
Inciampare sul tubo
Soffro della sindrome da abbandono. Così quando lei parte ho difficoltà ad addormentarmi la sera, e ci riesco solo grazie alla compagnia della tv che sfarfalla qualcosa che non seguo nel buio della stanza. Noi non l’accendiamo praticamente mai. Ma non resistiamo al fascino di Minoli, di Lucarelli e dei documentari di La7. La notte però non ci sono speranze, e soprattutto ora vorrei qualcosa di divertente ed il personaggio più esilarante della televisione la diserta da anni. Sì, lo so che c’è sempre il tg4, ma sento che non sarebbe proprio la stessa cosa. Così, cosa può fare un immaturo semi-trentenne lasciato da solo a casa dalla sua fidanzata partita per quattro giorni? Perdere tempo su You Tube, ovvio. Inerisco due parole, premo invio e mi si manifesta un mondo di risate soffocate senza riuscirci per non svegliare i vicini.
Interno notte, troppo sonno per leggere, una connessione flat, un ragazzo in pigiama abbrutito davanti un notebook e la scena che j’esce lo spinacio dalle mani.
Interno notte, troppo sonno per leggere, una connessione flat, un ragazzo in pigiama abbrutito davanti un notebook e la scena che j’esce lo spinacio dalle mani.
Okkervil River, Circolo degli Artisti, Roma [20.11.2008]
L’incipit è sempre lo stesso: io ed Ale arriviamo al Circolo con due ore d’anticipo, un po’ perché siamo ansiosi, un po’ perché ci muoviamo presto con il solito intento di starcene attaccati alla transenna. Io anche con la voglia di scattare tante foto. Ma, appena cominciato lo spettacolo, mi si avvicina la figura che tutti gli assidui frequentatori dei concerti temono: il tipo idiota della security. Al cui sviluppo dei muscoli ha sicuramente fatto da contraltare la conseguente riduzione del numero dei suoi neuroni, tanto da impedirmi dal fare foto scambiando la mia semi-reflex per un’apparecchiatura professionale ed il mio atteggiamento per quello di un vero fotografo. È un po’ come una nuvola fantozziana. Una volta che ti ha puntato, nella sua vita ci sei solo tu. I’m just a fan, i’m not a pro, i’m here, jumping and singing, can’t you seeee? Il risultato? Un’ulcera nervosa e solo due o tre fotine, di merda, scattate in fretta.
Ho questi ricordi in testa, li giro e li rigiro. Li faccio volare lungo tutta la serata di giovedì che ho trascorso al Circolo. Vorrei scriverne minuziosamente, dirvi di quando tutti abbiamo urlato sul finale di For real, del culo che la chitarrista faiga ha pensato bene di mostrarci ogni volta che si girava ed il suo minivestitino saliva, del tipo accanto a me che non conosceva nemmeno una canzone, dell’attesa ingannata ricordando di quando scrivevamo poesie per ragazze che non le avrebbero mai lette.
Ma c’è un’immagine che si è fissata sulle mie retine e non vuole sapere di andarsene, che cattura e devia i miei pensieri su quella sera, che li blocca ad un preciso momento, che li incolla lì sfocando tutto il resto. È un ricordo che non se ne va e che, ne sono sicuro, mi ossessionerà per parecchio tempo, come le dita impregnate della resina di un albero. C’è stato un momento in cui vi avrei voluti tutti vicino. O tutti lontano. Will Sheff anche era da un’altra parte. Solo voce, chitarre ed una tromba discreta. Per una manciata di minuti tutto si è fermato, tutti eravamo in assoluto silenzio ed il sottoscritto con la bocca spalancata per lo stupore, per l’incredulità. Quella di quando vorresti cantare, ma quello che ti sta di fronte copre tutto, ti riempie e ti isola dal resto. Sarebbe potuta succedere qualsiasi cosa, ma io sarei rimasto lì, catturato, in un vortice, dove c’ero solo io, quella canzone meravigliosa ed i miei pensieri, quelli belli e quelli così così. Così ho deciso, in uno dei miei impeti di allegria sfrenata, che A stone (grazie per il video, chiunque tu sia) sarà la canzone che dovrà suonare al mio funerale.
Sono una persona molto emotiva, chi mi conosce lo sa. Sono uno di quelli che si commuove anche solo vedendo un film; alcuni direbbero che sono sensibile, altri che sono coglione. Lo so, è un mio limite e ci convivo, poco me ne importa. Hey, Will, non so se te l’ho detto, ma quando hai fatto quella canzone, così, in quel modo così intenso, mi hai riempito di gioia e dolore. Forse non te l’ho detto. Ma sono sicuro che quando i nostri sguardi si sono incrociati, ti sarai chiesto cosa fossero quegli occhi lucidi.
Ho questi ricordi in testa, li giro e li rigiro. Li faccio volare lungo tutta la serata di giovedì che ho trascorso al Circolo. Vorrei scriverne minuziosamente, dirvi di quando tutti abbiamo urlato sul finale di For real, del culo che la chitarrista faiga ha pensato bene di mostrarci ogni volta che si girava ed il suo minivestitino saliva, del tipo accanto a me che non conosceva nemmeno una canzone, dell’attesa ingannata ricordando di quando scrivevamo poesie per ragazze che non le avrebbero mai lette.
Ma c’è un’immagine che si è fissata sulle mie retine e non vuole sapere di andarsene, che cattura e devia i miei pensieri su quella sera, che li blocca ad un preciso momento, che li incolla lì sfocando tutto il resto. È un ricordo che non se ne va e che, ne sono sicuro, mi ossessionerà per parecchio tempo, come le dita impregnate della resina di un albero. C’è stato un momento in cui vi avrei voluti tutti vicino. O tutti lontano. Will Sheff anche era da un’altra parte. Solo voce, chitarre ed una tromba discreta. Per una manciata di minuti tutto si è fermato, tutti eravamo in assoluto silenzio ed il sottoscritto con la bocca spalancata per lo stupore, per l’incredulità. Quella di quando vorresti cantare, ma quello che ti sta di fronte copre tutto, ti riempie e ti isola dal resto. Sarebbe potuta succedere qualsiasi cosa, ma io sarei rimasto lì, catturato, in un vortice, dove c’ero solo io, quella canzone meravigliosa ed i miei pensieri, quelli belli e quelli così così. Così ho deciso, in uno dei miei impeti di allegria sfrenata, che A stone (grazie per il video, chiunque tu sia) sarà la canzone che dovrà suonare al mio funerale.
Sono una persona molto emotiva, chi mi conosce lo sa. Sono uno di quelli che si commuove anche solo vedendo un film; alcuni direbbero che sono sensibile, altri che sono coglione. Lo so, è un mio limite e ci convivo, poco me ne importa. Hey, Will, non so se te l’ho detto, ma quando hai fatto quella canzone, così, in quel modo così intenso, mi hai riempito di gioia e dolore. Forse non te l’ho detto. Ma sono sicuro che quando i nostri sguardi si sono incrociati, ti sarai chiesto cosa fossero quegli occhi lucidi.




Oba-mah
Sì sì, lo so che tanto non cambierà niente, che in fondo è solo un’illusione che ci farà ancora più male, che vabbè è solo un vuoto simbolo, che non dobbiamo dimenticare che il potere non è nelle mani dell'uomo uomo, ma nell’economia, che non possiamo più permetterci di sprecare le nostre speranze. Tutto vero, però stanotte, guardando quei bagliori venire fuori da quel coso poggiato sulla cassettiera, un po’ mi sono commosso.
Io sono quello con la maglietta dei pearl jam
Cercavo di far finta di niente, ma se ne saranno accorti un po’ tutti (di sicuro la mia groupie preferita, vedere nei commenti al post precedente): non sto scrivendo. Ma non lo sto facendo per due buoni motivi. Mi sono avventurato nell’arte che mi riesce meglio, ovvero lanciarmi in attività fuori dalla mia portata, lontane dalle mie possibilità. Da bambino fantasticavo di trasformarmi nel Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, quand’ero adolescente sognavo di diventare un cantautore depresso e miliardario e a vent’anni avrei voluto cambiare il mondo. Invece questa volta ho un esame a fine novembre. Quello più importante, di quelli che ti possono cambiare la vita, che rientra a pieno titolo nella categoria missione impossibile. In pratica esco da lavoro solo per tornare a casa e piegarmi sui libri. Il secondo motivo, strettamente dipendente dal primo, è che la sera sono così stanco che tutto vorrei fare tranne che sedermi nuovamente davanti ad un pc, neanche per farmi un giro su youporn (penso sia indicativo). Naturalmente quel tutto vorrei fare sta per non-ho-voglia-di-fare-un-cazzo. Conseguenza con pesanti ripercussioni anche sulla mia vita sociale e passionale; primo fra tutti aver mancato un concerto per il quale sospiravo da mesi, quello dei Built To Spill. Ma non sono tornato qui per lamentarmi. Ogni mattina mi sveglio con lei accanto e per questo sono felice.
Ho aperto gli occhi questa mattina, con in testa le note di una canzone. I suoi arpeggi mi hanno fatto pensare che sarei subito dovuto correre a prendere la chitarra e buttare giù quelle semplici e meravigliose idee. Ho appena scritto una canzone meravigliosa, Elliott Smith sarebbe orgoglioso di me. Mo glielo faccio vedere io a tutti di quello che sono capace, che ispirazione che ho avuto. Indie folk kicks your ass. Ma in fondo non sono più un adolescente, e questo sogno è durato poco. Mi sono rilassato ed ho messo le cuffie del mio lettore emmepitre per svegliarmi meglio, giusto il tempo di scoprire che ‘sta canzone l’aveva già scritta qualcun altro.
Ho sempre avuto un debole per le canzoni che richiamano luoghi ben precisi, nomi di persone, orari, storie. Le ho sempre viste come caratteristiche che più avvicinano la musica ad essere come un libro. Ultimamente mi è venuta una paura fottuta del futuro e in fondo questa è una canzone che parla proprio di una certa “nostalgia del futuro, o di qualcosa che non hai mai vissuto” (parola di Conor Oberst, sì ancora lui). Anche se non sono proprio la stessa cosa, nella mia mente questi due sentimenti sono sempre stati legati da un sottile filo rosso. Il risultato è che alle mie orecchie, al mio cuore, al mio stomaco, in questi giorni questa è la canzone più bella dell’universo. È la prima in streaming, qui.
Ho sempre avuto un debole per le canzoni che richiamano luoghi ben precisi, nomi di persone, orari, storie. Le ho sempre viste come caratteristiche che più avvicinano la musica ad essere come un libro. Ultimamente mi è venuta una paura fottuta del futuro e in fondo questa è una canzone che parla proprio di una certa “nostalgia del futuro, o di qualcosa che non hai mai vissuto” (parola di Conor Oberst, sì ancora lui). Anche se non sono proprio la stessa cosa, nella mia mente questi due sentimenti sono sempre stati legati da un sottile filo rosso. Il risultato è che alle mie orecchie, al mio cuore, al mio stomaco, in questi giorni questa è la canzone più bella dell’universo. È la prima in streaming, qui.
Insomma, com’è come non è, fino alla fine del mese sarò impegnato con altri pensieri. Ci vediamo il venti al concerto degli Okkervil River. Io sono quello con la maglietta dei pearl jam.
Conoscere gente sul treno
Ci deve essere stato un momento in cui tutti hanno deciso che essere una persona socievole implichi avere tremila contatti sul proprio myspace o pagina di facebook. Fino ad arrivare a ritenere del tutto normale che, mentre tutti erano piegati sui loro pauerbuk, le uniche due persone che mi abbiano rivolto la parola siano stati due pericolosissimi niggaz (che no, non hanno sporcato o devastato il treno e non hanno cercato di vendermi nulla) che mi hanno tenuto compagnia durante il viaggio. Ed al ritorno un bimbo cinese che ancora stentava nel camminare, ma, ne sono sicuro, farà progressi, che dall’altezza di Casalecchio fino a Firenze, che saranno tipo centoventi chilometri, si è messo a smanettare con i pulsanti che comandano la tendina elettrica, su e giù, su e giù, con il quale alla fine mi sono messo a giocare. A voi, grazie.
Dufresne vi insegna l'ita(g)liano
Help me play this song

La canzone più bella ed emozionante del duemilaotto. Con tre mesi d’anticipo. E sì, è una canzone TRISTISSIMA -se ne potrebbe parlare per ore sul perché le composizioni che suscitano malinconia siano anche le più belle-. Una canzone struggente che non è contenuta in nessun disco e che probabilmente non lo sarà mai. Un caso, o forse no. C’è tutto un mondo dietro, c’è la storia di un’amica che non c’è più, ci sono un sentimento ed un’emozione che non si possono mettere in vendita. Ma condividere, sì.
Conor Oberst, Breezy [mp3, live @ 400 Bar w/ The Mystic Valley Band]
Il sorpasso

Venerdì e sabato, sarei dovuto essere qui. E ieri dai Notwist. Ma ho preferito mettere la freccia, accostare a destra e tirare il freno a mano. Per vedere poi sfrecciare la vita alla mia sinistra. Mi sembra abbia anche fatto il gesto delle corna. Ma non ne sono sicuro, ero distratto, già con la mente da un’altra parte. Un lavoro da portare avanti ad ogni costo (precisamente quello del mio misero stipendio), il dirittodeglientilocali da studiare e la spesa da fare. La stanchezza, non solo fisica, si è fatta finalmente sentire.
Someone Still Loves You Boris Yeltsin, Rashomon Club, Roma [25.09.2008]
Leggero, nel vestito peggiore. Il solito: converse, felpa, spillette e brit-frangetta. Ed il solito numero di partecipanti che mi ritrovo spesso intorno. Saremmo stati dieci-quindici. No, dai scherzo: eravamo in trenta (ed ho il sospetto che alcuni fossero loro amici).
Nonostante abbiano scelto il nome più geniale ed originale degli ultimi anni, alla fine alcune canzoni dei SSLYBY tendono, se presentate dal vivo, ad essere molto simili. Ma questa sera non è poi così importante, perché riescono a farmi sentire leggero, come la loro musica, e ad allontanare tutti i pensieri che ultimamente mi rovinano alcune giornate.
Si presentano a due metri dal mio viso con la chitarra più bella del mondo -una telecaster- ed un aspetto che mi fa pensare abbiano non più di ottant’anni in quattro. Io mi rodo d’invidia, per la sei corde e per l’età ancora piena di futuro che si portano appresso. Ma è proprio tutto questo e l’ingenua euforia che sprigionano ad ogni nota a farmeli adorare. E poi sono di Springfield. Ve l’immaginate che (s)fortuna? da dove venite? da Springfield… e giù con le scontate battutone sui geniali omini gialli, ogni santa volta, ne sono sicuro. Io lo farei. Ma il punto è: perché mi ostino ad andare ancora a questi concerti? La prima risposta la sapete tutti e non è il caso di ripeterla, la seconda è che la musica è sicuramente la forma d’arte che più riesce a ricamare nel mio animo entusiasmo. Può bastare?
Nonostante abbiano scelto il nome più geniale ed originale degli ultimi anni, alla fine alcune canzoni dei SSLYBY tendono, se presentate dal vivo, ad essere molto simili. Ma questa sera non è poi così importante, perché riescono a farmi sentire leggero, come la loro musica, e ad allontanare tutti i pensieri che ultimamente mi rovinano alcune giornate.
Si presentano a due metri dal mio viso con la chitarra più bella del mondo -una telecaster- ed un aspetto che mi fa pensare abbiano non più di ottant’anni in quattro. Io mi rodo d’invidia, per la sei corde e per l’età ancora piena di futuro che si portano appresso. Ma è proprio tutto questo e l’ingenua euforia che sprigionano ad ogni nota a farmeli adorare. E poi sono di Springfield. Ve l’immaginate che (s)fortuna? da dove venite? da Springfield… e giù con le scontate battutone sui geniali omini gialli, ogni santa volta, ne sono sicuro. Io lo farei. Ma il punto è: perché mi ostino ad andare ancora a questi concerti? La prima risposta la sapete tutti e non è il caso di ripeterla, la seconda è che la musica è sicuramente la forma d’arte che più riesce a ricamare nel mio animo entusiasmo. Può bastare?
Segue fotina della serata.
Firmino è Un Grande
Anche se attraversato da una risacca di malinconia, quelli erano pur sempre bei tempi nel complesso, che ricordo ancora oggi con piacere. Talvolta ci giocherello un po’ nel tentativo di allontanare la tristezza, la vecchiaia, la solitudine. Immagino Jerry di nuovo giovane, con i capelli neri ondulati e il sorriso smagliante che aveva nelle foto. Trasporto me e lui fuori dalla stanza di Cornhill e, insieme, ci faccio volare alti sopra Boston, oltre il Mississippi, oltre le Montagne Rocciose, e atterrare in qualche bar o caffè di San Francisco – da dove riusciamo a vedere le acque della baia luccicare sullo sfondo. Talvolta invito anche altri perché si uniscano a noi, Grandi come Jack London o Stevenson, e allora davvero ci diamo dentro.Penso sempre che ogni cosa durerà in eterno, ma non è mai così. In realtà, niente esiste per più di un istante, tranne ciò che custodiamo nella memoria. Cerco sempre di conservare dentro di me ogni momento – preferirei morire piuttosto che dimenticare. Eppure, allo stesso tempo, non vedo l’ora di andare a San Francisco, di lasciarmi tutto alle spalle.
[Firmino, Sam Savage - Einaudi Stile Libero, 2008]
Firmino non è il prototipo del topolino carino, dolce e sensibile. No, lui è un ratto, brutto come la fogna, a volte cinico e un po’ depravato. Sensibile e romantico, sì. Anche ironico, divertente, amaro sognatore e, soprattutto, innamorato della vita e di tutta la vita presente nei libri.
La tesi di fondo è che più sai, più conosci, più sei consapevole e più soffri. È sempre stato così, è una sorta di contrappasso. E ti struggi per quello che vorresti essere e non sarai mai; condizione obbligata per un sorcio. Ma di sicuro, grazie ai libri, sarai una persona-animale-essere vivente migliore. Più leggi e più sei vivo. Veleno ed antidoto insieme.
Firmino lotta, si batte, cade, reagisce. Perde, ma nello stesso tempo non ne esce sconfitto, perché, cosa che nessuno potrà mai portargli via, gli rimangono i suoi sogni che culla e fonde con la realtà. Eccolo il potere di redenzione dei libri, la carica di immaginazione insita nella letteratura. Che non è estraniamento, fuga, evasione dalla realtà, ma renderla più viva, piena di esperienze, policromatica. In una sola parola, ricca.
Se vi state chiedendo cos’è tutta ‘sta tristezza?!, sappiate che quando ho sfogliato l’ultima pagina del libro avevo un sorriso stampato sul viso. Perché ho ballato, con Firmino, insieme a Ginger Rogers. Ma non ditelo alla mia ragazza.
La tesi di fondo è che più sai, più conosci, più sei consapevole e più soffri. È sempre stato così, è una sorta di contrappasso. E ti struggi per quello che vorresti essere e non sarai mai; condizione obbligata per un sorcio. Ma di sicuro, grazie ai libri, sarai una persona-animale-essere vivente migliore. Più leggi e più sei vivo. Veleno ed antidoto insieme.
Firmino lotta, si batte, cade, reagisce. Perde, ma nello stesso tempo non ne esce sconfitto, perché, cosa che nessuno potrà mai portargli via, gli rimangono i suoi sogni che culla e fonde con la realtà. Eccolo il potere di redenzione dei libri, la carica di immaginazione insita nella letteratura. Che non è estraniamento, fuga, evasione dalla realtà, ma renderla più viva, piena di esperienze, policromatica. In una sola parola, ricca.
Se vi state chiedendo cos’è tutta ‘sta tristezza?!, sappiate che quando ho sfogliato l’ultima pagina del libro avevo un sorriso stampato sul viso. Perché ho ballato, con Firmino, insieme a Ginger Rogers. Ma non ditelo alla mia ragazza.
Universi paralleli
Avrei voluto scrivere che uno l'ho vissuto proprio questa sera. Io impegnato in cucina e lei seduta davanti al notebook.
Ma poi qualcuno/a, con tanta voglia di fare l'e-cacacazzi e sparare e-sentenze gratuite senza conoscermi, sarebbe intervenuto/a nei commenti giudicandomi un fan-cats, e allora mi sarei sentito in dovere di mandarlo/a quel paese. Quindi ho pensato che non sarebbe stato carino accogliere così un estraneo ed ho desistito dal pubblicare questo post.
Ma poi qualcuno/a, con tanta voglia di fare l'e-cacacazzi e sparare e-sentenze gratuite senza conoscermi, sarebbe intervenuto/a nei commenti giudicandomi un fan-cats, e allora mi sarei sentito in dovere di mandarlo/a quel paese. Quindi ho pensato che non sarebbe stato carino accogliere così un estraneo ed ho desistito dal pubblicare questo post.
Condoglianze
Una settimana con 'sto coso qui sotto è francamente troppo. Non ce la faccio più a vederlo manifestarsi con quel suo sorriso-ghigno sul mio blog ogni volta che ci entro. Torno sull'argomento non solo per toglierlo dal mio e vostro sguardo, ma soprattutto perché ho colto il vero significato recondito del colore della sua camicia: il lutto. Il liberismo è morto -o almeno necessita di un'eutanasia-, e non è che la cosa mi rattristi molto.
Signora, suo figlio...
C'HA LA FACCIA COME IL CULO! (cit.)
Altrimenti come vi spieghereste Ber***coni che si presenta alla festa di Az*one Giovani indossando una camicia nera?
Altrimenti come vi spieghereste Ber***coni che si presenta alla festa di Az*one Giovani indossando una camicia nera?
Il lavoro logora
Cosa c'è di più irritante del tuo collega che non fa un cazzo tutto il giorno?
La tua collega che te lo ricorda con le sue lamentele ogni stramaledetto secondo.
La tua collega che te lo ricorda con le sue lamentele ogni stramaledetto secondo.
Guida per riconoscere i tuoi santi
Ho stabilito, giusto quattro giorni fa, che non voglio più invidiare le ciminiere perché hanno sempre da fumare (cit.). Ma smettere di fumare, dopo averlo deciso non so quante volte (sono un talento niente male in questo campo) e in un periodo di forti tensioni come questo, non è proprio l’idea più indicata che sarebbe potuta venirmi, ma tant’è.
Al secondo giorno mi si è subito manifestato San Sebastiano sul Palatino, con le sembianze della mia amica C., che , forse credendo di incoraggiarmi (non si è capito però secondo la logica di quale pianeta), mi ha confessato che i primi giorni saranno devastanti. Parole che si sono trasformate in frecce e che hanno perforato la mia ferrea volontà.
Durante il periodo di tempo cha va dalle quarantotto alle novantasei ore - noi tossici scandiamo così il tempo delle nostre astinenze – mi si presenta F. sotto le mentite spoglie della Madonna di Fatima, il quale si è sentito in dovere di profetizzarmi il mio prossimo fallimento.
Poi, al quarto giorno, arriva il mio amico A., novello San Tommaso, che non ci credo nemmeno se ti vedo.
Mia madre ha scomodato Gesù Cristo in persona, invocandolo per la grazia ricevuta. Roba da lacrime di sangue.
Infine l’ammòremio, Santa Francesca Lucana, che ha la pazienza di sopportare il mio nervosismo acutizzato da lancinanti crisi d’astinenza.
Al secondo giorno mi si è subito manifestato San Sebastiano sul Palatino, con le sembianze della mia amica C., che , forse credendo di incoraggiarmi (non si è capito però secondo la logica di quale pianeta), mi ha confessato che i primi giorni saranno devastanti. Parole che si sono trasformate in frecce e che hanno perforato la mia ferrea volontà.
Durante il periodo di tempo cha va dalle quarantotto alle novantasei ore - noi tossici scandiamo così il tempo delle nostre astinenze – mi si presenta F. sotto le mentite spoglie della Madonna di Fatima, il quale si è sentito in dovere di profetizzarmi il mio prossimo fallimento.
Poi, al quarto giorno, arriva il mio amico A., novello San Tommaso, che non ci credo nemmeno se ti vedo.
Mia madre ha scomodato Gesù Cristo in persona, invocandolo per la grazia ricevuta. Roba da lacrime di sangue.
Infine l’ammòremio, Santa Francesca Lucana, che ha la pazienza di sopportare il mio nervosismo acutizzato da lancinanti crisi d’astinenza.
Sigur Rós, Cavea dell'Auditorium - Parco della Musica, Roma [12.07.2008]
[pics by dufresne]
Commento brillante #1, proveniente dalle mie spalle: i coriandoli che cascavano dall'alto (no, guarda, dal basso) era un effetto semplice, ma spaccava proprio (spaccava ripetuto successivamente per 5-6 volte in due minuti)
Commento brillante #2, proveniente sempre dalle mie spalle, insomma era la stessa persona: hai visto prima, al batterista jè cascata 'na cassa... (Orri ha scaraventato via con un calcio la grancassa)
Notato la data? Niente male, eh. Ma non importa, quella serata la porterò per sempre nei miei brividi. Quindi non è mai troppo tardi.
Esterno giorno.
Mi ha sempre incuriosito scrutare il pubblico di un concerto. Capire il tipo di persone che segue un musicista, ti aiuta a capire un po’ chi sei. Tu, lì in mezzo, sei un tutt’uno con gli altri, uno spirito comune o finisci per sentirti fuori luogo. Nonostante il pregiudizio che si ha sui Sigur Rós,il luogo del pre-concerto non era pieno di astanti bianchicci e malfermi, esseri diafani che cadrebbero al primo colpo di vento. Però quelli che c’erano, me li immaginavo correre subito a casa dopo l’evento e rannicchiarsi, seduti a terra, con le ginocchia sul volto e tremanti in un angolo. Oh, non guardatemi così, ognuno ha i suoi hobby.
Arriviamo che è ancora giorno, il tramonto accompagna la loro entrata sul palco dalla scenografia sobria e bellissima, e in quell’atmosfera spero con tutto me stesso che inizino con Vaka. Un tramonto, Roma, la musica, Lei, quale commistione migliore? Non la suoneranno per tutto il concerto, ma riescono nell’ardua impresa del non farmene pesare la mancanza.
Esterno notte.
Si presentano sul palco con la loro solita estetica: luci posizionate per creare suggestive figure sfumate, ma che hanno impedito foto decenti (apperò, bella come scusa).
Nonostante le malevole previsioni altrui (in pratica l'dea di fondo era quella che che Mr.Orfeo ci sarebbe venuti a prendere tra le sue braccia, cullandoci con la loro musica), ho assistito al concerto più intenso ed entusiasmante degli ultimi dieci anni. Niente di che. Così, tanto per sparare una sentenza definitiva alla faccia dei noiosi, loro sì, rompipalle. Mi hanno regalato momenti eterei ed esplosioni di pura gioia. Pietra d'angolo per comprendere questi miei giorni. Teatrali, sfavillanti, commoventi, eccitanti. Mi sono innamorato di quel piccolo folletto di Orri, del suo modo di picchiare sulla batteria: di cuore, di testa e di stomaco. E vedere Jónsi sorridente e divertito è impagabile.
Inchino.
Un'opera d'arte.
Commento brillante #2, proveniente sempre dalle mie spalle, insomma era la stessa persona: hai visto prima, al batterista jè cascata 'na cassa... (Orri ha scaraventato via con un calcio la grancassa)
Notato la data? Niente male, eh. Ma non importa, quella serata la porterò per sempre nei miei brividi. Quindi non è mai troppo tardi.
Esterno giorno.
Mi ha sempre incuriosito scrutare il pubblico di un concerto. Capire il tipo di persone che segue un musicista, ti aiuta a capire un po’ chi sei. Tu, lì in mezzo, sei un tutt’uno con gli altri, uno spirito comune o finisci per sentirti fuori luogo. Nonostante il pregiudizio che si ha sui Sigur Rós,il luogo del pre-concerto non era pieno di astanti bianchicci e malfermi, esseri diafani che cadrebbero al primo colpo di vento. Però quelli che c’erano, me li immaginavo correre subito a casa dopo l’evento e rannicchiarsi, seduti a terra, con le ginocchia sul volto e tremanti in un angolo. Oh, non guardatemi così, ognuno ha i suoi hobby.
Arriviamo che è ancora giorno, il tramonto accompagna la loro entrata sul palco dalla scenografia sobria e bellissima, e in quell’atmosfera spero con tutto me stesso che inizino con Vaka. Un tramonto, Roma, la musica, Lei, quale commistione migliore? Non la suoneranno per tutto il concerto, ma riescono nell’ardua impresa del non farmene pesare la mancanza.
Esterno notte.
Si presentano sul palco con la loro solita estetica: luci posizionate per creare suggestive figure sfumate, ma che hanno impedito foto decenti (apperò, bella come scusa).
Nonostante le malevole previsioni altrui (in pratica l'dea di fondo era quella che che Mr.Orfeo ci sarebbe venuti a prendere tra le sue braccia, cullandoci con la loro musica), ho assistito al concerto più intenso ed entusiasmante degli ultimi dieci anni. Niente di che. Così, tanto per sparare una sentenza definitiva alla faccia dei noiosi, loro sì, rompipalle. Mi hanno regalato momenti eterei ed esplosioni di pura gioia. Pietra d'angolo per comprendere questi miei giorni. Teatrali, sfavillanti, commoventi, eccitanti. Mi sono innamorato di quel piccolo folletto di Orri, del suo modo di picchiare sulla batteria: di cuore, di testa e di stomaco. E vedere Jónsi sorridente e divertito è impagabile.
Inchino.
Un'opera d'arte.
Ali(e)nati
Ssiòre e ssiòri, siamo lieti di presentarvi la t-shirt simbolo di questo secolo (quello che tipo otto anni fa si sarebbe detto appena iniziato).
Direttamente dalla vulcanica e creativa mente di Girolamo.
Accattatevilla.
Direttamente dalla vulcanica e creativa mente di Girolamo.
Accattatevilla.
Only if...
Il nuovo disco degli Okkervil River si è fatto un giro pr la rete almeno due mesi prima dell'uscita ufficiale nei negozi (19 settembre). Io, da buon smanettone, me lo sono ovviamente procurato il giorno seguente al suo leak.
Alla fatidica domanda qual è il tuo gruppo preferito?, che ormai non mi fanno più dai tempi del liceo, forse perché, solo a guardarmi, la risposta sarebbe scontata, si potrebbe sostituire la più interessante quale musica vorresti suonare o aver composto se solo fossi più carismatico e intonato e sapessi suonare bene la chitarra e possedessi un grande talento e avessi un taglio di capelli figo?. La replica in questo caso sarebbe affidata all'estro del mio adorato Will Sheff.
Il nuovo disco non sarà il loro capolavoro, ma è comunque quanto di più emozionante (insieme ad altri nomi che poi scoprirete) mi abbia regalato quest'anno in musica. Ed è nella lista dei regali da fare a me stesso.
Per presentarlo ai loro fan, si sono fatti venire un'idea indie che più indie non si può. Affidare a gruppi e cantautori amici la riproposizione di ogni loro canzone di Stand Ins, per poi caricarne i video dei risultati sul tubo. Finora cinque delle ultime composizioni, che si possono ascoltare (e vedere) di riflesso, filtrate dalla sensibilità di un gruppo di amci.
Il risultato, bellissimo, è questo.
Alla fatidica domanda qual è il tuo gruppo preferito?, che ormai non mi fanno più dai tempi del liceo, forse perché, solo a guardarmi, la risposta sarebbe scontata, si potrebbe sostituire la più interessante quale musica vorresti suonare o aver composto se solo fossi più carismatico e intonato e sapessi suonare bene la chitarra e possedessi un grande talento e avessi un taglio di capelli figo?. La replica in questo caso sarebbe affidata all'estro del mio adorato Will Sheff.
Il nuovo disco non sarà il loro capolavoro, ma è comunque quanto di più emozionante (insieme ad altri nomi che poi scoprirete) mi abbia regalato quest'anno in musica. Ed è nella lista dei regali da fare a me stesso.
Per presentarlo ai loro fan, si sono fatti venire un'idea indie che più indie non si può. Affidare a gruppi e cantautori amici la riproposizione di ogni loro canzone di Stand Ins, per poi caricarne i video dei risultati sul tubo. Finora cinque delle ultime composizioni, che si possono ascoltare (e vedere) di riflesso, filtrate dalla sensibilità di un gruppo di amci.
Il risultato, bellissimo, è questo.
Generazione di fenomeni (da baraccone)
Ecco cosa succede a lasciare uno pseudo-trentenne in casa da solo senza la sua ragazza-fidanzata-amica-mamma-badante, se gli viene in mente di lavare un po' di panni in lavatrice. Recuperare un pezzo della suddetta finito nello scarico del lavandino quando tenta di pulirne la vaschetta, con conseguente recupero, sono certo ne converrete, da vero fenomeno.
Ammettere di avere un problema è il primo passo verso la guarigione
Credo di essre malato. Sono in piena fisima da Olimpiadi. Quelle della chinese democracy.
Sono riuscito nella poco invidiabile impresa del segiure ben nove eventi in contemporanea. La tv, insieme alla pagina con le dirette in streaming della rai con, natiuralmònt, tutte le preview aperte. Compreso il nuoto sincronizzato di cui, notoriamente, non me ne frega un cazzo.
Bene, ora che ho chiesto aiuto, qualcuno dovrebbe pure aiutarmi.
Sono riuscito nella poco invidiabile impresa del segiure ben nove eventi in contemporanea. La tv, insieme alla pagina con le dirette in streaming della rai con, natiuralmònt, tutte le preview aperte. Compreso il nuoto sincronizzato di cui, notoriamente, non me ne frega un cazzo.
Bene, ora che ho chiesto aiuto, qualcuno dovrebbe pure aiutarmi.
Ricordami di prendere la macchina fotografica, ok?
Alla fine l'ho lasciata a casa.
Ma i ricordi sono vivi dentro di me; ho le loro immagini impresse nella mia memoria e nel mio cuore. Immaginate che qui ci siano delle foto. Io le ho.
Un mare trasparente ed una spiaggia lucana quasi tutta per noi, gli amici, il pesce come l'ho magiato poche volte in vita mia, la Spigolatrice di Sapri, l'ecomostro di Sapri, volti ormai familiari, un'ospitalità che mi ha fatto sentire come se fossi a casa (anche di più), un lago che ora è il mio rifugio, andare a letto tardi e svegliarsi riposati, le vacanze trascorse con lei che sono la gioia più grande.
Ma i ricordi sono vivi dentro di me; ho le loro immagini impresse nella mia memoria e nel mio cuore. Immaginate che qui ci siano delle foto. Io le ho.
Un mare trasparente ed una spiaggia lucana quasi tutta per noi, gli amici, il pesce come l'ho magiato poche volte in vita mia, la Spigolatrice di Sapri, l'ecomostro di Sapri, volti ormai familiari, un'ospitalità che mi ha fatto sentire come se fossi a casa (anche di più), un lago che ora è il mio rifugio, andare a letto tardi e svegliarsi riposati, le vacanze trascorse con lei che sono la gioia più grande.
Free download, free beach and free Tibet

[1989, Tian'anmen]
Questa immagine è uno dei ricordi più vivi della mia infanzia. Ero ancora nell'età dei perché e perché? con cui tormentavo ogni adulto a me vicino. Le domande erano però cambiate, non si rivolgevano più a quei semplici quesiti tipo perché tutte le mattine devi andare al lavoro? oppure perché gli aerei fanno così tanto rumore? (eh, lo so, non ero un bambino molto sveglio). E anche le risposte erano diventate più complesse.
Sono cresciuto nel rifiuto di ogni forma di oppressione, anche se veniva da quei paesi comunisti che per noi rappresentavano una sorta di speranza.
La cerimonia di apertura è stata la più poetica tra tutte quelle che riesco a ricordare, piena di storia e di eleganza. Le Olimpiadi sono una festa dello sport, di nobili (e va bene, anche retorici) ideali. Sono la festa di un popolo. Sono contento di poterne godere e non sopporto chi vorrebbe boicottarla anche solo come spettatore. Tutti a ricordarsi dei sacrosanti diritti umani proprio ora, quando normalmente vengono relegati in un luogo poco importante della nostra quotidianità. Ha tutte le caratteristiche dell'ennesima moda passeggera. Molti, ne sono sicuro, non sapevano neanche in che parte del mondo fosse il Tibet. Ed ho scoperto di non essere così tollerante. Voglio solo dirvi che condivido le vostre posizioni, forse sono anche più radicale di voi.
Siete semplicemente arrivati troppo tardi.
Sono cresciuto nel rifiuto di ogni forma di oppressione, anche se veniva da quei paesi comunisti che per noi rappresentavano una sorta di speranza.
La cerimonia di apertura è stata la più poetica tra tutte quelle che riesco a ricordare, piena di storia e di eleganza. Le Olimpiadi sono una festa dello sport, di nobili (e va bene, anche retorici) ideali. Sono la festa di un popolo. Sono contento di poterne godere e non sopporto chi vorrebbe boicottarla anche solo come spettatore. Tutti a ricordarsi dei sacrosanti diritti umani proprio ora, quando normalmente vengono relegati in un luogo poco importante della nostra quotidianità. Ha tutte le caratteristiche dell'ennesima moda passeggera. Molti, ne sono sicuro, non sapevano neanche in che parte del mondo fosse il Tibet. Ed ho scoperto di non essere così tollerante. Voglio solo dirvi che condivido le vostre posizioni, forse sono anche più radicale di voi.
Siete semplicemente arrivati troppo tardi.
This is the first video of new life
Conor Oberst fa uscire il disco più bello e suggestivo dell'anno (dopo quello dei Sigur Rós, ovviamònt), intriso di folk e radici americane spalmate su ogni nota. Ad ogni suo nuovo disco aumentano i critici e dissidenti, tutti impegnati a rinfacciargli la mancanza di canzoni "emozionanti". Sono lontani i tempi in cui veniva osannato come un piccolo eroe emo. Eppure solo nel 2004 cantava gli strazianti e bellissimi versi di Lua (che il sottoscritto, con gli occhi umidi, considera la canzone più intensa del secolo).
Vabbè che io mi commuovo anche rivedendo Bambi, ma come non considerare perle emotive canzoni come Cape Canaveral o Danny Callahan?
Bando ai rompipalle, Conor per la prima volta compone un disco senza nascondersi dietro altre sigle. Ora diffonde un video ironico e geniale per accompagnarne una canzone, Souled Out!!!.
Dal gusto lo-fi. Diretto da Alan Tanner.
Godetevelo.
Vabbè che io mi commuovo anche rivedendo Bambi, ma come non considerare perle emotive canzoni come Cape Canaveral o Danny Callahan?
Bando ai rompipalle, Conor per la prima volta compone un disco senza nascondersi dietro altre sigle. Ora diffonde un video ironico e geniale per accompagnarne una canzone, Souled Out!!!.
Dal gusto lo-fi. Diretto da Alan Tanner.
Godetevelo.
School of rock
Durante queste ultime settimane ho scritto poco, perché, in questo periodo, la mia capacità di concentrazione è simile a quella di un adolescente in trip da videogiochi. E la mia voglia di comunicare rasenta l'autismo. In compenso, e forse proprio per questo, gli ultimi mesi sono stati tutti un concorsi, colloqui, domande e curriculum. L'imperativo era cambiare subito lavoro; per ora invece è tutto un ma e un mah.
Ogni mamma che si rispetti ha da sempre esortato, almeno una volta nella vita, i propri figli con uno stai lontano dalle droghe. Tranne la mia. Era chiaro, fin da piccolo, che la mia unica dipendenza oltre i libri, per la quale avrei speso tutti i miei averi, sarebbe stata la musica. La sua singolare alternativa è invece sempre stata quella di mettermi in guardia dallo stare lontano dalla scuola. Lavorativamente parlando, eh. Lei, maestra d'asilo, mi ha sempre illuminato sulle assurdità del sistema scolastico italiano. Un mondo vivo, pulsante, ma la maggior parte delle volte solo di incomprensibili schemi. Ma, visto che sono un giovane ribelle e (ex) capellone, la mia ultima trovata, in ordine di tempo, è stata presentare la domanda per entrare in graduatoria per le supplenze. E dove portarla, da bravo nostagico, se non al liceo nel quale mi sono diplomato? Giusto per spiare la nuova atmosfera, respirarne la vecchia aria e, naturalmente, farmi agitare il cuore nel petto, per sentirlo poi incastrarsi da qualche parte tra il collo e le spalle e poi, per qualche ora, non volerne sapere di tornare al proprio legittimo posto.
Tutto molto bello e romantico, solo che il mio tuffo improvviso e realmente mai preventivato nel passato mi ha fatto constatare che, ahimè, la genitrice non ha mai sbagliato.
Dopo la mia trionfale entrata nell'edificio, occhi lucidi e petto gonfio e tronfio -hey, questa è la mia scuola!-, mi sono scontrato con la realtà che presupponeva evidentemente, non come l'immagine ingenua che nell'attesa avevo costruito nella mia mente, la possibilità che nulla si fosse congelato al momento esatto del verdetto della mia maturità. Nella mia scuola non riconosco e non mi riconosce più nessuno. Ero pronto a qualcuno che mi sarebbe venuto incontro con fare festoso, abbracci, sorrisoni ammiccanti e battute grevi con i bidelli (pardòn, gli operatori culturali). Tutti i rapporti umani costruiti in cinque anni sgretolati per me in un soffio. Ed io, di conseguenza, lì, ora, in questo preciso momento, non sono più nessuno. Nemmeno uno che mi caga oltre i semplici convenevoli di presentazione. La delusione è talmente tanta che perdo subito la voglia e la curiosità di rituffarmi tra quei corridoi. Allora decido di controllare, con finta distrazione, l'elenco dei docenti che non fa altro che confermarmi la triste realtà: tra loro sono rimasti solo gli inutili professori di educazione fisica.
Ma è l'epilogo di questa storia a confermarmi, cacciando via il dubbio che si era insinuato in me, di non aver sbagliato posto. In tutta la segreteria ci sono ancora due pc -quei due pc- che risalgono probabilmente alla prima rivoluzione informatica, Bill G*tes non era ancora nato e gli egiziani stavno ancora ultimando la costruzione della piramide di Chefren. Tutto, compresa la mia targica domanda, è scritto ancora rigorosamente ed unicamente da abili amanuensi su epici registri, pratici come un borsone senza manici, immensi più di un tomo della Storia della Filosofia di Abbagnano. Stona un po' la mia autocertificazione lì in mezzo a cotanta storia della burocrazia pre-caduta del muro di Berlino.
Paradossalmente è proprio questo a farmi uscire contento da quel luogo e da quei ricordi.
Ogni mamma che si rispetti ha da sempre esortato, almeno una volta nella vita, i propri figli con uno stai lontano dalle droghe. Tranne la mia. Era chiaro, fin da piccolo, che la mia unica dipendenza oltre i libri, per la quale avrei speso tutti i miei averi, sarebbe stata la musica. La sua singolare alternativa è invece sempre stata quella di mettermi in guardia dallo stare lontano dalla scuola. Lavorativamente parlando, eh. Lei, maestra d'asilo, mi ha sempre illuminato sulle assurdità del sistema scolastico italiano. Un mondo vivo, pulsante, ma la maggior parte delle volte solo di incomprensibili schemi. Ma, visto che sono un giovane ribelle e (ex) capellone, la mia ultima trovata, in ordine di tempo, è stata presentare la domanda per entrare in graduatoria per le supplenze. E dove portarla, da bravo nostagico, se non al liceo nel quale mi sono diplomato? Giusto per spiare la nuova atmosfera, respirarne la vecchia aria e, naturalmente, farmi agitare il cuore nel petto, per sentirlo poi incastrarsi da qualche parte tra il collo e le spalle e poi, per qualche ora, non volerne sapere di tornare al proprio legittimo posto.
Tutto molto bello e romantico, solo che il mio tuffo improvviso e realmente mai preventivato nel passato mi ha fatto constatare che, ahimè, la genitrice non ha mai sbagliato.
Dopo la mia trionfale entrata nell'edificio, occhi lucidi e petto gonfio e tronfio -hey, questa è la mia scuola!-, mi sono scontrato con la realtà che presupponeva evidentemente, non come l'immagine ingenua che nell'attesa avevo costruito nella mia mente, la possibilità che nulla si fosse congelato al momento esatto del verdetto della mia maturità. Nella mia scuola non riconosco e non mi riconosce più nessuno. Ero pronto a qualcuno che mi sarebbe venuto incontro con fare festoso, abbracci, sorrisoni ammiccanti e battute grevi con i bidelli (pardòn, gli operatori culturali). Tutti i rapporti umani costruiti in cinque anni sgretolati per me in un soffio. Ed io, di conseguenza, lì, ora, in questo preciso momento, non sono più nessuno. Nemmeno uno che mi caga oltre i semplici convenevoli di presentazione. La delusione è talmente tanta che perdo subito la voglia e la curiosità di rituffarmi tra quei corridoi. Allora decido di controllare, con finta distrazione, l'elenco dei docenti che non fa altro che confermarmi la triste realtà: tra loro sono rimasti solo gli inutili professori di educazione fisica.
Ma è l'epilogo di questa storia a confermarmi, cacciando via il dubbio che si era insinuato in me, di non aver sbagliato posto. In tutta la segreteria ci sono ancora due pc -quei due pc- che risalgono probabilmente alla prima rivoluzione informatica, Bill G*tes non era ancora nato e gli egiziani stavno ancora ultimando la costruzione della piramide di Chefren. Tutto, compresa la mia targica domanda, è scritto ancora rigorosamente ed unicamente da abili amanuensi su epici registri, pratici come un borsone senza manici, immensi più di un tomo della Storia della Filosofia di Abbagnano. Stona un po' la mia autocertificazione lì in mezzo a cotanta storia della burocrazia pre-caduta del muro di Berlino.
Paradossalmente è proprio questo a farmi uscire contento da quel luogo e da quei ricordi.
A volte ritornano
Scrivere di musica è come bla bla bla. La mia seconda recensione profèscional, ancor più profèscional se si pensa che, come ormai tutti sanno da tempo immemore, Vinicio Capo**ela mi sta ampiamente sui coglioni.
Grazie come sempre a chi mi ha incoraggiato e donato fiducia. E all'incosciente che le pubblica.
Beati gli uomini che non hanno bisogno di eroi (Bertold Brecht)

L’amore può essere rappresentato in un quadro di Munch o decantato nei versi di Keats.
Si può pensare, guardare all’amore attraverso quella foto di noi due vicini.
O nei tulipani che ti ho regalato.
Io l’immagino in questo momento legato a doppio filo con un disco dei Nada Surf. L’ultimo. Rappresentano il mio bisogno di leggerezza. Proprio quello che di più bello regala l’amore: leggerezza e spensieratezza.
Ora sono i miei eroi. Di quelli che sono belli e muoiono giovani, eh.
Ora, che iddìo (?) li abbia in gloria e li aiuti a campare cent’anni, perché ho fame delle loro liriche e della loro musica che mi culla e che mi mette le ali. Tutto insieme.
Quasi come un suo sorriso.
La mia ipotesi, spalleggiata dalla stanchezza, era che non sarebbe mai arrivato l’amore vero. Quello più felice, intenso e destinato a durare.
E aspettavo un qualcosa che, senza agire, non si sarebbe mai presentato. Il momento che senti cadere il vento dalle tue vele. Ma il tempo è stato clemente con me.
È una di quelle pagine della vita da aggiungere alla mia pressoché infinita lista che riporta il nome di “eventi nei quali non speravi quasi neanche più ed invece, come al solito, ti sei dovuto ricredere, coglione!”.
L’amore lo si può celebrare anche così.
Sono due anni che non piove.
Si può pensare, guardare all’amore attraverso quella foto di noi due vicini.
O nei tulipani che ti ho regalato.
Io l’immagino in questo momento legato a doppio filo con un disco dei Nada Surf. L’ultimo. Rappresentano il mio bisogno di leggerezza. Proprio quello che di più bello regala l’amore: leggerezza e spensieratezza.
Ora sono i miei eroi. Di quelli che sono belli e muoiono giovani, eh.
Ora, che iddìo (?) li abbia in gloria e li aiuti a campare cent’anni, perché ho fame delle loro liriche e della loro musica che mi culla e che mi mette le ali. Tutto insieme.
Quasi come un suo sorriso.
La mia ipotesi, spalleggiata dalla stanchezza, era che non sarebbe mai arrivato l’amore vero. Quello più felice, intenso e destinato a durare.
E aspettavo un qualcosa che, senza agire, non si sarebbe mai presentato. Il momento che senti cadere il vento dalle tue vele. Ma il tempo è stato clemente con me.
È una di quelle pagine della vita da aggiungere alla mia pressoché infinita lista che riporta il nome di “eventi nei quali non speravi quasi neanche più ed invece, come al solito, ti sei dovuto ricredere, coglione!”.
L’amore lo si può celebrare anche così.
Sono due anni che non piove.
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