Ian MacKaye è vivo e lotta con noi

Come dite? Mica è morto veramente?
Infatti era solo un pretesto per parlare dei The Shackeltons. Giovani sbarbatelli che nell'epoca dell'indie modaiolo se ne escono con un disco lontano da tutto e da tutti. Musica viscerale, suonata con la pancia. Un pugno deciso sul viso che scompiglia le nostre belle frangette del cazzo.
Che c'entrano i Fugazi? Beh, ascoltateli.

Tutto mi sarei aspettato dalla vita…

…tranne un giorno pestare una merda direttamente nel bagno della società per la quale lavoro.

Siamo troppo suggestionabili, infantili ed interpretabili, siamo troppo suggestionabili

Oh, caro soggetto ansioso ed un (bel) po’ ipocondriaco, lo so che ti starai già immedesimando nel titolo. Voglio dirti subito che le tue speranze di guarigione dai tuoi mali immaginari scompariranno solo quando arriveranno quelli veri. Sei senza speranza alcuna.
È inutile tentare strade tortuose, i tuoi occhi allucinati raccontano più di mille parole.
Il tuo tono di voce parkinsoniano che ti esce quando tenti serio di mostrare falsa sicurezza ed impassibilità ma quei valori, di preciso, quanto sono più alti del normale?, tradisce tutta la tua reale natura, ché già il solo fatto che tu stia facendo quella domanda presuppone che nelle tue mutande ci sia una quantità di merda inversamente proporzionale al tuo coraggio.
Tanto, nel momento in cui formulerai quella banale domanda, lui -il tuo medico- ti guarderà dentro, ma non alla ricerca di malattie. E sarà come se stessi indossando solo un armamento diàfano, come se la tua pelle fosse nient’altro che carta velina sporca d’inchiostro. E vedrà tutto il tuo malcelato terrore, quello di un bambino al buio che si stringe al suo orsacchiotto, sicuro che così, chissà poi perché, grazie a lui sarà protetto. Per poi risponderti con un oh, non ti preoccupare, non fare quella faccia! (quale faccia? Ma se ho appena assunto l’espressione da duro e maledetto!?).
Dopo avergli elencato tutta una serie di (im)possibili e terribili malattie -tutte ugualmente mortali e/o gravemente invalidanti-, ostentando la conoscenza dell’esimio Dr. Pasternacktroft, luminare della medicina e fantomatico Premio Nobel tedesco, o la pedissequa conoscenza di interi tomi di Patologia comparata che avresti studiato nella tua facoltà di Scienze Politiche, vedrai il suo viso contrarsi in un ah, maledetto Wikipedia!, ed avrà così già capito la fonte delle tue personalissime e casarecce diagnosi, le quali andranno in frantumi nel momento esatto in cui sorprenderai i suoi occhi rivolti per mezzo secondo verso il cielo, un sospiro carico di disperazione a stento trattenuto ed il suo pensiero uscire come in un fumetto dalla sua testa -ah, stramaledetto Wikipedia!- e ti accorgerai di essere stato tanato. Poi, in un sincero atto di contrizione ti vergognerai, giusto il tempo di conoscere la sua (quasi non meno catastrofica -oh, non è niente, eh-) diagnosi parziale -che tu interpreterai come assolutamente definitiva- sulle tue analisi dai valori sballati e la sua prescrizione di accertamenti approfonditi che rappresentano, per uno come te che è un’autorità in questo campo -quello dell’ansia- la panacea di tutti i tuoi dubbi: avevi ragione tu. Ma ma, qualla l’avevo già detta io, niente-fiori-ma-opere-di-bene, e quella, oh, è anche peggio, nooo, ma daiii, ma tu guarda questo…
Sei senza speranza alcuna.

Le Luci Della Centrale Elettrica, Circolo degli Artisti, Roma [11.06.2008]


[pic by dufresne]


noi siamo egocentrici
come i gatti
scappati dai condomini

Some useless words to my dear friend Peter

Sono contento che ti sia voluto sfogare sul mio blog.
Quante volte abbiamo parlato del tuo lavoro come di un’attività psicologicamente logorante? Ma, in tutti questi anni, quante persone sei riuscito ad aiutare e soprattutto quanti, grazie al tuo sforzo, si sono sentite meno sole?
Ti immagino, vicino al ragazzo rumeno, con l’istinto e la voglia di abbracciarlo. Io, solo a leggere questa storia, mi sono sentito un morso al cuore.Quanta dignità, quanta forza e quanto coraggio! Dovrebbero servirci da insegnamento di fronte alle difficoltà.

Il mio blog ha come sottotitolo “vogliamo il pane, ma anche le rose”, ed è uno slogan usato dalle operaie tessili del Massachusetts in sciopero per settimane nel 1912 per richiedere a gran voce migliori condizioni di lavoro. Ma non pretendevano solo di poter mangiare (il pane), non era solo questo lo scopo della loro protesta. Volevano anche le rose, perché nella vita non è solo necessario poter mangiare per vivere, ma lo sono altrettanto le passioni, la poesia, la musica. Sono il necessario. Tu non hai niente di troppo, ma è quel ragazzo ad essere stato derubato dei suoi sogni. È facile e pericoloso rovesciare questa logica, è questo che ci fa sentire terribilmente a disagio con certe storie. Quello che hai tu, ti è dovuto, e non devi sentirti neanche fortunato. È quello che ti spetta, è quello che ti sei meritato e guadagnato con il sudore e con tanti sacrifici. Come sicuramente quel ragazzo che hai conosciuto.



p.s. ci vieni al concerto? c'è anche G. No, non farti troppe illusioni, non cercare di capire a quale stupenda femminona appartenga questa misteriosa iniziale. Trattasi di un tuo amico, nonché cugino di Franca.

Produzioni seriali di cieli stellati


Ma che bello, che bello.
Scusate l’euforia, ma cercavo di darmi un po’ di entusiasmo da solo, perché il Vasco dei poveri qui, te lo toglie tutto. Mai ascoltato un cantautore più depresso e deprimente; una specie di cantautorato punk. Però, cazzo, è proprio bravo.
È un poeta, di quelli maledetti. Di quelli che raccontano storie che farebbero impallidire i personaggi dei libri di Irvine Welsh. Si fa infiammare le corde vocali, dalle sigarette e dalle grida che sputano parole amare sulle oscenità e sulle violenze psicologiche, e non, che lo circondano. Ma lo fa con una poesia decadente che mette in fila perle di spessore invidiabile. Con i suoi testi pieni di ardore ti porta in una vita tossica che brucia vissuta ai margini, consumata nei paesaggi industriali di periferia e nell’immaginario consueto e desolante che creano. Storie a volte senza redenzione, il tempo è cadenzato, costante nei gesti estremi e spesso nichilisti, in un’esistenza continuamente passata a sentirsi la terra franare sotto i piedi. Disillusioni lontane anni luce dalla mia vita. Rabbia e disperazione densa, che Le luci della centrale elettrica (bello come nome, vero? senz’altro evocativo) ti sbatte nelle orecchie senza chiedere scusa.

n.b. da evitare come la peste, o come le rotaie del tram quando si è sulla motoretta (lo dico per esperienza), insomma assolutamente, se si è già in una fase vorrei-tagliarmi-le-vene, perché Brondi vi darà le motivazioni per farlo veramente.

Dopo questa solare presentazione, vi dico che l’11 giugno suonerà al Circolo. Chi viene con me?


p.s. nessuna droga è stata usata durante la stesura di questo post, non sia mai.

Alla fine non sono stato al concerto dei dinosauri e non me ne pento neanche un po’

Da grande voglio essere come Nick Hornby. È per questo che mi sto facendo cadere i capelli. Sì, lo faccio apposta, giuro. Solo che poi c’è il pericolo, più volte preventivato, di finire per assomigliare a Lino Benfi, data anche l’evidente stazza. Ma è un rischio che sono disposto a correre.
Ironico, arguto, intelligente, dissacrante, sensibile, l’altra sera se ne stava su quel palco a farsi fotografare con duemila persone -o quasi- sullo sfondo. E mentre lo faceva indicava noi, ecco i miei amici.
Potere e forza della parola scritta riunire così tante persone gioiose. Anche se all’ombra della Basilica di Massenzio, in mezzo a tanta comunicatività, c’era veramente il rischio di passare tutto il tempo ad ammirarla illuminata, invece di osservare i protagonisti della serata.
Lui, per tre quarti d’ora, legge versi come sempre taglienti presi un capitolo del suo nuovo libro, si siede a fumare quando suona il gruppo che musica la serata, ironizza su se stesso e sulle sue opere, saluta, si inchina e se ne va.
Stending ovèscion d’obbligo e sorrisi a trentasei denti.
Facile facile. E così emozionante.

Scrivere di musica è come ballare d’architettura (cit.)

Eccovi la mia prima recensione profèscional. Qualcuno ha avuto il coraggio, o l’incoscienza, di pubblicarla. Per questo lo ringrazio. E ringrazio il mio amico Pietro che mi ha spinto ed incoraggiato a farla.
Se siano stati più saggi o più pazzi, decidetelo voi.


n.b. se siete un dirigente di una major e state leggendo, siete tutti bravissimi e competenti e simpatici e sicuramente avete anche molti capelli e siete virili.

I giganti

Siamo arrivati (lasciate stare il solito imbarazzante inno e cliccate su skip, presto!) ad un passo dal titolo, anche qui. Nella finale dei play off: domani "gara 1". Ho visto i biglietti per le gare romane costare la metà per gli under ventitré. Sono quindi determinato a travestirmi da adolescente, in modo da fugare ogni dubbio ed aggirare più facilmente i zelanti controllori. Pensavo di sbarbarmi ed indossare una maglietta dei Tok*o Hotel. Due o tre brufoli ce li metto di mio, avrei bisogno solo di un linguaggio ggiovane. Chi ha suggerimenti da darmi?

Freak scene

Preso da un moto di ribellione, roba da far invidia al giovine Holden, ho deciso spontaneamente, senza la costrizione di forze esterne né per mancanza di pecunia, che non andrò al concerto dei Dinosaur Jr. Evento che aspettavo da quando avevo più o meno quindici anni.
Ci sono due contingenze che avranno luogo la stessa sera, una congiunzione astrale infausta provocata senza dubbio da dei malevoli (ancora loro), come non se ne vedeva dai tempi dello scudetto alla L*zio. Il caso vuole che proprio nella stessa calda notte romana ci sia, nell’ambito della rassegna del Festival delle Letterature, nella meravigliosa cornice della Basilica di Massenzio (immaginatela di notte, illuminata... da togliere il fiato), una serata dedicata a Nick Hornby, con la diretta partecipazione del mirabolante scrittore d’Albione. Quello che ha scritto pagine nelle quali come poche volte mi sono così rispecchiato; un personaggio, quello di Rob Fleming, che fa parte del mio essere. Ancora più dei dinosauri.
Poi tanto vi farò una compilèscion con la top fàiv dei concerti imperdibili che mi sono perso. Ci saranno anche loro.

I’m not as sad as Dostojevskij, I’m not as clever as Mark Twain (cit.)

Avete mai provato a fare il sympa ad un colloquio di lavoro? Io sì, qualche anno fa. Non fatelo. Del tipo ritrovarsi di fronte la psicologa-cessa addetta alle selezioni del personale ed il responsabile delle assunzioni per conto dell’azienda, simpatico come un dito nel culo e che per brevità chiamerò il cornuto.
psicologa-cessa: che lavoro fa tua madre?
dufresne: insegnante… insegna all’asilo.
p-c: che poi ora mi sembra si dica “scuola dell’infanzia”, vero?
dufresne: sì, in effetti mia madre mi riprende sempre quando parlo di “asilo”…
p-c: ma alla fine sono solo formalità burocratiche. Ora si dà troppo peso all’apparenza… (segue pippone –giustissimo– sulla vacuità degli eufemismi dei tempi moderni)…
il cornuto: eh, e poi ci tengono alle formalità, guai a trasgredire, si incazzano proprio!
[sguardo tra l’attonito ed il perplesso di dufresne]

dufresne
: sì sì, infatti una volta un bambino si è avvicinato a mia madre per confessarle maestra, lo sciai che mi piasce tanto venire all’asilo? L’ha picchiato.
Lei, cogliendo l’ironia un po’ cinica si è subito messa a ridere. Mi volto verso di lui: una maschera che lasciava trasparire solo orrore. Volto di pietra. Tutt’intorno una distesa di ghiaccio, e mi sono sentito come se stessi camminando a piedi nudi sulla superficie del lago ghiacciato di Peipus. Freddino, vero? Così mi sono sentito in obbligo di aggiungere “sto scherzando”. Allora lo psicorigido (e cornuto) finalmente si scioglie (insieme al ghiaccio) e si lascia andare. Alla fine sorrisi ed inculate, anche se quel lavoro non l'avrei mai fatto.
E vabbè, a questo punto avrete capito il motivo che ultimamente mi ha portato a scrivere poco. Perché la mia testa ed i miei pensieri erano tutti proiettati verso un evento, una meta tanto agoniata. Ero in attesa di una sospirata risposta che sarebbe dovuta arrivare qualche giorno fa. Ecco, il sarebbe si è trasformato in non-mi-hanno-chiamato. L’ennesimo colpo basso al mio già fragile ego.
E pensare che credevo di avere tutte le carte in regola per questo lavoro. Passione e competenza. In più grande professionalità del sottoscritto durante il colloquio e determinazione a fare bene (senza battutone-nerd da somministrare agli esaminatori-kappler). Con la mia mente, emotiva ed ansiosa che comunque scriveva il copione delle più grandi figure di merda che –sicuramente– avrei fatto. Come inciampare e finire disteso per terra con posa a là Gesù Cristo. Sai che vergogna. O sputare sul foglio mentre parlo. Cose così.
Mi potrei nascondere dietro mille banali e vigliacche scuse, giusto per non ammettere la triste realtà. Ci sono molti ragazzi più brillanti di me e che sono stati ritenuti più idonei.
Io tiro fuori l’orgoglio e vado avanti. Giro la pagina di un romanzo (un dramma?) che mi stava appassionando e nel quale avevo riposto molte (troppe) speranze, ma con un finale deludente.

Epilogo (al precedente post)

Ormai Parma nel mio immaginario non sarà più la città cinquecentesca, che culla il suo Duomo, l’imponente Battistero di marmo rosa o gli affreschi evocativi del Correggio. D’ora in poi sarà solamente una piccola, triste cittadina di provincia, immersa perennemente nella nebbia.

Sshhhhh

Voi oggi che fate?
Oh, se il Parma si salva dalla retrocessione, ci vediamo a Testaccio a festeggiare.
Altrimenti: grazie Reagan, bombardaci Parma (cit.).
Sorrisone ammiccànt.

p.s. poi vi spiego perché non scrivo da due settimane.

Afterhours, Teatro Tendastrisce, Roma [08.05.2008]

Oggi non ho tempo, né voglia, di scrivere. Accontentatevi degli appunti (incompleti) post-concerto.
Poi partecipa anche tu al nuovo concorso di dufresne, "Aguzza la vista": cento punti a chi scova le strunzate che ho scritto.

I cento passi un par di palle


Cinisi, novemaggiomillenovecentosettantotto.
Trent'anni dopo. Trent'anni oggi.
E non abbiamo imparato niente.
In un paese dove, se palri di Memoria, ti consigliano l'Acu*il Fosforo.

Quest'anno è forte la tua Fiorentina... (cit.)

L’altra sera avrei potuto vedere, in un colpo solo, Adam Green, Le Luci della Centrale Elettrica e Laura Marling. Avrei potuto, perché ho preferito rinunciare all’evento concertistico di maggio, per rimanere in casa a godermi la semifinale di Coppa Uefa della Fiorentina.
Il preferito naturalmente è un eufemismo che sta per costretto da Giovanni, che ha messo il sottoscritto di fronte all’alternativa di essere cacciato di casa. Sono certo converrete che abbia fatto la scelta giusta.
In realtà mi sono seduto su una sedia (ma il volume era quello di un concerto), perché ormai mi sono appassionato a questa squadra, ma soprattutto per vivere una serata in empatia totale con lui. Uno spettacolo nello spettacolo.
La fine la conoscete tutti.
Io invece ieri me lo immaginavo, in piena crisi depressiva post-trauma, intento ad ascoltare in loop Firenze Santa Maria Novella di Pupo.
No, aspè, questo lo fa spesso.
Lo so, non è una bella immagine.

Forma e sostanza

Voler massimizzare il profitto, per una società, significa, in pratica, scegliere la quantità a discapito della qualità. Apparire forti, anche se non se ne hanno le fondamenta economiche per farlo. Figuriamoci l’autorità morale. Investire pochi soldi per un nuovo lavoro significa pagarne poi le conseguenze, a lungo termine, inevitabilmente. Conseguenze di insoddisfazione e di fallimento.
Ed è lo specchio anche di quello che avviene nella società contemporanea, società in senso sociologico. Società dell’apparenza. E politica delle promesse vacue, perché irrealizzabili. Tutto è legato. Un sottile filo rosso.
Uno dei miei capi, per uno dei lavori che seguiamo nei nostri uffici, ha deciso di adottare questo metodo, triste assioma del capitalismo, senza farne un minimo di studio di previsione. Oh, bastavano due calcoli, mica la laurea (comprata) in economia.
Con il risultato finale di vanificare mesi di sforzi e duro lavoro del sottoscritto e di alcune altre persone.
A me non resta che la possibilità di sputtanarlo su questo blog.
Vendetta, tremenda vendetta.

Secondo una mia statistica molto casalinga, questo blog è letto (saltuariamente) da circa quattro-cinque-massimo-ma-proprio-a-voler-esagerare-sei persone.
Rapporti di forze.

Direi che, dopo tutto, l’elezione del nuovo sindaco della capitale l’ho presa piuttosto bene…


Incredibboli

Sabato sera gli Amari al Circolo (ancora?), rigorosamente aggratise.
Probabilmente non andrò, non ballerò, non mi divertirò, giusto per il gusto di ostentare vergognosamente in questo modo, con un testo intelligente, amaro (ehm) ed arguto, il mio odierno stato d’animo.

Scusa se anche questa notte voglio stare a casa, scusa ho solo stupide parole che ti accompagneranno se mi stai ascoltando, inizio dal fondo, ho bisogno di silenzio, incondizionabile la scelta dell’assenza, posso nascondermi dietro l’alone di una generazione che le rivoluzioni le pensa sul divano, in sottofondo un disco suona piano e accende sensi di colpa, c’è qualcuno che li svende. Scusa se anche questa notte voglio stare a casa, è una scusa un’altra volta. Scusa se anche questa notte voglio stare a casa, devo salvare il mondo. Scusa ma devo vegliare candele da umide soffitte, devo aggiornare il diario di tutte le sconfitte, il gomitolo che poi non userò, un altro anno un altra bella sciarpa, non sarà su quella strada, è troppo presto per scoprire un sassolino nella scarpa, forse un altro giorno poi ci giocherò, forse un altro giorno poi ci giocherò, forse un altro giorno.

Revisionismi / Attualità

Andare a vedere una salma non è che sia poi il massimo dell’allegria, ma in questo caso la circonda un certo alone religioso, quasi mistico, di venerazione. Per questo tutti vi si accostano in silenzio, ma con felicità.
La Chiesa, diciamola tutta, non l’ha mai potuto sopportare e veri miracoli non è riuscito a farne, anzi è diventato simbolo effimero di un qualcosa che non si è mai realizzato; ma allora, perché rappresenta ancora un forte simbolo di riscatto?
Se tanta gente fa la fila per andarlo a vedere, disteso su di un letto, con una maschera di cera sul volto, ci sarà pure un motivo.
Mi viene in mente mio nonno, che me ne parlava spesso. Ricordo i suoi occhi illuminarsi, ed io, nella mia ingenuità di bambino, non capivo, ma ne venivo rapito dai racconti. Non ne coglievo appieno lo spessore, ma pensavo dovesse essere un grand’uomo, una specie di santo, a vederlo di riflesso nella devozione di un uomo più grande di me di molti anni, che della vita aveva esperienza, e che sì, aveva fatto al guerra ed aveva sparato ai nazisti ed allora, cazzo, se ne parlava così bene doveva per forza aver ragione. E poi era mio nonno, e c’erano le partite a pallone che facevamo insieme e le domeniche allo stadio a vedere la Roma, la meraviglia nel vederlo riparare ogni cosa, ed i suoi racconti.
Insomma, c’è questa salma lì distesa e tanta gente in fila per vederla. Si presenta con la sua inconfondibile barbetta, il tempo sembra essersi fermato per un’icona che suscita rispetto e reverenza, così come feroci critiche, un insieme sconfinato di sentimenti contrastanti.
Vorrei andare anche io, prendere il treno e fare molta strada, fino ad arrivare in una terra nella quale non sono mai stato. C’è qualcosa che mi spinge, irrimediabilmente, verso quest’uomo.
Sì, lo so, da me non ve lo aspettereste mai. Ma un legame sentimentale mi lega a questa figura. Fa parte della mia storia, nel bene e nel male. Prima o poi, lo farò.

The Niro, Circolo degli Artisti, Roma [22.04.2008]


[pics by dufresne]
Per chi se lo stesse chiedendo: no, non lavoro al Circolo (uno dei pochi posti che organizza eventi musicali interessanti). I biglietti li pago, poco, ma li pago.
Se poi l’occasione è quella di vedere dal vivo The Niro, allora scrupoli sui soldi non te ne fai proprio. Davide Combusti torna nella sua città e mostra a tutti i presenti che di ordinario in lui c’è ben poco. Vabbè, ‘sta banalità scontata, giocando con il titolo del suo primo EP, l’avranno detta un po’ tutti, ma non ho resistito. Merita come minimo ammirazione, un ragazzo non ancora trent’enne che si è esibito persino all’Auditorium, al quale viene spesso accostato il nome di Jeff Buckley (mica Little Tony), che ha suonato con musicisti dai nomi altisonati in giro per il mondo e che si presenta su un piccolo palco, che ha calcato già molte volte, con un’umiltà spaventosa. Roba che un pincopallo qualsiasi se le tirerebbe più di Manuel Agnelli. Invece lui, come fosse la cosa più normale del mondo incantare un’intera folla di persone incredule per tanto talento, se la cava con i suoi grazie pronunciati in un modo che rivelano tutta la sua timidezza, così in contrasto con la sicurezza che mostra quando suona, e che ti spingono a desiderare di salire sul palco per abbracciarlo. Senza tralasciare il fatto che uno che si sceglie come nome d’arte così geniale, meriterebbe di vendere milioni di dischi. Un concerto perfetto, per la cura degli arrangiamenti, per la grinta, per i musicisti bravissimi che lo accompagnano e per le emozioni che ti sconvolgono dentro. È irresistibile quando, nella sua inconfondibile posa occhi-al-cielo e le sue dita che corrono veloci e precise su quella chitarra, tira fuori una voce profonda e modulabile che ti lascia a bocca spalancata. Tu, sotto il palco, ti rodi d’invidia. E salti di gioia.

OfflagaDiscoPax, Circolo degli Artisti, Roma [17.04.2008]

[pics by dufresne]

Quella degli OfflagaDiscoPax è musica sentimentale per puri cuori socialisti, ma mai algida, come potrebbe suggerire il pregiudizio materialista. Evoca tutto l’immaginario tipico del piccolo sovietico, non manca proprio nulla nelle storie che raccontano. E, visto che c’hanno preso tutto, loro cercano di riempire questo vuoto emotivo mostrandoci le cicatrici che portano impresse nell’anima.
Il concerto scivola via veloce, è una discesa tra ricordi del reggiano anni settanta-ottanta, vita di quartiere, che è un po’ vita di paese e di provincia rossa, vita privata e citazioni di più ampio respiro. Memorie filtrate con l’occhio nostalgico, comunque intelligente, critico e conscio anche delle conseguenze di un passato ormai remoto.
Non è che siano il massimo della simpatia, se ci si accosta con uno sguardo fugace, se si vuole ignorare che tra le spigolature della loro musica e nei loro testi da premio letterario, versi da mandare giù a memoria, si cela anche molta ironia. Ma il pubblico lo sa: balla, pensa, si diverte e si commuove.
Poi, come al solito, arriva Venti Minuti che mi prende il cuore e ne fa quello che vuole. Qualcuno sa perché.

La terza volta fa un po’ più male

Due o tre cose che mi sono passate per la tesa questo pomeriggio.

- Non parlare delle elezioni sul blog, non parlare delle elezioni, non...
- Domenica ho perso del tempo.
- Gli italiani sono un popolo composto da persone in malafede o ignoranti. Probabilmente entrambe le opzioni.
- Gli italiani amano le pratiche sadomaso. Oh, chi sono io per giudicare?
- Non votare è inutile. Così come votare.
- Rialzati, Italia! Qualcuno dovrebbe spiegare a questa terra che per rialzarsi bisogna guardare in alto e non scavare in basso.
- Nell’anno bisestile ho scoperto di essere superstizioso.
- Se lo votano, se lo meritano. Ve lo meritate, Ber****oni, ve lo meritate! (cit. riadattata)
- A furia di piangerci addosso, ci siamo ossidati e stiamo cadendo a pezzi.
- Ho votato il partito che ha perso più voti. Sì, quello fuori dal tempo e dalla storia, con idee anacronistiche. Quello che è crollato. Come l’Italia.
- Alle otto di sera, Em***o Fe*e non era ancora apparso in video. Probabilmente era in bagno a masturbarsi.
- Ha vinto questo paese.
- Non riconoscersi e non appartenere non è mai stato contemporaneamente così alienante e così dolce. Non vinci e non perdi, non sei nessuno.
- Abbiamo perso tutti.

Solo gli stupidi non cambiano mai idea

Infatti sono dieci anni che metto una croce sullo stesso simbolo.

Chris Bathgate, Showcase @ Circolo degli Artisti, Roma [10.04.2008]


[pics by dufresne]

Mamma, è giusto che tu lo sappia: eravamo al massimo trenta persone, ma io ne avrei uccise almeno la metà.
Chris Bathgate suona su quel piccolo palco accompagnato solo dalla sua Telecaster (per inciso, la chitarra più bella del mondo), spesso accarezzata con l’e-bow, e dai pedali con cui gioca mandando in loop i suoi giri di chitarra e la sua voce, donando alle interpretazioni intensità e a noi gli occhi lucidi. La sua musica è semplice e diretta, vive e viene dalle più profonde radici americane. Ce la presenta così, in quarantacinque minuti pieni di classe cristallina e di canzoni a cuore aperto che volano via facili facili. Il tutto senza teatralità, giacca e cravatta, spillette, taglio di capelli cool o le converse. Tutte queste cose stavano nella sala accanto (tre o quattro, honestly, anche addosso a me, ma è dello spirito che parlo) in attesa del concerto dei The Wombats. E una dozzina di rompipalle, appunto, lo aspettavano con noi, parlando a voce alta durante l’esibizione del nostro nuovo eroe romantico e rovinando l’atmosfera di molte canzoni. Voglio dire, pure a me piace ballare, ridere e scherzare, ma la mancanza di rispetto, e l’ignoranza che la genera, è insopportabile. Ma è bastato guardarlo negli occhi e perdersi nella sua voce calda, ovatta isolante verso l’esterno, per farmi gioire di un evento così intimo ed unico.

Yeah, I'm still alive

I più attenti di voi si saranno accorti che non aggiorno il blog da quasi due settimane. In questo periodo ho così tanti impegni da portare avanti, tante cose a cui pensare. Il paradosso è che vorrei fossero ancora di più.
E le cose a cui penso sono più di quelle che riesco a realizzare.
E questo alimenta un corto circuito emotivo.
E questo non è bene.
Dovrei imparare a lasciarmi scorrere tutto addosso, come direbbe la pornostar.
Vorrei riuscire a fare mille cose, tutte con grandi risultati; in pratica vorrei imparare ad essere come il mio amico Pietro. Ieri mi ha fatto ascoltare questa cover per telefono, imparata alla perfezione dopo due settimane, con tanto talento, ma anche con molto impegno e costanza. Ho scoperto anche che il mio telefono ha un’acustica migliore di quella del Palaeur, o comecavolosichiamaora. Ma questa è un’altra storia.

The Aeroplane Flies High (Turns Left, Looks Right) (cit.)

In pratica, il grande ritorno dei post subliminali by dufresne.
Lungi da me dal dare indicazioni di voto, eh.

Paolo Benvegnù, Circolo degli Artisti, Roma [29.03.2008]

[pic by dufresne]

Io ed Ale arriviamo al Circolo con due ore di anticipo, non a causa della mia passione per Benvegnù, né grazie alla nostra conclamata ansia, ma più prosaicamente perché l’orario sui biglietti era stampato errato. E noi, da bravi boccaloni, non è che ci siamo fatti venire il dubbio che un concerto previsto per le 20.00 risultasse un po’ anomalo; in realtà la stranezza l’avevamo pure colta, ma evidentemente era troppo difficoltoso per noi alzare il telefono e chiedere conferma. Oh, ognuno ha gli amici che si merita. Il primo dubbio più serio si è insinuato in noi quando abbiamo parcheggiato a dieci metri dall’ingresso. Il secondo, quello che ci ha dato la conferma definitiva, è stato arrivare sul posto, con (finto) sommo stupore, direttamente insieme a Benvegnù, giusto in tempo per vederlo scendere dal taxi, ma tu non dovresti suonare tra cinque minuti?
La serata iniziata troppo presto è poi anche finita troppo in fretta, grazie al cantautore (voglio chiamarlo così). Non parlo della durata, alludo al troppo in fretta come tutte le cose belle. Sarà per il taglio nervoso che dà alle sue canzoni dal vivo che il concerto vola via, trascinandoci in una tensione costante. Tra momenti tirati, canzoni che ti avvolgono per riscaldarti il cuore, versi da poeta, musicisti virtuosi, i vecchi pezzi degli Scisma ed una mezza cover degli AC/DC. Mai banale, mai superficiale. Il cantautore se ne sta su qual palco ad un metro più in alto di tutti quanti. Il significato profondo di una serata indimenticabile.

And we'll become silhouettes when our bodies finally go

Arrivato alla soglia degli 81 kg. di peso, penso sia giunto il momento di approdare alla consapevolezza di avere un disturbo alimentare e darmi di conseguenza una regolata. Sappiate che la foto non mi rende (in)giustizia. Non avrei mai pensato di arrivare ad avere quello che tutti gli uomini amano, ma nelle donne (a meno che voi non vi chiamiate Lapo o Paulo Victor Reginaldo Rubens detto Nadia): le tette.

n.b. Non saranno accettati in sede di commento accostamenti ironici e veri sympa fin troppo facili tra l’essere ritratto nella foto ed il water sullo sfondo.

Everything zen

dufresne: beh, in effetti il mio lettore mp3 ha solo mezzo giga di memoria e ormai è vecchio, obsoleto, ed è praticamente rotto. eddaiii.

La storia la sanno più o meno tutti.
Viviamo nella società dei bisogni, dove le nostre (presunte) necessità sono più che altro indotte da un sistema grazie la quale siamo arrivati a desiderare, e comprare facendo sacrifici, quello che in realtà non ci serve, quello di cui non abbiamo realmente bisogno. Siamo abituati a cose inutili, oggetti senza i quali vivremmo comunque benissimo.
Quell'edonista di Oscar Wilde se ne uscì con un aforisma: posso rinunciare a tutto, fuorché al superfluo. Ora, la citazione proprio precisa forse non è questa, ma il succo sì. Oggi, nel mondo economicizzato fino all'eccesso, nell'era del consumismo sfrenato bla bla bla, questo stile di vita (way of life, direbbero quelli che la sanno lunga) sembra essere diventato la regola.
Perché allora, nonostante questa consapevolezza, non riesco a fare a meno di pensare a lui?
Ecco, ora sostituite" mezzo" con "sei" e "rotto" con "funziona benissimo barra non ha mai funzionato così bene" e capirete meglio quello che voglio dire.