Her beauty and the moonlight overthrew ya


Doverosa premessa: ho sempre avuto un debole per i violini. E per le canzoni pop.
In questi giorni mi è entrato in testa un motivo killer ed appiccicoso che non vuole sapere di andarsene dal mio cervelletto. Melodia che ha la capacità di farmi battere il piedino quando sono al lavoro, di farmi fischiettare sotto la doccia, di farmi cantare in macchina e, ahimé, visto che ho la capacità di concentrazione degna di un telespettatore medio di mtv, di farmi distrarre mentre studio.

Da un viso come quello di Jens Lekman ti aspetteresti un suono diafano, sottotono, fatto di sottrazioni, di arpeggi ed acustici passaggi delicati. E invece, sbam, se ne esce con quei violini nervosi e al tempo stesso malinconici. Come ti senti tu in questo momento.

Jens Lekman, The opposite of hallelujah (emmepitre)

I feel realized only with a (blow) job

[pic by dufresne: cliccateci]

Questo è più o meno lo scenario che mi ritrovo ultimamente davanti agli occhi. Una porta chiusa. L’immagine che meglio descrive questa città, spietata quando qualcuno chiede di poter lavorare. Nel mio caso, di poter cambiare occupazione. Più introvabile della figurina di Ago Di Bartolomei dell’album Panini del 1983. Una sorta di immobilismo sovietico, senza gli indubbi vantaggi del comunismo: la tormentata ed affascinante storia di Vladimir Majakovskij e Lilja Brik, Goodbye Lenin e l’arte di propaganda degli Agitprop.

Sartre mi fa una pippa

Un amico mi ha chiesto cosa farò ad aprile, verso la metà del mese. Senso di Nausea.
Dopo aver passato in rassegna diverse ipotesi, nell’ordine: scopare, leggere, guardare un film, studiare, sfidare Pietro in una gara di rutti, passando per il classico andare al mare, ho finito per optare in un pollice ben stretto sulla narice destra, l’indice sulla sinistra e, se non fosse abbastanza e mi facessi prendere dal rimorso, chiudere gli occhi. Poi mettere una croce. Il più a sinistra possibile. Ché poi, volendoci avventurare in un inutile gioco dialettico, sarebbe in realtà una croce il più lontano possibile da destra.
Tutto questo mentre le mie ingenue amiche stanno perdendo tempo a laurearsi o a cercare un lavoro sicuro, decente ed appagante, c’è chi sta lavorando attivamente per loro.


Pier*ilvio: Caga, ti amo!
Amica di dufresne: Eh, io no...
P: Ma come, non ti bastano tutte le mie attenzioni?
Add: È che vorrei più regali... e poi... non mi fai sentire al sicuro.
P: Posso cambiare, diventare una persona migliore...
Add: No, senti, famose a capì: io sto con te solo-per-i-soldi.
P: Ah, maledetta puttana. Aveva solo detto “uno come mio figlio”, non “mio figlio”... poteva farsi i cazzi suoi?
(Pier*ilvio apre la porta)
Add: Dove vai? E l’assegno per la mia macchina nuova?
P: Torno subito. Devo uccidere una persona.

Eels, Auditorium - Parco della Musica, Roma [08.03.2008]

Mark Oliver Everett sa cosa significa avere radici. Altrimenti non sarebbe così folle da aprire il concerto con un’ora di documentario della BBC (meraviglioso per fotografia, grafica, regia ed idee) di Mr. E sulle orme del padre. O forse è proprio per questo che se lo può permettere; avere delle forti basi alle spalle può darti la forza di metterti a nudo. Tutto questo si trasmette nello spettacolo del quarantacinquenne americano, questo suo scoprirsi, forte anche del suo talento e del suo folle genio. Con il suo assurdo e quasi svogliato modo di imbracciare una chitarra quando sta seduto ed un cappellaccio con la visiera tirato in tesata per tutto il concerto, dandoti l’impressione di chi è lì quasi per caso, di un grande musicista che per strada baratta qualche nota con degli spicci.
Il documentario è un viaggio nella mente del genitore, un noto scienziato e fisico, studioso di meccanica quantistica ed elaboratore di teorie sugli universi paralleli. Un viaggio segnato dalla riscoperta dei suoi rapporti personali, da discussioni con gli amici o i suoi ex allievi, da spiegazioni del funzionamento dei fotoni, etc. Il tutto toccato da malinconia e dalla sempre presente ironia che gli permette, probabilmente, di andare avanti.
Sapevo che mi sarei dovuto aspettare un qualcosa di nuovo e non convenzionale. Ho avuto modo di vedere altri concerti (in video) degli Eels (che ho sempre adorato) elettrici o with strings. Così, grazie alla mia nota elasticità mentale, avevo deciso di adottare un unico metro di giudizio per ciò che avrei visto ed ascoltato ieri sera, an evening with Eels, che in pratica sarebbe stata una serata per due. Da buon psicorigido, queste erano le tre opzioni: 1. peggio degli Eels, 2. meglio degli Eels e 3. come degli Eels. Capirete perciò il mio stupore nel trovarmi in un contesto di un universo parallelo che ammetteva l’opzione namber fòr, cioè non c’entra un cazzo con gli Eels.
L’intimità è stata la chiave del concerto, a cominciare dal documentario. Mark Everett sul palco sale solo in compagnia del fidato polistrumentista ed amico Chet Lyster e con lui si alternerà anche alla batteria, lanciandosi in strepitosi assoli e cavalcate rock. Con mia profonda sorpresa non si è vista neanche l’ombra di una chitarra acustica: solo pianoforte, per le sue classiche struggenti ballate, e chitarra elettrica per riarrangiare ed asciugare in due elementi i pezzi del gruppo americano. Ed in questa veste si sente ancora di più l’influenza delle radici della musica d’oltreoceano.
Mr. E poi scherza con il pubblico, legge le recensioni dei suoi recenti spettacoli sui quotidiani, alterna la musica a momenti di reading (affidati all’amico) ironici o toccanti, segnati da intime tragedie, quelle che l’hanno accompagnato per tutta la sua tormentata vita.
Alla fine non ci concederà il bis, ma va benissimo così. Questa è arte, mica un concerto normale; e lui lo fa con una naturalezza impressionante. Five stars (cit.).


p.s. Possiedo un dono tutto mio: quello di perdermi per strada ogni volta che torno dall’Auditorium. Oh, puntualmente commetto la stessa puttanata.

p.s.2: Nonostante gli OfflagaDiscoPax abbiano il merito di aver scritto una canzone illuminante come Tatranky ed una da premio letterario, e a dir poco commovente, come Venti minuti, ho rinunciato all’idea di questa impresa. Non sò più er ghepardo de 'na vorta.

CCISS – Viaggiare Incazzati -edited-

Ricorda uomo, per quanto tu possa essere appassionato di tecnologia, arriverà sempre un momento in cui farai la figura del peracottaro.
Si è inserito nella mia autoradio, non so per quale oscuro gioco celeste (mio padre), la simpatica funzione del traffic info not richiested and not util when you are near from home. In pratica, quando meno te lo aspetti, il Cciss – Viaggiare Informati ti si impossessa dell’autoradio senza che tu lo voglia e, per dio, non si ha più modo di sentire il ciddì, il lettore mp3 o semplicemente cambiare stazione radio fino alla fine del suddetto programma. Dall’inizio alla fine, così, senza che tu possa opporre resistenza. L’unica via è la fuga: spegnere o togliere il volume.
Ti prenderà alle spalle. Quando sei solo e canti a squarciagola un brano trash di cui ti vergogni (per questo lo canti mentre sei solo). Quando ascolti la nuova, splendida, canzone degli
Afterhours. Quando starai in macchina con un tuo amico e vorrai fare il saccente (ma in realtà è solo orgoglio) con un musicista che conosci solo tu, senti-questo-ragazzo, me-ne-sono-innamorato, quanta-classe-e-che-canzoni-meravigliose, mica-lo-trovi-sugli-indie-blog-fighetti, I draw a line from A to B and what happens in between It is an open mystery as far as I can see... eeeeh prrrr, Cciss, Viaggiare Informati, vi dà il benvenuto...
Lo ammetto, dopo aver perso il libretto delle istruzioni, ogni tentativo è stato vano. Le ho provate tutte, premendo ogni tasto dello stereo, anche insieme creando varie combinazioni, anche inserendo le quattro frecce ed il tergicristalli, senza riuscire a togliere questa opzione. Le ho provate tutte, anche da casa con ctrl+alt+canc.
[Appendice: le sue composizioni struggenti a volte si colorano di fortissime tinte policromatiche e lo fa con la delicatezza ed il piglio romantico da chi ha imparato la lezione di una scuola folk antica, facendola propria, personale. Insomma, con lui gli accostamenti sembra quello lì, suona come quello là, lasciano il tempo che trovano. Ché, detto per inciso, Fionn Regan pur essendo giovanissimo già dà la merda a tutti.]

Ho quasi trent'anni e, quindi, dovrei citare Nick Hornby almeno in un post

Top fàiv delle attività che amo fare con lei:

- Fare all'ammòre, possibilmente ogni giorno. E fin qui...
- Cucinare.
- Ridere, anche per una sciocchezza.
- Litigare, anche per una sciocchezza. Per poi riderne.
- Pensare al futuro. E scoprire i nostri occhi che guardano nella stessa direzione.

The Black Cab Sessions

Dopo i geni di La Blogothèque ed i loro take-away shows (ricordate i piccoli ballerini dei Menomena e gli Arcade Fire nel montacarichi che tengono il tempo strappando le pagine di una rivista?), ecco altri giovini che amano ascoltare e vedere la musica anche da un’altra prospettiva. La filosofia è semplice: prendere un taxi londinese, farci salire alcuni dei miei cantanti preferiti - Will Sheff, Britt Daniel, i The National – ed invitarli a suonare una loro canzone in acustico a spasso per la città. Mentre fuori tutto scorre frenetico ed ignora, o è indifferente, al carrozzone d’arte ambulante. Nel senso più nobile del termine.
One song. One take. One cab.

Storie di rocchennroll

Nel 1995 avevo quindici anni, i capelli più lunghi e, ahimé, sicuramente anche molti di più. E forse meno brufoli di ora.
Nel 1995 i Fugazi suonarono al Forte Prenestino, ed erano già entrati nelle mie orecchie, nella mia testa, nel mio cuore, nel mio essere. Il Mucchio Selvaggio, che allora compravo saltuariamente, pubblicò un resoconto della serata, accompagnato da un’intervista. Da quel momento non ho (quasi) mai dimenticato di leggerlo, prima ogni settimana, ora ogni mese.
Adesso quello che meno mi convince sono alcune sue divagazioni politiche; certe informazioni tendo a cercarle da qualche altra parte. Non come quando avevo quindici anni, eh, che ascoltavo improbabili radio romane antagoniste ed autogestite, nelle quali l’argomento più o meno ruotava sempre e solo intorno alle ragioni della guerriglia maoista delle forze antigovernative in Kaquigastuzannk.
Le riviste musicali le ho sempre lette perché mi fornivano nuove e più profonde chiavi di lettura della musica che ascoltavo e che io, ingenuo e giovane ascoltatore, non avrei potuto cogliere da solo. Ora che ho avuto modo di farmi una modesta - modestissima, modest mouse - cultura musicale, le leggo perché so che non si finisce mai di imparare.
Ecco, io la musica non l’ho mai vissuta come puro intrattenimento. Penso di averlo ereditato da mia madre; il suo è uno sguardo di qualcuno che cerca di vedere oltre la superficie, che cerca di leggerti dentro. Fondamentalmente, mosso dalla curiosità e dalla passione, amo scavare.
Da un po’ di tempo, sul Mucchio, Alberto Crespi ci racconta il flip side di alcune canzoni, tutte immortali. Tutte storie affascinanti, che ne sono alla base, che le hanno ispirate. Storie di R’n’R, insomma.
C’è stato Leonard Cohen; questo mese c’è Billie Holiday con il suo strano frutto.

Anche noi, come voi, canterem così...

Topolin, Topolin, viva Topolin!

Etere (non nel senso di anestetico)

Questo pomeriggio, due eventi inesplicabili.
- Perché hanno trasmesso The Niro su Radio2?
- Ma soprattutto, perché ascoltavo Radio2?
Adjornamònt: ho appena scoperto che è scaricatissimo da quel sito là, quello della mela smangiucchiata. L'arcano diventa ancora più misterioso. Ed io che credevo di trovare in cima alle classifiche ben altri nomi. Tanto ora arriverà San Scemo a ristabilire l'ordine costituito.

You know, I never claimed to be a stone

Visto che nella vita bisogna saper perdere, se la società per la quale lavoro non si vedesse rinnovato l’appalto, come unica e valida alternativa all’eroina, nel momento di maggiore sconforto e mettendo da parte onestà intellettuale, coerenza e dignità (tutte cose sempre meno presenti in questo paese, così come all over de uorld), per un evento che eufemisticamente chiamerei ossessione, ho pensato bene che accenderò un cero alla Maronna, con l’unico scopo di poter trovare nuova occupazione. Che al solo pensiero starà già piangendo. Sì sì, già me la immagino, e Mast**la lì subito ad accodarsi millantando che quelle lacrime siano per le ingiustizie che sta subendo. Vabbè, sto divagando.
Per poi, nel dubbio, organizzare una gita nel deserto di Nazca, camminando con le ginocchia su un tappeto di ceci misti a pietre e cantando un mantra in onore di Krishna. Il tutto con un occhio rivolto al cielo (ed in verità vi dico, una sui coglioni), nell’eventualità che i raeliani (sì, quelli del culto ufologico) abbiano ragione. Infine tutti in pellegrinaggio al Muro del Pianto, indossando rigorosamente uno chador, casomai non fossi uomo abbastanza ai suoi occhi.
Nel punto di morte, ovviamònt, ritratterei tutto.

Naturalmente poi non farò nulla di tutto questo.
Ad essere lucido mi posso accorgere che i miei libri, la mia musica, i miei film, i miei amici mi faranno sempre vincere sugli spietati ingranaggi del capitalismo e sulle mie assurde dinamiche familiari. Cadrò in piedi.

Ora che ho così tanti motivi per essere felice.
Ora che ho lei.

24 Grana, Strike, Roma [15.02.2008] - edited -


Dai, poche palle, anche se qui c’è anche tanto rock e punk, chi mi conosce lo sa che non supporto, né sopporto, il dub, il reggae'n'roll, lo ska, i testi politicizzati da centro-sociale-figlio-di-papà, e vabbè, continuate voi.
Però Francesco Di Bella possiede un qualcosa che manca a molti altri, un dono che in pochi hanno il privilegio di avere: il talento. Quello vero, quello che te lo fa invidiare ogni volta che premi il tasto play o che lo vedi salire sorridente su un palco. E forse perché è molto più di tutto questo: anche se ad uno sguardo od ascolto distratto potrebbe sfuggire, è un cantautore. Come la chiamereste la poesia dei suoi testi?
Praticamente un one-man show di quasi due ore, che ti fa capire come i 24 Grana siano sempre più la creatura di questo piccolo scugnizzo. Come nel disco, così nei live. Sarà pure un tossico a volte barcollante, ma con tutto il carisma che si ritrova potrebbe reggere il palco benissimo da solo. Si agita, balla in modo improbabile, si fa passare le canne dalle prime file, si lancia sopra la folla, e, ogni volta che apre bocca per rivolgersi al pubblico lo fa in dialetto, trasudando, ad ogni parola, amore per la sua città. Roba che se lo facesse qualcun altro cantante, penserei sei simpatico uno, sei simpatico due... invece lui riesce ad essere perfino malioso, con la sua sincera e tormentata vena e quegli occhi vivaci, che in molti, ammettetelo, pensavano di trovare spenti.
Mannaggia a me che non ho portato la reflex. Vabbuò, tanto non le avrei mai fatte così belle; la foto l’ho presa da qui.
Momento miele: cantare insieme, emozionati e stretti in un abbraccio, Kevlar.

Pearls

Conversazione con un nostro amico, quello con il petto grosso.

Lui: Non puoi fuggire dalla tua natura, passionale e malinconica.
Lei: Io vorrei fuggire solo da 'sta nostalgia... ca' mi piglia pure se veru nu Plasmon.

Ecco, anche per questo ti amo così tanto.

A marzo è primavera

Ecco dove potrete trovarmi nelle serate marzoline della capitale (as usual, cliccateci sopra).
I più scaltri di voi si saranno accorti della coincidenza delle date per l'uomo spesso chiamato E. e gli o.d.p., chiaro segno di una coincidenza astrale sfigata che non si verificava dai tempi del diluvio universale.
Il sottoscritto, però, volendola dare in barba agli dèi malevoli, si è già studiato il percorso più breve per scappare con la sua motoretta dall'Auditorium fino a Via Casilina Vecchia alla fine del concerto degli Eels, sperando di arrivare in tempo per godere almeno di qualche minuto del live degli emiliani (che Lenin li protegga).
Non mi avrete mai.

Two more years, two more years, to hold on (cit.)

Ecco, ci risiamo, tra poco più di due settimane saprò cosa mi riserva il mio futuro lavorativo. La società per la quale lavoro dovrà affrontare una nuova gara d’appalto; perdendola, si scatenerebbe un effetto domino che si schianterebbe direttamente sulle teste di noi poveri lavoratori precari.
E sinceramente non scambierei mai la mia condizione di lavoratore sfruttato e represso con l’immaginario tipico del fan-cats-ist à la Oblomov, perché non mi si addice proprio, nonostante nei momenti di maggiore stress la aneli prepotentemente.
Perché, in fondo in fondo, penso che il contributo che possa dare a questa società non consista solo nel lavarmi i denti tre volte al giorno, farmi la doccia tutte le mattine, essere educato, fare raccolta differenziata con ogni tipo di rifiuto o comprarmi i ciddì dopo averli sca*icati (solo quelli più belli, eh).
Se tutto ciò dovesse avverarsi saranno veramente cazzi. Cazzi dovuti al mix letale composta da perdita-di-lavoro più mancanza-di-soldi.
E questa sorta di finta maschera di cinismo che mi faccio cadere addosso non basterà di certo a proteggermi questa volta. Che poi in questo momento dovrei già essere in qualche paese dell’est europeo, impegnato in un programma di sviluppo economico agli ordini di un qualsiasi istituto pubblico di collaborazione internazionale, con uno stipendio immorale pagato da voi contribuenti. Ma questo progetto, per colpa mia, è ancora un sogno. Ora lo stipendio immorale ce l’ho, ma in un altro senso, con buona pace dei mammasantissima del sindacato, per i quali non esistiamo e quindi se ne fottono allegramente di quelli nella mia condizione.

Mano sul cuore

Visto che in questo periodo sono in vena di sentenze assolutiste, ho deciso da un po' di giorni che, when I am king, Angeles di Elliott Smith diventerà il nuovo inno Americano.
È giusto sappiate che ha vinto all'ultimo secondo contro Ashes Of American Flags dei Wilco.
Uh-huh, uh-huh, uh-huuuh.

Sò tutti froci col culo degli altri

E ora fai a pugni con la vita. E probabilmente ti senti quello strano sapore di ferro in bocca, del sangue che stai sputando: sono solo i pugni che hai preso, ma sei ancora in piedi.
Ti fai settantacinque domande, di risposte ne trovi poche e per giunta ti sembrano tutte sbagliate. Ma non ti preoccupare, non è che tu sia la persona più lucida del mondo in questo momento. Se guardi troppo intensamente una foto i suoi contorni cominciano a sfumare e a confondersi, se pronunci troppo spesso una parola, sembra perdere di significato. Quindi se ora cerchi solo tutti gli errori che hai fatto, per meglio metabolizzare il trauma, in realtà stai cercando i tuoi errori senza chiederti se tu ne abbia fatti veramente. Non ci sono errori nel porre fiducia nella persona che vorresti accanto a te, non ci sono errori nel lasciarsi trasportare dalla passione ed aprire il cuore.
Se stai cercando una lezione in tutto questo è che a lanciarsi con entusiasmo, anche se poi si finisce con le ossa rotte, si vince sempre.
Presto tornerai ad essere straripante e a quella finta leggerezza, senza mai essere superficiale, che sono le tue migliori qualità. Riusciresti a trovarle anche se si volessero nascondere. E quando tornerai a sorridere, vedrai, una risata la seppellirà.
Se ti poni settantacinque domande e ottieni poche risposte, tra quelle che ti mancano c'è sicuramente un bel vaffanculo.
Ricomincia da qui.

Forza Giacomino

Ci siamo quasi, le elezioni sembrano sempre più imminenti. Proprio nel momento in cui sono arrivato al massimo grado di disaffezione e sfiducia verso la politica. Per questo, animato più che altro da spirito di conservazione, perché pensare allo stato attuale della nostra italietta è piuttosto deprimente, mi faccio forza, mi convinco quasi e delibero che: nonostante l’incapacità manifesta nel promulgare leggi elettorali decenti (come minimo costituzionali), le collusioni mafiose, i mafiosi, gli appalti pubblici pilotati, le concussioni, l’attaccamento strenuo e forzato alle poltrone, gli interessi personali, le leggi ad personam ed il populismo, la politica italiana non è poi tanto male.

Margerine

Una puntata dei Simpson, la musica, l’etica e l’estetica dei primi anni novanta.
Manca solo un libro di narrativa inglese, l’ironia intelligente e dissacrante di Luttazzi ed un documentario di Atlantide su La7 per farmi felice.


Non si esce vivi dagli anni ottanta, però pure dai novanta non si scherza.
Nostalgia portami via.

Grazie a
stereogram. E vabbè, pure a stereogum.

So long, goodbye

Eppure non me l’aspettavo. Forse negli ultimi mesi ti avevo un po’ trascurata, questo è vero. Negli ultimi tempi ci vedevamo sempre meno e non c’era già più quell’intesa, quell’entusiasmo che caratterizzava le nostre prime uscite. E tutte quelle attenzioni pian piano hanno lasciato il posto all’abitudine; tutto dopo un po’, ahimé, diventa consueto. Ora quasi logoro. Mai però ho pensato che sarebbe finita così, all’improvviso.
Se ripenso a tutti i soldi che ho speso per te, ma no, ora non è il tempo delle recriminazioni, questo è il momento per riflettere su tutti gli errori che ho fatto. Non mi pento di tutti i sacrifici che ho dovuto fare per te, non sarebbe giusto, nei miei confronti, nei tuoi, e della nostra storia.
Mai però, lo giuro, ho sottovalutato il tuo valore. Sei sempre stata un vanto per me, soprattutto tra gli amici, e perdonami se detto così sembra di cattivo gusto. Proprio le amiche e gli amici che ora cercano di infondermi coraggio, dicendomi di farmi forza, ed io che fingo di ascoltarli, di seguire i loro consigli, invece non faccio altro che pensare a te. Quante volte abbiamo cantato insieme e le casse sembravano quasi scoppiare. Come ti muovevi sensuale sotto di me, nervosa sospiravi ogni volta che affondavo.
Sei stata la compagna e testimone di molti momenti, sempre passati insieme.
Capita che si rompa qualcosa e, a volte, per trascuratezza, si lascia passare troppo tempo. Tanto pensi che, prima o poi, ogni cosa si possa risolvere e tornare al proprio posto. Solo che questa volta sembra tutto così irreparabile. Ed io sono così stanco ora, anche un po’ rassegnato.

E poi, sinceramente, se proprio devo dirla tutta, mi ero proprio rotto i coglioni di tutta l’acqua che perdevi.
Addio, mia piccola 600.

La città più bella del mondo, vista con gli occhi di dufresne, part trì - Because this river is wiiiiild

Sottotitolo: La città più bella del mondo che ha dato i natali a Raoul Bova, però pure a Gigi Proietti, voglio dire, part trì - appart tutt questo non è un blog fotografico.

Novocaine for my soul

Arriva un po’ per tutti, alla soglia dei trent’anni, un momento triste nella vita in cui, dopo aver passato metà dell’esistenza a saltellare da un concerto all’altro, si pensa quasi con fastidio all’idea di partecipare ad un qualsiasi evento che richieda di stare rinchiusi insieme a mille sconosciuti, spesso maleodoranti, ad ascoltare musica.
Per fortuna che ci sono
loro a ridarmi entusiasmo, manco fossi Bart al suo primo concerto ruoook degli Spinal Tap; anch’io pieno di energia e ansioso di fare a capocciate con il mio vicino di posto.

La morte della politica

Titolo impegnativo, eh? Non preoccupatevi, sto solo per dirvi, as always, le solite quattro banalità e/o strunzate.
Perché le persone sentono così forte e necessario il bisogno di schierarsi? Gente intorno a me, che in America avrebbe votato la Clint*n, perché-finalmente-una-donna-al-governo, senza preoccuparsi minimamente del programma. Come quelli che hanno sostituito l’antica superstizione chiamata religione con i loro dogmi materialisti, ignorando che la scienza non è la verità, Milano non è la verità, etc... Incoraggiati da quattro docenti che probabilmente anche loro ignorano che esiste una cosa chiamata filosofia della fisica, la cultura insita nella teologia ed infine il diritto di manifestarle.
Segno del fatto che la laurea non fa necessariamente di un uomo una persona di cultura, come il pollice opponibile non fa di tutti necessariamente un uomo (Sapiens), ma permette almeno di premere il grilletto di un fucile per
la rivoluzione.
E tutti quei pròdi (piaciuto il gioco di parole? no, eh) che si affannano a difendere il governo; senza mai spendere una parola per quelli a progetto come me, che in quanto a diritti stiamo messi peggio di Guantanamo.

Dancer in the dark

Insane in the brain, via Daily Telegraph.
In poche parole, se vedete la procace donzella girare in senso anti-orario, allora è la parte sinistra del vostro cervello che lavora di più (quindi, come da tabella nel link, siete più logici e razionali). Se la vedete girare in senso orario, come il sottoscritto, allora usate di più la destra (le cui funzioni vi portano ad essere più emotivi e ad usare di più l'immaginazione). Se non la vedete proprio, fatevi vedere voi. Da uno bravo.
Se infine vi state chiedendo come sia possibile che la persona accanto a voi la veda roteare nel senso opposto al vostro, allora aspettate qualche minuto, fate abituare il vostro cervello, e vedrete che cambierà verso anche a voi, almeno per un attimo.
Ah, se non la vedete cambiare mai siete un po' psicorigidi, ma sempre meglio dell'ammore mio che, evidentemente essendo psicopatica, la vede cambiare direzione quando va bene ogni 10 secondi.

The rain before it falls

Andai a raggiungerle, ma Rebecca non si girò quando sentì i miei passi sui ciottoli. Si schermò gli occhi, guardò le montagne e disse: “Guarda quelle nuvole. Ci sarà un bel temporale se vengono da questa parte”. Thea sentì l’osservazione: era sempre molto rapida nel notare i cambiamenti d’umore - restavo sorpresa, ogni volta, nell’accorgermi di quanto fosse sensibile, pronta a recepire gli stati d’animo degli adulti. “Per questo hai l’aria triste?” si sentì in dovere di chiedere. Rebecca si girò. “Chi, io? No, non mi dispiace la pioggia estiva. Anzi, mi piace. È il tipo che preferisco.” “Il tuo tipo di pioggia preferito?” disse Thea. Ricordo che aveva la fronte aggrottata, mentre rifletteva su queste parole, poi annunciò: “Be’, a me piace la pioggia prima che cada”. Rebecca sorrise della trovata, ma io (in modo molto pedante, suppongo) dissi: “Però prima che cada non è proprio pioggia, tesoro”. “E allora cos’è?” disse Thea. E io spiegai: “È solo umidità. Umidità nelle nuvole”. Thea abbassò gli occhi e si concentrò, ancora una volta, a scegliere i ciottoli sulla spiaggia: ne raccolse due e prese a batterli uno contro l’altro. Il suono sembrava darle piacere. Non mi arresi: “Sai, Thea, non esiste una cosa come la pioggia prima che cada. Deve cadere, altrimenti non è pioggia”. Era un principio stupido su cui insistere con una bambina, e mi pentii di aver cominciato. Ma Thea sembrava non avere alcuna difficoltà ad afferrarlo, semmai il contrario - perché dopo qualche minuto mi guardò e scosse la testa con aria di commiserazione, come se stesse mettendo a dura prova la sua pazienza dover discutere di questioni del genere con una ritardata. “Certo che non esiste una cosa così,” disse. “È proprio per questo che è la mia preferita. Qualcosa può ben farti felice, no? Anche se non è reale.” Poi corse verso l’acqua, con un gran sorriso, felice che la sua logica avesse riportato una vittoria così sfacciata.
[...]

Erano più di dieci anni che non viaggiavo su queste strade. Sembravano assolutamente familiari; e allo stesso tempo assolutamente estranee e lunari. Non riuscivo a conciliare queste due sensazioni. Ricordo questo sentimento - questo pensiero - con estrema chiarezza. La consapevolezza che a volte è possibile – se non necessario – coltivare idee contraddittorie; accettare la verità di due cose che si contraddicono a vicenda. Stavo solo iniziando a capirlo: a riconoscere che questa è una delle condizioni fondamentali della nostra esistenza. Quanti anni avevo? Trentatré ne avevo. E dunque, sì: si può dire che avevo appena cominciato a crescere.


Leggere un libro od ascoltare musica non sono esattamente la stessa cosa, ma questo lo sanno tutti. Richiedono, a volte, diversa attenzione, anche se le emozioni possono essere le stesse; le musiche o le liriche di un album possono catturarti più di un testo scritto, o può avvenire il contrario.
Leggere un libro non è come ascoltare musica. Soprattutto in questo periodo: puoi scaricarti gli emmepitre e poi, se hai la fortuna di trovare grandi opere, tirare fuori il portafogli. Per i libri devi ancora fidarti del giudizio altrui, che poi è anche piacevole e costruttivo ascoltare i commenti di altre persone, soprattutto di quelle che stimi. Allora sfogli la tua solita rivista (che un giorno metterai tra i link del tuo blog, se solo avesse un sito) e ti fermi curioso a leggere l’ennesima recensione. Ma come, il tuo eroe della moderna narrativa inglese ha scritto qualcosa che non vale la pena comprare e leggere?
Ecco, a volte vale la pena rischiare, lasciarsi guidare dal cuore. Per poi cercarlo – il cuore – e ritrovarlo solo in qualche parte intorno alla gola, forse impegnato a scappare da tanto peso, di un viaggio nella memoria dove il colore che meglio si ricorda è il grigio. Qui c’è il sapore e l’odore di mille mondi che sono uno solo, molte esistenze che sono così legate da divenire le stesse.
Non fidatevi delle critiche negative che ha ricevuto. Questo libro è poesia.

Impressioni in gennaio

Rifletti, se tuo cognato nel suo live space inserisce le foto di tutti ma proprio tutti, tranne la tua, un qualche dubbio dovresti pur fartelo venire. Del tipo che la posa da assumere in una foto per renderla un minimo decente sarebbe farti riprendere di spalle, al buio o al limite con in testa il casco della tua motoretta mentre, per allacciarti le scarpe, guardi in basso. Insomma una in cui non si veda la tua faccia. Pensaci.

If ever there was someone to keep me at home, it would be you...


In vista di tutte le nominations per la colonna sonora, in premi più o meno popolari o rinomati. Tutti inutili. Senza dire se sia giusta o sbagliata la ricerca di tanta visibilità, ché ne ho le palle piene dei moralisti della vita degli altri.
Sì, il video fa abbastanza cagare. Però saranno quaranta minuti che ascolto ‘sta canzone. Ultimamente mi ero allontanato dal suo/loro mondo, ora è semplicemente commovente tornare, come ogni volta, ad innamorarmi di quest’uomo e del suo talento immenso. C’è più anima nella sua voce, che in tutte le parole che i poeti possono scrivere. So, play >>.

Epifanìa


Non nel senso di adorazione dei Magi o della vecchia signora portatrice di doni.
Quanto piuttosto di manifestazione, rivelazione. Il tutto nella mia mente, nell'immediata quanto improvvisa consapevolezza -seguita alla visione di un capolavoro- che i film che hanno caratterizzato la mia adolescenza sono ancora quelli che riescono più ad emozionarmi, farmi infuriare, pensare, perfino sognare. Sentirmi vivo.
Meno profondo di quelle immagini, ma altrettanto sentito, quello che scrivo. Sarà che con il cervello mi sono fermato all'età degli scompensi ormonali e dei grandi ideali, dei miti fasulli e dei sogni più o meno irrealizzabili. Oppure, perché probabilmente in quelle pellicole ci sono semplicemente emozioni senza tempo. Premio simpatia per chi ha pensato alla prima opzione.
Vabbè, io vado. Ché domani mattina devo alzarmi prima, così mi compro la Smemo e ci scrivo su i testi dei Peggèm...