vivi e che realmente mi hanno accompagnato.

Avrei voluto scriverla a ritroso, partendo dall’undicesima posizione per scivolare poi, commento dopo (breve) commento, verso la prima. Così avrei creato un po’ di suspense e sarebbe stato più interessante leggerla, scoprirla pian piano. Ma poi ho pensato che ‘sta cosa possono permettersela solo i bravi scrittori ed anche che per una personale classifica di fine anno è già tanto che siate arrivati fino a qui. Ma soprattutto non vorrei vi perdeste il disco più amato dal sottoscritto, sarebbe un peccato.


1. Conor Oberst - s/t
Conor si rinchiude con un gruppo di amici, senza la maniacalità per le sfumature di Mike Mogis, in una casa isolata nella Valle Mistico messicana e registra in un mese un capolavoro. Che sa di terra, sole e stelle come non se ne vedono qui, tradizione ed intimità. Classico nella più nobile delle accezioni. In più lo fa sembrare come la cosa più semplice e normale del mondo. Io dal primo ascolto lo faccio mio, nella musica e nei testi. Cape Canaveral è la canzone dell’anno, degli anni duemila, del decennio, etc…

2. Sigur Rós - Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust I miei islandesi preferiti aprono la finestra e scoprono che c’è il sole. Una scoperta ancora più entusiasmante, perché il resto è la certezza di vibrare ad ogni nota.

3. Okkervil River - The Stand Ins
E queste sarebbero le canzoni scartate per il precedente disco? Uno dei gruppi da me più amati, semplicemente perché uno dei più profondi ed intensi. Siamo tutti sempre più emotivamente instabili e Will Sheff è il mio co-pilota.

4. Bon Iver - For Emma, Forever Ago
I fantasmi di Justin Vernon, lontano dal suo amore. Un urlo che è un sussurro, carico di solitudine. L’ennesima conferma, se ma ce ne fosse stato bisogno, che da queste parti il cuore batte al ritmo di una sei corde acustica.

5. Nada Surf - Lucky Perché leggerezza non vuol dire necessariamente superficialità.

6. The Shackeltons - s/t Fuori dalle mode e dal tempo. Stagione in cui i Fugazi sono i re del mondo e comandano in modo retto e giusto. Ascoltate Your Movement.

7. Paolo Benvegnù - Le Labbra
Il cantautore più talentuoso, poetico ed ignorato della penisola. Un mistero nel mistero.

8. Offlaga Disco Pax - BacheliteIl solito disco con i testi da mandare giù a memoria. In più c’è Venti Minuti.

9. Death Cab For Cutie - Narrow Stairs
È inutile aspettare un nuovo Transatlanticism, quell’equilibrio perfetto tra rock, eleganza, emozioni e poesia. Quello era IL disco, e so che sarà irripetibile. Ma qualche lacrima l’ho sentita scorrere sul mio viso anche con il piano rhodes di Grapevine Fires. E poi Ben Gibbard si conferma narratore dei sentimenti come pochi se ne trovano in musica.

10. Margot & The Nuclear So and So's - Animal!

Una conferma, grazie a questo ennesimo gioiello pop che mi fa sognare. Il segreto meglio custodito dell’indie. Rigorosamente nella versione per la quale hanno lottato contro la loro casa discografica. Hanno vinto loro.

11. Tokyo Police Club - Elephant Shell
I TPC battono i The Killers 11 a 2, ma senza la voce di Brandon Flowers. In pratica, questo è il disco che avrebbero dovuto fare i quattro di Las Vegas. Forse tra un po’ di anni non mi ricorderò neanche più di loro, ma al momento sono tra i miei ascolti più frequenti ed un disco un po’ più danzereccio dovevo pur metterlo, no?


Sarebbero dovuti essere qui, ma, oh, avevo detto solamente undici...:
12. Neil Halstead - Oh! Mighty Engine
13. Right Away, Great Captain! - The Eventually Home
14. Port O’Brien - All We Could Do Was Sing
15. Le Luci Della Centrale Elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata
16. Someone Still Loves You Boris Yeltsin - Pershing
17. Eef Barzelay - Lose Big

18. Ray LaMontagne - Gossip In The Grain

Si può dare di più (soprattutto se sei loro):
Afterhours - I Milanesi Ammazzano Il Sabato

Canzone cantata dal sottoscritto sempre con il sorriso stampato in faccia:
The Hold Steady - Sequestered In Memphis

Concerto con le farfalle nello stomaco (pari merito per diversi motivi):
Sigur Rós (Roma, 12.07.08)
Okkervil River (Roma, 20.11.08)

‘O trerrote

Ma li vendono ancora i quotidiani cartacei? Forse, tra non molto, il Manifesto non più… Anyway, in edicola, è appena uscita l’ennesima inutile collezione. Ma solo a me, vedendo questa pubblicità, è venuta in mente questa canzone con conseguente risata isterica?
ma se acchiappo a chillo che s'à fottuto 'e melun
m'faccio ra''areto pure 'e scorze e sement!
a gente fanno tant' 'e signur
e po' se fotton' 'e melun

Gli eroi son tutti giovani e belli

Il vero simbolo di questo mio duemilaotto ha le sembianze di un collega. Quello che stimavo di più. Quello che ha infine dimostrato di avere più dignità di tutti, rompendo con i soprusi del passato, del tipo tu-non-sei-proprio-nessuno ed io-faccio-come-mi-pare-perché-sono-il-capo.
A cinquant'anni ci vuole un coraggio che non è di questa terra ed un po' di sana incoscienza a lasciare il tuo lavoro sicuro e stabile per lanciarti in una nuova avventura, rimettendoti in discussione, ricominciando tutto da capo.
Spesso perdiamo tempo a riempire il nostro ego cercando esempi di vita e modelli di comportamento nei protagonisti dei romanzi, negli eroi dei film o nascosti tra i versi di una canzone. Senza accorgerci che magari sono nella porta accanto.

Tema: La mia città

La amo, ma a volte fa proprio cagà.

Dufresne vi insegna l'ita(g)liano, part tù


Come quando ti alzi la mattina e, prima di andare al lavoro, scopri incollato sulla tua Vespa un promemoria scritto appositamente per te. A parte la grafia incerta, ma c’è sempre la possibile scusante dall’averlo dovuto scrivere in piedi senza un ripiano adeguato, come si possono giustificare i due osceni errori di grammatica, la logica fuorviante e le precarie nozioni di educazione civica? Ignoranza caprina?

p.s. la part uàn era
questa.

God is in the details (L. Mies)


Nei pressi dell’Università è pieno di appartamenti affittati, spesso in nero, a studenti, studenti-lavoratori, lavoratori-spesso-precari, insomma derelitti vari. Case vecchie ed arredate l’ultima volta nel 1914, prima che la Grande Guerra si portasse via i pezzi più pregiati, andati ad alimentare fuoco per riscaldarsi. Noi abbiamo un contatore dell’acqua retrò da archeologia industriale niente male, il nostro amico Pietro ha sopra la finestra del salone una specie di baldacchino (non so come si chiami in realtà, probabilmente il vocabolo che lo descrive è caduto in desuetudine da almeno centoventicinque anni). Ma non volevo scrivere dei palazzinari romani.

Volevo solo dire che credo che tra i venti ed i trent’anni tutti dovrebbero abbandonare la casa dei propri genitori. Indipendentemente dal rapporto di amore barra odio che si è instaurato nel tempo con loro. Nel mio caso togliete pure la prima parola per almeno uno dei due genitori, quello che mette il seme e poi nient’altro. Ma non è solo per questo che ho cercato all’esterno il mio rifugio. Se lo dicessi, tralascerei l’aspetto più importante: con chi sono andato a vivere.

Andarsene non è poi così difficile. L’impresa è piuttosto rendere la nuova casa accogliente, calda, in una sola parola viva. Diciamolo, da solo non sarei stato tanto bravo a farlo. Sarebbe diventato un nido nel quale mi sarei orientato solo io. Colorato, certo, ed ordinato esteriormente, ma internamente caotico. E da solo avrei trovato più cadute, al massimo innestato un pilota automatico, risucchiato in quattro mura con poco evidente entusiasmo.

A vent’anni sognavo di scappare presto, in un luogo pieno di creatività e povero di incomprensioni. A volte riempivo lo zaino per andare all’Università come se non dovessi tornare mai più; c’era di tutto, o almeno quello che credevo fosse l’indispensabile: il walkman, la custodia con almeno un decina di cd, la videocassetta (essì, nel duemila ancora non avevo il lettore dvd) del mio film preferito, una manciata di libri, carta e penna. Mancavano i soldi. Per questo tornavo sempre. A pensarci bene, a pensarci ora, a vent’anni ancora avrei dovuto imparare un sacco di cose. Dopo un po’ di anni ho capito che non averlo fatto subito, per lo meno non averne avuto la possibilità, mi stava logorando dentro. Ora sono sicuro che se avessi varcato quella soglia allora, a questo punto sarei più sereno e non mi sarei intossicato l’anima. Ma sono altrettanto certo che comunque mi sarei sommerso in disillusioni varie e avrei sviluppato idiosincrasie a go go, ché in questo sono bravissimo da solo, ci sarei riuscito in uno sbatter di finestre. Ma la vita ci riserva sorprese, passaggi inesplicabili, tutto un intrecciarsi di eventi che mi hanno condotto qui, ora, con lei. Che senso ha allora andare a rievocare gli eventi che ci hanno fatto soffrire? I ricordi dolorosi dovrebbero rimanere nascosti, ancorati ad un nostro io passato.

Dicevi che ogni luogo avresti avuto difficoltà a sentirlo un po’ tuo, ma che in fondo era meglio così, che così non avresti più provato quel senso di nausea tremenda al distacco. Tutte balle, tutte scuse per fare il grand’uomo, riflessi di un cucciolo messo in un angolo che pateticamente ruggisce.
Ed ecco che quando ho deciso di andare a vivere “da solo”, l’ho fatto per due buoni motivi: l’incompatibilità della vita domestica (e non solo) tra me e la mia famiglia, la normale voglia di essere indipendente, ma soprattutto il desiderio di condividere tutto questo con un’altra persona. Perché altrimenti non sembrerebbe niente di sconvolgente, e probabilmente non starei neanche qui a parlarvene. Le chiavi sono sempre lì, appena entri, sulla destra, le posi automaticamente. Niente di speciale, ecco. I doveri e le responsabilità, anche. Cose che fanno tutti. Ma la mia storia è diversa. Agli occhi degli altri, me ne rendo conto, può sembrare banale e bellissima come tante. Quella di crescere in qualche modo, costruire qualcosa, ma farlo a quattro mani, sottobraccio.

Forse non vi sarà tutto chiaro in quello che ho scritto, vi mancheranno alcuni passaggi. Ma non importa.
In fondo questo post è per lei, amore della mia vita, complice delle mie giornate e coinquilina. Per dirle che quando abbiamo appeso insieme questi due poster in camera ho sentito dentro qualcosa, quello che gli altri chiamerebbero sentirsi a casa, ma che io chiamo felicità.

Il dvd del duemilaotto

Nell'attesa di tediarvi con l'inevitabile classifica di fine anno (un dovere morale, si sa), eccovi un'anticipazione.
Il dvd del 2008, nel 2009. Ma anche nel 2008. Insomma, il dvd fisico ad aprile. Ma anche in download, ora, subito, adesso. Oppure entrambi. Entrambi. Imperdibboli.

Miroir Noir

L'attimo fuggente


[pics by dufresne. cliccateci.]
Myself: che palle, tutti a fotografare il fiume. Ci vorrebbe qualcosa di più originale..
Ale: già, ma siamo venuti qui per la piena, mica ti vorrai mettere a far foto agli alberi?!
Myself: o, chennesò, ad esempio, guarda la pubblicità su quell'autobus per turisti: "Crociera sul Tevere, etc..". Non sarebbe più divertente? Certo, un tronco o meglio un albero intero trascinato dalla corrente mica sarebbe tanto male, ma sarebbe la stessa identica foto che stanno facendo tutti.. Potrei buttarti nel fiume in una zona dove non c’è nessuno e fotografarti mentre arranchi, ma sarebbe troppo cinico e mi mancheresti. Dai, faccio la foto alla pubblicità e non se ne parla più. Così stasera faccio l'e-brillante sul blog, e, e, e.. oh, cazzo, è scattato il rosso..
Ale: eh, guarda che potevi fare il logorroico anche camminando.

È solo l’inizio

Come farsi sorprendere dalla depressione in quattro mosse:

1. Spedire una domanda, mezzo raccomandata
2. Studiare su due volumi, every day and every night, che ti succhiano il tempo per tutto il resto
3. Fare ‘sto cazzo d’esame
4. Vedere, uno di seguito all’altro e riportati su di un sito, il tuo cognome, il tuo nome, ed una data non più verdissima, seguiti infine da questa orribile scritta: NON AMMESSO.

Ecco, questo è quello che sarebbe potuto succedere se. Ora, prendete il foglio virtuale sul quale ho scritto queste parole ed accartocciatelo, sempre virtualmente. Poi fateci pure canestro da qualche parte. La realtà è che la prima prova è stata superata, ma questo è quello che più o meno mi ero stampato nella mente dal giorno successivo a quell’esame, un po’ per scaramanzia, un po’ per la solita autostima che vabbè lo sappiamo tutti. Ma ora c’è ancora più da stringere i denti, perché il significato intrinseco dell’aver superato questo primo ostacolo si può semplicemente sintetizzare in tre parole: è solo l’inizio.

Inciampare sul tubo

Soffro della sindrome da abbandono. Così quando lei parte ho difficoltà ad addormentarmi la sera, e ci riesco solo grazie alla compagnia della tv che sfarfalla qualcosa che non seguo nel buio della stanza. Noi non l’accendiamo praticamente mai. Ma non resistiamo al fascino di Minoli, di Lucarelli e dei documentari di La7. La notte però non ci sono speranze, e soprattutto ora vorrei qualcosa di divertente ed il personaggio più esilarante della televisione la diserta da anni. Sì, lo so che c’è sempre il tg4, ma sento che non sarebbe proprio la stessa cosa. Così, cosa può fare un immaturo semi-trentenne lasciato da solo a casa dalla sua fidanzata partita per quattro giorni? Perdere tempo su You Tube, ovvio. Inerisco due parole, premo invio e mi si manifesta un mondo di risate soffocate senza riuscirci per non svegliare i vicini.

Interno notte, troppo sonno per leggere, una connessione flat, un ragazzo in pigiama abbrutito davanti un notebook e la scena che j’esce lo spinacio dalle mani.


Okkervil River, Circolo degli Artisti, Roma [20.11.2008]

L’incipit è sempre lo stesso: io ed Ale arriviamo al Circolo con due ore d’anticipo, un po’ perché siamo ansiosi, un po’ perché ci muoviamo presto con il solito intento di starcene attaccati alla transenna. Io anche con la voglia di scattare tante foto. Ma, appena cominciato lo spettacolo, mi si avvicina la figura che tutti gli assidui frequentatori dei concerti temono: il tipo idiota della security. Al cui sviluppo dei muscoli ha sicuramente fatto da contraltare la conseguente riduzione del numero dei suoi neuroni, tanto da impedirmi dal fare foto scambiando la mia semi-reflex per un’apparecchiatura professionale ed il mio atteggiamento per quello di un vero fotografo. È un po’ come una nuvola fantozziana. Una volta che ti ha puntato, nella sua vita ci sei solo tu. I’m just a fan, i’m not a pro, i’m here, jumping and singing, can’t you seeee? Il risultato? Un’ulcera nervosa e solo due o tre fotine, di merda, scattate in fretta.

Ho questi ricordi in testa, li giro e li rigiro. Li faccio volare lungo tutta la serata di giovedì che ho trascorso al Circolo. Vorrei scriverne minuziosamente, dirvi di quando tutti abbiamo urlato sul finale di For real, del culo che la chitarrista faiga ha pensato bene di mostrarci ogni volta che si girava ed il suo minivestitino saliva, del tipo accanto a me che non conosceva nemmeno una canzone, dell’attesa ingannata ricordando di quando scrivevamo poesie per ragazze che non le avrebbero mai lette.
Ma c’è un’immagine che si è fissata sulle mie retine e non vuole sapere di andarsene, che cattura e devia i miei pensieri su quella sera, che li blocca ad un preciso momento, che li incolla lì sfocando tutto il resto. È un ricordo che non se ne va e che, ne sono sicuro, mi ossessionerà per parecchio tempo, come le dita impregnate della resina di un albero. C’è stato un momento in cui vi avrei voluti tutti vicino. O tutti lontano. Will Sheff anche era da un’altra parte. Solo voce, chitarre ed una tromba discreta. Per una manciata di minuti tutto si è fermato, tutti eravamo in assoluto silenzio ed il sottoscritto con la bocca spalancata per lo stupore, per l’incredulità. Quella di quando vorresti cantare, ma quello che ti sta di fronte copre tutto, ti riempie e ti isola dal resto. Sarebbe potuta succedere qualsiasi cosa, ma io sarei rimasto lì, catturato, in un vortice, dove c’ero solo io, quella canzone meravigliosa ed i miei pensieri, quelli belli e quelli così così. Così ho deciso, in uno dei miei impeti di allegria sfrenata, che A stone (grazie per il video, chiunque tu sia) sarà la canzone che dovrà suonare al mio funerale.
Sono una persona molto emotiva, chi mi conosce lo sa. Sono uno di quelli che si commuove anche solo vedendo un film; alcuni direbbero che sono sensibile, altri che sono coglione. Lo so, è un mio limite e ci convivo, poco me ne importa. Hey, Will, non so se te l’ho detto, ma quando hai fatto quella canzone, così, in quel modo così intenso, mi hai riempito di gioia e dolore. Forse non te l’ho detto. Ma sono sicuro che quando i nostri sguardi si sono incrociati, ti sarai chiesto cosa fossero quegli occhi lucidi.




Out

Ovvero, come arrivare tardi.
Intanto, nell’attesa che vada fuori moda, anch’io ho inserito il mio profilo (per essere precisi, c’è ancora solo il mio nome..) su feisbuk.

Oba-mah

Sì sì, lo so che tanto non cambierà niente, che in fondo è solo un’illusione che ci farà ancora più male, che vabbè è solo un vuoto simbolo, che non dobbiamo dimenticare che il potere non è nelle mani dell'uomo uomo, ma nell’economia, che non possiamo più permetterci di sprecare le nostre speranze. Tutto vero, però stanotte, guardando quei bagliori venire fuori da quel coso poggiato sulla cassettiera, un po’ mi sono commosso.

Io sono quello con la maglietta dei pearl jam

Cercavo di far finta di niente, ma se ne saranno accorti un po’ tutti (di sicuro la mia groupie preferita, vedere nei commenti al post precedente): non sto scrivendo. Ma non lo sto facendo per due buoni motivi. Mi sono avventurato nell’arte che mi riesce meglio, ovvero lanciarmi in attività fuori dalla mia portata, lontane dalle mie possibilità. Da bambino fantasticavo di trasformarmi nel Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, quand’ero adolescente sognavo di diventare un cantautore depresso e miliardario e a vent’anni avrei voluto cambiare il mondo. Invece questa volta ho un esame a fine novembre. Quello più importante, di quelli che ti possono cambiare la vita, che rientra a pieno titolo nella categoria missione impossibile. In pratica esco da lavoro solo per tornare a casa e piegarmi sui libri. Il secondo motivo, strettamente dipendente dal primo, è che la sera sono così stanco che tutto vorrei fare tranne che sedermi nuovamente davanti ad un pc, neanche per farmi un giro su youporn (penso sia indicativo). Naturalmente quel tutto vorrei fare sta per non-ho-voglia-di-fare-un-cazzo. Conseguenza con pesanti ripercussioni anche sulla mia vita sociale e passionale; primo fra tutti aver mancato un concerto per il quale sospiravo da mesi, quello dei Built To Spill. Ma non sono tornato qui per lamentarmi. Ogni mattina mi sveglio con lei accanto e per questo sono felice.
Ho aperto gli occhi questa mattina, con in testa le note di una canzone. I suoi arpeggi mi hanno fatto pensare che sarei subito dovuto correre a prendere la chitarra e buttare giù quelle semplici e meravigliose idee. Ho appena scritto una canzone meravigliosa, Elliott Smith sarebbe orgoglioso di me. Mo glielo faccio vedere io a tutti di quello che sono capace, che ispirazione che ho avuto. Indie folk kicks your ass. Ma in fondo non sono più un adolescente, e questo sogno è durato poco. Mi sono rilassato ed ho messo le cuffie del mio lettore emmepitre per svegliarmi meglio, giusto il tempo di scoprire che ‘sta canzone l’aveva già scritta qualcun altro.
Ho sempre avuto un debole per le canzoni che richiamano luoghi ben precisi, nomi di persone, orari, storie. Le ho sempre viste come caratteristiche che più avvicinano la musica ad essere come un libro. Ultimamente mi è venuta una paura fottuta del futuro e in fondo questa è una canzone che parla proprio di una certa “nostalgia del futuro, o di qualcosa che non hai mai vissuto” (parola di Conor Oberst, sì ancora lui). Anche se non sono proprio la stessa cosa, nella mia mente questi due sentimenti sono sempre stati legati da un sottile filo rosso. Il risultato è che alle mie orecchie, al mio cuore, al mio stomaco, in questi giorni questa è la canzone più bella dell’universo. È la prima in streaming,
qui.
Insomma, com’è come non è, fino alla fine del mese sarò impegnato con altri pensieri. Ci vediamo il venti al concerto degli Okkervil River. Io sono quello con la maglietta dei pearl jam.

Conoscere gente sul treno

Ci deve essere stato un momento in cui tutti hanno deciso che essere una persona socievole implichi avere tremila contatti sul proprio myspace o pagina di facebook. Fino ad arrivare a ritenere del tutto normale che, mentre tutti erano piegati sui loro pauerbuk, le uniche due persone che mi abbiano rivolto la parola siano stati due pericolosissimi niggaz (che no, non hanno sporcato o devastato il treno e non hanno cercato di vendermi nulla) che mi hanno tenuto compagnia durante il viaggio. Ed al ritorno un bimbo cinese che ancora stentava nel camminare, ma, ne sono sicuro, farà progressi, che dall’altezza di Casalecchio fino a Firenze, che saranno tipo centoventi chilometri, si è messo a smanettare con i pulsanti che comandano la tendina elettrica, su e giù, su e giù, con il quale alla fine mi sono messo a giocare. A voi, grazie.

Dufresne vi insegna l'ita(g)liano

Ve lo siete mai chiesto il vero significato del verbo infognarsi? Noo? Mo ve lo spiega giacomino vostro (insieme al sig. De Mauro).

Help me play this song


La canzone più bella ed emozionante del duemilaotto. Con tre mesi d’anticipo. E sì, è una canzone TRISTISSIMA -se ne potrebbe parlare per ore sul perché le composizioni che suscitano malinconia siano anche le più belle-. Una canzone struggente che non è contenuta in nessun disco e che probabilmente non lo sarà mai. Un caso, o forse no. C’è tutto un mondo dietro, c’è la storia di un’amica che non c’è più, ci sono un sentimento ed un’emozione che non si possono mettere in vendita. Ma condividere, sì.

Conor Oberst, Breezy [mp3, live @ 400 Bar w/ The Mystic Valley Band]

Il sorpasso


Venerdì e sabato, sarei dovuto essere qui. E ieri dai Notwist. Ma ho preferito mettere la freccia, accostare a destra e tirare il freno a mano. Per vedere poi sfrecciare la vita alla mia sinistra. Mi sembra abbia anche fatto il gesto delle corna. Ma non ne sono sicuro, ero distratto, già con la mente da un’altra parte. Un lavoro da portare avanti ad ogni costo (precisamente quello del mio misero stipendio), il dirittodeglientilocali da studiare e la spesa da fare. La stanchezza, non solo fisica, si è fatta finalmente sentire.

Someone Still Loves You Boris Yeltsin, Rashomon Club, Roma [25.09.2008]

Leggero, nel vestito peggiore. Il solito: converse, felpa, spillette e brit-frangetta. Ed il solito numero di partecipanti che mi ritrovo spesso intorno. Saremmo stati dieci-quindici. No, dai scherzo: eravamo in trenta (ed ho il sospetto che alcuni fossero loro amici).
Nonostante abbiano scelto il nome più geniale ed originale degli ultimi anni, alla fine alcune canzoni dei SSLYBY tendono, se presentate dal vivo, ad essere molto simili. Ma questa sera non è poi così importante, perché riescono a farmi sentire leggero, come la loro musica, e ad allontanare tutti i pensieri che ultimamente mi rovinano alcune giornate.
Si presentano a due metri dal mio viso con la chitarra più bella del mondo -una telecaster- ed un aspetto che mi fa pensare abbiano non più di ottant’anni in quattro. Io mi rodo d’invidia, per la sei corde e per l’età ancora piena di futuro che si portano appresso. Ma è proprio tutto questo e l’ingenua euforia che sprigionano ad ogni nota a farmeli adorare. E poi sono di Springfield. Ve l’immaginate che (s)fortuna? da dove venite? da Springfield… e giù con le scontate battutone sui geniali omini gialli, ogni santa volta, ne sono sicuro. Io lo farei. Ma il punto è: perché mi ostino ad andare ancora a questi concerti? La prima risposta la sapete tutti e non è il caso di ripeterla, la seconda è che la musica è sicuramente la forma d’arte che più riesce a ricamare nel mio animo entusiasmo. Può bastare?

Segue fotina della serata.