What do you get if you add 2 to 40? Oh, sono pigro...


Può essere un sottofondo alle tue giornate, ai tuoi amori, ai tuoi umori. Puoi viverla anche molto più intensamente, facendola diventare la cosa più importante della tua vita. Poi cresci e le priorità in parte cambiano. L’amore vero, gli amici -quelli veri, che si contano sulle dita di una mano-, un lavoro (possibilmente appagante), una casa (possibilmente accogliente). Ma tutto quel terremoto interiore che ti ritrovi lo puoi soddisfare solo se c’è anche lei a farti compagnia. Sarà causa di lacrime, sorrisi, urla e balli sfrenati. Sarà che per noi non sarà mai un sottofondo alle nostre esistenze.
Dicono che la musica puoi capirla veramente solo se l’hai suonata almeno una volta nella vita. Non credo sia così, anche se io ho avuto questa fortuna. La musica è arte e nobile espressione, principalmente delle ansie e delle urgenze di ognuno di noi. Puoi ascoltarla, puoi suonarla, puoi scriverne.
Oppure puoi aprire un’etichetta discografica, indipendente.

Uno degli eroi che si è lanciato in questa splendida avventura –che poi è sempre stato il mio sogno, ma io non ho così tante palle e competenze-, è un ragazzo con cui ho semplicemente parlato un giorno, per una mezz’oretta, di grandi concerti, organisti animaleschi e riviste musicali.

E questa è la loro 42 records. Ascoltate la compilèscion con la quale si presentano al mondo, sostenete i loro artisti.
Già circolano le voci di una Colu**ia disperata che sta per licenziare Bob Dylan. I Radiohead che faranno uscire i loro prossimi dischi con loro, ma li consegneranno personalmente porta a porta, chiedendo solo la mancia. La E*i che preme sulle Spice Grrrls per farle sciogliere. Tremano i palazzi.
A quando le spillette?
Intanto applausi.
E un grazie a loro, ché vedere tutta questa passione ed amore per la musica è pura gioia.

p.s. Io ho già i miei preferiti: i København Store [in alto a destra, l'mp3; il disco, il quattordici febbraio] .

Guardarsi allo specchio

Giacomì, rassegnati. Non basterà il nuovo taglio di capelli ggiovane. Né basteranno le converse ai tuoi piedi o riempire il lettore con la discografia completa dei Cursive. Ché quando ti fai crescere un po’ di barba quel nonsoché di Chuck Norris ce l’avrai sempre. E non è bello.

Rome wasn't built in a day e altre frasi fatte

Anche se la mostra di vrattatatata-taa-gauguin non ha rispettato tutte le aspettative -ma la sua vita e gli aneddoti che la riguardano varrebbero da soli il prezzo del biglietto (frase fatta namber uàn)-, camminare per le strade della nostra città ha riservato confortevoli conferme, che a volte sono meglio delle sorprese (frase fatta namber tù).
Anche se da queste parti le stelle non sono poi tante, non serve alzare molto in alto gli occhi per rimanere incantati. Nella serata più gelida dell'anno neanche tutto il grasso ormai accumulato nel mio corpo, più precisamente nella zona tra pube e petto, è bastato a riscaldarmi; sembra serva solo a rendere la mia silhouette elegante come un salvadanaio a forma di culo e la-fessura-proprio-lì e il mio corpo agile come uno scoglio. Nella serata più gelida dell'anno muoversi tra una meraviglia che mi camminava accanto e le altre ferme lì intorno da secoli è bastato per riempirmi il cuore. Come sempre ad una sua risata od un suo sguardo.
[Aggiungete qui una delle tante foto che avrei dovuto fare quella sera].

Anestetico per l’anima

Dopo la guerra preventiva e gli spari preventivi, ecco a voi, siòre e siòri, la critica preventiva. Ho già deciso, quello degli Eels a marzo sarà il concerto più intenso del 2008. Domani comprerò il biglietto, prima di andare, finalmente, a vedere con i miei amici she don’t lie, she don’t lie, she don’t lie, Gauguin. Faccio scorta di buonumore; qui è arrivato l’inverno, senza l’unica cosa che potrebbe renderlo una stagione sopportabile: la neve. Certo che sperare di vedere la neve a Roma è come aspettarsi che un giorno il tuo capo al lavoro venga a dirti grazie per il culo che ti fai tutti i giorni. Ma noi, anche se disillusi, saremo sempre dei sognatori ed inguaribili romantici.

Good news for people who love bad news

He's back.
Tell a friend.

Bravi, bene, vi siete scelti proprio un bel leader del cazzo (cit.)

Mio cognato è un artista.
Giovanni, all'invidiabile età di ventiquattro anni, è già compositore, attore, fine paroliere, polistrumentista vocale e, ahinoi, prossimo a popolare una categoria già di per sé inutile, quella degli psicologi - sì, lo so che i laureati in Scienze Politiche sono ancora più un peso per la società, ma non c'entra ora -. Ma soprattutto è un ballerino dalle movenze invidiabili, roba da far invidia a lui.

Questa invece non è nient'altro che una petizione on-line, come ce ne sono tante in giro per la rete. Petizioni che, è cosa nota, sono palesemente inefficaci, come quelle per un Parlam**to "pulito" o per chiedere ad un qualsiasi gruppo musicale di venire in tour in Italia al più presto. Ce n'è anche una che richiede a Ben Gibbard di suonare in acustico nel salotto di casa mia.
Tutto questo per convincere il giovine a rendere pubblica la sua opera d'arte più grande, ovvero la ripresa del suo ballo scatenato sulle note di Stella Stai di Tozzi (canzone che è, parafrasando Peter, il più grande successo dopo Easy Lady - che si potrebbe tradurre con sciacquetta - di Ivana Spagna).
Amica telespettatrice, cosa sta aspettando? Rispondete numerosi al mio appello!
Tipo che voi due-tre lettori potreste firmare nei commenti, usando nomi falsi, anche quattrocentocinquanta volte, stile primarie del PD. Ma non ve l'ho suggerito io, eh.

Giovanni, all'invidiabile età di ventiquattro anni, è già compositore, attore, fine paroliere, polistrumentista vocale e, ahinoi, prossimo a diventare psicologo. Ma soprattutto è un ballerino dalle movenze invidiabili.
Giovanni, in tutto questo, è un leader.

Mi sarei anche potuto fermare un attimo...

Per dirti che considerazione ho di te, ma non l'ho fatto.
Tanto non mi avresti capito. Però un bel ma vafangulo qui te lo scrivo volentieri.

- a te vecchia signora, che con il plauso compiaciuto dei presenti - e lo sdegno del solo sottoscritto - ti sei lasciata andare ad un bel mandateli tutti a casa 'sti ladri, alla vista di due Carab****ri che hanno chiesto i documenti ad un ragazzo che camminava per i cazzi suoi e ignorando, insieme a molte altre cose, il fatto che il suo aspetto da cittadino dell'est europeo non fa necessariamente di lui un delinquente.

- a voi che, in aula durante la lezione di Sociologia, vi mettete a fare domande inutili, solo perché lui è molto fotogenico (testuale: fotogenico), quindi conviene mettersi in mostra ché poi all'orale si ricorderà sicuramente di te.

- a te che in un luogo di lavoro ti metti a fare (con tutta la cattiveria che facilmente riesci a trovare) i dispetti, nonostante la tua età fanciullesca sia passata sicuramente da almeno una novantina d'anni, rendendo così l'ambiente sempre più deprimente.

- a voi che le permettete di farlo.


Oh, sò soddisfazioni pure queste


Mentre ieri guidavo in giro per Roma, una volta tanto mezza vuota, mi sono fermato al semaforo mentre lo stereo vibrava alle note di How we operate, una canzone di cinque ragazzoni d'Albione. Musica che arrivava alle orecchie di due adolescenti, una delle quali ha richiamato l'attenzione dell'altra, esclamando Oh, i Gomez!, con tanto di sorrisone ammiccante.
Generando così in me una piacevole sensazione, del tipo ma allora nelle nuove generazioni c'è qualche speranza, fino a quando ho scoperto che quella canzone fa parte della colonna sonora di una di quelle tante serie televisive popolate da medici, che vanno molto di moda e che mi appassionano ed emozionano come un comizio di Rom**o Pr**i. In breve tempo quella sensazione di immotivata allegria (fortuna che ho ben altro a farmi felice) ha lasciato il posto ad una spiacevole convinzione: molto probabilmente li hanno conosciuti così.
Altro che soddisfazioni.
.
p.s. i ragazzi di Via Chicago hanno rippato il webstream video del concerto dei Wilco al Voodoo Festival di New Orleans del 28 ottobre. Qualità ottima e, come al solito, grande interpretazione.
Misunderstood, War on War, You Are My Face, Side With The Seeds, I am Trying to Break Your Heart, Handshake Drugs, Shot in the Arm, Impossible Germany, Too Far Apart, Heavy Metal Drummer, Jesus, Etc, Walken, I’m the Man Who Loves You, Hummingbird, I Hate it Here, Red Eyed and Blue, I Got You, Casino Queen, Outtamind (Outtasite), Encore: Hoodoo Voodoo

We might die from medication, but we sure killed all the pain

Il titolo di cui sopra che cita Conor Orbest è solo per sviare l’attenzione e la curiosità, perché, ebbene sì, mi ritrovo per l’ennesima volta (già immagino i vostri commenti, è come se li sentissi sussurrare ora nelle mie orecchie, cose del tipo: eccheppalle!) a scrivere di “Into the wild”. Questa volta del film.
Sean Penn -stending ovèscion- è uno di quelli che camminano tappeto rosso della passerella come fosse la cosa più naturale al mondo, senza risultare né snob o arrogante, né tantomeno indifferente. E prima di entrare in sala si spegne pure la sigaretta sotto la suola della scarpa per non gettarla sul tappeto, un signore. Mentre qualche stelletta stava ancora probabilmente a farsi fotografare regalando falsi sorrisi e pose di profilo per risultare più magre negli scatti. Ecco, ora che mi sono giocato la carta del commento sagace così all’inizio (maledetta fretta), alla fine avrei poco da dire. In fondo i commenti sul film si potrebbero riassumere in poche semplici parole: Emile Hirsh è bravissimo, Sean Penn un genio e le canzoni di Eddie Vedder sono molto più di una colonna sonora, aiutano anche loro a raccontare questa meravigliosa storia di un giovanissimo e brillante studente della provincia Americana. Quella di Chris McCandless, più che una fuga, è una ricerca. La ricerca di un suo posto nella società che non vuole accettare e condividere e più propriamente la ricerca della felicità in senso assoluto: quella della verità che è sempre mancata nella sua vita.

Nel suo cammino riesce a commuovermi, mischiando i miei sentimenti al dolore, ammirazione, rabbia, senso di quiete. Per poi pietrificarmi dal disagio di fronte al suo sorriso sereno quando appare sullo schermo un suo autoscatto che lo ritrae quando ormai si trovava nel posto che non avrebbe, senza volerlo, abbandonato mai più. Disagio per la sua espressione di felicità, in una condizione che probabilmente mi avrebbe schiacciato con il peso di una decisione di estrema solitudine e nella consapevolezza di una sfida così grande. Nella rinascita che intraprende e nel percorso di crescita interiore, proposti come metafore anche grazie ai compagni di avventura che conoscerà, arriva, scontrandosi con le difficoltà della vita e le sue ingenuità, a capire molti aspetti dell'esistenza. E a farmi passare metà del tempo ad asciugarmi le lacrime.
Happiness is only real when shared.
The cash machine, is blue and green
For a hundred in twenties and a small service fee
I can spend 3 dollars and 63 cents
On diet Coca Cola and unlit cigarettes
I wonder why we listen to poets and nobody gives a fuck
How hot and sorrowful this machine begs for luck
[Ashes of American Flags, Wilco]

Si-ur rose

Mi sono messo nel letto ascoltando con il lettore emmepìtre i Sigur Rós. Nonostante il sonno, o forse è proprio quello che mi toglie lucidità, penso bene di alzarmi per farvi partecipi di un pensiero ricorrente nella mia testa in questo momento: che la mia canzone del giorno è sicuramente Glósóli, con il suo crescendo finale che è un pugno nello stomaco ed una carezza sul tuo viso.
Un muro di chitarre che sa essere anche dolce. Un muro di suono pieno di melodia.
È tutto quello che vorrei essere.

Per chiudere in bellezza, una foto solare dei miei eroi.

Not yed rusted

Quei geni di La Blogothèque, con i loro take-away shows, dopo il video più bello degli ultimi anni, ovvero gli Aracde Fire che suonano in un montacarichi Neon bible (con tanto dell’altissimo Richard Parry che tiene il tempo strappando le pagine da una rivista) e Wake up direttamente in mezzo al pubblico del concerto, ci regalano quest'altra perla: i Menomena che improvvisano Wet and rusting (eh, le batterie sincopate... sospirone) in un cortile. Con due ballerini minuscoli che spuntano a metà video; non perdeteveli, sono dolcissimi.

[cliccate sul video per farlo partire, o andate qui]

Visto che noi la sappiamo lunga...

...non poteva certo sfuggirci la notizia più entusiasmante di questo autunno del cazzo, ovvero l'uscita della nuova nefandezza di Gigi D'Ale**io, sotto forma di singolo dal titolo "Non mettermi in croce".

- Se, vabbuò: "Nun m' levà 'a salute"...

- Sì sì, e poi uscirà: "Nun me rompe li cojoni"!
Ah, ho notato che, con il Mac, il blog oltre ad essere impaginato malissimo, ha il carattere del testo di una dimensione esagerata e, dato che non mi faccio mai mancare niente, non vengono neanche visualizzati i link all'interno del post. Chiedo venia ai miei millemila lettori. Ehm, scusa Piè...

Our life is not a movie, or maybe

Periodo con mancanza di entusiasmo. Stanno passando treni arrugginiti su cui salgo con equilibrio precario. Per una telefonata che non arriva, decisioni pesanti sul mio futuro lavorativo ed un traguardo che sembra ancora troppo lontano. Allora, visto che in questo periodo ho bisogno di certezze, ho deciso di circondarmi di tutto quello che può servire allo scopo. Mi sono così immerso, insieme a lei (come potrebbe mancare, lei, negli eventi più importanti della mia vita?), nella visione del dvd dei miei fratelli, per poi scoprire che un film di redenzione riesce puntualmente a commuovermi e a farmi riflettere, anche se l’avrò visto un milione di volte. Colori vivaci e accesi, mancava solo la favola del pesciolone, sempre capace di emozionarmi. Tutto questo, una scossa e sentirmi vivo. Il cuore non è solo un muscolo. Ora accendete le luci, la vita non è solo un film.

Rivelazioni

Ti guardi allo specchio, ti vedi stanco e mediamente scazzato. Poi un’occhiata alla televisione e, tadaaaaaaaaa, c’è Maurittio Cottanto, o meglio tutto quello che gli gira intorno. E ti accorgi che in fondo sei migliore di quello che pensi. Ti basta un secondo, non c’è nemmeno bisogno di aspettare il trenino.

Into the wild again


Lo ascolto ogni giorno, trentatrè minuti in apnea. Abbastanza per arrivare alle seguenti conclusioni: è un disco di splendide canzoni, piccoli gioielli folk, che a volte sembrano solo abbozzate, presentandosi come meravigliose opere incompiute, semplicemente perché sono legate a doppio filo alla vicenda narrata nel film. È una colonna sonora, che sembra quasi voler essere imprescindibile dalla pellicola; se ne respira l'aria, il senso di precarietà e di introspezione. Queste canzoni sono un viaggio nell'anima, come lo è stata l'avventura di Chris McCandless Ed io me ne sono perdutamente innamorato.

Radio Free Europe


Ogni blog del pianeta ne ha parlato, dal cocktail-blog, all'indie-blog. Potevo esimermi io dall'ultimo trend blogghesco? Ho usato la parola blog quattro volte, ora cinque, in due righe; voglio un applauso. I Radiohead se ne escono con un disco nuovo, dando l'annuncio in punta dei piedi, sul loro blog (e sei...), senza promozione, senza etichetta. Decisione sicuramente coraggiosa quella di non vincolarsi a nessuna casa discografica. Ma di rivoluzionario credo ci sia poco, perché le regole del mercato non cambiano così facilmente, anche se un bel calcio l'hanno ricevuto. Perché mettono gli mp3 sul sito, tanto lo sanno bene che sarebbero circolati in rete; anzi, potrebbero anche guadagnarci qualcosa con l'offerta libera. Ed i concerti costeranno sempre tanto. Poi il cd uscirà nei negozi, altrimenti farebbero un danno a tutti gli appassionati di musica, visto che gli mp3 sono di scarsa qualità, soprattutto per la loro musica. E perché conviene loro, altrimenti dovrebbero cercarsi un lavoro.
Cosa c'è di tanto clamoroso? Beh, ho avuto sempre grande ammirazione per le loro scelte artistiche, così anche per questa iniziativa. Nonostante l'aria da intellettualoidi che si sono dati ultimamente. Ah, scusate, avrei dovuto dire cosa ci fosse per me di clamoroso: il coraggio. Scusate se è poco.

Il terzo stato

Disoccupati, d'autunno si sta, come le foglie per terra a marcire.
Questa è la condizione che probabilmente segnerà il mio prossimo futuro. Possono togliermi tutti i diritti (grazie sinistra riformista che non-si-può-solo-dire-no-ancor-meglio-facciamo-i-buonisti-free-i-monaci-buddisti-però-anche-i-co.co.pro., mi ricorderò di te), ma ci sarà sempre qualcosa sulla quale posso decidere solo io: la mia dignità. Tutto per colpa di una vecchia con le sembianze di tartaruga, che non vi sto qui a spiegare come si è permessa di trattarci. Tutto per colpa di una vecchia che è sempre stata sola, lontana da tutti, e così si merita di essere.
Perché soli d'autunno si sta, come le foglie per terra a marcire, lontane dagli alberi.

Il ministero dei casi speciali

Di Nathan Englander. L'Argentina, gli anni bui e la libertà. Il prossimo libro che leggerò, dopo averlo scoperto grazie ad una recensione presente su una nota rivista per lobotomizzati, Van**y F**r. Roba da spettatore medio di Lu*****lo.
Vabbè, intanto vado a comprarmi una cosetta...
.
.
Argentina, 1976. La "guerra sporca'. la 'junta' militare, i primi 'desaparecidos'. Kaddish Poznan è l'unico fra gli eredi degli appartenenti alla Società dell'Impulso Generoso, che un tempo riuniva prostitute e ruffiani ebrei di Buenos Aires, ad ammettere le proprie origini di 'hijo de puta'. Gli altri discendenti dell'ignominiosa combriccola lo pagano perché penetri di notte nel cimitero ebraico a cancellare i loro ormai onorati cognomi dalle lapidi. Questa simbolica cancellazione del passato assume tragici connotati di realtà quando Pato, il figlio studente di Kaddish e di sua moglie Lillian, viene prelevato dalla polizia e scompare in un buco nero che sembra inghiottire ogni traccia della sua esistenza. Comincia così la ricerca dei due genitori, prima affannosa, poi estenuante, infine disperata, man mano che davanti ai loro occhi si dispiega l'agghiacciante realtà di una dittatura che cancella le persone come se non fossero mai esistite. Lungo il percorso i due si rivolgono in cerca di aiuto a una serie di personaggi già conosciuti che rivelano il loro vero volto: la moglie di un generale che culla tra le braccia un bambino rubato; il chirurgo plastico che offre a entrambi un naso nuovo e a Kaddish un'informazione che nessuno vorrebbe mai ricevere; un ambiguo prete cattolico e un rabbino spaventato e impotente; un "navigatore" testimone e complice dei "voli della morte"... Per approdare infine al Ministero dei casi speciali, luogo surreale, kafkiano, dove vanno a infrangersi le speranze dei parenti di tutti i desaparecidos.Questo romanzo è il primo dell'autore della fortunatissima raccolta di racconti "Per alleviare insopportabili impulsi". Nathan Englander racconta una storia terribile e carica di pathos, in una scrittura che si colloca nella tradizione di Gogol e I.B. Singer, mescolando il tragico all'assurdo, il comico al grottesco, con grande forza e profondissima umanità. [da Bol.it]

Yogurt

Non ricordo nemmeno come fosse nata la discussione, so solo che me ne sono uscito con un "noo, sarebbe troppo frustrante per me rimanere a casa a fare il casalingo, mentre la mia ragazza se ne va al lavoro; ho bisogno di sentirmi realizza..". Ancor prima di riuscire a dire il "to", e sicuramente ignorando tutto il mio rispetto per le donne, una mia collega mi ha rimproverato sostenendo che se ci sono state così tante donne costrette a farlo per secoli, avrei potuto farlo anche io. Praticamente pensava fosse scandaloso che io mi lamentassi. Tutto questo senza che riuscisse a spiegarmi due elementari cosette. Perché dovrei espiare io le colpe degli altri? Cos'è, una specie di peccato originale che mi devo portare sulle spalle?
Certe volte vorrei essere cinico, così le avrei risposto con due elementari conclusioni, per la gioia di tutte le femministe. Probabilmente era in quei giorni lì. Sicuramente scopa troppo poco.
Putroppo, o per fortuna, non sono uno stronzo.

Ice-cream eating mo fo.

Non è, per me, né la pioggia, né il freddo a segnare la fine dell'estate. È quando non ho più voglia di gelati che si mette male...

So, the 2007 Best name for an ice-cream award goes to (trrrrrrrrrrrrr... ehm, sarebbe un rullo di tamburi): the Kinde'! Sì, scritto proprio così e messo ad indicazione di un invitante gelato. Non capendo il cartellino, chiedo:

- Mmh, che gusto è quello?
- Er Kinde'. C'è er cioccolato bianco, er cioccolato nero... come oovetto Kinde', no?!

Nostalgia, nostalgia canaglia, che ti prende proprio quando non vuoooi...

chevelodicoafare. vita logos. 1994.

Giorni fa cercavo di mettere ordine tra le mie vecchie musicassette, impresa improbabile ed anche un po’ insensata. Mi sono ritrovato tra le mani un mondo, piccolo e sicuramente antico. Non le rimpiango; i rimpianti li lascio per le cose che avrei potuto fare. Comunque nostalgia tanta, anche perché sono per natura malinconico. Ricordo ancora l’attimo esatto in cui la mia autoradio esalò l’ultima nota, con conseguente reazione inconsulta del sottoscritto, roba da film apocalittico di cattivo gusto ammeregano. Ma in questo caso il lieto fine non c’è stato, lo stereo non si è ripreso mai più. Le ho provate tutte: le imprecazioni, la violenza, le preghiere, la comprensione. Ed invece se ne è rimasto così, con la cassetta dei Turin Brakes incastrata tra i suoi meccanismi, portandosi via tutti quei gesti, quasi sacri: controllare la durata del ciddì, prendere la cassetta da novanta, ché tanto se avanza spazio ci infilo pure l’ep e vafangulo, premere circa trenta tasti e stare attenti che non cominci a registrare alla cazzo nell’altro lato. Le cassette da allora sono rimaste a prendere polvere nella libreria. Tutte quelle custodie con i loghi dei gruppi riprodotti il più fedelmente possibile, da quando avevo undici anni. Mini opere d’arte in quell’epoca semi-analogica. Tra loro il gioiello più prezioso: la cassetta del Monkeywrench, registrato direttamente dalla radio. E via di lacrimuccia. Poi sono venuti fuori tutti quegli scheletri nell’armadio (anzi, nella libreria), che tenevo lontani dai miei occhi e dai miei ricordi. C’è tutta la cattiva coscienza dell’indie rocker, cose che voi umani... Allora nascondo le mie spillette indie-fighe, metto le Converse nella scarpiera, trattengo il respiro e faccio outing:

- Ho una, solo una giuro, cassetta di Queen.
- C’è anche 2Pac. Sì, proprio lui, il rapper.
- Per non parlare dei Poison. Neither the dogs, manco a li cani.
- Perché ci sono i Modena City Ramblers? Sicuramente qualcuno si è introdotto di nascosto in casa e...
- Ho una collezione a dir poco imbarazzante di gruppi metal. Shame on me.
- La perla: il primo disco di Gianluca Grignani... modestamònt.
- Oggesù, c’è Vasco Rossi.
- Vi ricordate di una canzone dei Babylon Zoo che non sia la loro orrenda Sapceman? Io no. Però ho il loro disco...
- At least, but not the last: i Green Day. Kurt Cobain è vivo e lotta con noi.

Per chi non lo avesse capito, questo è un blog

Lo ammetto, credevo fosse più facile; o semplicemente mi sono sopravvalutato. Lavorare (tra l’altro questo mese sto campando con 100 eurini in meno nella mia busta paga, grazie ad un errore della signora della contabilità, da noi ormai ribattezzata per praticità quella grandissima zoccola) e poi tornare a casa per studiare è facile quanto scalare l’Everest d’inverno. Mancano le energie e manca il tempo. Tempo poi sottratto alle passioni: la musica, i libri, i film, le mostre. Cose stupide ed inutili.

Non è che qualcuno avrebbe delle ore da prestarmi?

I now walk into the wild


Sarà stato il 1996 quando ho intuito per la prima volta che Eddie Vedder fosse fatto di carne ed ossa. Avevo sedici anni, quando scese per la prima volta sulla terra. Allora pensavo che il suo appello cago e puzzo, sono reale, unisciti al club, non mi riguardasse e fosse indirizzato alle altre migliaia di esaltati, che ne fossi in qualche modo esente. Allora andavo in giro presentandomi a qualche nuova conoscenza con un ciao-sono-piergiacomo-e-quando-avrò-un-figlio-lo-chiamerò-edoardo. Ecco, questa cosa la penso ancora, ma ora evito di dirlo in giro con tanta leggerezza, onde evitare figure di merda, ché già ne faccio abbastanza. E poi a ventisette anni avrebbe tutta l’aria di una presentazione da subnormale e psicopatico.


La musica per me è sempre stata emotività e mai potrei prescindere da questo aspetto quando ascolto un disco, di qualsiasi artista si tratti. Emotività, insieme all’amore e curiosità per i particolari, per le sfumature; come già ho scritto, è lì che si trova la vera essenza delle cose. Ed una buona dose di intolleranza, lo ammetto, per la superficialità. Così l’esperienza musicale (termine assai riduttivo) più entusiasmante che mi sia mai capitata è stata quella di conoscere i peggèm, perché è un amore che dura da tredici anni e non ha mai conosciuto momenti di crisi. Senza però rinunciare a criticarli per qualche canzone oscena o per iniziative che non ho condiviso.
Alla fatidica domanda su quale canzone avessi voluto scrivere, non cito mai i five against one di Seattle, perché non potrei mai immaginare la mia vita senza una loro canzone. Piuttosto vi risponderei Lua dei Bright Eyes, proprio con quella voce tremante di Conor Oberst. O Death Of An Interior Decorator dei Death Cab For Cutie... cose così, insomma.


Tutto questo per dirvi che non potete certo pretendere da me di essere più di tanto obiettivo su un disco solista di Eddie (una colonna sonora, per fare la parte del cagacazzi). Chi mi conosce, mi sopporta per questo, o almeno fa finta. Sarà una settimana che non ascolto altro, quindi mi sbilancio su una gamba sola e vi dico che Into the wild contiene le canzoni più... naaa, non ve lo dico. Lo sapete già.

Try walking in our shoes


What I want from you

Ci sono tesori che vorresti solo per te, perché sono legati ad emozioni che solo tu puoi ricordare. Un telefono e dall’altra parte una persona lontana, ma sempre vicina.
Ci sono tesori che vorresti solo per te. Sarà per gelosia, egoismo, o solo perché hai paura di perderli.
Ci sono cose destinate a rimanere: le poesie di Rilke, il volo di Jurij Gagarin, la vittoria ai Mondiali. Alcune eterne solo per te.
La mia canzone dell’anno.

Rootless tree – Damien Rice [live, Roma - 19.07.07; in pratica, il mio primo post]

Indovina chi

Non c’è niente di più tedioso dell’attesa che arrivi il tuo turno dal medico. Un po’ come quando eri piccolo ed eri costretto ad accompagnare tua madre nella lunga sfilata davanti le vetrine dei negozi. Due palle immense, insomma. Che poi anche dal medico ti accompagnava, ma la noia non era certo colpa sua. Ora che sei grande, solo d’età eh, dal dottore ci vai da solo. Anzi non sei solo, perché ti porti dietro un’ingombrante compagnia: la carogna che ti è salita sulle spalle. Neanche il tuo lettore mp3 (poi perché fare lo sborone con 5 giga, se poi ascolto da giorni sempre lo stesso disco? mah...) riesce a risollevare le tue sorti, l’attesa ti snerva e non c’è niente da fare.
Però potresti avere la fortuna di incontrare un volto amico, poter scambiare due parole, far passare più velocemente questo tempo.
.
When I walk beside her/ I am the better man/ when I look to leave her/ I always stagger back again/ once I built an ivory tower/ so I could worship from above/ and when I climbed down to be set free/ she took me in again...

(pause
//)
.
Lui: Uè, ciaaaao! (Espressione del tipo “Certo che ti sei ridotto male, eh…”)
Io: C-c-ciao! (Espressione tra lo stupito e lo scazzato) – Se, vabbè, qua-qua-qua-qua-quandooo
L: Come stai? Non ci vediamo da anni…
I: Eh, è vero... - E ci sarà pure un perché, no?…
L: Allora, come te la passi?
I: Me la cavo. – Se vabbè, “Io speriamo che me la cavo”... E tu?
L: Benissimo. Lavoro nell’agenzia di mio padre; guadagno duemila testoni al mese...
I: Aah, complimenti. – E me lo dici così? Duemila testate ti darei...
L: Allora, come sta Tizio? E Caio?
I: Non lo so proprio, non li vedo da molto tempo... - Ma tu guarda chi è andato a ripescare questo...
L: Invece tu che lavoro fai?
I: Beh, un lavoro da frustrato-derubato-sottomesso-sfruttato-malpagato-e-ti-amo-mari-ù-ù-ù-ù (Sorriso, espressione ammiccante e orgoglio insàid per la citazione "brillante") - Chissà se l’ha colta?!...
L: ? (Con un’espressione degna di Buster Keaton)
I: …
I: …
I: …
I: Che c’è? – E te pareva...
L: Vabbè, io devo andare. Ci vediamo...
I: A presto...

E mi lascia lì, con la mia citazione ed il mio orgoglio andati a male.
Senza il tempo per rivolgergli una fondamentale domanda.
Sì, ma tu, di preciso, chi cazzo sei?
.
(play >>)

There's a biiiiiiiig/ a big hard sun/ beaten on the big people/ in the big hard wooorld...

War, huh, yeah, what is it good for?


Ok, è quasi giunto il momento. Lunedì mattina inizierà la vendita dei biglietti per il concerto del Boss.
Nell’ultimo tour elettrico suonato nei palazzetti, i biglietti sono stati venduti tutti in due-minuti-e-quaratacinque-secondi. Più o meno la durata di un mio rapporto sessuale.
E quant’è vero iddìo, se quando arrivo al punto vendita non se ne trovano già più, perché qualche fottuto bagarino se li è accattati tutti in trentasette secondi (più o meno la durata di un suo rapporto sessuale), tiro fuori il lanciafiamme, e chi c’è c’è. Sarà una guerra.

Se non dovessi farcela, sappiate che, seppur a vario titolo, vi ho voluto bene.

In poche parole

Ecco le mie vacanze. Una famiglia che mi fa sentire a casa, lei che si riempie di colori e profumi della sua terra. Ed io che con immensa gioia la seguo. Per non parlare del cibo, con il risvolto negativo che nella mia maglietta rossa sembro sempre più il Gabibbo. E a me il Gabibbo sta pure sul cazzo. Poi l’entusiasmo per il ritorno nella mia città, ora nostra. Entusiasmo durato il tempo di realizzare che qui non si respira e che se sono tornato significa che sono finite le ferie. Inoltre si avvicina la sessione di esami all’università. Per fortuna che c’è questa notizia a ridare a giacomino entusiasmo e yeah yeah.



A-a-abbronzatissimo

Annuncio per i millemila visitatori giornalieri del mio blog, che, a quanto pare, è frequentato da bloggers di tutto l'emisfero, soprattutto da abitanti in quei luoghi non ancora raggiunti dalla rete. Domani parto. Finalmente.
Vado qui. C'è tutto: la montagna e il mare.
Ma soprattutto, c'è LEI.

[photo dy dufresne]

Partirò con la macchina, insieme al mio amico P. Durante il viaggio prevedo che ci lanceremo in una delle nostre tipiche dotte conversazioni da principini dell'Ottocento, come quella di ieri sera: il sesso orale. Vabbè, vado a fare la valigia.

Arrivooooooooooooooooooooooooooooo

L'ombra del vento

[...] Solo allora - le dissi - avevo compreso che si trattava di una storia di gente sola, di assenza e di perdita e che proprio per questo vi avevo cercato rifugio, fino a confonderla con la mia vita. Che mi sentivo come chi fugge nelle pagine di un romanzo perché gli oggetti del suo amore sono soltanto ombre che vivono nell'anima di uno sconosciuto. [...]

L'ombra del vento, Carlos Ruiz Zafón



Ho sempre avuto l'abitudine di arrivare verso la fine di un libro e passare tempi infiniti prima di decidermi a leggere le ultime pagine. Delle volte sono state ore, pomeriggi, nottate, giorni. Una volta il tempo impiegato a rileggerlo per la seconda volta. Fin lì, fino ad arrivare quasi alla conclusione. Non è che questo comportamento clinico accada per ogni libro. Solo quando mi trovo tra le mani parole che mi catturano completamente, che mi emozionano come solo poche cose nella vita possono fare. Ecco, per quei libri riservo questo comportamento che, evidemtemente, è sintomo del fatto che soffro di malinconia acuta. Nostalgia per una storia che diventa passato nel momento esatto che faccio scorrere i miei occhi sull'ultima parola. Così in tutti i modi mi sforzo di renderlo vivo, fin quando lo leggo, fin quando quel segno che lascio sarà lì ad aspettarmi, insieme alle pagine che mi rimangono. Chiudere il libro poi, è come relegare tutto ad un mondo che sarà per sempre mio, ma solo nei ricordi. Tutti noi ci portiamo dietro, nella coscienza, nel cuore, quello che abbiamo letto. E tutte quelle cose che ci hanno insegnato. Per primo a sognare.
Tutto questo per dire che sto finendo di leggere L'ombra del vento.

Vento di assenza e di perdita.