Warning: post estivo [sì, anche io scrivo sul mare...]

Present tense. Praticamente un regalo, in una confezione sfavillante. Probabilmente il "Live at the Gorge" non contiene le esibizioni migliori di quel periodo (2005/2006), ma ascoltandolo ogni volta la magia si ripete. E, come a volte accade, il momento che più ti fa tremare le gambe arriva quando Eddie decide di salire sul palco da solo, telecaster od acustica in mano, ad intonare ed interpretare qualche cover, rivestendola spesso con voce grintosa e note nervose, o con una dolcezza unica, come la melodia waitsiana a Milàn ( ...la bella Milano! Eeeh?) lo scorso anno. Si sa, ogni concerto potrebbe regalarci una gemma ed ogni volta l'aspetto con ansia quel momento. Ogni volta che arriva è un colpo al cuore. Come quando sei sulla strada, diretto al mare. Ti avvicini, sai che prima o poi lo vedrai in lontananza, l'avrai visto un milione di volte così, ma ogni volta ti entusiasmi come fossi un bambino. Questa volta il mare ha il nome di una canzone di Tom Petty: I won't back down. La data è quella del 23 luglio.
Ed io lì ad scoltarla, con gli occhi sgranati di un bambino.

Damien Rice, Cavea dell'Auditorium - Parco della Musica, Roma [19.07.2007]

[photo by dufresne, Cheers Darlin']



Statura minuta, bel viso (l’ammòremio con enfasi mi da ragione, e te pareva), voce da fenomeno e talento da vendere.
Damien Rice sale sul palco in silenzio, senza dire una parola. Rimarrà così per la prima ora; questa volta è veramente la musica a parlare (prime righe del primo post è già usi frasi fatte, vai così...). Basta la versione per solo piano e, meravigliosa, voce di Rootless Tree, messa in apertura, a farmi scoppiare il cuore e farlo incastrare da qualche parte tra il collo e le spalle. Così riesco anche a non pensare né alla cifra immorale con cui ho pagato il biglietto – quant’è? ah, 40 eurini? All in medicines. -, né al fatto che a Roma esista un solo luogo decente dove poter suonare -grazie uolter-, ma nel quale tra l’altro non possono venire tutti i gruppi.
Certo che l’atmosfera creata da Damien e soci e la splendida cornice della cavea dell’Auditorium cancellano anche gli aspetti negativi della serata. Anche se Rice piace alla gente che piace. Accanto a me ragazze bellissime, ma che non muovono un piede nemmeno quando il giovanissimo e bravissimo batterista picchia come un dannato su quei tamburi, insomma sembrano essere di legno, soprattutto tra la pancia e le gambe. Anche se ci sono uips di una simpatia estrema. Anche se ci sono signori snob che si tappano le orecchie quando il volume si alza, che sembrano essere capitati lì per caso, come F**e ad un convegno di giornalisti; infatti, tempo mezz’ora e pensano bene di andarsene. At least, but not the last, ragazzine urlanti da tre-metri-sopra-il-cielo. Da parte mia, se la jam finale di Coconut Skins fosse durata un minuto di più avrei preso il coraggio a due mani e mi sarei buttato direttamente dalla balaustra al palco a suonare la terza (terza!) batteria.
Il concerto alterna momenti toccanti ad episodi più movimentati, ottenendo un sorprendente equilibrio tra tensione ed emotività. Poi accade qualcosa di inaspettato: stacca l’amplificazione, accorda la chitarra ed inizia l’arpeggio di Cannonball, si allontana dal microfono, avvicinandosi alla prima fila, e comincia a cantare con il pubblico in completo silenzio, salvo poi accompagnarlo (me compreso ovviamònt) durante il ritornello, sottovoce e senza offuscare la sua, creando così un effetto da pelle d’oca alta 4 cm. e lacrimoni a non finire.
Al violoncello c’è Vyvienne Long (al posto di Lisa) che si muove con disinvoltura con il suo strumento tra le mani, come se fosse Maradona con un pallone tra i piedi.
Il cantautore (posso chiamarlo così?) irlandese è dal vivo suggestivo nei momenti più acustici e sussurrati, trascinante quando si preme il piede sull’acceleratore (unico appunto l’uso eccessivo degli effetti per la voce) e silenzioso tra una canzone e l’altra, fino al colpo di teatro finale: storia ironica ed amara da bar fumoso ed interpretazione da vero fuoriclasse con tanto di cameriere sul palco che offre vino al buon Rice, il quale si accende una sigaretta e, fingendosi ubriaco, canta barcollando e con la voce tremolante Cheers Darlin'.
Ovazione finale del pubblico, che si era fatto sentire rumorosamente anche prima del bis, e sorriso da ebete stampato sulla faccia del sottoscritto.
No love, no glory, canta Damien. Ripenso all’ultimo anno della mia vita e piango nuovamente (è serata, che volete fà...), dalla felicità, pensando a quanto abbia ragione.
Emotivamente il concerto dell’anno, of course.

Foto [by dufresne]: (coming soon)