La guerra di civiltà contro i selezionatori del personale


[Young boys swordfighting in Harlem. Photographed by Aaron Siskind (1903-1991), date unknown]


Lo dico subito e lo scrivo chiaro: i loschi figuri menzionati nel titolo sono la categoria più infima e parassitologica del mondo del lavoro. Quello che ti sequestra per otto ore sottoponendoti a prove di gruppo, singole e colloqui individuali a ritmi serrati per ricavarne un profilo delle tue capacità e personalità senza uno straccio di metodo serio e (almeno tendente allo) scientifico. Ingannevole è il selezionatore più di ogni altra cosa.

La vigilia dell’assessment day è trascorsa molto poco tranquilla, così come mi sarei ragionevolmente aspettato, e smossa dalle solite mie paure irrazionali. Tipo che mi sarei prima o poi disteso a pelle d’orso, tradendo tutta la mia goffaggine, inciampando proprio sotto gli occhi delle esaminatrici. E se pensate che certe scene fantozziane accadano solo nei film, allora vuol dire che non mi conoscete ancora bene. Tra l’altro, nella mia testa, le spietate e crudeli signorine con lo scettro del potere erano anche pronte a sfogare su di me tutta la loro acida frustrazione, piegandosi a bere il mio sangue leccandolo dal rigagnolo che si sarebbe formato a terra dopo averci sbattuto la testa. Ovviamente una cosa del genere non è poi accaduta (soprattutto la roba macabra del sangue), ma la mia buona razione di figure di merda l’ho comunque portata a casa anche questa volta. Nell’ordine:
1. arrivo tutto yeah yeah, nonostante tutto con il cuore pieno di speranze, e mi siedo subito al posto della Commissione, anche se la disposizione dei banchi non avrebbe dovuto lasciar dubbi. Mi sento osservato e infatti tutti gli altri quattordici candidati mi guardano con un’espressione che è un misto tra il preoccupato e il perplesso. Mentre nessuno favella, io non riesco a fare di meglio del chiedermi “ma perché mi fissano?”, senza ovviamente darmi una risposta. Ci pensa la prima selezionatrice, appena arrivata nella stanza: - Che c’è? (anche lei mi fissa, ma è una moda?) - Quello sarebbe il nostro posto...
2. inverto magicamente la destra con la sinistra, anche se vi posso assicurare di aver imparato la distinzione quando ero alto circa un terzo rispetto ad ora: - In fondo a sinistra... mi avevano detto così... - Infatti, ma questa è la destra, replica impassibile ed incredulo l’impiegato, sicuramente un altro psicologo succhiasangue, seduto in uno di quei “posti da Commissione”, a capo di una stanza gremita di altre vittime sacrificali come me. Non mi era bastata l’evidenza della scritta “toilette” sull’altra porta, quella di sinistra? Evidentemente no. Modestamònt.

Avevo deciso che da questa giornata me ne sarei uscito con il sorriso stampato sulla faccia ad ogni costo, anche se mi avessero salutato con un ci dispiace, ma il suo profilo non rientra tra quelli richiesti dalla Società..., perché i desideri non realizzati che accumulo non debbano formare con il tempo un masso troppo pesante da trascinare. Alla fine me ne sono uscito a testa alta, ma ho imparato che ogni vittoria ha un retrogusto amaro e che a guardare troppo in alto ci si bruciano sempre gli occhi con il sole.
Un assessment day rientra nella nutrita schiera di inglesismi che ci hanno sommerso (query, survey, customer satisfacion, pending, quality report, focus group, brainstorming, checklist, benchmark, ASAP, che mi ritrovo quotidianamente ad usare, oops scusate, I dailiy use), che vorrebbe essere tanto figo e profèscional, ma in realtà è solo un eufemismo che nasconde la cruda realtà: quando qualcuno loda la tua strategia di aggressione, sai che ti sei corrotto dentro, anche se molto probabilmente otterrai quello cui anelavi. Perché una giornata trascorsa così è la summa dell’homo homini lupus. Dovrebbero valutare le tua capacità di problem-solving (ancora?) e la tua propensione al lavoro di gruppo, invece cercano di tirare fuori il tuo lato più aggressivo che evidenzi le tue doti di leader. E, dato che nella parte di un cane rabbioso non mi ci sono mai trovato a mio agio e mai mi ci sentirò, ricevere dei complimenti alla fine della giornata da parte di chi ha un ruolo di giudice del tuo futuro, manco fosse dio-sceso-in-terra, non è poi così lusinghiero. È più un qualcosa di assimilabile ad una spiacevole sensazione che non riesci però a ben definire. Ma la colpa è soprattutto dei miei compagni di avventura: capisco che per la maggior parte di loro è una guerra, una corsa al massacro; vedo i sorrisi finti dei più, in pochi riescono a rilassarsi, come mi stupisco di riuscire a fare io.
Alla fine dei compiti di gruppo risulto essere stato quello, a detta delle donne-vampiro, più loquace, determinato e attivamente propositivo.

Un vento bastardo e infimo mi accoglie all’uscita del tour de force. Esco dall’assessment e vedo due bambini che giocano a fare la guerra. Le loro pistole finte dovrebbero servire a ricordarci quanto sia atroce una guerra vera combattuta dagli adulti, che sia fatta con le bombe o solo con le parole. Per questo per me, oggi, sapere di non aver fatto leva sulle difficoltà degli altri per emergere, almeno coscientemente, è un antidoto al malumore.

Poi torno a casa, sono le sette, penso alla poesia di Alberto Vigevani (Vivo, lo so, / di ciò che non ho / a volte persino / di ciò che non è.), vado di maglietta di Superman che uso come pigiama -sono invincibile?- e accendo la tv: i bastardi la guerra la stanno facendo per davvero, bombardando per i loro interessi. Mi addormento prima del solito, più leggero, anche se non dovrei e anche se non ci sarebbe nessun motivo per farlo.

Consigli per gli acquisti (prossimi)

Il mio nuovo smartphone spiegato a mio fratello: Android 2.2, 3 Megapixel con iso 400 e bilanciamento del bianco, touchscreen capacitivo, wi-fi, non molto alta l’autonomia della batteria fino a 100h in stand-by e 4h in conversazione, memoria interna da 170MB, ma espandibile fino a 32 Gb e MicroSD 2 da GB in dotazione. Ma soprattutto nel complesso molto entry level!

Il mio nuovo smartphone spiegato a mio padre: fotocamera 3 Megapixel, wi-fi e ottimo rapporto qualità-prezzo.

Il mio nuovo smartphone spiegato a mia madre: mi connetto ad internet e... no, mà, non l’ho pagato molto, era in offerta!

Il mio nuovo smartphone spiegato a mia nonna: è.. è.. èèèèh (no, non sono Vasco Rossi)… un telecomando.

Avereventanni

Fate finta che io sia un tristone tardo adolescente. In fondo si parla della celebrazione di un ventennale. Fante finta perché in realtà di anni ne ho trenta e la tristezza me la sono lasciata alle spalle da un bel pezzo; tutto il resto potete lasciarlo tranquillamente al suo posto.

Loro ne fanno venti. Io, da quando ho cominciato ‘sta storia in loro compagnia nel giorno che rimasi ammaliato dal video di Alive, ne compio diciassette. Allora possiamo dire che sono quasi maggiorenne e certe cose ora posso scriverle. Ecco, mi sembra ormai chiaro che finiranno per essere la mia relazione più duratura di sempre. Scusa tesoro, ma non potremo mai raggiungerli. Per farlo si sarebbe dovuta verificare una congiunzione astrale potentissima, tale che ci saremmo dovuti conoscere nel millenovecentonovantatre, a trecentottantasette km di distanza, io non avrei dovuto avere tutti quei brufoli sul viso, la pelle così grassa e non avrei dovuto dedicare tutto il mio tempo libero a suonare il basso e a giocare a basket e a calcio, il che avrebbe consentito che tu mi degnassi almeno di uno sguardo.

Insomma, com’è come non è, sono passati venti (diciassette) anni e sarà pure un caso per voi, ma loro sono stati sempre presenti nei momenti cruciali della mia crescita. Qualche segreto e potente motivo deve pur esserci se molti episodi sono in grado oggi di collocarli nel tempo in relazione a un disco o a una canzone che ascoltavo, oppure se Eddie aveva i capelli lunghi o corti, se Mike era grasso o magro e di che colore aveva i capelli: una specie di pietra d’angolo, un prima e dopo. All’inizio avevo anche l’assurda pretesa che potessero mettere un po’ di ordine nella mia vita, che potessero farmi superare senza dolore i momenti difficili. Poi quando capisci che dipende solo da te stesso, che loro non si curano di te -come potrebbero farlo, se neanche ti conoscono?-, ormai sei fregato e ci rimani legato per il resto dell’esistenza. Dovrai muoverti con le tue gambe, ma loro, come dire, aiutano. In fondo ero solo un ragazzino che elemosinava pillole di saggezza e certe cose non cambiano con il tempo: volevo solo la mia dose di felicità e la felicità è meglio prenderla quando ti capita. Forse è proprio questo che è difficile da spiegare e far capire. Il legame imprescindibile, un mix micidiale di emozioni, speranze, grinta, rabbia, disperazione, amore, tristezza, malinconia, lotta, sensibilità, felicità, gioia, illusione, disillusione, insomma di tutti i sentimenti che siamo capaci di provare. Far parte di questo vortice e sentire che non sarebbe possibile altrimenti. Poi passano gli anni e le cose cambiano, si stravolgono e ti travolgono. Ma loro c’erano e ci sono ancora oggi che sei cresciuto, almeno sulla carta d’identità; ma forse nella fase del passaggio all’età adulta con loro non sono mai pienamente arrivato. L’adolescente inquieto come deve essere, con il suo più o meno costante senso di disagio (niente di trascendentale, eh, nulla a che vedere con i ragazzi problematici da film) si è rotto da tempo il cazzo, ha cambiato prospettiva e ha deciso di non incasinarsi più da solo la vita. Se mi guardo indietro e non ho voglia di sbattere la porta in faccia al passato, a quel passato ormai remoto, è anche grazie a loro: ci sono anche quei cinque ragazzi nel mucchio che ha riempito la mia mano -non molto di più-, se prendo tutto quello di buono che c’è stato.

Quando li ho conosciuti, una cosa più di tutte era evidente: per la prima volta non erano un gruppo sempre clone di se stesso, non erano i criceti dentro una ruota, la stessa solfa che si ripete ogni giorno. Erano il calore in mezzo al petto, come quello del sesso in mezzo alle gambe. Il senso di vertigine, un po’ epico. La nausea. Il bruciore allo stomaco. Le farfalle nella pancia, che mai ho sbagliato a scambiarlo per amore, perché era amore. Erano la classica e stereotipata rabbia adolescenziale che si trasforma in qualcos’altro, in qualcosa di migliore. C’era e c’è ancora la celebrazione della vita, con tutte le sue noie e contraddizioni. Chi li ha visti almeno una volta dal vivo sa di cosa parlo.

Mi piace pensare che senza di loro le cose sarebbero andate diversamente, anche se ovviamente e razionalmente non è così. Come se senza la loro musica mi sarei trasformato in un cafone ignorante, stupratore, violento da stadio, figlio di puttana, spietato ultracapitalista inquinatore, nazi-punk, cinico senza scampo indifferente a tutto. Come la prima volta che sono andato a fare la spesa con la busta di tela riciclabile, che mi ha fatto sentire molto sì, cioè, alloraaa, il mio più grande cioè desiderio? sì, cioè la pace nel mondo, cioè ho pensato fosse stato un po’ merito anche loro. Perché così come non cominciamo mai da soli una storia, così quando prendiamo una decisione ci portiamo sempre dentro le parole dei nostri genitori, anche e soprattutto quello che non ci hanno saputo dire, le esperienze, i consigli degli amici, i racconti tremolanti dei nostri nonni, i libri che abbiamo letto, gli insegnamenti che qualcuno ci ha regalato e, at last but not least, la musica che abbiamo ascoltato. Ecco perché stanno nella mia personale libreria proprio lì, in mezzo ai romanzi di formazione.

Ma non ho mai pensato che Eddie fosse stato il primo uomo a mettere piede sulla Luna, né tanto meno che fosse stato lui ad appenderla lì in mezzo al cielo per permetterci di contemplarla e farci sognare. Forse è stata proprio la sua attitudine all’umiltà e la sua riluttanza verso la celebrità a renderlo un tipo di eroe diverso ai miei occhi e non un patetico messia del cazzo. Anche sua era la lingua della mia giovinezza, ma era molto più umano e reale: I shit and I stink, I’m real , join the club.

Anche se il tutto era condito da una buona dose di ingenuità, c’è in fondo qualcosa di più puro di quando, solo nella mia cameretta, ero intento ad imitare i miei eroi? Penso di essermi slogato sette volte le caviglie per suonare il basso à la Jeff, con tutto il corpo proteso all’indietro, ed ho visto una volta mia madre quasi piangere al pensiero che mi fosse venuto un attacco epilettico, ma vaglielo poi a spegnere che ERO Eddie mentre intona l’uh-uh-uh-uh-uh sul finale di Jeremy. Provavo il mio personale stage-diving usando una sedia come palco e il materasso grande dei miei genitori come fosse folla impazzita, bramante ed urlante, ma una delle prime volte, quando non avevo ancora del tutto affinato la tecnica, mi sfracellai per terra. Data la mia evidente ossessione che si manifestava anche fisicamente, sembra quasi assurdo che dopo tutti questi anni mia madre ancora li chiami, seriamente, “i Peggèm” ed io ancora cerchi ogni volta di correggerla, insegnandole la corretta pronuncia. So che non lo imparerà mai, ma vivo sperando.

Certe cose non si decidono. Ci prendono alle spalle, ed è come se conoscessero profondamente la nostra anima. Tutto sembra naturale ed è come se ti fosse stato cucito addosso, anche se potrebbe adattarsi molto bene anche ai profili di molti altri. Lo senti come tuo, più di quanto lo possano avere mai gli altri. I testi e la musica sapevano, e lo fanno ancora, leggermi dentro come fossi un libro aperto. Ora tutto questo è come un pezzo dell’adolescenza (l’età dalla quale viene tutto ciò che è sacro, come direbbe EV) che ci portiamo sempre appresso. Perché lasciarlo andare via? Perché crescere del tutto, come se nulla fosse mai successo, e far finta che quel terremoto emotivo che ci ha scossi non si fosse mai sprigionato? Ora che abbiamo più o meno vent’anni, anche se tutta ‘sta passione che provo a volte sembra viaggiare a corrente alternata (ogni tanto sento di averli relegati lì, in un posto sicuro del cuore, ma non proprio a portata di mano), ogni volta che ascolto una nuova o veccchia canzone, ogni volta che vado ad un loro concerto e mi fanno sentire sospeso a qualche metro da terra manco fossi il protagonista di uno scadente romanzo per mocciosi innamorati, mi sento felice come un bambino sulla giostra che fa ciao ciao con la manina e che non ha nessuna intenzione di scendere.


Bleat

Avrei potuto tranquillamente farne a meno. Invece ora non solo scriverò poco su questo blog, ma farò altrettanto qui. Me l’ha chiesto il nerd che vive in me e che comanda almeno la metà delle mie azioni quotidiane. Quando comincerò a scrivere anche su FB, tagliatemi le mani.

Tags: evviva la coerenza, chi disprezza compra, incredibboli, da grande voglio essere geek.




“Case da ammirare”

Sottotitolo: “Altro che The Suburbs”.
Puntata zero, ma che potrebbe essere benissimo l’ultima. La nuova rubrica del blog che sogna di essere snob, ovvero: robe troppo belle che non avremo mai. Qualcosa del tipo inserto-del-Sole-h24-o-del-Corsera.
Si comincia con Villa Amanzi e gli interni di Casa Kimball. Quando quello che verrebbe altrimenti definito un evidente abuso edilizio si trasforma in ammirazione e stima. Ebbene sì, cado sempre nelle maglie perverse di desideri irrealizzabili.



Caga, andiamo a prendere il tuè a casa della Letizia Amanzi, insieme alla Ginevra, alla Matilde e alla Lucrezia? Dai, prendiamo la mia Rolls e ci facciamo accompagnare dalla tata, ché lo chauffeur è impegnato con mio marito dal Monsignore insieme ad una pletora di chierichetti, chissà poi perché...

Le brutte bandiere

E alla fine non ci sono andato. Anche se tutto questo in fondo, nel bene e nel male, fa parte della mia storia (ma io non ho mai sollevato con orgoglio il pugno sinistro e sono sempre stato anti-autoritario): quella di mio padre, del padre di mio padre e del padre del padre di mio padre, che era a Livorno nel 1921 e che tutti conoscevano come “lo sgara culi” (beh, detta così è un po’ ambigua; un giorno ne scriverò).
Non ci sono andato per il suo sapore autocelebrativo. Perché di sicuro mancavano le critiche lucide, coraggiose ed illuminanti di Pasolini. Pensiamo prima a cosa abbiamo contribuito a costruire. Perché, se si inserisce nell’ambito delle “manifestazioni dedicate ai 150 anni dell’Unità d’Italia”, qui c’è poco da festeggiare. Se si toglie un ventennio di Fascismo, quasi altrettanti del Nano, due guerre, gli Anni di Piombo, le stragi, l’edonismo e la superficialità spinta degli anni ‘80, cosa rimane?




Più precisamente

Ahahahhaha, mi fa troppo ridere il fatto che sotto un santuario sia stato costruito un museo speleologico.

The waiting drove me mad

L'attesa che questo un giorno diventi parte di un documentario.
Ho già pronto l'Oscar per il miglior protagonista.

(from the Self-Pollution Radio Broadcast, January 8, 1995)

Cose che mi fanno stare bene

il suono del plettro sulle corde di una chitarra acustica; la melodia del violino in Jesus, etc.; la mia città, ricca di storia, arte e verde, le palazzine in cortina, quelle anni settanta e i vicoli del centro; la mia città, anche se caotica ed immobile; imparare nuove parole (“so di non sapere”); i perdoni; i finali senza un finale; Troisi; gli abbracci; cantare insieme Skinny love quando siamo in macchina; l’odore dei libri nuovi; ballare ai concerti; ballare con te soli nella stanza; il rumore dei passi sul palco di un teatro; le foto in bianco e nero; quelle con i colori saturi; Rootless tree dal vivo all’Auditorium; i ponti; la leccata di un cane; le edizioni di Guanda; leggere in inglese; la voce di Eddie Vedder; Praga; Stoccolma; l’Islanda (un giorno ti avrò!); i viaggi lunghi in macchina di notte; le frasi pensate e poi scritte; le frasi pensate e poi dette; aver letto Bertrand Russell almeno una volta nella vita; fare l’amore; i segreti condivisi; tagliarmi i capelli; la stanza arancione; Ratatouille; pensare quando indosso le mie Converse che, con tono altezzoso ed antipatico e parafrasando un noto verso, “quando ho iniziato a metterle io, tutti ‘sti giovinastri di oggi nemmeno si facevano le pippe”; sentirmi un po’ migliore di quella madre e figlia a passeggio, entrambe con la tuta dell’Adi**s dentro gli stivali (da cow-boy), che va bene pure la donna senza personalità che si vuol vestire alla moda, però a tutto c’è un limite-; le rullate di air drum; Inní mér syngur vitleysingur; “...should have stayed for the sunset... if not for me.”; il design; la rete avversaria che si gonfia; il riflesso di un aereo in volo sul vetro di una macchina; il sole la domenica mattina; le cene in compagnia; gli amici; la neve; il mare d’estate; il mare d’inverno; farti ridere; quando mi fai ridere; …; ..;

te, che mi fai sentire a casa in ogni luogo.

Epifania

Ora che ho scoperto 'sta cosa, penso che passerò le prossime otto, nove, dicei ore a contemplare da vicino alcune meraviglie. E forse, dato che le mie fissazioni spesso oltrepassano il limite del patologico, mi prenderò una settimana di ferie.

Più o meno il duemiladieci

Inizio dell’anno: tempo di classifiche, di tirare le somme, fare i conti con quello che è stato, prendere il buono e guardare avanti e bla bla bla.
Il meglio del 2010, che a volte corrisponde al meglio, altre al peggio. Un best of molto egocentrico. E come potrebbe non esserlo, scritto su un blog?


Miglior photo-blog: Mila's Daydreams. Ora non più ricco di foto, per tutelare quelle opere d’arte. Ma presto sarà un libro.

Spilletta più indie-nerd: il titolo se lo aggiudica con (poco) onore il sottoscritto, grazie a Jonah Matranga e al droide più simpatico della galassia (R2-D2, noto anche come C1-P8).

Miglior giocatore dello sport nazionale che le teorie sociologiche ed i radical-chic, che non hanno mai letto un libro di sociologia, definirebbero di “distrazione di massa”: Jérémy Menez. Si dovrebbe introdurre nel regolamento l’espulsione diretta ad ogni fallo subito dal giocatore francese, anche se in difesa, perché rappresenterebbe comunque una chiara e lampante occasione da goal. Catch me if you can.

Peggior scusa di un politicante: il vostro ex-min***ro, con la sua nuova casa vista Colosseo comprata a “sua insaputa” (da leggersi facendo contemporaneamente il gesto delle virgolette con le dita). Come chi? Non fatemi fare nomi, dai, quello con il cognome come il nome di una pizza buonissima, senza il bo all’inizio e scritto alla romanesca.

Busta paga più immorale: and the winner is, rullo di tamburi, fuochi d’artificio, nani e ballerine... ancora il sottoscritto. Sì vabbè, c’è sempre chi-sta-peggio-di-chi e per questo “non dovrei lamentarmi troppo”. Ma sono un brontolone e poi le rivendicazioni sindacali se non le faccio qui dovrei le dovrei fare, dato che quelli-come-me non sono rappresentati? Ah, già, nell’ufficio dell’ad; però non sono così coraggioso.

Attacco di panico più ridicolo: già, tra le altre cose simpatiche che questo duemiladieci mi ha regalato, c’è anche un costante stato d’ansia che, anche se raramente e quando meno me lo aspetto, sfocia in violenti attacchi di panico, inediti per il sottoscritto perfino nei momenti più bui della mia, ahimé, non più breve esistenza. Un vero e conscio motivo non c’è, dato che navigo da anni in un periodo per tanti aspetti meraviglioso. Non resta, quindi, che sedersi ed aspettare che passi la tempesta.
Beh, per tornare alla candidatura risultata vincente: il più ridicolo attacco di panico è stravolgere millenni di aritmetica, con buona pace di Pitagora e degli altri nerd come lui (ma senza spilletta di Jonah feat. un robot sci-fi), calcolando metodicamente come a riposo 15 battiti cardiaci in 10 secondi equivalgano a quasi 250 in un minuto, segnale di un imminente e folgorante infarto del miocardio, o mio cardio, come in tenera età ero convinto si chiamasse.
Quando ho vissuto anni merdosi non mi importava nulla della salute o almeno non me ne curavo. Ora che sono felice sono diventato ipocondriaco, perché mi interessa di tutto. È stato una specie di baratto con la felicità. Forse certe anime l’inquietudine ce l’hanno nel dna e non ci si può nascondere o scappare. Il tempo mi dirà che avevo torto, o almeno lo spero.

Libro più evocativo letto nel 2010, e forse anche da quando ho imparato a leggere, ma che non è stato pubblicato nel 2010 (è del 2005), ma tanto chissene, l’importante è averlo scoperto: Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer, letto dopo il suo primo capolavoro, che credevo, ingenuamente, insuperabile.
Lo ammetto, mi sono lasciato sommergere dall’onda emotiva della storia di Oskar, da quello che lo devasta dentro e che lo porta a cercare fuori, dappertutto, una risposta al suo dolore. Un po’ mi sono anche scottato con lui. Come restare indifferenti al suo ostinarsi a cercare un legame sottile con quello che non c’è più per mantenerlo vivo, pulsante, reale? Così come al suo evadere da ciò che è tangibile, inventando mille mondi per non pensare alla realtà? Vorresti prenderlo per le braccia e scuoterlo, scuoterlo, scuoterlo e urlargli: quello che conta è quello che resta e chi resta! Perché non a tutto c’è una soluzione, non tutti i desideri sono fatti per essere esauditi. Perché l’abbandono a volte rimarrà per sempre tale. E senza una risposta.
Le ultime due pagine le ho lette e rilette dieci, mille volte e potrei rifarlo anche questa sera: sono l’emblema dell’assenza e di quello che ci manca. A me manca questo libro. Mi mancherà per sempre Oskar. Ogni tanto, guardando il suo bordo rosso nella libreria, penso che non avrei dovuto finirlo, così come mi succede con tutti gli altri libri che ho amato. Ma forse questo l’ho amato un po’ di più.


S.O.S.

Vi è mai capitato di aiutare un collega in difficoltà, che se farlo avrebbe implicato stress aggiuntivo, ore di straordinario –ovviamente– non pagato e un senso di frustrazione dilaniante per aver passato il 25 dicembre recuperando quello che non eri riuscito a completare?
Beh, io l’ho fatto. Non perché sia un supereroe-senza-poteri (a meno che la volontà non sia da supereroi, oppure un superpotere), né perché abbia voglia di mostrare barra ostentare ai piani alti il mio impegno e valore. Per inciso, quest’ultima cosa l’ho già fatta e non è servita a molto, quindi stop, me ne sono pentito, capitolo chiuso e cambio di strategia: lavorare meno.

L’ho fatto perché “stiamo tutti sulla stessa barca”. Con queste parole ho spiegato al collega-pieno-di-lavoro la mia abnegazione, con il risultato di sentirmi rispondere con un lapidario “Ti sbagli”. Silenzio.
Poi ci ha pensato un po’ su ed ha aggiunto: “la conosci Titanic di De Gregori? Hai presente la prima strofa? Ecco quello che siamo in questa Società. Se è vero che stiamo sulla stessa barca, a che condizioni navighiamo?”. Non sapevo se si stesse riferendo alla società con la esse Maiuscola o minuscola, anche se ho il sospetto a quale delle due si rivolgesse e la personale convinzione che siano, oggettivamente e nella realtà, entrambe.
“Certo, la conosco…”, ho replicato, non sapendo cosa altro aggiungere e strozzando in gola, per una volta, il fiume di parole che avrei voluto far uscire sull’argomento, così tante da farle arrivare alle caviglie e poi alla gola e poi affogarli tutti.

In verità non lo ricordavo proprio quali fossero quei primi versi, anche se la canzone la conoscevo, ma ho mentito. In quel momento non sono stato sincero un po’ perché avrei dovuto saperlo data la mia sconfinata passione per la musica, un po’ perché avevo il sospetto che fosse una di quelle frasi ad effetto che hanno il potere di farmi diventare necessariamente li occhi luccicanti. Ed io odio commuovermi davanti agli altri –altri che non siano le persone a me più care-, perché è una cosa che mi fa sentire fastidiosamente e tremendamente vulnerabile. “Certo, la conosco…”, così da non indurlo a ripeterle davanti a me.

Appena tornato alla mia scrivania ho messo le cuffie, ho aperto il browser direttamente su YouTube e ho capito finalmente cosa volesse dirmi.

La prima classe costa mille lire,
la seconda cento,
la terza dolore e spavento…

I miei occhi hanno luccicato. Happy new tear.

A volte ritornano

Immagino vi stiate tutti (?) chiedendo come abbia trascorso il New Year’s Eve (yeah, yeah, I wanna sghep nau). Sento la tensione dell’attesa nell’aria, lo esternate nei vostri numerosi (?) commenti. Per questo vi accontento.
Bene, fondamentalmente ho visto millemila volte questo filmato ed urlato a più riprese fino alle tre della notte imitando il suo protagonista negli ultimi secondi del video. Penso sia giusto sappiate che sono astemio. E che non fumo. E che non assumo qualsiasi altra sostanza alla quale starete pensando.
Guardatelo tutto perché è esilarante, ma soprattutto concentrate la vostra attenzione dal minuto 06:40.

Perché festeggiamo un giorno come tanti, ma simbolico, ma come tanti perché a tanti uguale? Io ne ho travato un senso nel trascorrerlo con gli amici: a ridere, fare tardi, stupirsi come i bambini guardando i fuochi. Prima o poi a certe ovvietà ci arrivo pure io.
Quante –troppe, inutili– domande ultimamente.

Perché scrivi?

- “Perché scrivi solo cose tristi?”

- “Perché quando sono felice esco”

(Luigi Tenco)

Leaves

(In)Utili segnalazioni random

- Qui potete ammirare il blog-fotografico più geniale, più artistico, più tenero e bello del mondo; e pensare che bastano una figlia e un po’ di fantasia.

- Qui c’è invece l’ennesimo mio inutile account.

- Conor Oberst ci spiega perché sia così ignobile la nuova legge sull'immigrazione dell'Arizona. Nel mio immaginario romantico ha sempre avuto un posto speciale la lotta del popolo messicano per uscire dalla miseria e quelle traversate nel deserto che necessariamente l'accompagnano. Grazie anche a Bruce, Steinbeck e John Ford.

- Stavo vedendo in streaming la replica della seconda puntata del glorioso Pippo Chennedy Show, durante la quale ho scoperto, con colpevole ritardo, come Raf fosse a quel tempo il sosia perfetto di Rocco Siffredi; poi ovviamente sono stato costretto a vedere un suo film per verificarne l’effettiva somiglianza.

- Cartellopoli… purtroppo.

- Sto scrivendo, fotografando e leggendo non quanto vorrei fare, ma lo sto facendo; e pensare che basta questo per farmi star bene.

Dai, dai, daai!

Arriva un momento nella vita di ognuno dedicato ai rimpianti: ovviamente si tratta di tempo sterile e sprecato, ma irrinunciabile. Per me è arrivato durante un’ordinaria giornata lavorativa, mascherato da fotografia e nelle vesti di una bambina sorridente.

Ho nella mente quest’idea, probabilmente distorta come un assolo di J.Mascis: immagino i miei colleghi, durante le ore passate a fissare il monitor, scrutare ogni tanto la foto del proprio figlio/a/i, rigorosamente impressa sul desktop, per darsi forza, coraggio e nuovo slancio e motivazione. Come a voler dire a se stessi di sorridere ed essere felici, anche se le cose sono complicate. Alcuni l’hanno avuto giovani, altri sono stati sfortunati, altri ancora meglio-tardi-che-mai.

Oggi ho sentito per la prima volta una fitta nel petto, del tutto inedita: no cari, non era un infarto (anche se per un po’ l’ho sospettato, dall’alto della mia ipocondria galoppante), ma una spiacevole sensazione di mancanza di qualcosa. O di qualcuno.
È pur vero che non potrei permettermelo, con un lavoro precario e due lire in tasca. Forse dovrei smetterla di pensarci, o forse dovrei solamente cambiare quella foto impostata come sfondo del mio pc. Perché tutti, per trovare ogni giorno nuova linfa durante il lavoro, hanno la foto dei propri figli: io ho lui. E non è bello.



p.s. di servizio: sembra che non stia scrivendo molto; ma se non lo rendo pubblico, non vuol dire che abbia perso il gusto e la voglia di esprimermi. In effetti non lo sto facendo con assiduità, ma sicuramente più che sul blog. Sperando che un giorno possa venire alla luce.

Come guardarsi allo specchio...


Diego e Norma [La SE n° 4079, 29 maggio 2010]

...senza dimenticarsi di riderne.

You can't be neutral on a moving train (cit.)


Lasciamo in un angolo le ipocrisie, i malumori e rallegriamoci tutti: fa sempre piacere sapere che un pericoloso criminale sia stato arrestato.
Beh, devo ammettere che ora mi sento molto più al sicuro.

Viaggio al centro della terra

Non importa che tu abbia passato gli ultimi dieci anni nel desiderio costate di arrivare un giorno su quell’isola dispersa nell’Oceano Atlantico: l’hai cercata attraverso la musica, i libri e le enciclopedie. Credevi ormai di aver visto tutto, che ormai ti saresti stupito solo nel momento in cui avresti posato le suole delle tue scarpe su quella terra, fredda ma ospitale.
Eppure è bastato un vulcano, un video ed un artista che mettesse insieme le due cose, per dimostrarti che c’è qualcosa che va persino ben oltre l’immaginario che ti sei creato.

Fate un bel respiro, ché dopo non avrete più fiato. Poi cliccate sul tasto play.

Primo maggio, su coraggio (scritto veramente diciotto giorni fa e pubblicato con un mostruoso –da leggere con tono fantozziano- ritardo)

Quando cominci un percorso universitario in una qualsiasi Facoltà di Psicologia la prima cosa che ti insegnano è la distinzione tra personalità di Tipo A e Tipo B e relativi comportamenti. È una di quelle nozioni, come quando a scuola impari a moltiplicare il cinque al quattro, quale sia la capitale del Paraguay, le origini del Contratto sociale di Rousseau, con le quali dovrai necessariamente prima o poi fare i conti. Roba che assimili e non scordi più. Le tiri fuori dal tuo cervello quando ti servono e non ti soffermi a pensare a come per te siano scontate come conoscere il tuo nome. C’era un volta un ragazzo che così ha imparato che cinque per quattro fa venti, che la capitale del Paraguay è Asunción e che il Contratto sociale è stato disatteso da tutte le moderne democrazie (lo specifico perché magari qualcuno tra di voi sta mettendo in dubbio le mie somme conoscenze di livello scolastico).

Ad eccezione di molte cose che ti propinano al liceo, come trovare la parabola costruita su di una circonferenza tangente ad un triangolo speculare ad un rombo con superficie pari alla capitale del Paraguay (vedi, ti è stato utile), e che non ti serviranno mai-mai-mai nella vita, a meno che tu non voglia diventare un ingegnere, la teoria di Friedman e Rosenman può aiutarti anche ad indagare su te stesso. Ovviamente lo studio di personalità non prevede schemi rigidi: ci sono sfumature importanti che bisogna considerare prima di poter associare un essere pensante ad una delle due categorie. Ovviamente questo vale per tutti gli altri tranne che per te.
Quello che credevi non saresti mai stato te lo ritrovi stampato sulle pagine di un libro e realizzi che nell’ultimo anno è proprio quello in cui ti sei trasformato. Niente di trascendentale: i sogni, i progetti, le speranze, le paure, la passione, l’amore, la sensibilità sono sempre le stesse. È lo stress causato dal tuo lavoro che è cambiato. Peggiorato, sarebbe meglio specificare. Cambiato un po’ per colpa tua, che non riesci a rilassarti, un po’ per colpa di chi baratta il tuo lavoro con una cifra immorale all’inizio di ogni mese.
È il bisogno, quasi fisico, di ottenere un numero spropositato di risultati in troppo poco tempo, con il desiderio di produrre esiti, manco a dirlo, impeccabili.
E vanno anche bene la competitività, gli obiettivi, la gratificazione personale, ma se l’ansia di ottenerli non ti fa digerire, svegliare in piena notte, mancare il respiro, allora ti sei proprio ammalato. Nella testa. Tanto da farti scrivere di te stesso in terza persona, anche se tu vai dicendo in giro che è un semplice espediente letterario. Però percepisci e cerchi di convincerti di come non sia proprio tutta colpa tua: dopotutto ti riempiono con compiti e carichi di lavoro che ti costringono a lavorare, contro la tua volontà, anche il Primo Maggio.
L’ultima volta che sei riuscito a rilassarti è stato circa quindici mesi fa. Veramente riesci a perdonarti per questo?

Il Primo Maggio? Hasta la victoria un par di palle.

Quinto potere

Dopo più di un anno di (poco sofferta) astinenza, e pur non potendomelo permettere, ho finalmente comprato il televisore nuovo. Lasciandomi banalmente ingannare e guidare nella scelta dall’adesivo “a risparmio energetico” appiccicato sopra quella impolverata tv in esposizione. Cosa che ovviamente non potrò mai verificare; o almeno non avrò mai modo, tempo e voglia di farlo. Ma risparmio rispetto a cosa? Ci sono davvero televisori, tra quelli di ultima generazione e a parità di caratteristiche, che consumano molta più energia di altri?
Da buon italiano medio sensibile alla questione ecologica, la salvaguardia dell’ambiente è certamente tra le mie priorità. Però, ad essere onesti, se ci fosse stato scritto “potete vederci i film di Troisi in HD”, oppure “da vero tifoso seguire le partite della vostra squadra del cuore”, probabilmente l’effetto sortito sarebbe stato lo stesso. Oggi ho capito veramente che siamo nati per consumare, spendere e crepare. E per farci prendere per il culo.

Se siete arrivati fino a questo punto, forse vi meritate di sapere che la tv alla fine non l’ho comprata. Ho trovato un po’ di dignità in tasca, mentre frugavo alla ricerca del portafoglio.


“Ascoltatemi! La televisione non è la verità! La televisione è un maledetto parco di divertimenti, la televisione è un circo, un carnevale, una troupe viaggiante di acrobati, cantastorie, ballerini, cantanti, giocolieri, fenomeni da baraccone, domatori di leoni, giocatori di calcio! Ammazzare la noia è il nostro solo mestiere.”

(Howard Beale) [Banksy graffiti]

Hey man, now you’re really living

Quando entrai per la prima volta in quest’ufficio, ormai più di un lustro fa, stavo vivendo il periodo più merdoso della mia vita.
Ricordo che mi accolsero con una battuta, che mi fece sorridere e pensare per un attimo che le cose potessero cambiare. Fu divertente per circa quindici secondi. Poi l’aria triste e pesa di quelle stanze mi fece ancora di più sprofondare in me stesso. Non è che mi dispiacesse poi tanto. Mi ero chiuso nel mio dolore e avevo intenzione di vivere all’esterno lo stretto necessario, convinto che qualsiasi cosa mi potesse fare male, e che, se pure fossero state piccole disavventure, con il mio stato d’animo e la mia ipersensibilità le avrei moltiplicate per mille.
Non è che fu una decisione saggia, me ne rendo conto: lasciare alla socialità spiragli minimi che si limitavano al “ciao” e “a domani” non mi poteva di certo aiutare a superare il mio moneto. Ne ero cosciente, eppure mi sembrava allora la decisione più saggia che potessi prendere. In attesa di non sapevo bene cosa, né tantomeno quando.

Arrivi ad una certa età, corrispondente più o meno ai primi anni delle scuole superiori, in cui fanno passare l’dea che la vera letteratura sia quella stesa su molte pagine e, possibilmente, scritta in un altro secolo. Che le autobiografie o i racconti brevi siano una perdita di tempo, da lasciare a chi ha la capacità di concentrazione di un adolescente inebetito da tv e videogiochi e a chi da un libro non vuole poi ricavare molto di più di un passatempo. Col cazzo.
Che è un po’ la stessa logica che porta gli intellettualoidi snob all’idiosincrasia per il calcio e a giudicarne i suoi amanti, ed il rito domenicale che ne scaturisce, come stupidi uomini medi soggiogati ad uno strumento di distrazione di massa dai problemi.
Ci metti un po’ a smarcarti da quest’idea, a liberarti da questa visione elitaria della letteratura, ma quando ci riesci è un vero spasso. Poi almeno puoi liberarti dagli schemi e dalle prigioni che ti sei costruito: tiri il fiato, petto in fuori, sguardo fiero, affermando con scontrosa pomposità “leggere il Gattopardo mi ha veramente rotto i coglioni”. Ah, che liberazione.
Riesco a sorbirmi indistintamente e senza problemi le analisi micidiali di Gore Vidal, i saggi incendiari di Bakunin, a godere delle magie di Borges, delle follie di Nietzsche o delle analisi strampalate di altri libri propinate da un Nick Hornby in veste di recensore, dei viaggi in solitaria di Erri De Luca, del nichilismo pieno di vita di Irvine Welsh, del politicamente scorretto di Mordecai Richler, del minimalismo di Carver, dei mondi fantastici di García Márquez, degli amari romanzi del mio eroe letterario Jonathan Coe.
Ho accennato prima alle autobiografie. Ultimamente ne ho lette due che mi hanno appassionato più di molta narrativa osannata e ostentata: quella di un precario americano, delle sue immense fatiche, privazioni ed avventure, e quella di un cantante rock, che a metà degli anni novanta andava molto in voga tra i ggiovani finto-alternativi-veri-figli-di-papà, ora un po’ meno ed è meglio così. Quelli più smaliziati di voi avranno già capito, dal titolo, dove mi sto dirigendo.
Mark (sì, ormai lo considero quasi un amico, gli do del tu) è uno che dalla vita ha ricevuto molte spiacevoli sorprese e che dalla vita ha saputo anche prendere tanto. La sofferenza l’ha trasformata in creatività ed ispirazione. Così come la felicità. Subisce dei tremendi lutti e lui che fa? Si dispera? Certamente. Ma riversa anche tutto il peso che sente dentro, nelle note e nei versi di una canzone. Nel 2009 è uscito un suo disco, ma finisce anche un’importante storia d’amore. E lui che fa? Soffre come un cane? Ovvio. Ma decide che i tempi dell’industria musicale dovrebbero adattarsi a quanto ha da dire, così si chiude in casa e, pochi mesi dopo, fa uscire l’ennesimo disco. La summa, il simbolo, di quello che dovrebbe essere un disco. La creatività che nasce dalla sofferenza e l’insostenibile desiderio ed urgenza di esprimerla facendo musica. Tutto quello che dovrebbe essere il rock, il folk, il pop, la musica (e non solo). Vero ed intenso come un pugno nello stomaco. Mark 10, vita 0. Vince sempre lui.
Come può non essere uno così un esempio? Cavarne qualcosa di buono da ogni istante, bello o brutto che sia, ti fa pensare alla giusta prospettiva da avere.

Solo che qualche anno fa questo libro non era ancora uscito, né tantomeno mi sarebbe servito. Anche Mark, quando si siede a scrivere le sue canzoni mica lo fa perché legge la storia di qualcuno che non se ne sta a piangersi addosso a non fare nulla, invece di reagire, qualsiasi cosa questo voglia dire. Così forse le energie puoi trovarle solamente dentro te stesso. Darti degli obiettivi e lottare per averli e contemporaneamente guardare indietro e sbattere la porta. Così un bel giorno decisi di uscire dal guscio e provare a fare qualcosa di buono. Che provare è diverso dal riuscire l’ho capito solo più tardi, ma qualche conquista l’ho ottenuta davvero. A cominciare dalla persona che vorrei mi stesse acanto fino a quando non avrò più i denti, sarò rincoglionito più di adesso e avrò bisogno di qualcuno che mi pulisca il culo. Vorrei tanto fossi tu a farlo, ma, hey, se insieme riusciremo a metter da parte un po’ di soldi, va bene anche qualche badante ventenne dell’est dalle tette grandi e che si sente molto sola.

Un tempo pensavo che se ogni anno ci auguriamo che sia migliore sotto ogni aspetto, o siamo incontentabili, oppure in fondo ‘sta vita è proprio una merda. Preferivo i buoni propositi per il giorno dopo, piuttosto che quelli per l’anno nuovo, ché mi conosco abbastanza bene e, con tutto quel tempo a disposizione, li avrei rimandati all’ultimo giorno, quando ormai era tutto inutile. Ma, ora che vivo per obiettivi, riesco a trovare anche l’entusiasmo, così raccolgo le forze e mi tuffo in una nuova avventura. Luglio non è poi così lontano e ho tante cose da fare in vista della mia prossima battaglia. Una di quelle che, se la vinci, ti cambia la vita.
Ora che sto realmente vivendo.


Snowflake falls in... Roma




Polaroids-ogni-promessa-è-debito by dufresne.


Roma, febbraio millenovecent..., ehm, duemiladieci.

Eddie Vedder è il mio co-pilota

Un bagno di sangue. È con quest’espressione un po’ ansiogena e che non lascia, come dire, molto spazio all’ottimismo che il mio collega preferito ama descrivere i periodi lavorativi più difficili e densi di impegni. Quelli che devi lavorare anche il sabato e la domenica a casa e la sera fino alle otto-e-mezza.
Se ve lo stesse chiedendo (ma ve lo state chiedendo?), sto scrivendo poco da queste parti per alcuni buoni, ma non sani, motivi. Ok, ‘sta scusa non regge più, perché in fondo dieci minuti ogni tanto li potrei pure trovare. Ma sono stanco e quando sono stanco sono anche poco comunicativo. Il massimo l’ho raggiunto negli ultimi tre mesi, quando il programma è stato il seguente: lezione all’università dalle 8 alle 10, in ufficio dalle 10.15 alle 19.30, conclusione di serata con l’invio di sette mail ai docenti, alle quali riceverò risposta, se va bene, a due.
Ecco, vi racconto tutto questo solo per far sapere ai miei lettori, estimatori o detrattori che siano -figure che entrambe confluiscono nell’unica persona che legge e commenta i miei post, la quale ha però, badate bene, una personalità multipla, quindi potrei affermare con un malcelato orgoglio che mi leggono abitualmente almeno in due…-, che verranno tempi migliori e voglia di scrivere ed allora non avrete più scuse per non passare da queste parti.

Sì, vabbè, ed il fine settimana? Il fine settimana c’è da studiare, ovvero quello che non riesco a fare durante tutti i giorni. E come se non fosse sufficientemente difficile trovare il tempo per farlo, considerando anche che ho una capacità di concentrazione degna di un sedicenne assuefatto alla playstation, mi inseriscono pure certe immagini nei libri di testo come quella che vedete all’inizio del post. Vi ricorda qualcosa?

Sì, vabbè-again, ma il titolo del post? Beh, vorrà pur dire qualcosa se ogni mattina calcolo il tempo che mi separa dall’università al lavoro e studio il percorso in modo tale da far coincidere l’arrivo con il mio lettore mp3 che sibila nelle cuffie before i disappear/whisper in my ear/give me something to echo/in my unknown futures ear/my dear/the end/comes near/i’m here/but not much longer.