We might die from medication, but we sure killed all the pain

Il titolo di cui sopra che cita Conor Orbest è solo per sviare l’attenzione e la curiosità, perché, ebbene sì, mi ritrovo per l’ennesima volta (già immagino i vostri commenti, è come se li sentissi sussurrare ora nelle mie orecchie, cose del tipo: eccheppalle!) a scrivere di “Into the wild”. Questa volta del film.
Sean Penn -stending ovèscion- è uno di quelli che camminano tappeto rosso della passerella come fosse la cosa più naturale al mondo, senza risultare né snob o arrogante, né tantomeno indifferente. E prima di entrare in sala si spegne pure la sigaretta sotto la suola della scarpa per non gettarla sul tappeto, un signore. Mentre qualche stelletta stava ancora probabilmente a farsi fotografare regalando falsi sorrisi e pose di profilo per risultare più magre negli scatti. Ecco, ora che mi sono giocato la carta del commento sagace così all’inizio (maledetta fretta), alla fine avrei poco da dire. In fondo i commenti sul film si potrebbero riassumere in poche semplici parole: Emile Hirsh è bravissimo, Sean Penn un genio e le canzoni di Eddie Vedder sono molto più di una colonna sonora, aiutano anche loro a raccontare questa meravigliosa storia di un giovanissimo e brillante studente della provincia Americana. Quella di Chris McCandless, più che una fuga, è una ricerca. La ricerca di un suo posto nella società che non vuole accettare e condividere e più propriamente la ricerca della felicità in senso assoluto: quella della verità che è sempre mancata nella sua vita.

Nel suo cammino riesce a commuovermi, mischiando i miei sentimenti al dolore, ammirazione, rabbia, senso di quiete. Per poi pietrificarmi dal disagio di fronte al suo sorriso sereno quando appare sullo schermo un suo autoscatto che lo ritrae quando ormai si trovava nel posto che non avrebbe, senza volerlo, abbandonato mai più. Disagio per la sua espressione di felicità, in una condizione che probabilmente mi avrebbe schiacciato con il peso di una decisione di estrema solitudine e nella consapevolezza di una sfida così grande. Nella rinascita che intraprende e nel percorso di crescita interiore, proposti come metafore anche grazie ai compagni di avventura che conoscerà, arriva, scontrandosi con le difficoltà della vita e le sue ingenuità, a capire molti aspetti dell'esistenza. E a farmi passare metà del tempo ad asciugarmi le lacrime.
Happiness is only real when shared.
The cash machine, is blue and green
For a hundred in twenties and a small service fee
I can spend 3 dollars and 63 cents
On diet Coca Cola and unlit cigarettes
I wonder why we listen to poets and nobody gives a fuck
How hot and sorrowful this machine begs for luck
[Ashes of American Flags, Wilco]

Si-ur rose

Mi sono messo nel letto ascoltando con il lettore emmepìtre i Sigur Rós. Nonostante il sonno, o forse è proprio quello che mi toglie lucidità, penso bene di alzarmi per farvi partecipi di un pensiero ricorrente nella mia testa in questo momento: che la mia canzone del giorno è sicuramente Glósóli, con il suo crescendo finale che è un pugno nello stomaco ed una carezza sul tuo viso.
Un muro di chitarre che sa essere anche dolce. Un muro di suono pieno di melodia.
È tutto quello che vorrei essere.

Per chiudere in bellezza, una foto solare dei miei eroi.

Not yed rusted

Quei geni di La Blogothèque, con i loro take-away shows, dopo il video più bello degli ultimi anni, ovvero gli Aracde Fire che suonano in un montacarichi Neon bible (con tanto dell’altissimo Richard Parry che tiene il tempo strappando le pagine da una rivista) e Wake up direttamente in mezzo al pubblico del concerto, ci regalano quest'altra perla: i Menomena che improvvisano Wet and rusting (eh, le batterie sincopate... sospirone) in un cortile. Con due ballerini minuscoli che spuntano a metà video; non perdeteveli, sono dolcissimi.

[cliccate sul video per farlo partire, o andate qui]

Visto che noi la sappiamo lunga...

...non poteva certo sfuggirci la notizia più entusiasmante di questo autunno del cazzo, ovvero l'uscita della nuova nefandezza di Gigi D'Ale**io, sotto forma di singolo dal titolo "Non mettermi in croce".

- Se, vabbuò: "Nun m' levà 'a salute"...

- Sì sì, e poi uscirà: "Nun me rompe li cojoni"!
Ah, ho notato che, con il Mac, il blog oltre ad essere impaginato malissimo, ha il carattere del testo di una dimensione esagerata e, dato che non mi faccio mai mancare niente, non vengono neanche visualizzati i link all'interno del post. Chiedo venia ai miei millemila lettori. Ehm, scusa Piè...

Our life is not a movie, or maybe

Periodo con mancanza di entusiasmo. Stanno passando treni arrugginiti su cui salgo con equilibrio precario. Per una telefonata che non arriva, decisioni pesanti sul mio futuro lavorativo ed un traguardo che sembra ancora troppo lontano. Allora, visto che in questo periodo ho bisogno di certezze, ho deciso di circondarmi di tutto quello che può servire allo scopo. Mi sono così immerso, insieme a lei (come potrebbe mancare, lei, negli eventi più importanti della mia vita?), nella visione del dvd dei miei fratelli, per poi scoprire che un film di redenzione riesce puntualmente a commuovermi e a farmi riflettere, anche se l’avrò visto un milione di volte. Colori vivaci e accesi, mancava solo la favola del pesciolone, sempre capace di emozionarmi. Tutto questo, una scossa e sentirmi vivo. Il cuore non è solo un muscolo. Ora accendete le luci, la vita non è solo un film.

Rivelazioni

Ti guardi allo specchio, ti vedi stanco e mediamente scazzato. Poi un’occhiata alla televisione e, tadaaaaaaaaa, c’è Maurittio Cottanto, o meglio tutto quello che gli gira intorno. E ti accorgi che in fondo sei migliore di quello che pensi. Ti basta un secondo, non c’è nemmeno bisogno di aspettare il trenino.

Into the wild again


Lo ascolto ogni giorno, trentatrè minuti in apnea. Abbastanza per arrivare alle seguenti conclusioni: è un disco di splendide canzoni, piccoli gioielli folk, che a volte sembrano solo abbozzate, presentandosi come meravigliose opere incompiute, semplicemente perché sono legate a doppio filo alla vicenda narrata nel film. È una colonna sonora, che sembra quasi voler essere imprescindibile dalla pellicola; se ne respira l'aria, il senso di precarietà e di introspezione. Queste canzoni sono un viaggio nell'anima, come lo è stata l'avventura di Chris McCandless Ed io me ne sono perdutamente innamorato.

Radio Free Europe


Ogni blog del pianeta ne ha parlato, dal cocktail-blog, all'indie-blog. Potevo esimermi io dall'ultimo trend blogghesco? Ho usato la parola blog quattro volte, ora cinque, in due righe; voglio un applauso. I Radiohead se ne escono con un disco nuovo, dando l'annuncio in punta dei piedi, sul loro blog (e sei...), senza promozione, senza etichetta. Decisione sicuramente coraggiosa quella di non vincolarsi a nessuna casa discografica. Ma di rivoluzionario credo ci sia poco, perché le regole del mercato non cambiano così facilmente, anche se un bel calcio l'hanno ricevuto. Perché mettono gli mp3 sul sito, tanto lo sanno bene che sarebbero circolati in rete; anzi, potrebbero anche guadagnarci qualcosa con l'offerta libera. Ed i concerti costeranno sempre tanto. Poi il cd uscirà nei negozi, altrimenti farebbero un danno a tutti gli appassionati di musica, visto che gli mp3 sono di scarsa qualità, soprattutto per la loro musica. E perché conviene loro, altrimenti dovrebbero cercarsi un lavoro.
Cosa c'è di tanto clamoroso? Beh, ho avuto sempre grande ammirazione per le loro scelte artistiche, così anche per questa iniziativa. Nonostante l'aria da intellettualoidi che si sono dati ultimamente. Ah, scusate, avrei dovuto dire cosa ci fosse per me di clamoroso: il coraggio. Scusate se è poco.

Il terzo stato

Disoccupati, d'autunno si sta, come le foglie per terra a marcire.
Questa è la condizione che probabilmente segnerà il mio prossimo futuro. Possono togliermi tutti i diritti (grazie sinistra riformista che non-si-può-solo-dire-no-ancor-meglio-facciamo-i-buonisti-free-i-monaci-buddisti-però-anche-i-co.co.pro., mi ricorderò di te), ma ci sarà sempre qualcosa sulla quale posso decidere solo io: la mia dignità. Tutto per colpa di una vecchia con le sembianze di tartaruga, che non vi sto qui a spiegare come si è permessa di trattarci. Tutto per colpa di una vecchia che è sempre stata sola, lontana da tutti, e così si merita di essere.
Perché soli d'autunno si sta, come le foglie per terra a marcire, lontane dagli alberi.

Il ministero dei casi speciali

Di Nathan Englander. L'Argentina, gli anni bui e la libertà. Il prossimo libro che leggerò, dopo averlo scoperto grazie ad una recensione presente su una nota rivista per lobotomizzati, Van**y F**r. Roba da spettatore medio di Lu*****lo.
Vabbè, intanto vado a comprarmi una cosetta...
.
.
Argentina, 1976. La "guerra sporca'. la 'junta' militare, i primi 'desaparecidos'. Kaddish Poznan è l'unico fra gli eredi degli appartenenti alla Società dell'Impulso Generoso, che un tempo riuniva prostitute e ruffiani ebrei di Buenos Aires, ad ammettere le proprie origini di 'hijo de puta'. Gli altri discendenti dell'ignominiosa combriccola lo pagano perché penetri di notte nel cimitero ebraico a cancellare i loro ormai onorati cognomi dalle lapidi. Questa simbolica cancellazione del passato assume tragici connotati di realtà quando Pato, il figlio studente di Kaddish e di sua moglie Lillian, viene prelevato dalla polizia e scompare in un buco nero che sembra inghiottire ogni traccia della sua esistenza. Comincia così la ricerca dei due genitori, prima affannosa, poi estenuante, infine disperata, man mano che davanti ai loro occhi si dispiega l'agghiacciante realtà di una dittatura che cancella le persone come se non fossero mai esistite. Lungo il percorso i due si rivolgono in cerca di aiuto a una serie di personaggi già conosciuti che rivelano il loro vero volto: la moglie di un generale che culla tra le braccia un bambino rubato; il chirurgo plastico che offre a entrambi un naso nuovo e a Kaddish un'informazione che nessuno vorrebbe mai ricevere; un ambiguo prete cattolico e un rabbino spaventato e impotente; un "navigatore" testimone e complice dei "voli della morte"... Per approdare infine al Ministero dei casi speciali, luogo surreale, kafkiano, dove vanno a infrangersi le speranze dei parenti di tutti i desaparecidos.Questo romanzo è il primo dell'autore della fortunatissima raccolta di racconti "Per alleviare insopportabili impulsi". Nathan Englander racconta una storia terribile e carica di pathos, in una scrittura che si colloca nella tradizione di Gogol e I.B. Singer, mescolando il tragico all'assurdo, il comico al grottesco, con grande forza e profondissima umanità. [da Bol.it]

Yogurt

Non ricordo nemmeno come fosse nata la discussione, so solo che me ne sono uscito con un "noo, sarebbe troppo frustrante per me rimanere a casa a fare il casalingo, mentre la mia ragazza se ne va al lavoro; ho bisogno di sentirmi realizza..". Ancor prima di riuscire a dire il "to", e sicuramente ignorando tutto il mio rispetto per le donne, una mia collega mi ha rimproverato sostenendo che se ci sono state così tante donne costrette a farlo per secoli, avrei potuto farlo anche io. Praticamente pensava fosse scandaloso che io mi lamentassi. Tutto questo senza che riuscisse a spiegarmi due elementari cosette. Perché dovrei espiare io le colpe degli altri? Cos'è, una specie di peccato originale che mi devo portare sulle spalle?
Certe volte vorrei essere cinico, così le avrei risposto con due elementari conclusioni, per la gioia di tutte le femministe. Probabilmente era in quei giorni lì. Sicuramente scopa troppo poco.
Putroppo, o per fortuna, non sono uno stronzo.

Ice-cream eating mo fo.

Non è, per me, né la pioggia, né il freddo a segnare la fine dell'estate. È quando non ho più voglia di gelati che si mette male...

So, the 2007 Best name for an ice-cream award goes to (trrrrrrrrrrrrr... ehm, sarebbe un rullo di tamburi): the Kinde'! Sì, scritto proprio così e messo ad indicazione di un invitante gelato. Non capendo il cartellino, chiedo:

- Mmh, che gusto è quello?
- Er Kinde'. C'è er cioccolato bianco, er cioccolato nero... come oovetto Kinde', no?!

Nostalgia, nostalgia canaglia, che ti prende proprio quando non vuoooi...

chevelodicoafare. vita logos. 1994.

Giorni fa cercavo di mettere ordine tra le mie vecchie musicassette, impresa improbabile ed anche un po’ insensata. Mi sono ritrovato tra le mani un mondo, piccolo e sicuramente antico. Non le rimpiango; i rimpianti li lascio per le cose che avrei potuto fare. Comunque nostalgia tanta, anche perché sono per natura malinconico. Ricordo ancora l’attimo esatto in cui la mia autoradio esalò l’ultima nota, con conseguente reazione inconsulta del sottoscritto, roba da film apocalittico di cattivo gusto ammeregano. Ma in questo caso il lieto fine non c’è stato, lo stereo non si è ripreso mai più. Le ho provate tutte: le imprecazioni, la violenza, le preghiere, la comprensione. Ed invece se ne è rimasto così, con la cassetta dei Turin Brakes incastrata tra i suoi meccanismi, portandosi via tutti quei gesti, quasi sacri: controllare la durata del ciddì, prendere la cassetta da novanta, ché tanto se avanza spazio ci infilo pure l’ep e vafangulo, premere circa trenta tasti e stare attenti che non cominci a registrare alla cazzo nell’altro lato. Le cassette da allora sono rimaste a prendere polvere nella libreria. Tutte quelle custodie con i loghi dei gruppi riprodotti il più fedelmente possibile, da quando avevo undici anni. Mini opere d’arte in quell’epoca semi-analogica. Tra loro il gioiello più prezioso: la cassetta del Monkeywrench, registrato direttamente dalla radio. E via di lacrimuccia. Poi sono venuti fuori tutti quegli scheletri nell’armadio (anzi, nella libreria), che tenevo lontani dai miei occhi e dai miei ricordi. C’è tutta la cattiva coscienza dell’indie rocker, cose che voi umani... Allora nascondo le mie spillette indie-fighe, metto le Converse nella scarpiera, trattengo il respiro e faccio outing:

- Ho una, solo una giuro, cassetta di Queen.
- C’è anche 2Pac. Sì, proprio lui, il rapper.
- Per non parlare dei Poison. Neither the dogs, manco a li cani.
- Perché ci sono i Modena City Ramblers? Sicuramente qualcuno si è introdotto di nascosto in casa e...
- Ho una collezione a dir poco imbarazzante di gruppi metal. Shame on me.
- La perla: il primo disco di Gianluca Grignani... modestamònt.
- Oggesù, c’è Vasco Rossi.
- Vi ricordate di una canzone dei Babylon Zoo che non sia la loro orrenda Sapceman? Io no. Però ho il loro disco...
- At least, but not the last: i Green Day. Kurt Cobain è vivo e lotta con noi.

Per chi non lo avesse capito, questo è un blog

Lo ammetto, credevo fosse più facile; o semplicemente mi sono sopravvalutato. Lavorare (tra l’altro questo mese sto campando con 100 eurini in meno nella mia busta paga, grazie ad un errore della signora della contabilità, da noi ormai ribattezzata per praticità quella grandissima zoccola) e poi tornare a casa per studiare è facile quanto scalare l’Everest d’inverno. Mancano le energie e manca il tempo. Tempo poi sottratto alle passioni: la musica, i libri, i film, le mostre. Cose stupide ed inutili.

Non è che qualcuno avrebbe delle ore da prestarmi?

I now walk into the wild


Sarà stato il 1996 quando ho intuito per la prima volta che Eddie Vedder fosse fatto di carne ed ossa. Avevo sedici anni, quando scese per la prima volta sulla terra. Allora pensavo che il suo appello cago e puzzo, sono reale, unisciti al club, non mi riguardasse e fosse indirizzato alle altre migliaia di esaltati, che ne fossi in qualche modo esente. Allora andavo in giro presentandomi a qualche nuova conoscenza con un ciao-sono-piergiacomo-e-quando-avrò-un-figlio-lo-chiamerò-edoardo. Ecco, questa cosa la penso ancora, ma ora evito di dirlo in giro con tanta leggerezza, onde evitare figure di merda, ché già ne faccio abbastanza. E poi a ventisette anni avrebbe tutta l’aria di una presentazione da subnormale e psicopatico.


La musica per me è sempre stata emotività e mai potrei prescindere da questo aspetto quando ascolto un disco, di qualsiasi artista si tratti. Emotività, insieme all’amore e curiosità per i particolari, per le sfumature; come già ho scritto, è lì che si trova la vera essenza delle cose. Ed una buona dose di intolleranza, lo ammetto, per la superficialità. Così l’esperienza musicale (termine assai riduttivo) più entusiasmante che mi sia mai capitata è stata quella di conoscere i peggèm, perché è un amore che dura da tredici anni e non ha mai conosciuto momenti di crisi. Senza però rinunciare a criticarli per qualche canzone oscena o per iniziative che non ho condiviso.
Alla fatidica domanda su quale canzone avessi voluto scrivere, non cito mai i five against one di Seattle, perché non potrei mai immaginare la mia vita senza una loro canzone. Piuttosto vi risponderei Lua dei Bright Eyes, proprio con quella voce tremante di Conor Oberst. O Death Of An Interior Decorator dei Death Cab For Cutie... cose così, insomma.


Tutto questo per dirvi che non potete certo pretendere da me di essere più di tanto obiettivo su un disco solista di Eddie (una colonna sonora, per fare la parte del cagacazzi). Chi mi conosce, mi sopporta per questo, o almeno fa finta. Sarà una settimana che non ascolto altro, quindi mi sbilancio su una gamba sola e vi dico che Into the wild contiene le canzoni più... naaa, non ve lo dico. Lo sapete già.

Try walking in our shoes


What I want from you

Ci sono tesori che vorresti solo per te, perché sono legati ad emozioni che solo tu puoi ricordare. Un telefono e dall’altra parte una persona lontana, ma sempre vicina.
Ci sono tesori che vorresti solo per te. Sarà per gelosia, egoismo, o solo perché hai paura di perderli.
Ci sono cose destinate a rimanere: le poesie di Rilke, il volo di Jurij Gagarin, la vittoria ai Mondiali. Alcune eterne solo per te.
La mia canzone dell’anno.

Rootless tree – Damien Rice [live, Roma - 19.07.07; in pratica, il mio primo post]

Indovina chi

Non c’è niente di più tedioso dell’attesa che arrivi il tuo turno dal medico. Un po’ come quando eri piccolo ed eri costretto ad accompagnare tua madre nella lunga sfilata davanti le vetrine dei negozi. Due palle immense, insomma. Che poi anche dal medico ti accompagnava, ma la noia non era certo colpa sua. Ora che sei grande, solo d’età eh, dal dottore ci vai da solo. Anzi non sei solo, perché ti porti dietro un’ingombrante compagnia: la carogna che ti è salita sulle spalle. Neanche il tuo lettore mp3 (poi perché fare lo sborone con 5 giga, se poi ascolto da giorni sempre lo stesso disco? mah...) riesce a risollevare le tue sorti, l’attesa ti snerva e non c’è niente da fare.
Però potresti avere la fortuna di incontrare un volto amico, poter scambiare due parole, far passare più velocemente questo tempo.
.
When I walk beside her/ I am the better man/ when I look to leave her/ I always stagger back again/ once I built an ivory tower/ so I could worship from above/ and when I climbed down to be set free/ she took me in again...

(pause
//)
.
Lui: Uè, ciaaaao! (Espressione del tipo “Certo che ti sei ridotto male, eh…”)
Io: C-c-ciao! (Espressione tra lo stupito e lo scazzato) – Se, vabbè, qua-qua-qua-qua-quandooo
L: Come stai? Non ci vediamo da anni…
I: Eh, è vero... - E ci sarà pure un perché, no?…
L: Allora, come te la passi?
I: Me la cavo. – Se vabbè, “Io speriamo che me la cavo”... E tu?
L: Benissimo. Lavoro nell’agenzia di mio padre; guadagno duemila testoni al mese...
I: Aah, complimenti. – E me lo dici così? Duemila testate ti darei...
L: Allora, come sta Tizio? E Caio?
I: Non lo so proprio, non li vedo da molto tempo... - Ma tu guarda chi è andato a ripescare questo...
L: Invece tu che lavoro fai?
I: Beh, un lavoro da frustrato-derubato-sottomesso-sfruttato-malpagato-e-ti-amo-mari-ù-ù-ù-ù (Sorriso, espressione ammiccante e orgoglio insàid per la citazione "brillante") - Chissà se l’ha colta?!...
L: ? (Con un’espressione degna di Buster Keaton)
I: …
I: …
I: …
I: Che c’è? – E te pareva...
L: Vabbè, io devo andare. Ci vediamo...
I: A presto...

E mi lascia lì, con la mia citazione ed il mio orgoglio andati a male.
Senza il tempo per rivolgergli una fondamentale domanda.
Sì, ma tu, di preciso, chi cazzo sei?
.
(play >>)

There's a biiiiiiiig/ a big hard sun/ beaten on the big people/ in the big hard wooorld...

War, huh, yeah, what is it good for?


Ok, è quasi giunto il momento. Lunedì mattina inizierà la vendita dei biglietti per il concerto del Boss.
Nell’ultimo tour elettrico suonato nei palazzetti, i biglietti sono stati venduti tutti in due-minuti-e-quaratacinque-secondi. Più o meno la durata di un mio rapporto sessuale.
E quant’è vero iddìo, se quando arrivo al punto vendita non se ne trovano già più, perché qualche fottuto bagarino se li è accattati tutti in trentasette secondi (più o meno la durata di un suo rapporto sessuale), tiro fuori il lanciafiamme, e chi c’è c’è. Sarà una guerra.

Se non dovessi farcela, sappiate che, seppur a vario titolo, vi ho voluto bene.

In poche parole

Ecco le mie vacanze. Una famiglia che mi fa sentire a casa, lei che si riempie di colori e profumi della sua terra. Ed io che con immensa gioia la seguo. Per non parlare del cibo, con il risvolto negativo che nella mia maglietta rossa sembro sempre più il Gabibbo. E a me il Gabibbo sta pure sul cazzo. Poi l’entusiasmo per il ritorno nella mia città, ora nostra. Entusiasmo durato il tempo di realizzare che qui non si respira e che se sono tornato significa che sono finite le ferie. Inoltre si avvicina la sessione di esami all’università. Per fortuna che c’è questa notizia a ridare a giacomino entusiasmo e yeah yeah.



A-a-abbronzatissimo

Annuncio per i millemila visitatori giornalieri del mio blog, che, a quanto pare, è frequentato da bloggers di tutto l'emisfero, soprattutto da abitanti in quei luoghi non ancora raggiunti dalla rete. Domani parto. Finalmente.
Vado qui. C'è tutto: la montagna e il mare.
Ma soprattutto, c'è LEI.

[photo dy dufresne]

Partirò con la macchina, insieme al mio amico P. Durante il viaggio prevedo che ci lanceremo in una delle nostre tipiche dotte conversazioni da principini dell'Ottocento, come quella di ieri sera: il sesso orale. Vabbè, vado a fare la valigia.

Arrivooooooooooooooooooooooooooooo

L'ombra del vento

[...] Solo allora - le dissi - avevo compreso che si trattava di una storia di gente sola, di assenza e di perdita e che proprio per questo vi avevo cercato rifugio, fino a confonderla con la mia vita. Che mi sentivo come chi fugge nelle pagine di un romanzo perché gli oggetti del suo amore sono soltanto ombre che vivono nell'anima di uno sconosciuto. [...]

L'ombra del vento, Carlos Ruiz Zafón



Ho sempre avuto l'abitudine di arrivare verso la fine di un libro e passare tempi infiniti prima di decidermi a leggere le ultime pagine. Delle volte sono state ore, pomeriggi, nottate, giorni. Una volta il tempo impiegato a rileggerlo per la seconda volta. Fin lì, fino ad arrivare quasi alla conclusione. Non è che questo comportamento clinico accada per ogni libro. Solo quando mi trovo tra le mani parole che mi catturano completamente, che mi emozionano come solo poche cose nella vita possono fare. Ecco, per quei libri riservo questo comportamento che, evidemtemente, è sintomo del fatto che soffro di malinconia acuta. Nostalgia per una storia che diventa passato nel momento esatto che faccio scorrere i miei occhi sull'ultima parola. Così in tutti i modi mi sforzo di renderlo vivo, fin quando lo leggo, fin quando quel segno che lascio sarà lì ad aspettarmi, insieme alle pagine che mi rimangono. Chiudere il libro poi, è come relegare tutto ad un mondo che sarà per sempre mio, ma solo nei ricordi. Tutti noi ci portiamo dietro, nella coscienza, nel cuore, quello che abbiamo letto. E tutte quelle cose che ci hanno insegnato. Per primo a sognare.
Tutto questo per dire che sto finendo di leggere L'ombra del vento.

Vento di assenza e di perdita.

Bansky


Roma è la città con più km. al mondo di muri imbrattati da scritte senza senso e se un senso lo avessero sarebbe che questa umanità male assortita di ggiovani ribelli e puri vandali è troppo ignorante per scrivere qualcosa di sensato. Pensano di esprimersi così, di lasciare un segno del loro passaggio. Io un segno lo lascerei volentieri sul loro viso, applausi per fibra e fuori dai coglioni. Ogni tanto, però, si intravedono sprazzi di genialità, di arte.
Vorrei che i muri di Londra, e non solo, si trasferissero qui.

Immagine in cornice

Certi eventi ti fanno persino desiderare che le ferie passino in un lampo. Perché questo comporterebbe l'avvicinarsi di quel giorno. Il monataggio sembra entusiasmante.
La copertina* ritrae Eddie che spazza il guano, perché quello sta facendo, sul campanile della Piazza del Duomo di Pistoia. Priceless. La grafica della copertina vintage è stata un'ottima scelta, è stupenda. Inoltre quella foto, così evocativa, credo rifletta pienamente lo spirito del dvd, quello di riprendere la band anche negli aspetti che non sono strettamente musicali, nei momenti vissuti lontano dal palcoscenico.

- your name is?
- pearl jam
- like the jam!
- yeah yeah... i don't know the meaning.

Priceless again.

* grazie a http://fuelfriends.blogspot.com/

Home sweet home

Domani mi aspetta una giornata all'Ikea, la mia amata Ikea*, che se avessi i soldi mi ci arrederei tutta la casa. Se avessi una casa. Mi riferisco ad una casa di proprietà; lo dico per quelli di voi psicorigidi come me che vi starete già immaginando il sottoscritto che vive sotto un ponte ed aggiorna il blog, chissà, da un internet point. Ok, scongiuri volgari assicurati dopo questa frase. Il vero problema in questo momento è però un altro: dovrò caricare sulla mia piccola (e mai come in questo momento mi è sembrata così piccola) seicento, 2 materassi, 4 grandi scatole in alluminio, un lampadario ed uno sgabello in legno. Domani dovrò pensare a come incastrare il tutto, probabilmente fallendo nel mio proposito e finendo con il legare i materassi citati sopra il tetto della macchina. Emigrant style.
Sarà meglio che vada a dormire, si sa che le idee geniali svegliano all'improvviso.
Speriamo non prima di mezzogiorno.



* per chi non lo sapesse, Ikea è quel negozio dove alla cassa ti ritrovi un fantastico cartello che recita: "Ti piace la borsa gialla? Acquistane una blu!".

Touch me, I'm sick


Da quando ho letto la trama, e visto il trailer (in inglese), desidero sempre più vederlo.
Moore sarà pure acido e simpatico come un dito nel culo, ma i suoi documentari sono sempre un pugno nello stomaco. Di quelli che fanno bene, quelli di un amico che vuole farti reagire e svegliare. Spero solo che lo vedano molti italiani ed aprano gli occhi sui rischi delle privatizzazioni incontrollate, su un sistema cinico e senza umanità.

Picture in a frame

[photo by dufresne]

L'ultimo anno ha il profumo di una crema ed il sapore di troppe sigarette fumate insieme.
Ha il colore chiaro di due occhi grandi che ti guardano curiosi e vivaci.
L'ultimo anno ha il suono dei passi nei vicoli di Roma. E gli occhi che si posano sui particolari, nelle piccole cose, che sono l'essenza della vita. Dietro le quali c'è un mondo, che ora è il nostro.
È che tutto ormai si è trsformato da io in noi.
È un anno e un mese che non piove.

E non accettare caramelle dagli sconosciuti!



Puntuale come ogni anno arrivano gli incendi, gli omicidi di gente impazzita per il caldo e le tette al vento sulle spiagge trasmesse da pseudo-telegiornali, è anche per il sottoscritto il momento di grandi cacamenti di cazzo. C’è sempre un periodo dell’estate in cui rimani da solo in città, quando se non parti con gli amici o la tua ragazza, loro sono partiti già. Magari ognuno al suo paese di origine, eh, niente di che. O per vacanze che tu non puoi permetterti. Sono certo ne converrete che il rischio di fare la fine di Oblomov è quasi scontato. Fortuna che c’è A. a farmi compagnia, come anche ieri sera.

Da qualche settimana ricevo degli sms da una gentile sconosciuta, ribattezzata dal sottoscritto chicazzè?. Così compaiono i suoi messaggi sul mio cellulare, come mittente chicazzè?. Non avendo lei ancora capito che li spedisce alla persona sbagliata, sere fa ho ricevuto l’avviso che mi sarebbe venuta a prendere per andare al mare la domenica alle 8:00. Allora, dico io, se dovessi venire a citofonarmi la domenica mattina alle otto, vuol dire che hai deciso di tentare la carta della metempsicosi, morire e reincarnarti in un altro essere più intelligente. Quattro sere fa mi spedisce invece un messaggio molto più interessante: “Shakespeare al Globe Theatre”. Incuriosito, leggo che in questi giorni una compagnia (che poi scoprirò bravissima) sta portando in scena Racconto d’Inverno.

Così ieri sera mi sono immerso in un mondo di magia, di drammi ed irriverente ironia interpretati da una compagnia che si presenta anche con balli, musica, canti e lacrime. Tutto questo ho trovato nello splendido teatro del Globe, ricostruzione fedele sul modello dei teatri elisabettiani nei quali Shakespeare in persona portava le sue opere: una meraviglia di legno e con il palco illuminato dalle stelle.

Dagli sconosciuti, le caramelle no. I consigli, sì.

Memories (like fingerprints)


ché poi le distanze ora posso
misurarle in centimetri



ché se la vita pensi sia quella passata
non hai futuro
mentre ora capisci che veramente
così intensamente stai vivendo solo ora




ché anche se il tempo a volte
non mi lascia spazio per respirare
mi rimane sempre quell’attimo per fermarmi
e pensare a quanto sono fortunato



ché poi rialzarsi dopo aver inciampato
non è mai stato così facile
ché la vita è sì complicata, ma si finisce
per rendesi conto di quanto
la felicità sia anche ridere per nulla
o un ricordo che si può solo capire in due




[photos by dufresne - se ci cliccate sopra potete vederle nella dimensione originale. come la solito, insomma. però è possibile farlo solo con le prime due, non chiedetemi perché]

Wish I was so serious, but I found Broken Social Scene



Tanto lo sò già che se l'avete ascoltato penserete quello che hanno scritto tutti i blogger musicali che la sanno più lunga: che questo disco può considerarsi più la nuova fatica dei Broken Social Scene che non un album solista di Kevin Drew. Di sicuro i musicisti presenti tra quelle note sono proprio i canadesi che hanno sfornato due dei dischi più entusiasmanti provenienti dalla parte più fredda del continente americano. Che siano artisti eccentrici lo si era capito da tempo, ma far firmare un disco ad uno solo dei componenti un motivo recondito lo dovrà pure avere. Sarà che mi sto rincoglionendo, perché ho passato un quarto d'ora a fissare Kevin mangiare cereali (dopo essere stato ingannato passando di qui, e ora ve lo beccate pure voi) mentre ascoltavo il disco, ma lo spirit del belloccio del combo canadese più influente degli ultimi anni riesco a sentirlo tutto.
Disco che sicuramente andrà a consumare il mio lettore.
Lo sta già facendo.