Il lavoro logora

Cosa c'è di più irritante del tuo collega che non fa un cazzo tutto il giorno?
La tua collega che te lo ricorda con le sue lamentele ogni stramaledetto secondo.

Guida per riconoscere i tuoi santi

Ho stabilito, giusto quattro giorni fa, che non voglio più invidiare le ciminiere perché hanno sempre da fumare (cit.). Ma smettere di fumare, dopo averlo deciso non so quante volte (sono un talento niente male in questo campo) e in un periodo di forti tensioni come questo, non è proprio l’idea più indicata che sarebbe potuta venirmi, ma tant’è.

Al secondo giorno mi si è subito manifestato San Sebastiano sul Palatino, con le sembianze della mia amica C., che , forse credendo di incoraggiarmi (non si è capito però secondo la logica di quale pianeta), mi ha confessato che i primi giorni saranno devastanti. Parole che si sono trasformate in frecce e che hanno perforato la mia ferrea volontà.
Durante il periodo di tempo cha va dalle quarantotto alle novantasei ore - noi tossici scandiamo così il tempo delle nostre astinenze – mi si presenta F. sotto le mentite spoglie della Madonna di Fatima, il quale si è sentito in dovere di profetizzarmi il mio prossimo fallimento.
Poi, al quarto giorno, arriva il mio amico A., novello San Tommaso, che non ci credo nemmeno se ti vedo.
Mia madre ha scomodato Gesù Cristo in persona, invocandolo per la grazia ricevuta. Roba da lacrime di sangue.

Infine l’ammòremio, Santa Francesca Lucana, che ha la pazienza di sopportare il mio nervosismo acutizzato da lancinanti crisi d’astinenza.

Sigur Rós, Cavea dell'Auditorium - Parco della Musica, Roma [12.07.2008]


[pics by dufresne]


Commento brillante #1, proveniente dalle mie spalle: i coriandoli che cascavano dall'alto (no, guarda, dal basso) era un effetto semplice, ma spaccava proprio (spaccava ripetuto successivamente per 5-6 volte in due minuti)

Commento brillante #2, proveniente sempre dalle mie spalle, insomma era la stessa persona: hai visto prima, al batterista jè cascata 'na cassa... (Orri ha scaraventato via con un calcio la grancassa)

Notato la data? Niente male, eh. Ma non importa, quella serata la porterò per sempre nei miei brividi. Quindi non è mai troppo tardi.

Esterno giorno.
Mi ha sempre incuriosito scrutare il pubblico di un concerto. Capire il tipo di persone che segue un musicista, ti aiuta a capire un po’ chi sei. Tu, lì in mezzo, sei un tutt’uno con gli altri, uno spirito comune o finisci per sentirti fuori luogo. Nonostante il pregiudizio che si ha sui Sigur Rós,il luogo del pre-concerto non era pieno di astanti bianchicci e malfermi, esseri diafani che cadrebbero al primo colpo di vento. Però quelli che c’erano, me li immaginavo correre subito a casa dopo l’evento e rannicchiarsi, seduti a terra, con le ginocchia sul volto e tremanti in un angolo. Oh, non guardatemi così, ognuno ha i suoi hobby.
Arriviamo che è ancora giorno, il tramonto accompagna la loro entrata sul palco dalla scenografia sobria e bellissima, e in quell’atmosfera spero con tutto me stesso che inizino con Vaka. Un tramonto, Roma, la musica, Lei, quale commistione migliore? Non la suoneranno per tutto il concerto, ma riescono nell’ardua impresa del non farmene pesare la mancanza.

Esterno notte.
Si presentano sul palco con la loro solita estetica: luci posizionate per creare suggestive figure sfumate, ma che hanno impedito foto decenti (apperò, bella come scusa).
Nonostante le malevole previsioni altrui (in pratica l'dea di fondo era quella che che Mr.Orfeo ci sarebbe venuti a prendere tra le sue braccia, cullandoci con la loro musica), ho assistito al concerto più intenso ed entusiasmante degli ultimi dieci anni. Niente di che. Così, tanto per sparare una sentenza definitiva alla faccia dei noiosi, loro sì, rompipalle. Mi hanno regalato momenti eterei ed esplosioni di pura gioia. Pietra d'angolo per comprendere questi miei giorni. Teatrali, sfavillanti, commoventi, eccitanti. Mi sono innamorato di quel piccolo folletto di Orri, del suo modo di picchiare sulla batteria: di cuore, di testa e di stomaco. E vedere Jónsi sorridente e divertito è impagabile.
Inchino.
Un'opera d'arte.







Ali(e)nati

Ssiòre e ssiòri, siamo lieti di presentarvi la t-shirt simbolo di questo secolo (quello che tipo otto anni fa si sarebbe detto appena iniziato).
Direttamente dalla vulcanica e creativa mente di Girolamo.
Accattatevilla.

Only if...

Il nuovo disco degli Okkervil River si è fatto un giro pr la rete almeno due mesi prima dell'uscita ufficiale nei negozi (19 settembre). Io, da buon smanettone, me lo sono ovviamente procurato il giorno seguente al suo leak.
Alla fatidica domanda qual è il tuo gruppo preferito?, che ormai non mi fanno più dai tempi del liceo, forse perché, solo a guardarmi, la risposta sarebbe
scontata, si potrebbe sostituire la più interessante quale musica vorresti suonare o aver composto se solo fossi più carismatico e intonato e sapessi suonare bene la chitarra e possedessi un grande talento e avessi un taglio di capelli figo?. La replica in questo caso sarebbe affidata all'estro del mio adorato Will Sheff.
Il nuovo disco non sarà il loro capolavoro, ma è comunque quanto di più emozionante (insieme ad altri nomi che poi scoprirete) mi abbia regalato quest'anno in musica. Ed è nella lista dei regali da fare a me stesso.
Per presentarlo ai loro fan, si sono fatti venire un'idea indie che più indie non si può. Affidare a gruppi e cantautori amici la riproposizione di ogni loro canzone di Stand Ins, per poi caricarne i video dei risultati sul tubo. Finora cinque delle ultime composizioni, che si possono ascoltare (e vedere) di riflesso, filtrate dalla sensibilità di un gruppo di amci.
Il risultato, bellissimo, è
questo.

Generazione di fenomeni (da baraccone)

Ecco cosa succede a lasciare uno pseudo-trentenne in casa da solo senza la sua ragazza-fidanzata-amica-mamma-badante, se gli viene in mente di lavare un po' di panni in lavatrice. Recuperare un pezzo della suddetta finito nello scarico del lavandino quando tenta di pulirne la vaschetta, con conseguente recupero, sono certo ne converrete, da vero fenomeno.

Ammettere di avere un problema è il primo passo verso la guarigione

Credo di essre malato. Sono in piena fisima da Olimpiadi. Quelle della chinese democracy.
Sono riuscito nella poco invidiabile impresa del segiure ben nove eventi in contemporanea. La tv, insieme alla pagina con le dirette in streaming della rai con, natiuralmònt, tutte le preview aperte. Compreso il nuoto sincronizzato di cui, notoriamente, non me ne frega un cazzo.

Bene, ora che ho chiesto aiuto, qualcuno dovrebbe pure aiutarmi.

Ricordami di prendere la macchina fotografica, ok?

Alla fine l'ho lasciata a casa.
Ma i ricordi sono vivi dentro di me; ho le loro immagini impresse nella mia memoria e nel mio cuore. Immaginate che qui ci siano delle foto. Io le ho.
Un mare trasparente ed una spiaggia lucana quasi tutta per noi, gli amici, il pesce come l'ho magiato poche volte in vita mia, la Spigolatrice di Sapri, l'ecomostro di Sapri, volti ormai familiari, un'ospitalità che mi ha fatto sentire come se fossi a casa (anche di più), un lago che ora è il mio rifugio, andare a letto tardi e svegliarsi riposati, le vacanze trascorse con lei che sono la gioia più grande.

Free download, free beach and free Tibet


[1989, Tian'anmen]
Questa immagine è uno dei ricordi più vivi della mia infanzia. Ero ancora nell'età dei perché e perché? con cui tormentavo ogni adulto a me vicino. Le domande erano però cambiate, non si rivolgevano più a quei semplici quesiti tipo perché tutte le mattine devi andare al lavoro? oppure perché gli aerei fanno così tanto rumore? (eh, lo so, non ero un bambino molto sveglio). E anche le risposte erano diventate più complesse.
Sono cresciuto nel rifiuto di ogni forma di oppressione, anche se veniva da quei paesi comunisti che per noi rappresentavano una sorta di speranza.

La cerimonia di apertura è stata la più poetica tra tutte quelle che riesco a ricordare, piena di storia e di eleganza. Le Olimpiadi sono una festa dello sport, di nobili (e va bene, anche retorici) ideali. Sono la festa di un popolo. Sono contento di poterne godere e non sopporto chi vorrebbe boicottarla anche solo come spettatore. Tutti a ricordarsi dei sacrosanti diritti umani proprio ora, quando normalmente vengono relegati in un luogo poco importante della nostra quotidianità. Ha tutte le caratteristiche dell'ennesima moda passeggera. Molti, ne sono sicuro, non sapevano neanche in che parte del mondo fosse il Tibet. Ed ho scoperto di non essere così tollerante. Voglio solo dirvi che condivido le vostre posizioni, forse sono anche più radicale di voi.
Siete semplicemente arrivati troppo tardi.

This is the first video of new life



Conor Oberst fa uscire il disco più bello e suggestivo dell'anno (dopo quello dei Sigur Rós, ovviamònt), intriso di folk e radici americane spalmate su ogni nota. Ad ogni suo nuovo disco aumentano i critici e dissidenti, tutti impegnati a rinfacciargli la mancanza di canzoni "emozionanti". Sono lontani i tempi in cui veniva osannato come un piccolo eroe emo. Eppure solo nel 2004 cantava gli strazianti e bellissimi versi di Lua (che il sottoscritto, con gli occhi umidi, considera la canzone più intensa del secolo).
Vabbè che io mi commuovo anche rivedendo Bambi, ma come non considerare perle emotive canzoni come Cape Canaveral o Danny Callahan?
Bando ai rompipalle, Conor per la prima volta compone un disco senza nascondersi dietro altre sigle. Ora diffonde un video ironico e geniale per accompagnarne una canzone, Souled Out!!!.
Dal gusto lo-fi. Diretto da Alan Tanner.
Godetevelo.

School of rock

Durante queste ultime settimane ho scritto poco, perché, in questo periodo, la mia capacità di concentrazione è simile a quella di un adolescente in trip da videogiochi. E la mia voglia di comunicare rasenta l'autismo. In compenso, e forse proprio per questo, gli ultimi mesi sono stati tutti un concorsi, colloqui, domande e curriculum. L'imperativo era cambiare subito lavoro; per ora invece è tutto un ma e un mah.

Ogni mamma che si rispetti ha da sempre esortato, almeno una volta nella vita, i propri figli con uno stai lontano dalle droghe. Tranne la mia. Era chiaro, fin da piccolo, che la mia unica dipendenza oltre i libri, per la quale avrei speso tutti i miei averi, sarebbe stata la musica. La sua singolare alternativa è invece sempre stata quella di mettermi in guardia dallo stare lontano dalla scuola. Lavorativamente parlando, eh. Lei, maestra d'asilo, mi ha sempre illuminato sulle assurdità del sistema scolastico italiano. Un mondo vivo, pulsante, ma la maggior parte delle volte solo di incomprensibili schemi. Ma, visto che sono un giovane ribelle e (ex) capellone, la mia ultima trovata, in ordine di tempo, è stata presentare la domanda per entrare in graduatoria per le supplenze. E dove portarla, da bravo nostagico, se non al liceo nel quale mi sono diplomato? Giusto per spiare la nuova atmosfera, respirarne la vecchia aria e, naturalmente, farmi agitare il cuore nel petto, per sentirlo poi incastrarsi da qualche parte tra il collo e le spalle e poi, per qualche ora, non volerne sapere di tornare al proprio legittimo posto.

Tutto molto bello e romantico, solo che il mio tuffo improvviso e realmente mai preventivato nel passato mi ha fatto constatare che, ahimè, la genitrice non ha mai sbagliato.
Dopo la mia trionfale entrata nell'edificio, occhi lucidi e petto gonfio e tronfio -hey, questa è la mia scuola!-, mi sono scontrato con la realtà che presupponeva evidentemente, non come l'immagine ingenua che nell'attesa avevo costruito nella mia mente, la possibilità che nulla si fosse congelato al momento esatto del verdetto della mia maturità. Nella mia scuola non riconosco e non mi riconosce più nessuno. Ero pronto a qualcuno che mi sarebbe venuto incontro con fare festoso, abbracci, sorrisoni ammiccanti e battute grevi con i bidelli (pardòn, gli operatori culturali). Tutti i rapporti umani costruiti in cinque anni sgretolati per me in un soffio. Ed io, di conseguenza, lì, ora, in questo preciso momento, non sono più nessuno. Nemmeno uno che mi caga oltre i semplici convenevoli di presentazione. La delusione è talmente tanta che perdo subito la voglia e la curiosità di rituffarmi tra quei corridoi. Allora decido di controllare, con finta distrazione, l'elenco dei docenti che non fa altro che confermarmi la triste realtà: tra loro sono rimasti solo gli inutili professori di educazione fisica.

Ma è l'epilogo di questa storia a confermarmi, cacciando via il dubbio che si era insinuato in me, di non aver sbagliato posto. In tutta la segreteria ci sono ancora due pc -quei due pc- che risalgono probabilmente alla prima rivoluzione informatica, Bill G*tes non era ancora nato e gli egiziani stavno ancora ultimando la costruzione della piramide di Chefren. Tutto, compresa la mia targica domanda, è scritto ancora rigorosamente ed unicamente da abili amanuensi su epici registri, pratici come un borsone senza manici, immensi più di un tomo della Storia della Filosofia di Abbagnano. Stona un po' la mia autocertificazione lì in mezzo a cotanta storia della burocrazia pre-caduta del muro di Berlino.

Paradossalmente è proprio questo a farmi uscire contento da quel luogo e da quei ricordi.

A volte ritornano

Scrivere di musica è come bla bla bla. La mia seconda recensione profèscional, ancor più profèscional se si pensa che, come ormai tutti sanno da tempo immemore, Vinicio Capo**ela mi sta ampiamente sui coglioni.
Grazie come sempre a chi mi ha incoraggiato e donato fiducia. E all'incosciente che le pubblica.

Sogno di una notte di mezz’estate

Più che un sogno, una meravigliosa realtà. Così, un anno dopo, la magia si ripete.
Questa volta senza sms.

Beati gli uomini che non hanno bisogno di eroi (Bertold Brecht)


L’amore può essere rappresentato in un quadro di Munch o decantato nei versi di Keats.
Si può pensare, guardare all’amore attraverso quella foto di noi due vicini.
O nei tulipani che ti ho regalato.
Io l’immagino in questo momento legato a doppio filo con un disco dei Nada Surf. L’ultimo. Rappresentano il mio bisogno di leggerezza. Proprio quello che di più bello regala l’amore: leggerezza e spensieratezza.
Ora sono i miei eroi. Di quelli che sono belli e muoiono giovani, eh.
Ora, che iddìo (?) li abbia in gloria e li aiuti a campare cent’anni, perché ho fame delle loro liriche e della loro musica che mi culla e che mi mette le ali. Tutto insieme.
Quasi come un suo sorriso.

La mia ipotesi, spalleggiata dalla stanchezza, era che non sarebbe mai arrivato l’amore vero. Quello più felice, intenso e destinato a durare.
E aspettavo un qualcosa che, senza agire, non si sarebbe mai presentato. Il momento che senti cadere il vento dalle tue vele. Ma il tempo è stato clemente con me.
È una di quelle pagine della vita da aggiungere alla mia pressoché infinita lista che riporta il nome di “eventi nei quali non speravi quasi neanche più ed invece, come al solito, ti sei dovuto ricredere, coglione!”.
L’amore lo si può celebrare anche così.

Sono due anni che non piove.

Ian MacKaye è vivo e lotta con noi

Come dite? Mica è morto veramente?
Infatti era solo un pretesto per parlare dei The Shackeltons. Giovani sbarbatelli che nell'epoca dell'indie modaiolo se ne escono con un disco lontano da tutto e da tutti. Musica viscerale, suonata con la pancia. Un pugno deciso sul viso che scompiglia le nostre belle frangette del cazzo.
Che c'entrano i Fugazi? Beh, ascoltateli.

Tutto mi sarei aspettato dalla vita…

…tranne un giorno pestare una merda direttamente nel bagno della società per la quale lavoro.

Siamo troppo suggestionabili, infantili ed interpretabili, siamo troppo suggestionabili

Oh, caro soggetto ansioso ed un (bel) po’ ipocondriaco, lo so che ti starai già immedesimando nel titolo. Voglio dirti subito che le tue speranze di guarigione dai tuoi mali immaginari scompariranno solo quando arriveranno quelli veri. Sei senza speranza alcuna.
È inutile tentare strade tortuose, i tuoi occhi allucinati raccontano più di mille parole.
Il tuo tono di voce parkinsoniano che ti esce quando tenti serio di mostrare falsa sicurezza ed impassibilità ma quei valori, di preciso, quanto sono più alti del normale?, tradisce tutta la tua reale natura, ché già il solo fatto che tu stia facendo quella domanda presuppone che nelle tue mutande ci sia una quantità di merda inversamente proporzionale al tuo coraggio.
Tanto, nel momento in cui formulerai quella banale domanda, lui -il tuo medico- ti guarderà dentro, ma non alla ricerca di malattie. E sarà come se stessi indossando solo un armamento diàfano, come se la tua pelle fosse nient’altro che carta velina sporca d’inchiostro. E vedrà tutto il tuo malcelato terrore, quello di un bambino al buio che si stringe al suo orsacchiotto, sicuro che così, chissà poi perché, grazie a lui sarà protetto. Per poi risponderti con un oh, non ti preoccupare, non fare quella faccia! (quale faccia? Ma se ho appena assunto l’espressione da duro e maledetto!?).
Dopo avergli elencato tutta una serie di (im)possibili e terribili malattie -tutte ugualmente mortali e/o gravemente invalidanti-, ostentando la conoscenza dell’esimio Dr. Pasternacktroft, luminare della medicina e fantomatico Premio Nobel tedesco, o la pedissequa conoscenza di interi tomi di Patologia comparata che avresti studiato nella tua facoltà di Scienze Politiche, vedrai il suo viso contrarsi in un ah, maledetto Wikipedia!, ed avrà così già capito la fonte delle tue personalissime e casarecce diagnosi, le quali andranno in frantumi nel momento esatto in cui sorprenderai i suoi occhi rivolti per mezzo secondo verso il cielo, un sospiro carico di disperazione a stento trattenuto ed il suo pensiero uscire come in un fumetto dalla sua testa -ah, stramaledetto Wikipedia!- e ti accorgerai di essere stato tanato. Poi, in un sincero atto di contrizione ti vergognerai, giusto il tempo di conoscere la sua (quasi non meno catastrofica -oh, non è niente, eh-) diagnosi parziale -che tu interpreterai come assolutamente definitiva- sulle tue analisi dai valori sballati e la sua prescrizione di accertamenti approfonditi che rappresentano, per uno come te che è un’autorità in questo campo -quello dell’ansia- la panacea di tutti i tuoi dubbi: avevi ragione tu. Ma ma, qualla l’avevo già detta io, niente-fiori-ma-opere-di-bene, e quella, oh, è anche peggio, nooo, ma daiii, ma tu guarda questo…
Sei senza speranza alcuna.

Le Luci Della Centrale Elettrica, Circolo degli Artisti, Roma [11.06.2008]


[pic by dufresne]


noi siamo egocentrici
come i gatti
scappati dai condomini

Some useless words to my dear friend Peter

Sono contento che ti sia voluto sfogare sul mio blog.
Quante volte abbiamo parlato del tuo lavoro come di un’attività psicologicamente logorante? Ma, in tutti questi anni, quante persone sei riuscito ad aiutare e soprattutto quanti, grazie al tuo sforzo, si sono sentite meno sole?
Ti immagino, vicino al ragazzo rumeno, con l’istinto e la voglia di abbracciarlo. Io, solo a leggere questa storia, mi sono sentito un morso al cuore.Quanta dignità, quanta forza e quanto coraggio! Dovrebbero servirci da insegnamento di fronte alle difficoltà.

Il mio blog ha come sottotitolo “vogliamo il pane, ma anche le rose”, ed è uno slogan usato dalle operaie tessili del Massachusetts in sciopero per settimane nel 1912 per richiedere a gran voce migliori condizioni di lavoro. Ma non pretendevano solo di poter mangiare (il pane), non era solo questo lo scopo della loro protesta. Volevano anche le rose, perché nella vita non è solo necessario poter mangiare per vivere, ma lo sono altrettanto le passioni, la poesia, la musica. Sono il necessario. Tu non hai niente di troppo, ma è quel ragazzo ad essere stato derubato dei suoi sogni. È facile e pericoloso rovesciare questa logica, è questo che ci fa sentire terribilmente a disagio con certe storie. Quello che hai tu, ti è dovuto, e non devi sentirti neanche fortunato. È quello che ti spetta, è quello che ti sei meritato e guadagnato con il sudore e con tanti sacrifici. Come sicuramente quel ragazzo che hai conosciuto.



p.s. ci vieni al concerto? c'è anche G. No, non farti troppe illusioni, non cercare di capire a quale stupenda femminona appartenga questa misteriosa iniziale. Trattasi di un tuo amico, nonché cugino di Franca.

Produzioni seriali di cieli stellati


Ma che bello, che bello.
Scusate l’euforia, ma cercavo di darmi un po’ di entusiasmo da solo, perché il Vasco dei poveri qui, te lo toglie tutto. Mai ascoltato un cantautore più depresso e deprimente; una specie di cantautorato punk. Però, cazzo, è proprio bravo.
È un poeta, di quelli maledetti. Di quelli che raccontano storie che farebbero impallidire i personaggi dei libri di Irvine Welsh. Si fa infiammare le corde vocali, dalle sigarette e dalle grida che sputano parole amare sulle oscenità e sulle violenze psicologiche, e non, che lo circondano. Ma lo fa con una poesia decadente che mette in fila perle di spessore invidiabile. Con i suoi testi pieni di ardore ti porta in una vita tossica che brucia vissuta ai margini, consumata nei paesaggi industriali di periferia e nell’immaginario consueto e desolante che creano. Storie a volte senza redenzione, il tempo è cadenzato, costante nei gesti estremi e spesso nichilisti, in un’esistenza continuamente passata a sentirsi la terra franare sotto i piedi. Disillusioni lontane anni luce dalla mia vita. Rabbia e disperazione densa, che Le luci della centrale elettrica (bello come nome, vero? senz’altro evocativo) ti sbatte nelle orecchie senza chiedere scusa.

n.b. da evitare come la peste, o come le rotaie del tram quando si è sulla motoretta (lo dico per esperienza), insomma assolutamente, se si è già in una fase vorrei-tagliarmi-le-vene, perché Brondi vi darà le motivazioni per farlo veramente.

Dopo questa solare presentazione, vi dico che l’11 giugno suonerà al Circolo. Chi viene con me?


p.s. nessuna droga è stata usata durante la stesura di questo post, non sia mai.

Alla fine non sono stato al concerto dei dinosauri e non me ne pento neanche un po’

Da grande voglio essere come Nick Hornby. È per questo che mi sto facendo cadere i capelli. Sì, lo faccio apposta, giuro. Solo che poi c’è il pericolo, più volte preventivato, di finire per assomigliare a Lino Benfi, data anche l’evidente stazza. Ma è un rischio che sono disposto a correre.
Ironico, arguto, intelligente, dissacrante, sensibile, l’altra sera se ne stava su quel palco a farsi fotografare con duemila persone -o quasi- sullo sfondo. E mentre lo faceva indicava noi, ecco i miei amici.
Potere e forza della parola scritta riunire così tante persone gioiose. Anche se all’ombra della Basilica di Massenzio, in mezzo a tanta comunicatività, c’era veramente il rischio di passare tutto il tempo ad ammirarla illuminata, invece di osservare i protagonisti della serata.
Lui, per tre quarti d’ora, legge versi come sempre taglienti presi un capitolo del suo nuovo libro, si siede a fumare quando suona il gruppo che musica la serata, ironizza su se stesso e sulle sue opere, saluta, si inchina e se ne va.
Stending ovèscion d’obbligo e sorrisi a trentasei denti.
Facile facile. E così emozionante.

Scrivere di musica è come ballare d’architettura (cit.)

Eccovi la mia prima recensione profèscional. Qualcuno ha avuto il coraggio, o l’incoscienza, di pubblicarla. Per questo lo ringrazio. E ringrazio il mio amico Pietro che mi ha spinto ed incoraggiato a farla.
Se siano stati più saggi o più pazzi, decidetelo voi.


n.b. se siete un dirigente di una major e state leggendo, siete tutti bravissimi e competenti e simpatici e sicuramente avete anche molti capelli e siete virili.

I giganti

Siamo arrivati (lasciate stare il solito imbarazzante inno e cliccate su skip, presto!) ad un passo dal titolo, anche qui. Nella finale dei play off: domani "gara 1". Ho visto i biglietti per le gare romane costare la metà per gli under ventitré. Sono quindi determinato a travestirmi da adolescente, in modo da fugare ogni dubbio ed aggirare più facilmente i zelanti controllori. Pensavo di sbarbarmi ed indossare una maglietta dei Tok*o Hotel. Due o tre brufoli ce li metto di mio, avrei bisogno solo di un linguaggio ggiovane. Chi ha suggerimenti da darmi?

Freak scene

Preso da un moto di ribellione, roba da far invidia al giovine Holden, ho deciso spontaneamente, senza la costrizione di forze esterne né per mancanza di pecunia, che non andrò al concerto dei Dinosaur Jr. Evento che aspettavo da quando avevo più o meno quindici anni.
Ci sono due contingenze che avranno luogo la stessa sera, una congiunzione astrale infausta provocata senza dubbio da dei malevoli (ancora loro), come non se ne vedeva dai tempi dello scudetto alla L*zio. Il caso vuole che proprio nella stessa calda notte romana ci sia, nell’ambito della rassegna del Festival delle Letterature, nella meravigliosa cornice della Basilica di Massenzio (immaginatela di notte, illuminata... da togliere il fiato), una serata dedicata a Nick Hornby, con la diretta partecipazione del mirabolante scrittore d’Albione. Quello che ha scritto pagine nelle quali come poche volte mi sono così rispecchiato; un personaggio, quello di Rob Fleming, che fa parte del mio essere. Ancora più dei dinosauri.
Poi tanto vi farò una compilèscion con la top fàiv dei concerti imperdibili che mi sono perso. Ci saranno anche loro.

I’m not as sad as Dostojevskij, I’m not as clever as Mark Twain (cit.)

Avete mai provato a fare il sympa ad un colloquio di lavoro? Io sì, qualche anno fa. Non fatelo. Del tipo ritrovarsi di fronte la psicologa-cessa addetta alle selezioni del personale ed il responsabile delle assunzioni per conto dell’azienda, simpatico come un dito nel culo e che per brevità chiamerò il cornuto.
psicologa-cessa: che lavoro fa tua madre?
dufresne: insegnante… insegna all’asilo.
p-c: che poi ora mi sembra si dica “scuola dell’infanzia”, vero?
dufresne: sì, in effetti mia madre mi riprende sempre quando parlo di “asilo”…
p-c: ma alla fine sono solo formalità burocratiche. Ora si dà troppo peso all’apparenza… (segue pippone –giustissimo– sulla vacuità degli eufemismi dei tempi moderni)…
il cornuto: eh, e poi ci tengono alle formalità, guai a trasgredire, si incazzano proprio!
[sguardo tra l’attonito ed il perplesso di dufresne]

dufresne
: sì sì, infatti una volta un bambino si è avvicinato a mia madre per confessarle maestra, lo sciai che mi piasce tanto venire all’asilo? L’ha picchiato.
Lei, cogliendo l’ironia un po’ cinica si è subito messa a ridere. Mi volto verso di lui: una maschera che lasciava trasparire solo orrore. Volto di pietra. Tutt’intorno una distesa di ghiaccio, e mi sono sentito come se stessi camminando a piedi nudi sulla superficie del lago ghiacciato di Peipus. Freddino, vero? Così mi sono sentito in obbligo di aggiungere “sto scherzando”. Allora lo psicorigido (e cornuto) finalmente si scioglie (insieme al ghiaccio) e si lascia andare. Alla fine sorrisi ed inculate, anche se quel lavoro non l'avrei mai fatto.
E vabbè, a questo punto avrete capito il motivo che ultimamente mi ha portato a scrivere poco. Perché la mia testa ed i miei pensieri erano tutti proiettati verso un evento, una meta tanto agoniata. Ero in attesa di una sospirata risposta che sarebbe dovuta arrivare qualche giorno fa. Ecco, il sarebbe si è trasformato in non-mi-hanno-chiamato. L’ennesimo colpo basso al mio già fragile ego.
E pensare che credevo di avere tutte le carte in regola per questo lavoro. Passione e competenza. In più grande professionalità del sottoscritto durante il colloquio e determinazione a fare bene (senza battutone-nerd da somministrare agli esaminatori-kappler). Con la mia mente, emotiva ed ansiosa che comunque scriveva il copione delle più grandi figure di merda che –sicuramente– avrei fatto. Come inciampare e finire disteso per terra con posa a là Gesù Cristo. Sai che vergogna. O sputare sul foglio mentre parlo. Cose così.
Mi potrei nascondere dietro mille banali e vigliacche scuse, giusto per non ammettere la triste realtà. Ci sono molti ragazzi più brillanti di me e che sono stati ritenuti più idonei.
Io tiro fuori l’orgoglio e vado avanti. Giro la pagina di un romanzo (un dramma?) che mi stava appassionando e nel quale avevo riposto molte (troppe) speranze, ma con un finale deludente.

Epilogo (al precedente post)

Ormai Parma nel mio immaginario non sarà più la città cinquecentesca, che culla il suo Duomo, l’imponente Battistero di marmo rosa o gli affreschi evocativi del Correggio. D’ora in poi sarà solamente una piccola, triste cittadina di provincia, immersa perennemente nella nebbia.

Sshhhhh

Voi oggi che fate?
Oh, se il Parma si salva dalla retrocessione, ci vediamo a Testaccio a festeggiare.
Altrimenti: grazie Reagan, bombardaci Parma (cit.).
Sorrisone ammiccànt.

p.s. poi vi spiego perché non scrivo da due settimane.

Afterhours, Teatro Tendastrisce, Roma [08.05.2008]

Oggi non ho tempo, né voglia, di scrivere. Accontentatevi degli appunti (incompleti) post-concerto.
Poi partecipa anche tu al nuovo concorso di dufresne, "Aguzza la vista": cento punti a chi scova le strunzate che ho scritto.

I cento passi un par di palle


Cinisi, novemaggiomillenovecentosettantotto.
Trent'anni dopo. Trent'anni oggi.
E non abbiamo imparato niente.
In un paese dove, se palri di Memoria, ti consigliano l'Acu*il Fosforo.

Quest'anno è forte la tua Fiorentina... (cit.)

L’altra sera avrei potuto vedere, in un colpo solo, Adam Green, Le Luci della Centrale Elettrica e Laura Marling. Avrei potuto, perché ho preferito rinunciare all’evento concertistico di maggio, per rimanere in casa a godermi la semifinale di Coppa Uefa della Fiorentina.
Il preferito naturalmente è un eufemismo che sta per costretto da Giovanni, che ha messo il sottoscritto di fronte all’alternativa di essere cacciato di casa. Sono certo converrete che abbia fatto la scelta giusta.
In realtà mi sono seduto su una sedia (ma il volume era quello di un concerto), perché ormai mi sono appassionato a questa squadra, ma soprattutto per vivere una serata in empatia totale con lui. Uno spettacolo nello spettacolo.
La fine la conoscete tutti.
Io invece ieri me lo immaginavo, in piena crisi depressiva post-trauma, intento ad ascoltare in loop Firenze Santa Maria Novella di Pupo.
No, aspè, questo lo fa spesso.
Lo so, non è una bella immagine.