Freak scene

Preso da un moto di ribellione, roba da far invidia al giovine Holden, ho deciso spontaneamente, senza la costrizione di forze esterne né per mancanza di pecunia, che non andrò al concerto dei Dinosaur Jr. Evento che aspettavo da quando avevo più o meno quindici anni.
Ci sono due contingenze che avranno luogo la stessa sera, una congiunzione astrale infausta provocata senza dubbio da dei malevoli (ancora loro), come non se ne vedeva dai tempi dello scudetto alla L*zio. Il caso vuole che proprio nella stessa calda notte romana ci sia, nell’ambito della rassegna del Festival delle Letterature, nella meravigliosa cornice della Basilica di Massenzio (immaginatela di notte, illuminata... da togliere il fiato), una serata dedicata a Nick Hornby, con la diretta partecipazione del mirabolante scrittore d’Albione. Quello che ha scritto pagine nelle quali come poche volte mi sono così rispecchiato; un personaggio, quello di Rob Fleming, che fa parte del mio essere. Ancora più dei dinosauri.
Poi tanto vi farò una compilèscion con la top fàiv dei concerti imperdibili che mi sono perso. Ci saranno anche loro.

I’m not as sad as Dostojevskij, I’m not as clever as Mark Twain (cit.)

Avete mai provato a fare il sympa ad un colloquio di lavoro? Io sì, qualche anno fa. Non fatelo. Del tipo ritrovarsi di fronte la psicologa-cessa addetta alle selezioni del personale ed il responsabile delle assunzioni per conto dell’azienda, simpatico come un dito nel culo e che per brevità chiamerò il cornuto.
psicologa-cessa: che lavoro fa tua madre?
dufresne: insegnante… insegna all’asilo.
p-c: che poi ora mi sembra si dica “scuola dell’infanzia”, vero?
dufresne: sì, in effetti mia madre mi riprende sempre quando parlo di “asilo”…
p-c: ma alla fine sono solo formalità burocratiche. Ora si dà troppo peso all’apparenza… (segue pippone –giustissimo– sulla vacuità degli eufemismi dei tempi moderni)…
il cornuto: eh, e poi ci tengono alle formalità, guai a trasgredire, si incazzano proprio!
[sguardo tra l’attonito ed il perplesso di dufresne]

dufresne
: sì sì, infatti una volta un bambino si è avvicinato a mia madre per confessarle maestra, lo sciai che mi piasce tanto venire all’asilo? L’ha picchiato.
Lei, cogliendo l’ironia un po’ cinica si è subito messa a ridere. Mi volto verso di lui: una maschera che lasciava trasparire solo orrore. Volto di pietra. Tutt’intorno una distesa di ghiaccio, e mi sono sentito come se stessi camminando a piedi nudi sulla superficie del lago ghiacciato di Peipus. Freddino, vero? Così mi sono sentito in obbligo di aggiungere “sto scherzando”. Allora lo psicorigido (e cornuto) finalmente si scioglie (insieme al ghiaccio) e si lascia andare. Alla fine sorrisi ed inculate, anche se quel lavoro non l'avrei mai fatto.
E vabbè, a questo punto avrete capito il motivo che ultimamente mi ha portato a scrivere poco. Perché la mia testa ed i miei pensieri erano tutti proiettati verso un evento, una meta tanto agoniata. Ero in attesa di una sospirata risposta che sarebbe dovuta arrivare qualche giorno fa. Ecco, il sarebbe si è trasformato in non-mi-hanno-chiamato. L’ennesimo colpo basso al mio già fragile ego.
E pensare che credevo di avere tutte le carte in regola per questo lavoro. Passione e competenza. In più grande professionalità del sottoscritto durante il colloquio e determinazione a fare bene (senza battutone-nerd da somministrare agli esaminatori-kappler). Con la mia mente, emotiva ed ansiosa che comunque scriveva il copione delle più grandi figure di merda che –sicuramente– avrei fatto. Come inciampare e finire disteso per terra con posa a là Gesù Cristo. Sai che vergogna. O sputare sul foglio mentre parlo. Cose così.
Mi potrei nascondere dietro mille banali e vigliacche scuse, giusto per non ammettere la triste realtà. Ci sono molti ragazzi più brillanti di me e che sono stati ritenuti più idonei.
Io tiro fuori l’orgoglio e vado avanti. Giro la pagina di un romanzo (un dramma?) che mi stava appassionando e nel quale avevo riposto molte (troppe) speranze, ma con un finale deludente.

Epilogo (al precedente post)

Ormai Parma nel mio immaginario non sarà più la città cinquecentesca, che culla il suo Duomo, l’imponente Battistero di marmo rosa o gli affreschi evocativi del Correggio. D’ora in poi sarà solamente una piccola, triste cittadina di provincia, immersa perennemente nella nebbia.

Sshhhhh

Voi oggi che fate?
Oh, se il Parma si salva dalla retrocessione, ci vediamo a Testaccio a festeggiare.
Altrimenti: grazie Reagan, bombardaci Parma (cit.).
Sorrisone ammiccànt.

p.s. poi vi spiego perché non scrivo da due settimane.

Afterhours, Teatro Tendastrisce, Roma [08.05.2008]

Oggi non ho tempo, né voglia, di scrivere. Accontentatevi degli appunti (incompleti) post-concerto.
Poi partecipa anche tu al nuovo concorso di dufresne, "Aguzza la vista": cento punti a chi scova le strunzate che ho scritto.

I cento passi un par di palle


Cinisi, novemaggiomillenovecentosettantotto.
Trent'anni dopo. Trent'anni oggi.
E non abbiamo imparato niente.
In un paese dove, se palri di Memoria, ti consigliano l'Acu*il Fosforo.

Quest'anno è forte la tua Fiorentina... (cit.)

L’altra sera avrei potuto vedere, in un colpo solo, Adam Green, Le Luci della Centrale Elettrica e Laura Marling. Avrei potuto, perché ho preferito rinunciare all’evento concertistico di maggio, per rimanere in casa a godermi la semifinale di Coppa Uefa della Fiorentina.
Il preferito naturalmente è un eufemismo che sta per costretto da Giovanni, che ha messo il sottoscritto di fronte all’alternativa di essere cacciato di casa. Sono certo converrete che abbia fatto la scelta giusta.
In realtà mi sono seduto su una sedia (ma il volume era quello di un concerto), perché ormai mi sono appassionato a questa squadra, ma soprattutto per vivere una serata in empatia totale con lui. Uno spettacolo nello spettacolo.
La fine la conoscete tutti.
Io invece ieri me lo immaginavo, in piena crisi depressiva post-trauma, intento ad ascoltare in loop Firenze Santa Maria Novella di Pupo.
No, aspè, questo lo fa spesso.
Lo so, non è una bella immagine.

Forma e sostanza

Voler massimizzare il profitto, per una società, significa, in pratica, scegliere la quantità a discapito della qualità. Apparire forti, anche se non se ne hanno le fondamenta economiche per farlo. Figuriamoci l’autorità morale. Investire pochi soldi per un nuovo lavoro significa pagarne poi le conseguenze, a lungo termine, inevitabilmente. Conseguenze di insoddisfazione e di fallimento.
Ed è lo specchio anche di quello che avviene nella società contemporanea, società in senso sociologico. Società dell’apparenza. E politica delle promesse vacue, perché irrealizzabili. Tutto è legato. Un sottile filo rosso.
Uno dei miei capi, per uno dei lavori che seguiamo nei nostri uffici, ha deciso di adottare questo metodo, triste assioma del capitalismo, senza farne un minimo di studio di previsione. Oh, bastavano due calcoli, mica la laurea (comprata) in economia.
Con il risultato finale di vanificare mesi di sforzi e duro lavoro del sottoscritto e di alcune altre persone.
A me non resta che la possibilità di sputtanarlo su questo blog.
Vendetta, tremenda vendetta.

Secondo una mia statistica molto casalinga, questo blog è letto (saltuariamente) da circa quattro-cinque-massimo-ma-proprio-a-voler-esagerare-sei persone.
Rapporti di forze.

Direi che, dopo tutto, l’elezione del nuovo sindaco della capitale l’ho presa piuttosto bene…


Incredibboli

Sabato sera gli Amari al Circolo (ancora?), rigorosamente aggratise.
Probabilmente non andrò, non ballerò, non mi divertirò, giusto per il gusto di ostentare vergognosamente in questo modo, con un testo intelligente, amaro (ehm) ed arguto, il mio odierno stato d’animo.

Scusa se anche questa notte voglio stare a casa, scusa ho solo stupide parole che ti accompagneranno se mi stai ascoltando, inizio dal fondo, ho bisogno di silenzio, incondizionabile la scelta dell’assenza, posso nascondermi dietro l’alone di una generazione che le rivoluzioni le pensa sul divano, in sottofondo un disco suona piano e accende sensi di colpa, c’è qualcuno che li svende. Scusa se anche questa notte voglio stare a casa, è una scusa un’altra volta. Scusa se anche questa notte voglio stare a casa, devo salvare il mondo. Scusa ma devo vegliare candele da umide soffitte, devo aggiornare il diario di tutte le sconfitte, il gomitolo che poi non userò, un altro anno un altra bella sciarpa, non sarà su quella strada, è troppo presto per scoprire un sassolino nella scarpa, forse un altro giorno poi ci giocherò, forse un altro giorno poi ci giocherò, forse un altro giorno.

Revisionismi / Attualità

Andare a vedere una salma non è che sia poi il massimo dell’allegria, ma in questo caso la circonda un certo alone religioso, quasi mistico, di venerazione. Per questo tutti vi si accostano in silenzio, ma con felicità.
La Chiesa, diciamola tutta, non l’ha mai potuto sopportare e veri miracoli non è riuscito a farne, anzi è diventato simbolo effimero di un qualcosa che non si è mai realizzato; ma allora, perché rappresenta ancora un forte simbolo di riscatto?
Se tanta gente fa la fila per andarlo a vedere, disteso su di un letto, con una maschera di cera sul volto, ci sarà pure un motivo.
Mi viene in mente mio nonno, che me ne parlava spesso. Ricordo i suoi occhi illuminarsi, ed io, nella mia ingenuità di bambino, non capivo, ma ne venivo rapito dai racconti. Non ne coglievo appieno lo spessore, ma pensavo dovesse essere un grand’uomo, una specie di santo, a vederlo di riflesso nella devozione di un uomo più grande di me di molti anni, che della vita aveva esperienza, e che sì, aveva fatto al guerra ed aveva sparato ai nazisti ed allora, cazzo, se ne parlava così bene doveva per forza aver ragione. E poi era mio nonno, e c’erano le partite a pallone che facevamo insieme e le domeniche allo stadio a vedere la Roma, la meraviglia nel vederlo riparare ogni cosa, ed i suoi racconti.
Insomma, c’è questa salma lì distesa e tanta gente in fila per vederla. Si presenta con la sua inconfondibile barbetta, il tempo sembra essersi fermato per un’icona che suscita rispetto e reverenza, così come feroci critiche, un insieme sconfinato di sentimenti contrastanti.
Vorrei andare anche io, prendere il treno e fare molta strada, fino ad arrivare in una terra nella quale non sono mai stato. C’è qualcosa che mi spinge, irrimediabilmente, verso quest’uomo.
Sì, lo so, da me non ve lo aspettereste mai. Ma un legame sentimentale mi lega a questa figura. Fa parte della mia storia, nel bene e nel male. Prima o poi, lo farò.

The Niro, Circolo degli Artisti, Roma [22.04.2008]


[pics by dufresne]
Per chi se lo stesse chiedendo: no, non lavoro al Circolo (uno dei pochi posti che organizza eventi musicali interessanti). I biglietti li pago, poco, ma li pago.
Se poi l’occasione è quella di vedere dal vivo The Niro, allora scrupoli sui soldi non te ne fai proprio. Davide Combusti torna nella sua città e mostra a tutti i presenti che di ordinario in lui c’è ben poco. Vabbè, ‘sta banalità scontata, giocando con il titolo del suo primo EP, l’avranno detta un po’ tutti, ma non ho resistito. Merita come minimo ammirazione, un ragazzo non ancora trent’enne che si è esibito persino all’Auditorium, al quale viene spesso accostato il nome di Jeff Buckley (mica Little Tony), che ha suonato con musicisti dai nomi altisonati in giro per il mondo e che si presenta su un piccolo palco, che ha calcato già molte volte, con un’umiltà spaventosa. Roba che un pincopallo qualsiasi se le tirerebbe più di Manuel Agnelli. Invece lui, come fosse la cosa più normale del mondo incantare un’intera folla di persone incredule per tanto talento, se la cava con i suoi grazie pronunciati in un modo che rivelano tutta la sua timidezza, così in contrasto con la sicurezza che mostra quando suona, e che ti spingono a desiderare di salire sul palco per abbracciarlo. Senza tralasciare il fatto che uno che si sceglie come nome d’arte così geniale, meriterebbe di vendere milioni di dischi. Un concerto perfetto, per la cura degli arrangiamenti, per la grinta, per i musicisti bravissimi che lo accompagnano e per le emozioni che ti sconvolgono dentro. È irresistibile quando, nella sua inconfondibile posa occhi-al-cielo e le sue dita che corrono veloci e precise su quella chitarra, tira fuori una voce profonda e modulabile che ti lascia a bocca spalancata. Tu, sotto il palco, ti rodi d’invidia. E salti di gioia.

OfflagaDiscoPax, Circolo degli Artisti, Roma [17.04.2008]

[pics by dufresne]

Quella degli OfflagaDiscoPax è musica sentimentale per puri cuori socialisti, ma mai algida, come potrebbe suggerire il pregiudizio materialista. Evoca tutto l’immaginario tipico del piccolo sovietico, non manca proprio nulla nelle storie che raccontano. E, visto che c’hanno preso tutto, loro cercano di riempire questo vuoto emotivo mostrandoci le cicatrici che portano impresse nell’anima.
Il concerto scivola via veloce, è una discesa tra ricordi del reggiano anni settanta-ottanta, vita di quartiere, che è un po’ vita di paese e di provincia rossa, vita privata e citazioni di più ampio respiro. Memorie filtrate con l’occhio nostalgico, comunque intelligente, critico e conscio anche delle conseguenze di un passato ormai remoto.
Non è che siano il massimo della simpatia, se ci si accosta con uno sguardo fugace, se si vuole ignorare che tra le spigolature della loro musica e nei loro testi da premio letterario, versi da mandare giù a memoria, si cela anche molta ironia. Ma il pubblico lo sa: balla, pensa, si diverte e si commuove.
Poi, come al solito, arriva Venti Minuti che mi prende il cuore e ne fa quello che vuole. Qualcuno sa perché.

La terza volta fa un po’ più male

Due o tre cose che mi sono passate per la tesa questo pomeriggio.

- Non parlare delle elezioni sul blog, non parlare delle elezioni, non...
- Domenica ho perso del tempo.
- Gli italiani sono un popolo composto da persone in malafede o ignoranti. Probabilmente entrambe le opzioni.
- Gli italiani amano le pratiche sadomaso. Oh, chi sono io per giudicare?
- Non votare è inutile. Così come votare.
- Rialzati, Italia! Qualcuno dovrebbe spiegare a questa terra che per rialzarsi bisogna guardare in alto e non scavare in basso.
- Nell’anno bisestile ho scoperto di essere superstizioso.
- Se lo votano, se lo meritano. Ve lo meritate, Ber****oni, ve lo meritate! (cit. riadattata)
- A furia di piangerci addosso, ci siamo ossidati e stiamo cadendo a pezzi.
- Ho votato il partito che ha perso più voti. Sì, quello fuori dal tempo e dalla storia, con idee anacronistiche. Quello che è crollato. Come l’Italia.
- Alle otto di sera, Em***o Fe*e non era ancora apparso in video. Probabilmente era in bagno a masturbarsi.
- Ha vinto questo paese.
- Non riconoscersi e non appartenere non è mai stato contemporaneamente così alienante e così dolce. Non vinci e non perdi, non sei nessuno.
- Abbiamo perso tutti.

Solo gli stupidi non cambiano mai idea

Infatti sono dieci anni che metto una croce sullo stesso simbolo.

Chris Bathgate, Showcase @ Circolo degli Artisti, Roma [10.04.2008]


[pics by dufresne]

Mamma, è giusto che tu lo sappia: eravamo al massimo trenta persone, ma io ne avrei uccise almeno la metà.
Chris Bathgate suona su quel piccolo palco accompagnato solo dalla sua Telecaster (per inciso, la chitarra più bella del mondo), spesso accarezzata con l’e-bow, e dai pedali con cui gioca mandando in loop i suoi giri di chitarra e la sua voce, donando alle interpretazioni intensità e a noi gli occhi lucidi. La sua musica è semplice e diretta, vive e viene dalle più profonde radici americane. Ce la presenta così, in quarantacinque minuti pieni di classe cristallina e di canzoni a cuore aperto che volano via facili facili. Il tutto senza teatralità, giacca e cravatta, spillette, taglio di capelli cool o le converse. Tutte queste cose stavano nella sala accanto (tre o quattro, honestly, anche addosso a me, ma è dello spirito che parlo) in attesa del concerto dei The Wombats. E una dozzina di rompipalle, appunto, lo aspettavano con noi, parlando a voce alta durante l’esibizione del nostro nuovo eroe romantico e rovinando l’atmosfera di molte canzoni. Voglio dire, pure a me piace ballare, ridere e scherzare, ma la mancanza di rispetto, e l’ignoranza che la genera, è insopportabile. Ma è bastato guardarlo negli occhi e perdersi nella sua voce calda, ovatta isolante verso l’esterno, per farmi gioire di un evento così intimo ed unico.

Yeah, I'm still alive

I più attenti di voi si saranno accorti che non aggiorno il blog da quasi due settimane. In questo periodo ho così tanti impegni da portare avanti, tante cose a cui pensare. Il paradosso è che vorrei fossero ancora di più.
E le cose a cui penso sono più di quelle che riesco a realizzare.
E questo alimenta un corto circuito emotivo.
E questo non è bene.
Dovrei imparare a lasciarmi scorrere tutto addosso, come direbbe la pornostar.
Vorrei riuscire a fare mille cose, tutte con grandi risultati; in pratica vorrei imparare ad essere come il mio amico Pietro. Ieri mi ha fatto ascoltare questa cover per telefono, imparata alla perfezione dopo due settimane, con tanto talento, ma anche con molto impegno e costanza. Ho scoperto anche che il mio telefono ha un’acustica migliore di quella del Palaeur, o comecavolosichiamaora. Ma questa è un’altra storia.

The Aeroplane Flies High (Turns Left, Looks Right) (cit.)

In pratica, il grande ritorno dei post subliminali by dufresne.
Lungi da me dal dare indicazioni di voto, eh.

Paolo Benvegnù, Circolo degli Artisti, Roma [29.03.2008]

[pic by dufresne]

Io ed Ale arriviamo al Circolo con due ore di anticipo, non a causa della mia passione per Benvegnù, né grazie alla nostra conclamata ansia, ma più prosaicamente perché l’orario sui biglietti era stampato errato. E noi, da bravi boccaloni, non è che ci siamo fatti venire il dubbio che un concerto previsto per le 20.00 risultasse un po’ anomalo; in realtà la stranezza l’avevamo pure colta, ma evidentemente era troppo difficoltoso per noi alzare il telefono e chiedere conferma. Oh, ognuno ha gli amici che si merita. Il primo dubbio più serio si è insinuato in noi quando abbiamo parcheggiato a dieci metri dall’ingresso. Il secondo, quello che ci ha dato la conferma definitiva, è stato arrivare sul posto, con (finto) sommo stupore, direttamente insieme a Benvegnù, giusto in tempo per vederlo scendere dal taxi, ma tu non dovresti suonare tra cinque minuti?
La serata iniziata troppo presto è poi anche finita troppo in fretta, grazie al cantautore (voglio chiamarlo così). Non parlo della durata, alludo al troppo in fretta come tutte le cose belle. Sarà per il taglio nervoso che dà alle sue canzoni dal vivo che il concerto vola via, trascinandoci in una tensione costante. Tra momenti tirati, canzoni che ti avvolgono per riscaldarti il cuore, versi da poeta, musicisti virtuosi, i vecchi pezzi degli Scisma ed una mezza cover degli AC/DC. Mai banale, mai superficiale. Il cantautore se ne sta su qual palco ad un metro più in alto di tutti quanti. Il significato profondo di una serata indimenticabile.

And we'll become silhouettes when our bodies finally go

Arrivato alla soglia degli 81 kg. di peso, penso sia giunto il momento di approdare alla consapevolezza di avere un disturbo alimentare e darmi di conseguenza una regolata. Sappiate che la foto non mi rende (in)giustizia. Non avrei mai pensato di arrivare ad avere quello che tutti gli uomini amano, ma nelle donne (a meno che voi non vi chiamiate Lapo o Paulo Victor Reginaldo Rubens detto Nadia): le tette.

n.b. Non saranno accettati in sede di commento accostamenti ironici e veri sympa fin troppo facili tra l’essere ritratto nella foto ed il water sullo sfondo.

Everything zen

dufresne: beh, in effetti il mio lettore mp3 ha solo mezzo giga di memoria e ormai è vecchio, obsoleto, ed è praticamente rotto. eddaiii.

La storia la sanno più o meno tutti.
Viviamo nella società dei bisogni, dove le nostre (presunte) necessità sono più che altro indotte da un sistema grazie la quale siamo arrivati a desiderare, e comprare facendo sacrifici, quello che in realtà non ci serve, quello di cui non abbiamo realmente bisogno. Siamo abituati a cose inutili, oggetti senza i quali vivremmo comunque benissimo.
Quell'edonista di Oscar Wilde se ne uscì con un aforisma: posso rinunciare a tutto, fuorché al superfluo. Ora, la citazione proprio precisa forse non è questa, ma il succo sì. Oggi, nel mondo economicizzato fino all'eccesso, nell'era del consumismo sfrenato bla bla bla, questo stile di vita (way of life, direbbero quelli che la sanno lunga) sembra essere diventato la regola.
Perché allora, nonostante questa consapevolezza, non riesco a fare a meno di pensare a lui?
Ecco, ora sostituite" mezzo" con "sei" e "rotto" con "funziona benissimo barra non ha mai funzionato così bene" e capirete meglio quello che voglio dire.

Her beauty and the moonlight overthrew ya


Doverosa premessa: ho sempre avuto un debole per i violini. E per le canzoni pop.
In questi giorni mi è entrato in testa un motivo killer ed appiccicoso che non vuole sapere di andarsene dal mio cervelletto. Melodia che ha la capacità di farmi battere il piedino quando sono al lavoro, di farmi fischiettare sotto la doccia, di farmi cantare in macchina e, ahimé, visto che ho la capacità di concentrazione degna di un telespettatore medio di mtv, di farmi distrarre mentre studio.

Da un viso come quello di Jens Lekman ti aspetteresti un suono diafano, sottotono, fatto di sottrazioni, di arpeggi ed acustici passaggi delicati. E invece, sbam, se ne esce con quei violini nervosi e al tempo stesso malinconici. Come ti senti tu in questo momento.

Jens Lekman, The opposite of hallelujah (emmepitre)

I feel realized only with a (blow) job

[pic by dufresne: cliccateci]

Questo è più o meno lo scenario che mi ritrovo ultimamente davanti agli occhi. Una porta chiusa. L’immagine che meglio descrive questa città, spietata quando qualcuno chiede di poter lavorare. Nel mio caso, di poter cambiare occupazione. Più introvabile della figurina di Ago Di Bartolomei dell’album Panini del 1983. Una sorta di immobilismo sovietico, senza gli indubbi vantaggi del comunismo: la tormentata ed affascinante storia di Vladimir Majakovskij e Lilja Brik, Goodbye Lenin e l’arte di propaganda degli Agitprop.

Sartre mi fa una pippa

Un amico mi ha chiesto cosa farò ad aprile, verso la metà del mese. Senso di Nausea.
Dopo aver passato in rassegna diverse ipotesi, nell’ordine: scopare, leggere, guardare un film, studiare, sfidare Pietro in una gara di rutti, passando per il classico andare al mare, ho finito per optare in un pollice ben stretto sulla narice destra, l’indice sulla sinistra e, se non fosse abbastanza e mi facessi prendere dal rimorso, chiudere gli occhi. Poi mettere una croce. Il più a sinistra possibile. Ché poi, volendoci avventurare in un inutile gioco dialettico, sarebbe in realtà una croce il più lontano possibile da destra.
Tutto questo mentre le mie ingenue amiche stanno perdendo tempo a laurearsi o a cercare un lavoro sicuro, decente ed appagante, c’è chi sta lavorando attivamente per loro.


Pier*ilvio: Caga, ti amo!
Amica di dufresne: Eh, io no...
P: Ma come, non ti bastano tutte le mie attenzioni?
Add: È che vorrei più regali... e poi... non mi fai sentire al sicuro.
P: Posso cambiare, diventare una persona migliore...
Add: No, senti, famose a capì: io sto con te solo-per-i-soldi.
P: Ah, maledetta puttana. Aveva solo detto “uno come mio figlio”, non “mio figlio”... poteva farsi i cazzi suoi?
(Pier*ilvio apre la porta)
Add: Dove vai? E l’assegno per la mia macchina nuova?
P: Torno subito. Devo uccidere una persona.

Eels, Auditorium - Parco della Musica, Roma [08.03.2008]

Mark Oliver Everett sa cosa significa avere radici. Altrimenti non sarebbe così folle da aprire il concerto con un’ora di documentario della BBC (meraviglioso per fotografia, grafica, regia ed idee) di Mr. E sulle orme del padre. O forse è proprio per questo che se lo può permettere; avere delle forti basi alle spalle può darti la forza di metterti a nudo. Tutto questo si trasmette nello spettacolo del quarantacinquenne americano, questo suo scoprirsi, forte anche del suo talento e del suo folle genio. Con il suo assurdo e quasi svogliato modo di imbracciare una chitarra quando sta seduto ed un cappellaccio con la visiera tirato in tesata per tutto il concerto, dandoti l’impressione di chi è lì quasi per caso, di un grande musicista che per strada baratta qualche nota con degli spicci.
Il documentario è un viaggio nella mente del genitore, un noto scienziato e fisico, studioso di meccanica quantistica ed elaboratore di teorie sugli universi paralleli. Un viaggio segnato dalla riscoperta dei suoi rapporti personali, da discussioni con gli amici o i suoi ex allievi, da spiegazioni del funzionamento dei fotoni, etc. Il tutto toccato da malinconia e dalla sempre presente ironia che gli permette, probabilmente, di andare avanti.
Sapevo che mi sarei dovuto aspettare un qualcosa di nuovo e non convenzionale. Ho avuto modo di vedere altri concerti (in video) degli Eels (che ho sempre adorato) elettrici o with strings. Così, grazie alla mia nota elasticità mentale, avevo deciso di adottare un unico metro di giudizio per ciò che avrei visto ed ascoltato ieri sera, an evening with Eels, che in pratica sarebbe stata una serata per due. Da buon psicorigido, queste erano le tre opzioni: 1. peggio degli Eels, 2. meglio degli Eels e 3. come degli Eels. Capirete perciò il mio stupore nel trovarmi in un contesto di un universo parallelo che ammetteva l’opzione namber fòr, cioè non c’entra un cazzo con gli Eels.
L’intimità è stata la chiave del concerto, a cominciare dal documentario. Mark Everett sul palco sale solo in compagnia del fidato polistrumentista ed amico Chet Lyster e con lui si alternerà anche alla batteria, lanciandosi in strepitosi assoli e cavalcate rock. Con mia profonda sorpresa non si è vista neanche l’ombra di una chitarra acustica: solo pianoforte, per le sue classiche struggenti ballate, e chitarra elettrica per riarrangiare ed asciugare in due elementi i pezzi del gruppo americano. Ed in questa veste si sente ancora di più l’influenza delle radici della musica d’oltreoceano.
Mr. E poi scherza con il pubblico, legge le recensioni dei suoi recenti spettacoli sui quotidiani, alterna la musica a momenti di reading (affidati all’amico) ironici o toccanti, segnati da intime tragedie, quelle che l’hanno accompagnato per tutta la sua tormentata vita.
Alla fine non ci concederà il bis, ma va benissimo così. Questa è arte, mica un concerto normale; e lui lo fa con una naturalezza impressionante. Five stars (cit.).


p.s. Possiedo un dono tutto mio: quello di perdermi per strada ogni volta che torno dall’Auditorium. Oh, puntualmente commetto la stessa puttanata.

p.s.2: Nonostante gli OfflagaDiscoPax abbiano il merito di aver scritto una canzone illuminante come Tatranky ed una da premio letterario, e a dir poco commovente, come Venti minuti, ho rinunciato all’idea di questa impresa. Non sò più er ghepardo de 'na vorta.

CCISS – Viaggiare Incazzati -edited-

Ricorda uomo, per quanto tu possa essere appassionato di tecnologia, arriverà sempre un momento in cui farai la figura del peracottaro.
Si è inserito nella mia autoradio, non so per quale oscuro gioco celeste (mio padre), la simpatica funzione del traffic info not richiested and not util when you are near from home. In pratica, quando meno te lo aspetti, il Cciss – Viaggiare Informati ti si impossessa dell’autoradio senza che tu lo voglia e, per dio, non si ha più modo di sentire il ciddì, il lettore mp3 o semplicemente cambiare stazione radio fino alla fine del suddetto programma. Dall’inizio alla fine, così, senza che tu possa opporre resistenza. L’unica via è la fuga: spegnere o togliere il volume.
Ti prenderà alle spalle. Quando sei solo e canti a squarciagola un brano trash di cui ti vergogni (per questo lo canti mentre sei solo). Quando ascolti la nuova, splendida, canzone degli
Afterhours. Quando starai in macchina con un tuo amico e vorrai fare il saccente (ma in realtà è solo orgoglio) con un musicista che conosci solo tu, senti-questo-ragazzo, me-ne-sono-innamorato, quanta-classe-e-che-canzoni-meravigliose, mica-lo-trovi-sugli-indie-blog-fighetti, I draw a line from A to B and what happens in between It is an open mystery as far as I can see... eeeeh prrrr, Cciss, Viaggiare Informati, vi dà il benvenuto...
Lo ammetto, dopo aver perso il libretto delle istruzioni, ogni tentativo è stato vano. Le ho provate tutte, premendo ogni tasto dello stereo, anche insieme creando varie combinazioni, anche inserendo le quattro frecce ed il tergicristalli, senza riuscire a togliere questa opzione. Le ho provate tutte, anche da casa con ctrl+alt+canc.
[Appendice: le sue composizioni struggenti a volte si colorano di fortissime tinte policromatiche e lo fa con la delicatezza ed il piglio romantico da chi ha imparato la lezione di una scuola folk antica, facendola propria, personale. Insomma, con lui gli accostamenti sembra quello lì, suona come quello là, lasciano il tempo che trovano. Ché, detto per inciso, Fionn Regan pur essendo giovanissimo già dà la merda a tutti.]

Ho quasi trent'anni e, quindi, dovrei citare Nick Hornby almeno in un post

Top fàiv delle attività che amo fare con lei:

- Fare all'ammòre, possibilmente ogni giorno. E fin qui...
- Cucinare.
- Ridere, anche per una sciocchezza.
- Litigare, anche per una sciocchezza. Per poi riderne.
- Pensare al futuro. E scoprire i nostri occhi che guardano nella stessa direzione.

The Black Cab Sessions

Dopo i geni di La Blogothèque ed i loro take-away shows (ricordate i piccoli ballerini dei Menomena e gli Arcade Fire nel montacarichi che tengono il tempo strappando le pagine di una rivista?), ecco altri giovini che amano ascoltare e vedere la musica anche da un’altra prospettiva. La filosofia è semplice: prendere un taxi londinese, farci salire alcuni dei miei cantanti preferiti - Will Sheff, Britt Daniel, i The National – ed invitarli a suonare una loro canzone in acustico a spasso per la città. Mentre fuori tutto scorre frenetico ed ignora, o è indifferente, al carrozzone d’arte ambulante. Nel senso più nobile del termine.
One song. One take. One cab.

Storie di rocchennroll

Nel 1995 avevo quindici anni, i capelli più lunghi e, ahimé, sicuramente anche molti di più. E forse meno brufoli di ora.
Nel 1995 i Fugazi suonarono al Forte Prenestino, ed erano già entrati nelle mie orecchie, nella mia testa, nel mio cuore, nel mio essere. Il Mucchio Selvaggio, che allora compravo saltuariamente, pubblicò un resoconto della serata, accompagnato da un’intervista. Da quel momento non ho (quasi) mai dimenticato di leggerlo, prima ogni settimana, ora ogni mese.
Adesso quello che meno mi convince sono alcune sue divagazioni politiche; certe informazioni tendo a cercarle da qualche altra parte. Non come quando avevo quindici anni, eh, che ascoltavo improbabili radio romane antagoniste ed autogestite, nelle quali l’argomento più o meno ruotava sempre e solo intorno alle ragioni della guerriglia maoista delle forze antigovernative in Kaquigastuzannk.
Le riviste musicali le ho sempre lette perché mi fornivano nuove e più profonde chiavi di lettura della musica che ascoltavo e che io, ingenuo e giovane ascoltatore, non avrei potuto cogliere da solo. Ora che ho avuto modo di farmi una modesta - modestissima, modest mouse - cultura musicale, le leggo perché so che non si finisce mai di imparare.
Ecco, io la musica non l’ho mai vissuta come puro intrattenimento. Penso di averlo ereditato da mia madre; il suo è uno sguardo di qualcuno che cerca di vedere oltre la superficie, che cerca di leggerti dentro. Fondamentalmente, mosso dalla curiosità e dalla passione, amo scavare.
Da un po’ di tempo, sul Mucchio, Alberto Crespi ci racconta il flip side di alcune canzoni, tutte immortali. Tutte storie affascinanti, che ne sono alla base, che le hanno ispirate. Storie di R’n’R, insomma.
C’è stato Leonard Cohen; questo mese c’è Billie Holiday con il suo strano frutto.