A volte ritornano
Beati gli uomini che non hanno bisogno di eroi (Bertold Brecht)

Si può pensare, guardare all’amore attraverso quella foto di noi due vicini.
O nei tulipani che ti ho regalato.
Io l’immagino in questo momento legato a doppio filo con un disco dei Nada Surf. L’ultimo. Rappresentano il mio bisogno di leggerezza. Proprio quello che di più bello regala l’amore: leggerezza e spensieratezza.
Ora sono i miei eroi. Di quelli che sono belli e muoiono giovani, eh.
Ora, che iddìo (?) li abbia in gloria e li aiuti a campare cent’anni, perché ho fame delle loro liriche e della loro musica che mi culla e che mi mette le ali. Tutto insieme.
Quasi come un suo sorriso.
La mia ipotesi, spalleggiata dalla stanchezza, era che non sarebbe mai arrivato l’amore vero. Quello più felice, intenso e destinato a durare.
E aspettavo un qualcosa che, senza agire, non si sarebbe mai presentato. Il momento che senti cadere il vento dalle tue vele. Ma il tempo è stato clemente con me.
È una di quelle pagine della vita da aggiungere alla mia pressoché infinita lista che riporta il nome di “eventi nei quali non speravi quasi neanche più ed invece, come al solito, ti sei dovuto ricredere, coglione!”.
L’amore lo si può celebrare anche così.
Sono due anni che non piove.
Ian MacKaye è vivo e lotta con noi
Infatti era solo un pretesto per parlare dei The Shackeltons. Giovani sbarbatelli che nell'epoca dell'indie modaiolo se ne escono con un disco lontano da tutto e da tutti. Musica viscerale, suonata con la pancia. Un pugno deciso sul viso che scompiglia le nostre belle frangette del cazzo.
Che c'entrano i Fugazi? Beh, ascoltateli.
Tutto mi sarei aspettato dalla vita…
Siamo troppo suggestionabili, infantili ed interpretabili, siamo troppo suggestionabili
Some useless words to my dear friend Peter
Sono contento che ti sia voluto sfogare sul mio blog.
Quante volte abbiamo parlato del tuo lavoro come di un’attività psicologicamente logorante? Ma, in tutti questi anni, quante persone sei riuscito ad aiutare e soprattutto quanti, grazie al tuo sforzo, si sono sentite meno sole?
Ti immagino, vicino al ragazzo rumeno, con l’istinto e la voglia di abbracciarlo. Io, solo a leggere questa storia, mi sono sentito un morso al cuore.Quanta dignità, quanta forza e quanto coraggio! Dovrebbero servirci da insegnamento di fronte alle difficoltà.
Il mio blog ha come sottotitolo “vogliamo il pane, ma anche le rose”, ed è uno slogan usato dalle operaie tessili del Massachusetts in sciopero per settimane nel 1912 per richiedere a gran voce migliori condizioni di lavoro. Ma non pretendevano solo di poter mangiare (il pane), non era solo questo lo scopo della loro protesta. Volevano anche le rose, perché nella vita non è solo necessario poter mangiare per vivere, ma lo sono altrettanto le passioni, la poesia, la musica. Sono il necessario. Tu non hai niente di troppo, ma è quel ragazzo ad essere stato derubato dei suoi sogni. È facile e pericoloso rovesciare questa logica, è questo che ci fa sentire terribilmente a disagio con certe storie. Quello che hai tu, ti è dovuto, e non devi sentirti neanche fortunato. È quello che ti spetta, è quello che ti sei meritato e guadagnato con il sudore e con tanti sacrifici. Come sicuramente quel ragazzo che hai conosciuto.
p.s. ci vieni al concerto? c'è anche G. No, non farti troppe illusioni, non cercare di capire a quale stupenda femminona appartenga questa misteriosa iniziale. Trattasi di un tuo amico, nonché cugino di Franca.
Produzioni seriali di cieli stellati

Scusate l’euforia, ma cercavo di darmi un po’ di entusiasmo da solo, perché il Vasco dei poveri qui, te lo toglie tutto. Mai ascoltato un cantautore più depresso e deprimente; una specie di cantautorato punk. Però, cazzo, è proprio bravo.
È un poeta, di quelli maledetti. Di quelli che raccontano storie che farebbero impallidire i personaggi dei libri di Irvine Welsh. Si fa infiammare le corde vocali, dalle sigarette e dalle grida che sputano parole amare sulle oscenità e sulle violenze psicologiche, e non, che lo circondano. Ma lo fa con una poesia decadente che mette in fila perle di spessore invidiabile. Con i suoi testi pieni di ardore ti porta in una vita tossica che brucia vissuta ai margini, consumata nei paesaggi industriali di periferia e nell’immaginario consueto e desolante che creano. Storie a volte senza redenzione, il tempo è cadenzato, costante nei gesti estremi e spesso nichilisti, in un’esistenza continuamente passata a sentirsi la terra franare sotto i piedi. Disillusioni lontane anni luce dalla mia vita. Rabbia e disperazione densa, che Le luci della centrale elettrica (bello come nome, vero? senz’altro evocativo) ti sbatte nelle orecchie senza chiedere scusa.
n.b. da evitare come la peste, o come le rotaie del tram quando si è sulla motoretta (lo dico per esperienza), insomma assolutamente, se si è già in una fase vorrei-tagliarmi-le-vene, perché Brondi vi darà le motivazioni per farlo veramente.
Dopo questa solare presentazione, vi dico che l’11 giugno suonerà al Circolo. Chi viene con me?
Alla fine non sono stato al concerto dei dinosauri e non me ne pento neanche un po’
Ironico, arguto, intelligente, dissacrante, sensibile, l’altra sera se ne stava su quel palco a farsi fotografare con duemila persone -o quasi- sullo sfondo. E mentre lo faceva indicava noi, ecco i miei amici.
Potere e forza della parola scritta riunire così tante persone gioiose. Anche se all’ombra della Basilica di Massenzio, in mezzo a tanta comunicatività, c’era veramente il rischio di passare tutto il tempo ad ammirarla illuminata, invece di osservare i protagonisti della serata.
Lui, per tre quarti d’ora, legge versi come sempre taglienti presi un capitolo del suo nuovo libro, si siede a fumare quando suona il gruppo che musica la serata, ironizza su se stesso e sulle sue opere, saluta, si inchina e se ne va.
Stending ovèscion d’obbligo e sorrisi a trentasei denti.
Facile facile. E così emozionante.
Scrivere di musica è come ballare d’architettura (cit.)
Se siano stati più saggi o più pazzi, decidetelo voi.
n.b. se siete un dirigente di una major e state leggendo, siete tutti bravissimi e competenti e simpatici e sicuramente avete anche molti capelli e siete virili.
I giganti
Freak scene
Ci sono due contingenze che avranno luogo la stessa sera, una congiunzione astrale infausta provocata senza dubbio da dei malevoli (ancora loro), come non se ne vedeva dai tempi dello scudetto alla L*zio. Il caso vuole che proprio nella stessa calda notte romana ci sia, nell’ambito della rassegna del Festival delle Letterature, nella meravigliosa cornice della Basilica di Massenzio (immaginatela di notte, illuminata... da togliere il fiato), una serata dedicata a Nick Hornby, con la diretta partecipazione del mirabolante scrittore d’Albione. Quello che ha scritto pagine nelle quali come poche volte mi sono così rispecchiato; un personaggio, quello di Rob Fleming, che fa parte del mio essere. Ancora più dei dinosauri.
I’m not as sad as Dostojevskij, I’m not as clever as Mark Twain (cit.)
dufresne: insegnante… insegna all’asilo.
p-c: che poi ora mi sembra si dica “scuola dell’infanzia”, vero?
dufresne: sì, in effetti mia madre mi riprende sempre quando parlo di “asilo”…
p-c: ma alla fine sono solo formalità burocratiche. Ora si dà troppo peso all’apparenza… (segue pippone –giustissimo– sulla vacuità degli eufemismi dei tempi moderni)…
il cornuto: eh, e poi ci tengono alle formalità, guai a trasgredire, si incazzano proprio!
[sguardo tra l’attonito ed il perplesso di dufresne]
dufresne: sì sì, infatti una volta un bambino si è avvicinato a mia madre per confessarle maestra, lo sciai che mi piasce tanto venire all’asilo? L’ha picchiato.
Epilogo (al precedente post)
Sshhhhh
Oh, se il Parma si salva dalla retrocessione, ci vediamo a Testaccio a festeggiare.
Altrimenti: grazie Reagan, bombardaci Parma (cit.).
p.s. poi vi spiego perché non scrivo da due settimane.
Afterhours, Teatro Tendastrisce, Roma [08.05.2008]
Poi partecipa anche tu al nuovo concorso di dufresne, "Aguzza la vista": cento punti a chi scova le strunzate che ho scritto.
I cento passi un par di palle
Quest'anno è forte la tua Fiorentina... (cit.)
Il preferito naturalmente è un eufemismo che sta per costretto da Giovanni, che ha messo il sottoscritto di fronte all’alternativa di essere cacciato di casa. Sono certo converrete che abbia fatto la scelta giusta.
In realtà mi sono seduto su una sedia (ma il volume era quello di un concerto), perché ormai mi sono appassionato a questa squadra, ma soprattutto per vivere una serata in empatia totale con lui. Uno spettacolo nello spettacolo.
La fine la conoscete tutti.
Io invece ieri me lo immaginavo, in piena crisi depressiva post-trauma, intento ad ascoltare in loop Firenze Santa Maria Novella di Pupo.
No, aspè, questo lo fa spesso.
Lo so, non è una bella immagine.
Forma e sostanza
Ed è lo specchio anche di quello che avviene nella società contemporanea, società in senso sociologico. Società dell’apparenza. E politica delle promesse vacue, perché irrealizzabili. Tutto è legato. Un sottile filo rosso.
Uno dei miei capi, per uno dei lavori che seguiamo nei nostri uffici, ha deciso di adottare questo metodo, triste assioma del capitalismo, senza farne un minimo di studio di previsione. Oh, bastavano due calcoli, mica la laurea (comprata) in economia.
Con il risultato finale di vanificare mesi di sforzi e duro lavoro del sottoscritto e di alcune altre persone.
A me non resta che la possibilità di sputtanarlo su questo blog.
Vendetta, tremenda vendetta.
Secondo una mia statistica molto casalinga, questo blog è letto (saltuariamente) da circa quattro-cinque-massimo-ma-proprio-a-voler-esagerare-sei persone.
Rapporti di forze.
Incredibboli
Probabilmente non andrò, non ballerò, non mi divertirò, giusto per il gusto di ostentare vergognosamente in questo modo, con un testo intelligente, amaro (ehm) ed arguto, il mio odierno stato d’animo.
Scusa se anche questa notte voglio stare a casa, scusa ho solo stupide parole che ti accompagneranno se mi stai ascoltando, inizio dal fondo, ho bisogno di silenzio, incondizionabile la scelta dell’assenza, posso nascondermi dietro l’alone di una generazione che le rivoluzioni le pensa sul divano, in sottofondo un disco suona piano e accende sensi di colpa, c’è qualcuno che li svende. Scusa se anche questa notte voglio stare a casa, è una scusa un’altra volta. Scusa se anche questa notte voglio stare a casa, devo salvare il mondo. Scusa ma devo vegliare candele da umide soffitte, devo aggiornare il diario di tutte le sconfitte, il gomitolo che poi non userò, un altro anno un altra bella sciarpa, non sarà su quella strada, è troppo presto per scoprire un sassolino nella scarpa, forse un altro giorno poi ci giocherò, forse un altro giorno poi ci giocherò, forse un altro giorno.
Revisionismi / Attualità
La Chiesa, diciamola tutta, non l’ha mai potuto sopportare e veri miracoli non è riuscito a farne, anzi è diventato simbolo effimero di un qualcosa che non si è mai realizzato; ma allora, perché rappresenta ancora un forte simbolo di riscatto?
Se tanta gente fa la fila per andarlo a vedere, disteso su di un letto, con una maschera di cera sul volto, ci sarà pure un motivo.
Vorrei andare anche io, prendere il treno e fare molta strada, fino ad arrivare in una terra nella quale non sono mai stato. C’è qualcosa che mi spinge, irrimediabilmente, verso quest’uomo.
Sì, lo so, da me non ve lo aspettereste mai. Ma un legame sentimentale mi lega a questa figura. Fa parte della mia storia, nel bene e nel male. Prima o poi, lo farò.
The Niro, Circolo degli Artisti, Roma [22.04.2008]
OfflagaDiscoPax, Circolo degli Artisti, Roma [17.04.2008]
Il concerto scivola via veloce, è una discesa tra ricordi del reggiano anni settanta-ottanta, vita di quartiere, che è un po’ vita di paese e di provincia rossa, vita privata e citazioni di più ampio respiro. Memorie filtrate con l’occhio nostalgico, comunque intelligente, critico e conscio anche delle conseguenze di un passato ormai remoto.
Non è che siano il massimo della simpatia, se ci si accosta con uno sguardo fugace, se si vuole ignorare che tra le spigolature della loro musica e nei loro testi da premio letterario, versi da mandare giù a memoria, si cela anche molta ironia. Ma il pubblico lo sa: balla, pensa, si diverte e si commuove. Poi, come al solito, arriva Venti Minuti che mi prende il cuore e ne fa quello che vuole. Qualcuno sa perché.
La terza volta fa un po’ più male
- Non parlare delle elezioni sul blog, non parlare delle elezioni, non...
- Domenica ho perso del tempo.
- Gli italiani sono un popolo composto da persone in malafede o ignoranti. Probabilmente entrambe le opzioni.
- Gli italiani amano le pratiche sadomaso. Oh, chi sono io per giudicare?
- Non votare è inutile. Così come votare.
- Rialzati, Italia! Qualcuno dovrebbe spiegare a questa terra che per rialzarsi bisogna guardare in alto e non scavare in basso.
- Nell’anno bisestile ho scoperto di essere superstizioso.
- Se lo votano, se lo meritano. Ve lo meritate, Ber****oni, ve lo meritate! (cit. riadattata)
- A furia di piangerci addosso, ci siamo ossidati e stiamo cadendo a pezzi.
- Ho votato il partito che ha perso più voti. Sì, quello fuori dal tempo e dalla storia, con idee anacronistiche. Quello che è crollato. Come l’Italia.
- Alle otto di sera, Em***o Fe*e non era ancora apparso in video. Probabilmente era in bagno a masturbarsi.
- Ha vinto questo paese.
- Non riconoscersi e non appartenere non è mai stato contemporaneamente così alienante e così dolce. Non vinci e non perdi, non sei nessuno.
- Abbiamo perso tutti.
Solo gli stupidi non cambiano mai idea
Chris Bathgate, Showcase @ Circolo degli Artisti, Roma [10.04.2008]
Chris Bathgate suona su quel piccolo palco accompagnato solo dalla sua Telecaster (per inciso, la chitarra più bella del mondo), spesso accarezzata con l’e-bow, e dai pedali con cui gioca mandando in loop i suoi giri di chitarra e la sua voce, donando alle interpretazioni intensità e a noi gli occhi lucidi. La sua musica è semplice e diretta, vive e viene dalle più profonde radici americane. Ce la presenta così, in quarantacinque minuti pieni di classe cristallina e di canzoni a cuore aperto che volano via facili facili. Il tutto senza teatralità, giacca e cravatta, spillette, taglio di capelli cool o le converse. Tutte queste cose stavano nella sala accanto (tre o quattro, honestly, anche addosso a me, ma è dello spirito che parlo) in attesa del concerto dei The Wombats. E una dozzina di rompipalle, appunto, lo aspettavano con noi, parlando a voce alta durante l’esibizione del nostro nuovo eroe romantico e rovinando l’atmosfera di molte canzoni. Voglio dire, pure a me piace ballare, ridere e scherzare, ma la mancanza di rispetto, e l’ignoranza che la genera, è insopportabile. Ma è bastato guardarlo negli occhi e perdersi nella sua voce calda, ovatta isolante verso l’esterno, per farmi gioire di un evento così intimo ed unico.
Yeah, I'm still alive
E le cose a cui penso sono più di quelle che riesco a realizzare.
E questo alimenta un corto circuito emotivo.
E questo non è bene.
Dovrei imparare a lasciarmi scorrere tutto addosso, come direbbe la pornostar.
Vorrei riuscire a fare mille cose, tutte con grandi risultati; in pratica vorrei imparare ad essere come il mio amico Pietro. Ieri mi ha fatto ascoltare questa cover per telefono, imparata alla perfezione dopo due settimane, con tanto talento, ma anche con molto impegno e costanza. Ho scoperto anche che il mio telefono ha un’acustica migliore di quella del Palaeur, o comecavolosichiamaora. Ma questa è un’altra storia.
The Aeroplane Flies High (Turns Left, Looks Right) (cit.)
Lungi da me dal dare indicazioni di voto, eh.




