Più o meno il duemiladieci

Inizio dell’anno: tempo di classifiche, di tirare le somme, fare i conti con quello che è stato, prendere il buono e guardare avanti e bla bla bla.
Il meglio del 2010, che a volte corrisponde al meglio, altre al peggio. Un best of molto egocentrico. E come potrebbe non esserlo, scritto su un blog?


Miglior photo-blog: Mila's Daydreams. Ora non più ricco di foto, per tutelare quelle opere d’arte. Ma presto sarà un libro.

Spilletta più indie-nerd: il titolo se lo aggiudica con (poco) onore il sottoscritto, grazie a Jonah Matranga e al droide più simpatico della galassia (R2-D2, noto anche come C1-P8).

Miglior giocatore dello sport nazionale che le teorie sociologiche ed i radical-chic, che non hanno mai letto un libro di sociologia, definirebbero di “distrazione di massa”: Jérémy Menez. Si dovrebbe introdurre nel regolamento l’espulsione diretta ad ogni fallo subito dal giocatore francese, anche se in difesa, perché rappresenterebbe comunque una chiara e lampante occasione da goal. Catch me if you can.

Peggior scusa di un politicante: il vostro ex-min***ro, con la sua nuova casa vista Colosseo comprata a “sua insaputa” (da leggersi facendo contemporaneamente il gesto delle virgolette con le dita). Come chi? Non fatemi fare nomi, dai, quello con il cognome come il nome di una pizza buonissima, senza il bo all’inizio e scritto alla romanesca.

Busta paga più immorale: and the winner is, rullo di tamburi, fuochi d’artificio, nani e ballerine... ancora il sottoscritto. Sì vabbè, c’è sempre chi-sta-peggio-di-chi e per questo “non dovrei lamentarmi troppo”. Ma sono un brontolone e poi le rivendicazioni sindacali se non le faccio qui dovrei le dovrei fare, dato che quelli-come-me non sono rappresentati? Ah, già, nell’ufficio dell’ad; però non sono così coraggioso.

Attacco di panico più ridicolo: già, tra le altre cose simpatiche che questo duemiladieci mi ha regalato, c’è anche un costante stato d’ansia che, anche se raramente e quando meno me lo aspetto, sfocia in violenti attacchi di panico, inediti per il sottoscritto perfino nei momenti più bui della mia, ahimé, non più breve esistenza. Un vero e conscio motivo non c’è, dato che navigo da anni in un periodo per tanti aspetti meraviglioso. Non resta, quindi, che sedersi ed aspettare che passi la tempesta.
Beh, per tornare alla candidatura risultata vincente: il più ridicolo attacco di panico è stravolgere millenni di aritmetica, con buona pace di Pitagora e degli altri nerd come lui (ma senza spilletta di Jonah feat. un robot sci-fi), calcolando metodicamente come a riposo 15 battiti cardiaci in 10 secondi equivalgano a quasi 250 in un minuto, segnale di un imminente e folgorante infarto del miocardio, o mio cardio, come in tenera età ero convinto si chiamasse.
Quando ho vissuto anni merdosi non mi importava nulla della salute o almeno non me ne curavo. Ora che sono felice sono diventato ipocondriaco, perché mi interessa di tutto. È stato una specie di baratto con la felicità. Forse certe anime l’inquietudine ce l’hanno nel dna e non ci si può nascondere o scappare. Il tempo mi dirà che avevo torto, o almeno lo spero.

Libro più evocativo letto nel 2010, e forse anche da quando ho imparato a leggere, ma che non è stato pubblicato nel 2010 (è del 2005), ma tanto chissene, l’importante è averlo scoperto: Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer, letto dopo il suo primo capolavoro, che credevo, ingenuamente, insuperabile.
Lo ammetto, mi sono lasciato sommergere dall’onda emotiva della storia di Oskar, da quello che lo devasta dentro e che lo porta a cercare fuori, dappertutto, una risposta al suo dolore. Un po’ mi sono anche scottato con lui. Come restare indifferenti al suo ostinarsi a cercare un legame sottile con quello che non c’è più per mantenerlo vivo, pulsante, reale? Così come al suo evadere da ciò che è tangibile, inventando mille mondi per non pensare alla realtà? Vorresti prenderlo per le braccia e scuoterlo, scuoterlo, scuoterlo e urlargli: quello che conta è quello che resta e chi resta! Perché non a tutto c’è una soluzione, non tutti i desideri sono fatti per essere esauditi. Perché l’abbandono a volte rimarrà per sempre tale. E senza una risposta.
Le ultime due pagine le ho lette e rilette dieci, mille volte e potrei rifarlo anche questa sera: sono l’emblema dell’assenza e di quello che ci manca. A me manca questo libro. Mi mancherà per sempre Oskar. Ogni tanto, guardando il suo bordo rosso nella libreria, penso che non avrei dovuto finirlo, così come mi succede con tutti gli altri libri che ho amato. Ma forse questo l’ho amato un po’ di più.


S.O.S.

Vi è mai capitato di aiutare un collega in difficoltà, che se farlo avrebbe implicato stress aggiuntivo, ore di straordinario –ovviamente– non pagato e un senso di frustrazione dilaniante per aver passato il 25 dicembre recuperando quello che non eri riuscito a completare?
Beh, io l’ho fatto. Non perché sia un supereroe-senza-poteri (a meno che la volontà non sia da supereroi, oppure un superpotere), né perché abbia voglia di mostrare barra ostentare ai piani alti il mio impegno e valore. Per inciso, quest’ultima cosa l’ho già fatta e non è servita a molto, quindi stop, me ne sono pentito, capitolo chiuso e cambio di strategia: lavorare meno.

L’ho fatto perché “stiamo tutti sulla stessa barca”. Con queste parole ho spiegato al collega-pieno-di-lavoro la mia abnegazione, con il risultato di sentirmi rispondere con un lapidario “Ti sbagli”. Silenzio.
Poi ci ha pensato un po’ su ed ha aggiunto: “la conosci Titanic di De Gregori? Hai presente la prima strofa? Ecco quello che siamo in questa Società. Se è vero che stiamo sulla stessa barca, a che condizioni navighiamo?”. Non sapevo se si stesse riferendo alla società con la esse Maiuscola o minuscola, anche se ho il sospetto a quale delle due si rivolgesse e la personale convinzione che siano, oggettivamente e nella realtà, entrambe.
“Certo, la conosco…”, ho replicato, non sapendo cosa altro aggiungere e strozzando in gola, per una volta, il fiume di parole che avrei voluto far uscire sull’argomento, così tante da farle arrivare alle caviglie e poi alla gola e poi affogarli tutti.

In verità non lo ricordavo proprio quali fossero quei primi versi, anche se la canzone la conoscevo, ma ho mentito. In quel momento non sono stato sincero un po’ perché avrei dovuto saperlo data la mia sconfinata passione per la musica, un po’ perché avevo il sospetto che fosse una di quelle frasi ad effetto che hanno il potere di farmi diventare necessariamente li occhi luccicanti. Ed io odio commuovermi davanti agli altri –altri che non siano le persone a me più care-, perché è una cosa che mi fa sentire fastidiosamente e tremendamente vulnerabile. “Certo, la conosco…”, così da non indurlo a ripeterle davanti a me.

Appena tornato alla mia scrivania ho messo le cuffie, ho aperto il browser direttamente su YouTube e ho capito finalmente cosa volesse dirmi.

La prima classe costa mille lire,
la seconda cento,
la terza dolore e spavento…

I miei occhi hanno luccicato. Happy new tear.

A volte ritornano

Immagino vi stiate tutti (?) chiedendo come abbia trascorso il New Year’s Eve (yeah, yeah, I wanna sghep nau). Sento la tensione dell’attesa nell’aria, lo esternate nei vostri numerosi (?) commenti. Per questo vi accontento.
Bene, fondamentalmente ho visto millemila volte questo filmato ed urlato a più riprese fino alle tre della notte imitando il suo protagonista negli ultimi secondi del video. Penso sia giusto sappiate che sono astemio. E che non fumo. E che non assumo qualsiasi altra sostanza alla quale starete pensando.
Guardatelo tutto perché è esilarante, ma soprattutto concentrate la vostra attenzione dal minuto 06:40.

Perché festeggiamo un giorno come tanti, ma simbolico, ma come tanti perché a tanti uguale? Io ne ho travato un senso nel trascorrerlo con gli amici: a ridere, fare tardi, stupirsi come i bambini guardando i fuochi. Prima o poi a certe ovvietà ci arrivo pure io.
Quante –troppe, inutili– domande ultimamente.

Perché scrivi?

- “Perché scrivi solo cose tristi?”

- “Perché quando sono felice esco”

(Luigi Tenco)

Leaves

(In)Utili segnalazioni random

- Qui potete ammirare il blog-fotografico più geniale, più artistico, più tenero e bello del mondo; e pensare che bastano una figlia e un po’ di fantasia.

- Qui c’è invece l’ennesimo mio inutile account.

- Conor Oberst ci spiega perché sia così ignobile la nuova legge sull'immigrazione dell'Arizona. Nel mio immaginario romantico ha sempre avuto un posto speciale la lotta del popolo messicano per uscire dalla miseria e quelle traversate nel deserto che necessariamente l'accompagnano. Grazie anche a Bruce, Steinbeck e John Ford.

- Stavo vedendo in streaming la replica della seconda puntata del glorioso Pippo Chennedy Show, durante la quale ho scoperto, con colpevole ritardo, come Raf fosse a quel tempo il sosia perfetto di Rocco Siffredi; poi ovviamente sono stato costretto a vedere un suo film per verificarne l’effettiva somiglianza.

- Cartellopoli… purtroppo.

- Sto scrivendo, fotografando e leggendo non quanto vorrei fare, ma lo sto facendo; e pensare che basta questo per farmi star bene.

Dai, dai, daai!

Arriva un momento nella vita di ognuno dedicato ai rimpianti: ovviamente si tratta di tempo sterile e sprecato, ma irrinunciabile. Per me è arrivato durante un’ordinaria giornata lavorativa, mascherato da fotografia e nelle vesti di una bambina sorridente.

Ho nella mente quest’idea, probabilmente distorta come un assolo di J.Mascis: immagino i miei colleghi, durante le ore passate a fissare il monitor, scrutare ogni tanto la foto del proprio figlio/a/i, rigorosamente impressa sul desktop, per darsi forza, coraggio e nuovo slancio e motivazione. Come a voler dire a se stessi di sorridere ed essere felici, anche se le cose sono complicate. Alcuni l’hanno avuto giovani, altri sono stati sfortunati, altri ancora meglio-tardi-che-mai.

Oggi ho sentito per la prima volta una fitta nel petto, del tutto inedita: no cari, non era un infarto (anche se per un po’ l’ho sospettato, dall’alto della mia ipocondria galoppante), ma una spiacevole sensazione di mancanza di qualcosa. O di qualcuno.
È pur vero che non potrei permettermelo, con un lavoro precario e due lire in tasca. Forse dovrei smetterla di pensarci, o forse dovrei solamente cambiare quella foto impostata come sfondo del mio pc. Perché tutti, per trovare ogni giorno nuova linfa durante il lavoro, hanno la foto dei propri figli: io ho lui. E non è bello.



p.s. di servizio: sembra che non stia scrivendo molto; ma se non lo rendo pubblico, non vuol dire che abbia perso il gusto e la voglia di esprimermi. In effetti non lo sto facendo con assiduità, ma sicuramente più che sul blog. Sperando che un giorno possa venire alla luce.

Come guardarsi allo specchio...


Diego e Norma [La SE n° 4079, 29 maggio 2010]

...senza dimenticarsi di riderne.

You can't be neutral on a moving train (cit.)


Lasciamo in un angolo le ipocrisie, i malumori e rallegriamoci tutti: fa sempre piacere sapere che un pericoloso criminale sia stato arrestato.
Beh, devo ammettere che ora mi sento molto più al sicuro.

Viaggio al centro della terra

Non importa che tu abbia passato gli ultimi dieci anni nel desiderio costate di arrivare un giorno su quell’isola dispersa nell’Oceano Atlantico: l’hai cercata attraverso la musica, i libri e le enciclopedie. Credevi ormai di aver visto tutto, che ormai ti saresti stupito solo nel momento in cui avresti posato le suole delle tue scarpe su quella terra, fredda ma ospitale.
Eppure è bastato un vulcano, un video ed un artista che mettesse insieme le due cose, per dimostrarti che c’è qualcosa che va persino ben oltre l’immaginario che ti sei creato.

Fate un bel respiro, ché dopo non avrete più fiato. Poi cliccate sul tasto play.

Primo maggio, su coraggio (scritto veramente diciotto giorni fa e pubblicato con un mostruoso –da leggere con tono fantozziano- ritardo)

Quando cominci un percorso universitario in una qualsiasi Facoltà di Psicologia la prima cosa che ti insegnano è la distinzione tra personalità di Tipo A e Tipo B e relativi comportamenti. È una di quelle nozioni, come quando a scuola impari a moltiplicare il cinque al quattro, quale sia la capitale del Paraguay, le origini del Contratto sociale di Rousseau, con le quali dovrai necessariamente prima o poi fare i conti. Roba che assimili e non scordi più. Le tiri fuori dal tuo cervello quando ti servono e non ti soffermi a pensare a come per te siano scontate come conoscere il tuo nome. C’era un volta un ragazzo che così ha imparato che cinque per quattro fa venti, che la capitale del Paraguay è Asunción e che il Contratto sociale è stato disatteso da tutte le moderne democrazie (lo specifico perché magari qualcuno tra di voi sta mettendo in dubbio le mie somme conoscenze di livello scolastico).

Ad eccezione di molte cose che ti propinano al liceo, come trovare la parabola costruita su di una circonferenza tangente ad un triangolo speculare ad un rombo con superficie pari alla capitale del Paraguay (vedi, ti è stato utile), e che non ti serviranno mai-mai-mai nella vita, a meno che tu non voglia diventare un ingegnere, la teoria di Friedman e Rosenman può aiutarti anche ad indagare su te stesso. Ovviamente lo studio di personalità non prevede schemi rigidi: ci sono sfumature importanti che bisogna considerare prima di poter associare un essere pensante ad una delle due categorie. Ovviamente questo vale per tutti gli altri tranne che per te.
Quello che credevi non saresti mai stato te lo ritrovi stampato sulle pagine di un libro e realizzi che nell’ultimo anno è proprio quello in cui ti sei trasformato. Niente di trascendentale: i sogni, i progetti, le speranze, le paure, la passione, l’amore, la sensibilità sono sempre le stesse. È lo stress causato dal tuo lavoro che è cambiato. Peggiorato, sarebbe meglio specificare. Cambiato un po’ per colpa tua, che non riesci a rilassarti, un po’ per colpa di chi baratta il tuo lavoro con una cifra immorale all’inizio di ogni mese.
È il bisogno, quasi fisico, di ottenere un numero spropositato di risultati in troppo poco tempo, con il desiderio di produrre esiti, manco a dirlo, impeccabili.
E vanno anche bene la competitività, gli obiettivi, la gratificazione personale, ma se l’ansia di ottenerli non ti fa digerire, svegliare in piena notte, mancare il respiro, allora ti sei proprio ammalato. Nella testa. Tanto da farti scrivere di te stesso in terza persona, anche se tu vai dicendo in giro che è un semplice espediente letterario. Però percepisci e cerchi di convincerti di come non sia proprio tutta colpa tua: dopotutto ti riempiono con compiti e carichi di lavoro che ti costringono a lavorare, contro la tua volontà, anche il Primo Maggio.
L’ultima volta che sei riuscito a rilassarti è stato circa quindici mesi fa. Veramente riesci a perdonarti per questo?

Il Primo Maggio? Hasta la victoria un par di palle.

Quinto potere

Dopo più di un anno di (poco sofferta) astinenza, e pur non potendomelo permettere, ho finalmente comprato il televisore nuovo. Lasciandomi banalmente ingannare e guidare nella scelta dall’adesivo “a risparmio energetico” appiccicato sopra quella impolverata tv in esposizione. Cosa che ovviamente non potrò mai verificare; o almeno non avrò mai modo, tempo e voglia di farlo. Ma risparmio rispetto a cosa? Ci sono davvero televisori, tra quelli di ultima generazione e a parità di caratteristiche, che consumano molta più energia di altri?
Da buon italiano medio sensibile alla questione ecologica, la salvaguardia dell’ambiente è certamente tra le mie priorità. Però, ad essere onesti, se ci fosse stato scritto “potete vederci i film di Troisi in HD”, oppure “da vero tifoso seguire le partite della vostra squadra del cuore”, probabilmente l’effetto sortito sarebbe stato lo stesso. Oggi ho capito veramente che siamo nati per consumare, spendere e crepare. E per farci prendere per il culo.

Se siete arrivati fino a questo punto, forse vi meritate di sapere che la tv alla fine non l’ho comprata. Ho trovato un po’ di dignità in tasca, mentre frugavo alla ricerca del portafoglio.


“Ascoltatemi! La televisione non è la verità! La televisione è un maledetto parco di divertimenti, la televisione è un circo, un carnevale, una troupe viaggiante di acrobati, cantastorie, ballerini, cantanti, giocolieri, fenomeni da baraccone, domatori di leoni, giocatori di calcio! Ammazzare la noia è il nostro solo mestiere.”

(Howard Beale) [Banksy graffiti]

Hey man, now you’re really living

Quando entrai per la prima volta in quest’ufficio, ormai più di un lustro fa, stavo vivendo il periodo più merdoso della mia vita.
Ricordo che mi accolsero con una battuta, che mi fece sorridere e pensare per un attimo che le cose potessero cambiare. Fu divertente per circa quindici secondi. Poi l’aria triste e pesa di quelle stanze mi fece ancora di più sprofondare in me stesso. Non è che mi dispiacesse poi tanto. Mi ero chiuso nel mio dolore e avevo intenzione di vivere all’esterno lo stretto necessario, convinto che qualsiasi cosa mi potesse fare male, e che, se pure fossero state piccole disavventure, con il mio stato d’animo e la mia ipersensibilità le avrei moltiplicate per mille.
Non è che fu una decisione saggia, me ne rendo conto: lasciare alla socialità spiragli minimi che si limitavano al “ciao” e “a domani” non mi poteva di certo aiutare a superare il mio moneto. Ne ero cosciente, eppure mi sembrava allora la decisione più saggia che potessi prendere. In attesa di non sapevo bene cosa, né tantomeno quando.

Arrivi ad una certa età, corrispondente più o meno ai primi anni delle scuole superiori, in cui fanno passare l’dea che la vera letteratura sia quella stesa su molte pagine e, possibilmente, scritta in un altro secolo. Che le autobiografie o i racconti brevi siano una perdita di tempo, da lasciare a chi ha la capacità di concentrazione di un adolescente inebetito da tv e videogiochi e a chi da un libro non vuole poi ricavare molto di più di un passatempo. Col cazzo.
Che è un po’ la stessa logica che porta gli intellettualoidi snob all’idiosincrasia per il calcio e a giudicarne i suoi amanti, ed il rito domenicale che ne scaturisce, come stupidi uomini medi soggiogati ad uno strumento di distrazione di massa dai problemi.
Ci metti un po’ a smarcarti da quest’idea, a liberarti da questa visione elitaria della letteratura, ma quando ci riesci è un vero spasso. Poi almeno puoi liberarti dagli schemi e dalle prigioni che ti sei costruito: tiri il fiato, petto in fuori, sguardo fiero, affermando con scontrosa pomposità “leggere il Gattopardo mi ha veramente rotto i coglioni”. Ah, che liberazione.
Riesco a sorbirmi indistintamente e senza problemi le analisi micidiali di Gore Vidal, i saggi incendiari di Bakunin, a godere delle magie di Borges, delle follie di Nietzsche o delle analisi strampalate di altri libri propinate da un Nick Hornby in veste di recensore, dei viaggi in solitaria di Erri De Luca, del nichilismo pieno di vita di Irvine Welsh, del politicamente scorretto di Mordecai Richler, del minimalismo di Carver, dei mondi fantastici di García Márquez, degli amari romanzi del mio eroe letterario Jonathan Coe.
Ho accennato prima alle autobiografie. Ultimamente ne ho lette due che mi hanno appassionato più di molta narrativa osannata e ostentata: quella di un precario americano, delle sue immense fatiche, privazioni ed avventure, e quella di un cantante rock, che a metà degli anni novanta andava molto in voga tra i ggiovani finto-alternativi-veri-figli-di-papà, ora un po’ meno ed è meglio così. Quelli più smaliziati di voi avranno già capito, dal titolo, dove mi sto dirigendo.
Mark (sì, ormai lo considero quasi un amico, gli do del tu) è uno che dalla vita ha ricevuto molte spiacevoli sorprese e che dalla vita ha saputo anche prendere tanto. La sofferenza l’ha trasformata in creatività ed ispirazione. Così come la felicità. Subisce dei tremendi lutti e lui che fa? Si dispera? Certamente. Ma riversa anche tutto il peso che sente dentro, nelle note e nei versi di una canzone. Nel 2009 è uscito un suo disco, ma finisce anche un’importante storia d’amore. E lui che fa? Soffre come un cane? Ovvio. Ma decide che i tempi dell’industria musicale dovrebbero adattarsi a quanto ha da dire, così si chiude in casa e, pochi mesi dopo, fa uscire l’ennesimo disco. La summa, il simbolo, di quello che dovrebbe essere un disco. La creatività che nasce dalla sofferenza e l’insostenibile desiderio ed urgenza di esprimerla facendo musica. Tutto quello che dovrebbe essere il rock, il folk, il pop, la musica (e non solo). Vero ed intenso come un pugno nello stomaco. Mark 10, vita 0. Vince sempre lui.
Come può non essere uno così un esempio? Cavarne qualcosa di buono da ogni istante, bello o brutto che sia, ti fa pensare alla giusta prospettiva da avere.

Solo che qualche anno fa questo libro non era ancora uscito, né tantomeno mi sarebbe servito. Anche Mark, quando si siede a scrivere le sue canzoni mica lo fa perché legge la storia di qualcuno che non se ne sta a piangersi addosso a non fare nulla, invece di reagire, qualsiasi cosa questo voglia dire. Così forse le energie puoi trovarle solamente dentro te stesso. Darti degli obiettivi e lottare per averli e contemporaneamente guardare indietro e sbattere la porta. Così un bel giorno decisi di uscire dal guscio e provare a fare qualcosa di buono. Che provare è diverso dal riuscire l’ho capito solo più tardi, ma qualche conquista l’ho ottenuta davvero. A cominciare dalla persona che vorrei mi stesse acanto fino a quando non avrò più i denti, sarò rincoglionito più di adesso e avrò bisogno di qualcuno che mi pulisca il culo. Vorrei tanto fossi tu a farlo, ma, hey, se insieme riusciremo a metter da parte un po’ di soldi, va bene anche qualche badante ventenne dell’est dalle tette grandi e che si sente molto sola.

Un tempo pensavo che se ogni anno ci auguriamo che sia migliore sotto ogni aspetto, o siamo incontentabili, oppure in fondo ‘sta vita è proprio una merda. Preferivo i buoni propositi per il giorno dopo, piuttosto che quelli per l’anno nuovo, ché mi conosco abbastanza bene e, con tutto quel tempo a disposizione, li avrei rimandati all’ultimo giorno, quando ormai era tutto inutile. Ma, ora che vivo per obiettivi, riesco a trovare anche l’entusiasmo, così raccolgo le forze e mi tuffo in una nuova avventura. Luglio non è poi così lontano e ho tante cose da fare in vista della mia prossima battaglia. Una di quelle che, se la vinci, ti cambia la vita.
Ora che sto realmente vivendo.


Snowflake falls in... Roma




Polaroids-ogni-promessa-è-debito by dufresne.


Roma, febbraio millenovecent..., ehm, duemiladieci.

Eddie Vedder è il mio co-pilota

Un bagno di sangue. È con quest’espressione un po’ ansiogena e che non lascia, come dire, molto spazio all’ottimismo che il mio collega preferito ama descrivere i periodi lavorativi più difficili e densi di impegni. Quelli che devi lavorare anche il sabato e la domenica a casa e la sera fino alle otto-e-mezza.
Se ve lo stesse chiedendo (ma ve lo state chiedendo?), sto scrivendo poco da queste parti per alcuni buoni, ma non sani, motivi. Ok, ‘sta scusa non regge più, perché in fondo dieci minuti ogni tanto li potrei pure trovare. Ma sono stanco e quando sono stanco sono anche poco comunicativo. Il massimo l’ho raggiunto negli ultimi tre mesi, quando il programma è stato il seguente: lezione all’università dalle 8 alle 10, in ufficio dalle 10.15 alle 19.30, conclusione di serata con l’invio di sette mail ai docenti, alle quali riceverò risposta, se va bene, a due.
Ecco, vi racconto tutto questo solo per far sapere ai miei lettori, estimatori o detrattori che siano -figure che entrambe confluiscono nell’unica persona che legge e commenta i miei post, la quale ha però, badate bene, una personalità multipla, quindi potrei affermare con un malcelato orgoglio che mi leggono abitualmente almeno in due…-, che verranno tempi migliori e voglia di scrivere ed allora non avrete più scuse per non passare da queste parti.

Sì, vabbè, ed il fine settimana? Il fine settimana c’è da studiare, ovvero quello che non riesco a fare durante tutti i giorni. E come se non fosse sufficientemente difficile trovare il tempo per farlo, considerando anche che ho una capacità di concentrazione degna di un sedicenne assuefatto alla playstation, mi inseriscono pure certe immagini nei libri di testo come quella che vedete all’inizio del post. Vi ricorda qualcosa?

Sì, vabbè-again, ma il titolo del post? Beh, vorrà pur dire qualcosa se ogni mattina calcolo il tempo che mi separa dall’università al lavoro e studio il percorso in modo tale da far coincidere l’arrivo con il mio lettore mp3 che sibila nelle cuffie before i disappear/whisper in my ear/give me something to echo/in my unknown futures ear/my dear/the end/comes near/i’m here/but not much longer.

Intermezzo musicale - L'attesa













Giusto per farvi sapere che sono ancora vivo e che lotto con voi. Nell'attesa che introducano le trentacinque ore giornaliere, grazie alle quali avrò il tempo per scrivere in questo posto, vi lascio come promemoria di me il nuovo video (ed mp3) di Mr E.
L'ennesimo gioiellino, che ci regala nell'attesa della fine dei tempi. Insieme a questo angosciante countdown.

I must belong somewhere










C’è una cosa che non sono mai stato bravo a fare. E qui i maligni, gli invidiosi o più semplicemente, ahimé, chi mi conosce bene, potrebbe obiettare con buone e convincenti argomentazioni sul numero e… ora basta. Tutto questo autocommiserarsi non piace alle ragazze. C’è una linea sottile come un vetro tagliente che la divide dall’autoironia, che invece, come ci insegnò il saggio, è divina. Spesso è difficile distinguerle, ma chi si racconta lo sa bene.
Vabbè, dicevo: durante le vacanze -o ferie, come si dice nell’età adulta-, non sono mai riuscito a rilassarmi completamente, modello silicone isolante a spegnere il cervello, insomma a non pensare a nulla, proprio come un telespettatore medio del GF. Sentirsi leggeri e lasciarsi trasportare dal vento, non vuoti, ma almeno lievi, vaporosi, come sospesi.
I cazzi e gli scazzi sono sempre gli stessi: il lavoro, lo studio, la famiglia, l’autostima; può bastare? Direi di sì, soprattutto perché altrimenti direbbero che mi lamento sempre. Il fatto è che stanco ero e stanco sono tornato alla vita quotidiana. Forse è perché quando sono stanco sono emotivamente instabile. Sì, più del solito. Forse mi sono svegliato troppo tardi per voler fare tutte le cose che sto facendo ora; c’è un tempo per tutto, ma io ho pensato bene di concentrarlo in questi ultimi anni.

Durante le vacanze ho scoperto, o meglio ne ho avuto l’ennesima conferma, che le esperienze hanno più valore se vissute insieme. I ricordi condivisi sono quanto di più potente e propulsivo ci sia per l’anima. Chissenefrega se poi gli psicologi del benessere (che iddìo li fulmini, brutta categoria) sostengono, avallano, propugnano, promuovono -trovate voi altri sinonimi- l’importanza, il valore delle esperienze fatte da soli, sintomo e segnale del riuscire a star bene con se stessi e bla bla bla. Che poi ovviamente il fatto che io preferisca fare le cose in coppia non c’entra nulla con il non riuscire a stare bene con me stesso. No, ve lo dico nel caso voi siate degli psicologi e contemporaneamente stiate leggendo questo post; eh, lo so, è difficile fare due cose insieme.

E sarà per questo bisogno di appartenenza che mi porto dietro da sempre (anche se non lo direste mai, avendo allentato al minimo i legami con la mia famiglia e non sentendo neanche il senso di appartenenza a questo Stato che sta morendo, morte peraltro meritatissima) che queste nuove scoperte ed esperienze non avrei mai pensato di farle con nessuno di migliore, se non con lei.

Mi sono accorto da tempo che certe cose non puoi farle in solitaria e che gli amici da soli non bastano, punto e basta. E queste foto ne sono precisamente le testimonianza. Per voi che le osservate ora sul vostro schermo potrei anche averle scattate in perfetta solitudine, ma in quel preciso istante, quando ho premuto il pulsante, lei era lì accanto a me. E mi sono sentito felice. In questi scatti ci sono i miei ed i suoi occhi e per questo, per me, sono belle il doppio. Anche se non lo sono oggettivamente, lo sono perché filtrate dai miei ricordi. Esiste qualcosa che possa avere più valore?

A proposto, dovreste anche sapere che lei è la donna che mi incoraggia sempre e che mi ha spinto a partecipare al mio primo concorso amatorial-fotograico, quindi se premieranno quell’istantanea (se non si accorgono che in realtà non è una bella foto, ma lo è il soggetto, insomma che avrebbe potuto scattarla chiunque) sarà soprattutto grazie a lei. Magari si sbagliano e la fanno vincere.
Se invece voi non ve ne siate accorti, la mia ultima fissazione sono le polaroid. Strano, perché io non mi fisso mai con le cose; l’ultima è stata ripetere in modo ossessivo-compulsivo le scene di un film di Troisi. Quindi ogni foto di questo blog, da ora in poi, si presenterà sotto questo aspetto altamente nostalgico.

Supersonico


C'è chi, superati i quaranta, per fare le acrobazie con lo skate in un video chiama uno stuntman e c'è chi, a quarantasei anni suonati -notato l'accostamento di "suonati" ad un musicista di professione, no eh?-, quelle evoluzioni le fa veramente. Poi suona anche nel mio gruppo preferito, ma non dite che sono di parte.

(via)

Le contraddizioni del socialismo reale sovietico

Dopo aver scoperto con colpevole ritardo questa meraviglia, vi annuncio con malcelato orgoglio che da oggi in casa dufresne si utilizzeranno esclusivamente saponi completamente biodegradabili ed ecologici, nonché distribuiti alla spina con flaconi per questo riutilizzabili e riciclabili.

Scusate, ma ora devo andare a rifornire di benzina la Vespa, ché mi serve per percorrere i mille metri -scritti così sembrano tanti, no?- che mi separano dal lavoro ed i cinquecento dal supermercato dove acquisterò i detersivi non inquinanti.

Like a rootless tree


[pic by dufresne, Tiburtina, Roma]

Dente @ Circolo degli Artisti, Roma [09.09.2009]



[pics by dufresne, 2, 3, 4, 5]

Passare in due giorni consecutivi da un concerto dei Dinosauri a quello di Dente potrebbe creare sindromi dissociative alquanto serie, o almeno non indifferenti.

Anche se poi, dopo il frastuono e il conseguente sbandamento iniziale, razionalizzi che è più normale di quello che possa sembrare, persino più giusto. Non è poi così male come esperienza. E per fortuna che a parlare per me c’è una citazione* di Nick Hornby che può essere traslata anche alla musica senza perdere onestà e valore intellettuale, nonché ripresa da un libro di cui ha parlato il sottoscritto in tempi non sospetti, e bla bla bla.

Quarantotto ore passate così sono una finestra aperta sul passato, uno sguardo a quello che sono oggi e pure una sbirciatina al (ahimé, prossimo) futuro.
Vedere tre vecchi-ma-non-troppo rockers, che insieme raggiungono qualcosa come centotrentacinque anni, emanare pura energia ad ogni nota, ad ogni sussulto e ad ogni distorsione, è anche confortante per l’avvenire. Come una proiezione sulla vitalità che potrei avere tra quindici anni circa. Oltre ovviamente a dimostrare scientificamente che si può andare in skate e sulla Bmx anche con i capelli bianchi.

Vorrei essere come Dente oggi (una vera rivelazione: ironico, teatrale, divertente e allo stesso tempo romantico e malinconico, ma senza essere -troppo- deprimente, e, non da ultimo, con delle basette fenomenali) e pieno di energie e gioia di vivere domani; poter saltare e scatenarmi per un’ora e mezza senza sosta, proprio come Lou Barlow oggi. E mi piace credere, forse illudermi, di essere già tutto questo.

Insomma, in due serate potrei aver concentrato una vita, così come in poche righe di un post una marea di allucinanti associazioni psico-temporali (leggi: seghe mentali).
È un periodo che penso troppo, decisamente.


p.s. se ne parlo solo ora è perché, oltre a pensare troppo, ho anche un mare di cose da fare.

p.s.2: ma non avrei dovuto, come da titolo, parlare del concerto di Dente?



* Il problema della lettura è che non finisce mai. L’altro giorno ero in una libreria a sfogliare un volume che si intitolava più o meno “I 1001 libri da leggere prima di morire (e, senza far nomi, devo dire che il compito imposto dal titolo è impossibile per definizione, visto che almeno quattrocento dei libri indicati ucciderebbero comunque), ma da lettura nasce lettura –è proprio questo il punto, no?- e uno che non devia mai da un elenco prestabilito di libri è già intellettualmente morto.

'Cause when I need a friend it's still you

Oh, questa sera al Circolo suonano i Dinosaur Jr. Chi non viene non era adolescente negli anni novanta. Oppure era adolescente, ma preferiva andare in parrocchia. O peggio, si è dimenticato colpevolmente chi è stato e da dove viene.

Io, dato che la parrocchia non la frequentavo, do una spolverata allo skate e vado. Sarà come organizzare una cena delle medie, ma senza Facebook. Sarà tutto un sorrissi ammicànt, un riconoscersi, un salutarsi complice, un ma-tu-c’eri-al-concerto-degli-Smashing-a-Roma-nel-millenovecentonovantasei?! Come una specie di rimpatriata di tristoni e ribelli tardo-adolescenti un po’ più pelati, di sicuro più stanchi, ma disillusi allo stesso modo. Saremo tutti un po’ più giovani, almeno per una sera.

Ci ho ripensato: la cosa peggiore è proprio non essere stati adolescenti negli anni novanta ed essersi persi tutto questo. Ora non ci si saprebbe commuovere vedendo J Mascis che poggia la mano sulla spalla di Lou Barlow.

Stiamo invecchiando, troppo presto.

Giacometto e il senso del sacro

[esterno notte]
- Cos’è quella luce in cima al Monte Sir**o? Sembra un falò da quaggiù…
- È la Madon*a della N**e…
- Ah, finalmente le hanno dato fuoco?
- Cretino.

Something to talk about (part tù)

Anche queste sono recensioni sui generis, scritte come sempre con il suo unico, straordinario e vivace stile, ma coprono un periodo precedente (settembre 2003-giugno 2006). Nick Hornby si conferma per l'ennesima volta scrittore con molte cose da dire. Io, ho già detto tutto qui.

[...] I libri, ammettiamolo, sono meglio di qualunque altra cosa. Se organizzassimo un campionato di fantaboxe culturale, schierando sul ring i libri contro il meglio che qualunque altra forma d'arte abbia da offrire, sulla distanza di quindici riprese... beh, i libri vincerebbero praticamente sempre. [...]

Scuse sceme per procrastinare incontri (part tù)

- Hai impegni per oggi pomeriggio?
- Mah, niente di particolare… (fatti venire in mente qualcosa, fatti venire in mente qualcosa, fatti venire in mente…)
- Allora vieni con noi a prendere un aperitivo!? Daaaai, è tanto tempo che non usciamo insieme…
- Beh… (ok, questi sono i fatti. Ti sei chiesta i motivi, visto che gli altri amici li vedo e te no?)
- Daaai, così ti faccio vedere il bracciale di Ti**any che mi ha regalato!
- Mmmh… (ti sei risposta da sola. Sei la persona più superficiale che io conosca, parli solo di gioielli e scarpe e ti quanto tutti ti facciano i complimenti per quello che fai e per come sei bella. Non credi che con te mi possa rompere i coglioni, come ogni altro essere umano dovrebbe?)
- Allora, a che ora ci vediamo?
- In realtà avevo intenzione di andare a scattare qualche foto al gazometro… (e questa è la scusa più brillante che ti sia venuta in mente?)
-

La cosa peggiore è, forse, farlo veramente.